lunedì 2 febbraio 2026

Venezuela, argento e Groenlandia: come la divisione di potere tra Stati Uniti e Cina sta rimodellando il mondo

L'Europa chiacchiera di usare il suo “bazooka” commerciale, ma non lo farà. Non ha potere di leva: per quanto possa intaccare i bilanci delle società americane coinvolte, la percentuale è talmente bassa da non destare serie preoccupazioni. Provate a immaginare, invece, una Europa senza Google Maps o i server cloud di Amazon. La ritorsione americana sarebbe decisamente tremenda. Bisogna considerare tutto ciò quando si reagisce a titoli dei giornali come quello della Danimarca che invia truppe aggiuntive in Groenlandia. Se, cosa estremamente improbabile, gli Stati Uniti dovessero conquistare con la forza l'isola più grande del mondo, sarebbe finita nello stesso lasso di tempo impiegato per catturare Maduro in Venezuela. L'idea di una guerra cinetica UE-USA è ovviamente ridicola. Eppure lo sono anche tutte le altre “opzioni” geostrategiche dell'Europa. Raggiungerà un accordo di difesa con il Canada che non può difendersi da solo? Oppure si orienterà verso la Cina, il che implicherebbe ulteriore deindustrializzazione e abbandono dell'Ucraina/riaccettazione della Russia? Il primo caso irriterebbe notevolmente gli Stati Uniti, il secondo trasformerebbe gli Stati Uniti in un avversario dell'UE tale da far impallidire la Groenlandia. L'UE – a denti stretti – sarà costretta a cedere una volta che si potrà raggiungere un accordo che salvi la faccia. Wolfgang Munchau sostiene la stessa cosa: “Ecco la mia audace previsione: Trump vincerà la sua battaglia per la Groenlandia. Gli europei non lo fermeranno, perché sono deboli e divisi. L'ironia è che l'UE ha scelto questa debolezza militare e geostrategica”. Alcuni parlano di un'Europa che intensificherebbe i suoi sforzi verso l'autonomia strategica. Stefan Auer sostiene che il potere dell'UE debba essere trasferito a Bruxelles o restituito agli Stati membri, poiché l'attuale struttura non può reagire con sufficiente rapidità o decisione nel contesto geopolitico in evoluzione. Anche se uno dei due obiettivi fosse raggiunto, i costi economici dei cambiamenti richiesti sono impressionanti: neomercantilismo e un'economia di (quasi) guerra che parte già da ampi deficit di bilancio e un elevato debito pubblico. Anche se questi ostacoli venissero superati, tali passi causerebbero enormi attriti con gli Stati Uniti, i quali vogliono che l'Europa sia una parte subordinata del loro blocco neomercantilista, non indipendente. In breve, la via logica del percorso di minor resistenza, e del minor danno, passa ancora per la concessione. Per l'Europa il 2026 potrebbe essere visto dagli storici come un punto di chiusura simile al 1956. Allora Regno Unito e Francia cercarono di dimostrare di essere ancora grandi potenze inviando i loro eserciti in Egitto dopo che il presidente Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez. Gli Stati Uniti si opposero all'azione e, usando la loro strategia economica, causarono una forte corsa sia alla sterlina che al franco francese. Entrambi i Paesi furono costretti a ritirarsi e ad accettare di essere solo attori di supporto agli Stati Uniti sulla scena mondiale. Nel 2026 gli Stati Uniti si uniranno ad altre potenze nell'uso della realpolitik a vantaggio dei propri interessi nazionali, e questo fa assomigliare l'Europa all'Egitto di allora. Ciò manda in frantumi la visione che l'Europa ha di sé stessa come partner paritario, seppur subalterno, in un'impresa comune, non solo in Ucraina, ma a livello mondiale. Infatti alcuni ora usano i termini “vassallo” o “stati clienti”, mentre Bruxelles si aggrappa all'ordine mondiale “basato sulle regole” (dimenticandosi chi le ha fatte) come un naufrago si aggrappa a una tavola di legno in un mare in tempesta.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/venezuela-argento-e-groenlandia-come)

L'intervento americano in Venezuela ha lasciato sbigottito il mondo intero, incapace di trovare una risposta. L'acceso dibattito sul futuro della Groenlandia oscura il filo conduttore di un nuovo ordine mondiale emergente, il quale viene deciso tra Stati Uniti e Cina. L'Europa, per ora, è relegata al ruolo di spettatrice progressivamente ansiosa.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le speculazioni sui retroscena e le conseguenze dell'intervento statunitense in Venezuela. Commentatori politici e stampa generalista si concentrano principalmente sul ruolo e sul futuro del petrolio venezuelano. E hanno ragione: se gli Stati Uniti riuscissero a rilanciare le capacità produttive per lo più inutilizzate attraverso la propria industria di produzione nazionale – in particolare attraverso aziende come Chevron, ConocoPhillips ed Exxon – emergerebbe una leva geopolitica significativa.

Questa leva rimodellerebbe principalmente la matrice negoziale e le dinamiche tra Washington e Pechino. La Cina necessita di questo petrolio per la sua espansione marittima; gli Stati Uniti, a loro volta, per la capacità di raffinazione negli stati del sud, in particolare in Texas. Il controllo delle esportazioni verso la Cina potrebbe rafforzare la posizione negoziale americana sulle terre rare, un punto di pressione che la Cina ha ripetutamente esercitato, anche contro le aziende europee. Gli Stati Uniti potrebbero anche fare pressione su Pechino e frenare la macchina delle esportazioni cinesi. Questi sono temi sostanziali sulla strada verso la reindustrializzazione statunitense.

Allo stesso tempo le discussioni suggeriscono che l'obiettivo principale del governo statunitense sia quello di contrastare l'influenza cinese nei mercati chiave delle risorse sudamericane, facendo eco alla Dottrina Monroe. La risposta della Cina alla detenzione di Nicolás Maduro è stata sorprendentemente moderata. Oltre alle attese proteste diplomatiche, la visita del Primo Ministro canadese Mark Carney a Pechino ha attirato l'attenzione. Il Canada, in quanto gigante delle risorse, gioca sempre più il ruolo di contrappeso all'amministrazione di Donald Trump.


Alberta, Groenlandia e i sottili cambiamenti

Carney ha parlato con la leadership cinese su un nuovo ordine mondiale, un ordine globale multipolare non più incentrato sugli Stati Uniti. Per la Cina il punto era chiaro: il Canada viene di fatto escluso dal settore della raffinazione statunitense a causa della prevista riapertura dei giacimenti petroliferi venezuelani. Il petrolio canadese è di grande interesse per la Cina, che ora deve trovare mercati alternativi per contrastare la crescente pressione statunitense.

Una nota a piè di pagina merita attenzione: accanto alla frenesia mediatica sulla Groenlandia – un dibattito in Europa elevato a questione di sopravvivenza della NATO a causa delle risorse e delle vie d'acqua strategiche – un altro dibattito sta emergendo negli Stati Uniti e in Canada: il futuro dell'Alberta. Il Presidente Trump vi ha fatto ripetutamente riferimento, aprendo la porta a speculazioni su una sua secessione. Un referendum – ancora ipotetico – potrebbe comportare la perdita dell'accesso del Canada a una parte significativa delle sue risorse se gli abitanti dell'Alberta votassero per l'indipendenza? Questo dibattito merita un attento monitoraggio, poiché potrebbe offrire approfondimenti sui futuri mercati delle risorse e sul controllo geopolitico.


Metallo strategico: l'argento

La detenzione di Maduro apre agli Stati Uniti una potenziale prospettiva sulle relazioni commerciali tra il Sud America e la Cina, in particolare per quanto riguarda le risorse. Restano tuttavia interrogativi chiave: quali quantità sono state trasferite al di fuori delle bilance commerciali ufficiali, quali risorse in particolare e in che misura sono state eluse le sanzioni statunitensi? Questi fattori probabilmente giocheranno un ruolo decisivo nei prossimi anni, con il disaccoppiamento dell'economia globale.

Se si scoprisse che il Venezuela ha esportato in Cina risorse strategicamente importanti come l'argento, gli Stati Uniti potrebbero ora alterare radicalmente le dinamiche dell'ordine mondiale delle risorse. La domanda fondamentale è: l'intervento americano riguardava davvero solo il petrolio venezuelano?

L'estate scorsa gli Stati Uniti hanno ufficialmente dichiarato l'argento un metallo strategico. Da allora i prezzi sono aumentati vertiginosamente, confermando i sospetti che sia la Cina che gli Stati Uniti ne stiano accumulando ingenti quantità. L'argento è indispensabile per la costruzione di infrastrutture per data center di intelligenza artificiale e motori elettrici.

Esiste anche una dimensione monetaria: la crescente concentrazione di metalli strategici da parte di Stati Uniti e Cina aumenta la pressione sul sistema monetario europeo. Il mondo si sta orientando sempre più verso sistemi monetari basati sui metalli, con le banche centrali che ne accumulano per la stabilità dei loro bilanci. I metalli stanno acquisendo importanza a livello globale come base stabilizzante per l'economia e la finanza.

La Cina applica ora un regime di esportazione dell'argento relativamente rigido. Si prevede che la domanda industriale aumenterà notevolmente nei prossimi anni, rendendo cruciali gli interrogativi sugli effettivi flussi di risorse del Venezuela, i quali vanno ben oltre il petrolio.

Il controllo delle rotte marittime chiave, il sistematico spostamento della presenza cinese nel Canale di Panama e nei porti della costa occidentale degli Stati Uniti e la garanzia dell'accesso alle risorse strategiche, tra cui la Groenlandia, indipendentemente dalla posizione dell'Europa, sono elementi di una strategia più ampia. Gli Stati Uniti stanno forzando una biforcazione: una divisione geopolitica in due sfere di influenza, statunitense e cinese.

Questa frattura è in atto da decenni ormai, accelerata dall'ascesa della Cina. È difficile fermarla senza rischiare un grave conflitto militare. Il coordinamento tra Stati Uniti e Cina in questo disaccoppiamento economico è fondamentale per ridurre al minimo i conflitti.


Biforcazione dell'ordine mondiale

Gli Stati Uniti sono determinati a consolidare il proprio ruolo nell'emisfero occidentale e, probabilmente in coordinamento con Pechino e Mosca, a ritirarsi gradualmente nella propria zona di potere autodefinita. Questa non è debolezza, ma calcolo strategico in un ordine mondiale frammentato.

Per quanto riguarda la cosiddetta crisi della Groenlandia: l'UE non svolge alcun ruolo reale nella corsa alle risorse globali. Gli stati europei importano circa il 60% della loro energia. Il fallito tentativo di assicurarsi le risorse dalla Russia attraverso un cambio di governo e una sconfitta in Ucraina evidenziano l'impotenza geopolitica dell'UE.

L'invio di una piccola forza europea in Groenlandia per limitare l'influenza statunitense sottolinea le tensioni tra Europa e Stati Uniti. Trump ha risposto aumentando i dazi del 10%, minacciando il 25% se la posizione dell'Europa non fosse cambiata, rivelando la netta asimmetria di potere. Bruxelles è solo una tigre di carta.

Dato questo squilibrio, l'incapacità dell'Europa di creare un'alleanza politica per adottare un approccio cooperativo come quello statunitense è sconcertante. Bruxelles e Londra optano per lo scontro, una strada che probabilmente porterà a ulteriori perdite economiche. La forza dell'Europa risiede nell'allinearsi ai regimi di mercato statunitensi, abbandonando il protezionismo climatico e attivando il suo solido mercato interno. A livello geopolitico la battaglia è persa, recuperabile solo attraverso una politica economica sensata.

I tentativi, tramite il Mercosur, di garantire un margine di manovra commerciale in Sud America sono stati deludenti. Tale accordo applica in larga misura le normative di Bruxelles sul clima, le quali hanno già messo a dura prova le imprese europee, lasciando un libero scambio più lontano che mai.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 30 gennaio 2026

Da qui in avanti il gioco diventa più pericoloso



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/da-qui-in-avanti-il-gioco-diventa)

Anche a costo di iper semplificare, quello a essere smantellato è il sistema basato sulle regole inglesi che ha caratterizzato il mondo sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tutti quei “ponti” residui della Guerra fredda tra russi e inglesi devono essere smantellati pezzo dopo pezzo dopo pezzo. Il Venezuela era uno di questi, così come Cuba, insieme a tutte le pacificazioni effettuate in Medio Oriente, in Asia e in Africa da parte dell'amministrazione Trump. L'arduo compito di sbrogliare il nodo gordiano creato dagli inglesi in giro per il mondo, ovvero situazioni di perenne conflitto in modo da essere sfruttate a proprio vantaggio, affinché sullo scacchiere geopolitico del mondo essi giocassero per vincere e gli americani giocassero per perdere. Nessuno vuol far passare i russi per i “buoni”, ma questa chiave di lettura ci permette di comprendere che le loro erano contromosse nei confronti del'emisfero occidentale, contro ciò che rimaneva dell'Impero inglese il quale agiva per tramite dell'Impero americano.

Qui il pensiero lineare va a morire. La stampa generalista, al soldo degli inglesi per la maggiore, è occupata a intorbidire le acque della comprensione facendo credere ai propri lettori che le cause che hanno portato al repulisti in Venezuela siano esclusivamente riconducibili al tema energetico. In parte, anche. Invece è una costellazione di ragioni che collegavano il Venezuela a una rete sotterranea di terrorismo internazionale, finanziamenti ombra tramite le banche canadesi, contrabbando di metalli preziosi, servizi di intelligence deviati, avamposto di destabilizzazione sociale all'estero, traffico di droga, traffico di esseri umani, ecc. Non ultima come piattaforma di sabotaggio indirizzata al superpotere americano: la difesa dei fossati oceanici, rivoltata contro gli USA generando un embargo de facto a livello commerciale. La bonifica del Golfo d'America è indirizzata a impedire un simile esito, il quale viene alimentato dai disordini sociali in precisi stati americani a guida Dem i quali hanno sbocchi marittimi e fluviali importanti. Ecco perché Trump “ha sguinzagliato” l'ICE in quei precisi stati.

Il guaio, se così lo vogliamo chiamare, è che il nemico adesso è in massima allerta dato che i canali mediante i quali controllava il mondo vengono chiusi o prosciugati a livello di finanziamenti facili. Parlo di nemico perché la distopia immaginata dai globalisti è di gran lunga peggiore rispetto al mondo immaginato dagli “isolazionisti” americani. Se questi ultimi riusciranno a portare a termine il loro obiettivo principale, ovvero fare gli interessi dell'America e chiudere i rubinetti del furto inglese ai danni della loro nazione, il resto del mondo ci guadagnerà in salute economica, sociale e geopolitica. E se una mossa è stata fatta, un'altra è già in cantiere. Per capire meglio questo gioco non dovete immaginare una partita di scacchi, ma una partita di GO.

La partita di GO tra Washington e Londra è un gioco di controllo delle aree, vengono conquistate aree del tabellone e rese quanto più stabili possibile. Osservando l'andamento del gioco, più le formazioni diventano stabili e, paradossalmente, più acquisiscono una instabilità latente, soprattutto quando si “attaccano” altre aree del tabellone di gioco. Di conseguenza gli USA hanno piazzato la loro pedina nera in Venezuela e tale mossa avrà ripercussioni su altre strutture in giro per il mondo che in precedenza erano sotto il controllo inglese e che, per reazione a catena, vengono destabilizzate. Londra, per la precisione la City di Londra, ha agganci sotterranei ovunque nel mondo e affinché Cina, Russia e Stati Uniti possano esprimere al massimo il loro “individualismo” internazionale, giocando singole partite di GO tra di essi, suddetti agganci e privilegi devono essere ridimensionati (se non smantellati in alcuni casi).

Il grande perdente qui è Londra. Infatti se prima essa controllava il flusso di finanziamenti che scorrevano da Caracas a Damasco, a Teheran, a Beirut, ecc. ora non più. Lo stesso vale per l'impostazione arbitraria dei prezzi dei metalli preziosi: il contrabbando di metalli preziosi fisici nelle petroliere venezuelane serviva a tenere credibile la LBMA. Man mano che i prezzi di tali metalli salgono, così se ne va la sua credibilità. Londra ha commesso fondamentalmente due errori.

Il primo è stato quello di mandare in onda un membro della Camera dei Lord il quale diceva di aver parlato con i suoi “amici” in Amerca, soprattutto nella comunità dell'intelligence, e che gli era stato assicurato che il National Security Strategy non avrebbe avuto seguito. In sintesi, presupponeva una forza dei legami inglesi con lo Stato profondo americano (ormai sulle barricate) tale da sovvertirlo. Non è andata così.

Il secondo errore è stato credere che Trump non avrebbe mai avviato un'operazione come quella di estrazione di Maduro, data la mole gigantesca di variabili che sarebbe potuta andare contro di lui (senza contare la presenza dell'MI6 sul campo). Le probabilità di vincere alla lotteria praticamente. Eppure, eppure... quello stesso giorno i sistemi di difesa russo e cinese hanno fatto cilecca nello stesso momento. Kill switch? Accordi sottobanco? Molto probabilmente la cosa ha a che fare con le “nuove armi a disposizione degli USA” di cui Trump ha accennato nel suo recente discorso a Davos, ma di cui non ha dato i dettagli. Se si combina il nuovo modo di fare guerra, entrato ormai nella quinta generazione, con la politica reale e una visione del mondo realistica, si ottiene la possibilità concreta di ridimensionare quell'appetito (inglese) vorace che ha cercato di schiavizzare il mondo tramite i suoi innumerevoli tentacoli. Non ci sarà mai alcuna City di Londra benevola e la cattura di Maduro ha rappresentato un passo in avanti verso un mondo migliore.

So benissimo che nessun governo è un governo benevolo, nemmeno quello Trump. Ciononostante è l'occasione concreta di cui approfittare per vivere una vita un gradino migliore rispetto all'alternativa immaginata dalla cricca di Davos. Se Trump userà il potere degli Stati Uniti per ricostruire non solo questi ultimi (come potenza regionale, non egemonica, e nemmeno colonizzatrice desiderosa invece di stringere accordi e instaurare partnership alla pari), sarà un bene per tutti: dal Canada all'Australia, dall'Africa al Medio Oriente fino al cuore dell'Asia. Lentamente, ma inesorabilmente, quell'infrastruttura estrattiva basata sul modello inglese potrà essere ridimensionata e minimizzata in tutto il mondo. Purtroppo non scomparirà del tutto, perché nel mondo ci sono persone malvagie e hanno ancora soldi a loro disposizione. E queste sono le stesse persone che hanno provato a scatenare una guerra mondiale spingendo la Russia ad attaccare per poi trasformare un conflitto regionale in uno internazionale. Le parole di Peskov, nel momento in cui la Russia è stata obtorto collo costretta a finire tra le braccia della Cina, erano significative a tal proposito. E qual è il modo migliore per disinnescare questa bomba a orologeria? Permettere alla Russia di diventare una vera economia. Come? Togliendo l'intermediazione dei contratti sul Brent crude a Londra.

Mettiamo che il prezzo del petrolio crolli nel range dei $50 al barile. I costi di estrazione della Russia sono all'incirca di $9 al barile. Ecco il punto: il governo russo prende la sua parte dall'estrazione di petrolio in base al prezzo. Se quest'ultimo dovesse scivolare sotto i $40 al barile, le compagnie petrolifere non pagano tasse al governo. È il classico schema delle tasse progressive: più è alto il prezzo del petrolio, più suddette compagnie devono versare nelle casse dello stato. Dal punto di vista di Putin, se vuole uscire dall'economia di guerra in cui si trova adesso il Paese, deve per forza di cose smettere di usare le entrate della vendita di petrolio per tenere su l'intera economia. Questo significa altresì stringere accordi commerciali con gli Stati Uniti, perché in caso contrario la Russia rimarrà un satellite della Cina. E io sono pronto a scommettere che durante il vertice in Alaska Trump e Putin hanno discusso di come rendere l'Europa una satellite della Russia.

I $40 al barile saranno inizialmente difficili da gestire per la Russia, soprattutto per quanto riguarda il suo avanzo commerciale, ma la costringerà a diventare finalmente un vero Paese e uscire dall'economia di guerra in cui è stata costretta a finire. E qui si inserisce l'operazione Maduro, per quanto riguarda l'aspetto petrolifero: ora gli Stati Uniti sono in controllo del rubinetto dell'oro nero che in precedenza scorreva a prezzi scontati in Cina. Per quest'ultima l'unica altra fonte rimasta a prezzi scontati è la Russia. Et voilà! Si capovolgono le parti e la chiusura della guerra in Ucraina è un passo più vicina. Inoltre una volta che l'Arizona riuscirà a svilupparsi a livello di indsutrie dei semiconduttori e dei chip, e gli Stati Uniti saranno in grado di fare a meno di TSMC, cadrà anche l'annosa questione di Taiwan e sarà ceduta volentieri alla Cina in segno di buoni propositi commerciali futuri in chiave ARC.

Se uniamo tutti i puntini quindi, come ho fatto nell'ultimo pezzo a mia firma, il quadro che esce fuori è uno in cui gli USA stanno bonificando il loro lato del tabellone di gioco da tutte quelle influenze estere che li usavano come bancomat e poliziotti del mondo (Pax Americana). Questo, per estensione, fa saltare tutti quegli interessi che erano stati costruiti in precedenza nel sottobosco degli Stati profondi. E più saltano in aria questi agganci, più la risposta sarà virulenta e violenta. Da qui l'intensificarsi della guerra civile in stati come il Minnesota. Con il restringimento dei canali politici e finanziari da cui attingere, la destabilizzazione degli Stati Uniti diventa sempre più prioritaria affinché la cricca di Davos/City di Londra possano ancora avere voce in capitolo nel nuovo assetto mondiale che si sta configurando. Come discusso in precedenza, l'attivazione del cosidetto Piano Podesta va in questa direzione: fomentare caos in stati chiave Dem e isolare gli USA chiudendo gli accessi a porti e sbocchi marittimi/fluviali. Inutile aggiungere che più ci addentreremo nel 2026, più le cose diventeranno instabili.

C'è molto in gioco adesso e non è detto che il piano dell'amministrazione Trump proceda senza intoppi. Gli sarà lanciato contro di tutto; tutti gli asset e le cellule dormienti verranno attivate. La posta in gioco è molto alta. Si tratta di chi detterà le regole nel prossimo assetto mondiale e la cricca di Davos non vuole rinunciare a tutti i privilegi acquisiti finora. Peccato per essa che molti di questi passavano attraverso la spoliazione degli Stati Uniti.

Qual era il ruolo di Fannie Mae e Freddy Mac prima che Obama ne derubasse gli introiti e le usasse come trampolino di lancio per impedire alla classe media americana di accedere al credito al consumo? Stabilizzatori della parte lunga della curva dei rendimenti americana. Precluso questo ruolo, i player esteri le hanno sostituite controllando de facto i tassi a lungo termine negli Stati Uniti e per estensione i tassi dei mutui. Questo a sua volta ha estratto capitale e ricchezza reale dei proprietari di case. La IPO di Fannie/Freddy porrebbe fine a questa estrazione, ma a causa dello stato in cui versano attualmente devono essere ricapitalizzate. Ciò significa un loro uplisting sul NYSE e “informare” i mercati dei capitali a reddito fisso che faranno da cuscinetto a qualsiasi attacco proveniente da Europa e City di Londra (come hanno già minacciato di fare vendendo titoli di stato americani e riserve in valuta estera). Un altro passo verso suddetta ricapitalizzazione: permettere di apporre come garanzia ai mutui hard asset come oro, Bitcoin e altri metalli preziosi, cosa che semplifica la vita ai mutuatari. In questo modo la varietà di equity da posizionare come garanzia aumenta e il pericolo di perdere la casa viene minimizzato. Insieme a ciò la riforma dei mutui trentennali a tasso fisso agevola ulteriormente la vita delle giovani famiglie. Questi cambiamenti epocali nel settore immobiliare sono propedeutici a un mutamento più ampio che permetterebbe agli Stati Uniti di ottenere un controllo saldo sul back-end della curva dei rendimenti americani in un momento in cui la cricca di Davos/City di Londra li hanno minacciati apertamente con un attacco al mercato obbligazionario.

Affinché Trump potesse staccare i migliori accordi commerciali, i tassi d'interesse dovevano rimanere alti e bisognava perseguire una linea di politica incentrata su un dollaro debole. Il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro ha fatto rimanere a secco i player esteri, indebitati in dollari, e al contempo la debolezza della divisa americana ha fornito a Trump un grosso potere di leva commerciale. Qual è il problema? Chi legge analisi come le mie, conosce le criticità che rappresentano le banche centrali. Una stima a spanne sarebbe l'1% di chi si interessa di temi economici. Ecco il punto: immaginate Trump alla ricerca dell'optimum paretano (80/20) nei confronti della consapevolezza riguardo la FED in un contesto in cui la popolazione americana è spostata su uno spettro 99/1. In soldoni, al 99% della popolazione non interessa della FED o non vuole vederla riformata; senza contare la stampa finanziaria che vorrebbe la FED a capo del Paese in un ambiente post-Trump. Non si sognerebbe mai di dichiarare la banca centrale americana illegittima.

Se la scorsa estate, quando Trump ha per la prima volta portato all'attenzione del pubblico la questione Powell, egli si fosse dimesso e lasciato l'incarico alla sua vice (Lael Brainard, messa lì da Obama), allora sarebbe stato un agente dei globalisti come la Yellen e Bernanke prima di lui. Che fa Powell invece? Sta al gioco e poi va a Jackson Hole mettendo fine all'inflation targeting al 2% e dichiarando di attenzionare il mercato del lavoro per la linea di politica della FED (esattamente quello che Trump voleva). Il taglio dei tassi è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve FA' politica, diversamente da quanto dichiarato ufficialmente. Il focus sulla corruzione interna, sulla scia dello scandalo Minnesota e quindi sui costi extra non necessari per il nuovo edificio della FED, è lo strumento perfetto affinché Trump sposti la sopraccitata percentuale di persone che è consapevole della FED e stia dalla sua parte affinché venga riformata. La corruzione: la gente lo capisce questo.

Inoltre chi è stato cacciato: Powell o Lisa Cook? Questa è retorica inglese: sta usando le armi degli avversari a suo vantaggio. Puntando il dito contro il responsabile di facciata riesce a invischiare tutta l'istituzione contro cui si vuole scagliare. Powell è l'Emmanuel Goldstein del momento verso cui indirizzare la rabbia affinché Trump possa avere potere di leva politica necessaria per portare avanti la sua agenda di riforma. Questo significa ridimensionare i poteri della FED e liberarsi di tutta quella burocrazia bancaria ammassata sin dopo il 1935. In quest'ottica il destino della FED è quello di finire sotto la gestione del Dipartimento del Tesoro americano (per la precisione l'attuale intermediazione dei titoli di stato). Questa linea d'azione è la più efficace quando si tratta di portare a compimento nella pratica lo slogan “End the FED” senza che player ostili esteri sovvertano il Paese (leggi BCE o BOE).

Un tale spostamento macropolitico sarà fondamentale per muovere l'agenda dell'amministrazione Trump nella seconda parte del suo mandato. Continuerà a puntare il dito contro la radice della maggior parte dei problemi economici del Paese. E Powell, il cui mandato terminerà tra 4 mesi insieme a quello della Brainard, è la persona adatta per tirarsi addosso tutte queste attenzioni. Il ricambio incalzante presso il FOMC sarà tanto salutare quanto quello nella Corte Suprema durante il primo mandato di Trump.

Powell ha svolto un compito egregio durante gli anni di Biden, usando saggiamente la FED contro i globalisti. Il prossimo governatore avrà tutt'altro compito: abbassare i tassi internamente e tenere alti i costi del dollaro all'estero. Quest'ultimo punto significa negare ad attori ostili l'accesso alle linee di swap in dollari con la FED. Insieme a questa risorsa che verrà preclusa agli istituti bancari esteri, ce n'é anche un'altra: il mercato dei pronti contro termine. Non solo, ma essere accreditati ad accedervi significherà pagare comunque un tasso impostato a 50-75 punti base più in alto rispetto al tasso di riferimento della FED. Tolti questi due accessi ai dollari, l'unica cosa che rimane è la vendita di titoli di stato americani. Per quanto l'UE minacci di sbarazzarsene, insieme alle riserve in valuta estera delle proprie banche, il colpo derivante da una loro vendita in massa sarebbe temporaneo e, nonostante tutto, circoscritto (come vediamo dagli ultimi dati sui titoli di stato americani, ad esempio).

Poi c'è laquestione Groenlandia. Al di là dello scopo strategico-militare (rispetto all'UE) e commerciale (rispetto alla Russia), la Groenlandia chiuderebbe a tenaglia uno stato “canaglia” che sin dalla Guerra d'indipendenza americana ha rappresentato asilo per l'impero inglese: il Canada. Oltre al vantaggio militare-commerciale che la Groenlandia rappresenterebbe per gli USA, vi siete chiesti il perché di tale feroce acrimonia dell'UE su questo tema? Perché verrebbe tagliata fuori dall'ultimo posto rimasto da cui prende risorse: il Canada. Il Canada è sostanzialmente una “corporazione” inglese, un'appendice della corona inglese. Il Canada è stata una creazione inglese dopo la Guerra d'indipendenza americana affinché fosse come il Pakistan per l'India. Una nazione ostile agli Stati Uniti e in grado di portare avanti (e finanziare) opere di destabilizzazione finanziaria nei loro confronti grazie alle innumerevoli risorse naturali che possiede. A nome di chi? Ovviamente della City di Londra, la quale, ancora oggi, ricopre un ruolo critico per i mercati finanziari e l'idraulica degli stessi. Essa genera un terzo del PIL inglese. L'Inghilterra da sola è un Paese del terzo mondo, ora anche dal punto di vista socioculturale. La City stipula contratti assicurativi e contratti sui futures, fa girare i soldi a livello internazionale nel mercato del Forex (la sterlina inglese salda circa il 12% degli scambi nei mercati monetari), ecc.

Qualunque cosa possa intaccare questo stato di cose DEVE essere distrutto. Non importa quindi che si tratti di nazioni o singoli individui o gruppi di essi: viene mobilitato, o ricattato, qualsiasi asset organico o inorganico affinché questo stato di cose non cambi. Ecco perché, ad esempio, il CLARITY Act ottiene una opposizione così violenta. Se il GENIUS e il CLARITY Act andassero a rinforzare il controllo della City di Londra sui mercati, sarebbero già passati. Avrebbero creato una normativa negli Stati Uniti atta a sostenere il suo controllo ombra sui mercati finanziari mondiali; vivremmo già in un mondo in cui la BRI controlla tutto a livello di facciata e una CBDC concreta per le mani. Invece la stampa generalista e i canali dell'informazione alternativa ci dicono che il GENIUS e il CLARITY Act sono l'anticamera delle CBDC, ignorando consapevolmente come in questo modo le stablecoin ancorate al dollaro saranno solamente un layer secondario in cima a hard asset come oro e Bitcoin.

Le due leggi sopraccitate sono una minaccia per la City di Londra, invece, perché oltre a esserci suoi sodali nel Congresso americano, il suo potere di “persuasione” non conosce limiti. Questo non significa automaticamente che Brian Armstrong, ad esempio, sia a bordo della City, ma che potrebbe essere benissimo stato raggiunto da un “suggerimento d'azione” affinché creasse una scusa e il Senato potesse bloccare l'attuale iter del CLARITY Act.

E, sempre a proposito di Canada, la sua unità è messa in discussione dalla recente petizione in Alberta che chiede un referendum per la secessione. A essa si uniranno la Columbia Britannica e il Saskatchewan. Che questa sia una contromossa da parte dei NY Boys in risposta al fermento negli stati americani a guida Dem è dir poco una certezza.


CONCLUSIONE

Il prossimo appuntamento critico sono le elezioni di medio termine statunitensi. Le azioni dell'amministrazione Trump, ora, nei confronti dei manifestanti sono prioritarie visto che l'inverno non aiuta le proteste di piazza. Così come gli interventi per isolare tutte quelle influenze che potrebbero destabilizzare le prossime elezioni, come accaduto nel 2020. E il Venezuela era invischiato nello scandalo Dominion. Perché se non si affrontano ora, entro marzo dell'anno prossimo ci ritroveremo un Trump incapacitato a livello politico e sottoposto a impeachment.

È pacifico che l'UE voglia una guerra cinetica con gli Stati Uniti combattuta, però, per interposta persona. Ma vuole vincerla? No. Vuole un copione già visto durante la Prima e Seconda guerra mondiale: gente ammazzata e uno “zio ricco” che la sovvenziona per i successivi 80 anni. Questo è stato fatto alla Germania durante i due conflitti mondiali ed è quello che viene fatto oggi all'Ucraina. Quando si realizza che tutte le vecchie famiglie europee sono matrilineari, allora si capisce che si vuole combattere una “guerra guidata dagli estrogeni”. All'UE, alle fazioni alla base della stessa, non interessa vincere la guerra, vuole che quest'ultima causi abbastanza danni da ottenere un buon accordo quando le parti in conflitto si accordano.

La discendenza delle élite europee è matrilineare, una linearità addirittura vecchia di 900 anni in alcuni casi, e l'Europa è impostata su una base “femminile”. Per far capire meglio il punto, immaginate una donna per strada che dice fermamente no a un uomo presumibilmente insistente. La situazione attirerà l'attenzione dei passanti e ci sarà qualche coraggioso che affronterà l'uomo insistente per difendere la donna. Per secoli questo modello è stato riproposto: non si vuole la vittoria nella guerra, ma arrivare a un punto in cui l'altra parte, esausta, firmerà qualsiasi accordo pur di porre fine alle ostilità. Il problema con l'UE, però, è che non sarà mai abbastanza soddisfatta dei termini degli accordi e vorrà sempre di più... perché ormai è diventata incapace di fare qualsiasi cosa e può sopravvivere solo di sussidi.

Tutti quelli descritti in questo saggio sono i sintomi della fine dell'attuale ordine mondiale, che non significa solo la fine degli strumenti dell'OMC, bensì la fine di Westfalia, il trattato europeo del 1648 che stabiliva i principi della sovranità statale e avrebbe plasmato le relazioni internazionali fino ai tempi recenti. Ciò avrà enormi implicazioni per i mercati e non è positivo per i Paesi senza potere come l'UE, perché non esisterà più un sistema internazionale che li renderà credibili con delle regole ad hoc per loro. 


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giovedì 29 gennaio 2026

Bitcoin è pronto per mandare in pensione l'oro?

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Walter Donway

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/bitcoin-e-pronto-per-mandare-in-pensione)

L'oro ha vinto la competizione – un plebiscito lungo quanto le civiltà consolidate – per essere incoronato come la scelta universale dell'umanità come riserva di valore e mezzo di scambio – come denaro vero e proprio. Ora, in meno di due decenni, è emerso un potenziale concorrente: Bitcoin, con il potenziale opinabile di rivaleggiare e persino superare l'oro.

L'amministratore delegato di MicroStrategy, Michael J. Saylor, afferma che Bitcoin “soppianta l'oro come riserva di valore non governativa" e lo descrive come “la proprietà suprema per la razza umana”. Per essere il più enfatico possibile, ha aggiunto: “Bitcoin è oro digitale. È un milione di volte migliore dell'oro e non c'è motivo per cui qualcuno non voglia usarlo come riserva di valore nel tempo”.

E in un brusco cambio di linea di politica, Donald Trump, fino a poco tempo fa apertamente scettico nei confronti delle crittovalute, ha firmato un ordine esecutivo che istituisce una riserva di Bitcoin negli Stati Uniti. Comprenderà circa 200.000 bitcoin confiscati in vari procedimenti penali, posizionandolo come una “Fort Knox digitale”, un passo verso l'elevazione di Bitcoin a risorsa strategica.

Per buona misura il Regno del Bhutan ha accolto Bitcoin tra le sue braccia, e “farà mining” utilizzando le sue abbondanti risorse idroelettriche. Di fatto il Bhutan trasformerà l'energia idrica in oro digitale, facendo meglio degli alchimisti, e diventando una delle prime nazioni ad adottare Bitcoin a livello nazionale. Entrambi gli sviluppi sottolineano un crescente riconoscimento del potenziale ruolo di Bitcoin come riserva di valore simile all'oro.

Il governo del presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha sostenuto la necessità di rendere Bitcoin una moneta a corso legale, sottintendendo che potrebbe funzionare come mezzo di scambio e “portare inclusione finanziaria, investimenti, turismo, innovazione e sviluppo economico al nostro Paese”.

Tyler Winklevoss, co-fondatore di Gemini Exchange, afferma: “Crediamo che Bitcoin stia rivoluzionando l'oro. Pensiamo che sia un oro migliore se si considerano le proprietà del denaro. E cosa rende l'oro, oro? La scarsità. Bitcoin ha un'offerta fissa, quindi è meglio della scarsità relativa [...]. È più portatile, più fungibile, più durevole. In un certo senso equivale a un oro migliore sotto tutti gli aspetti”.

Per migliaia di anni l'oro è stato il simbolo di bellezza e lusso, ricchezza, potere, gloria e affidabilità della civiltà. Le sue proprietà distintive – durevolezza, divisibilità, portabilità e valore intrinseco – hanno ottenuto il voto di fiducia duraturo della storia. Degna di nota è la naturale scarsità dell'oro in contrasto con la cartamoneta e i depositi bancari creati dai governi, i quali possono essere moltiplicati all'infinito e il cui valore è stampato sulle banconote. Molto prima dei moderni sistemi bancari, mercanti e governanti confidavano nel peso dell'oro come mezzo di scambio e di trasferimento di ricchezza oltre i confini.

Bitcoin è all'altezza di questo ruolo storico?


La carriera dell'oro: alcuni momenti salienti

Le prime monete d'oro, per quanto ne sappiamo, furono coniate dalla civiltà lidio intorno al 600 a.C. Oro e argento, naturalmente, erano moneta corrente, pura e semplice, nell'antico Egitto, in Persia, in Grecia e a Roma, tra gli altri imperi. Durante il tardo Medioevo l'oro divenne indispensabile per il commercio, in particolare nella vasta rete di fiere che collegava le economie europee in crescita. Queste fiere, che si tenevano in città come Champagne e Bruges, fungevano da centri in cui i mercanti di tutto il continente saldavano i debiti e negoziavano accordi commerciali a lunga distanza. Le monete d'oro e d'argento erano i principali strumenti di pagamento.

I mercanti di seta fiorentini che commerciavano con i produttori di tessuti fiamminghi non facevano affidamento sulle valute locali, soggette a svalutazione da parte dei monarchi desiderosi di finanziare le loro guerre. Portavano invece fiorini d'oro o ducati veneziani, unità di misura d'oro molto più riconosciute e accettate. Il commercio di lingotti sosteneva la finanza medievale, con importanti famiglie di banchieri come i Medici che garantivano che l'oro si muovesse in sicurezza tra le regioni attraverso le cambiali. Sebbene queste prime forme di strumenti bancari riducessero la necessità di trasferimenti fisici, in ultima analisi i saldi richiedevano ancora l'accesso all'oro fisico.

All'inizio dell'età moderna l'afflusso di oro e argento in Spagna e Portogallo dall'America Latina alimentò un'inflazione storicamente rara, ma anche il commercio globale, rafforzando l'importanza dei lingotti nelle reti commerciali che si estendevano dall'Europa alla Cina. Verso la fine del XVII secolo l'oro era diventato il fondamento dei sistemi monetari europei. La Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, si spinse molto oltre nella formalizzazione del gold standard, ancorando la sua valuta alle riserve auree, sebbene il parlamento si scontrò sui primi schemi per la cartamoneta e la riserva frazionaria.

Gli Stati Uniti, già formalmente basati su un sistema bimetallico (oro e argento), passarono all'oro de facto nel 1834 e de jure nel 1900, quando il Congresso approvò il Gold Standard Act. Il sistema garantiva che ogni dollaro in circolazione fosse garantito da una quantità fissa di oro, rafforzando la fiducia nella valuta. Il gold standard del diciannovesimo secolo istituzionalizzò ulteriormente la reputazione del metallo giallo come forza stabilizzatrice della finanza. Come osservò l'economista Milton Friedman, l'inflazione era praticamente inesistente durante quel periodo perché l'offerta di oro aumentava solo gradualmente, impedendo la creazione in eccesso di moneta. Questo quadro dominò il commercio e la politica economica globali fino alla Prima guerra mondiale, quando le esigenze belliche portarono molte nazioni ad abbandonare il gold standard a favore della moneta fiat.

Fu solo nel ventesimo secolo che i governi recisero il legame tra moneta e oro. Nel 1933 il presidente Franklin D. Roosevelt pose fine alla convertibilità diretta del dollaro in oro per i cittadini statunitensi. Il sistema di Bretton Woods, istituito dopo la Seconda guerra mondiale, mantenne un gold standard indiretto, con il dollaro statunitense ancorato all'oro e le altre principali valute ancorate al dollaro. Questo sistema durò fino al 1971, quando il presidente Richard Nixon chiuse la “finestra di scambio dell'oro”, recidendo l'ultimo legame ufficiale tra dollaro e oro. Da allora gli Stati Uniti (e gran parte del mondo) hanno fatto affidamento su valute fiat, coperte solo da decreti governativi, e l'inflazione è diventata permanente, dilagante e, a lungo termine, rovinosa. Nonostante questo cambiamento l'oro è rimasto un asset fondamentale per le banche centrali e gli investitori, a conferma della sua importanza duratura come riserva di valore.

Le stime suggeriscono che nel corso della storia siano state estratte circa 244.000 tonnellate d'oro, con una quota significativa dell'estrazione nel XX e XXI secolo, trainata dai progressi nella tecnologia mineraria e dall'aumento della domanda. Questa impennata nella produzione sottolinea la continua rilevanza dell'oro nelle economie moderne. Il presidente Trump ha promesso di visitare Fort Knox per verificare se l'oro sia davvero lì, in risposta alle persistenti voci contrarie.


Entra in scena Bitcoin: 2009

Bitcoin è apparso sulla scena in modo piuttosto misterioso nel 2009, introdotto in un white paper da Satoshi Nakamoto (un individuo o un gruppo). Bitcoin era concepito come una valuta digitale decentralizzata, un'alternativa alle tradizionali valute fiat [“moneta a corso legale” come dichiarato dalla legge]. Presenta un limite di offerta fisso di 21 milioni di “monete” e un “registro distribuito”, la blockchain, che registra tutte le transazioni in modo sicuro, trasparente e immutabile. A differenza dei sistemi finanziari centralizzati, in cui le banche agiscono da intermediari, le transazioni Bitcoin sono verificate da una rete di nodi decentralizzati (singoli utenti di computer) utilizzando un meccanismo di consenso noto come Proof-of-work (PoW). Questo processo coinvolge i “miner”, ovvero partecipanti che utilizzano un'enorme potenza di calcolo per risolvere complessi enigmi crittografici e quindi convalidare per consenso nuovi “blocchi” di transazioni. Una volta verificato, un blocco (unità definita di transazioni) viene aggiunto alla blockchain.

Il limite permanente dell'offerta di Bitcoin è regolata dal suo protocollo, che stabilisce che 21 milioni di bitcoin saranno il massimo che esisterà mai. Questa offerta fissa viene mantenuta attraverso un processo chiamato halving, il quale riduce la ricompensa per il mining di nuovi bitcoin ogni quattro anni circa, rallentando il tasso di nuova emissione. Questa scarsità è una caratteristica fondamentale che, secondo i sostenitori, rende Bitcoin simile all'oro nella sua natura deflazionistica.

La capitalizzazione di mercato di Bitcoin ha raggiunto livelli significativi, raggiungendo il massimo storico di oltre $1.800 miliardi. La seconda crittovaluta più grande, Ethereum, ha raggiunto la massima capitalizzazione di mercato di circa $228 miliardi. Ethereum non ha un'offerta massima fissa, consentendo l'emissione continua di nuovi token. Binance Coin, la terza crittovaluta più grande, ha raggiunto una capitalizzazione di mercato superiore a $90 miliardi nel 2021. Ha un'offerta massima iniziale di 200 milioni di token, con un meccanismo deflazionistico che brucia periodicamente i token per ridurne l'offerta totale, con l'obiettivo di raggiungere infine i 100 milioni di token. Domanda: Bitcoin è il contendente per sostituire l'oro o sono solo le crittovalute a competere tra di loro? Senza un limite all'offerta, Ethereum non sembra essere all'altezza.


Usi più ampi

È importante capire che Bitcoin, venduto oltre i $100.000, non è una “moneta” o una “banconota”; non è una valuta, sebbene sia un sistema di pagamento. Non può esistere o essere utilizzato al di fuori del cyberspazio. Un “wallet” Bitcoin è un'applicazione informatica ed è completamente diverso dall'oro o da qualsiasi altra valuta; le virtù di Bitcoin, infatti, non sono quelle di una valuta, sono quelle di un programma per computer, delle sue applicazioni e di una rete.

Sebbene inizialmente concepiti come un sistema di pagamento elettronico peer-to-peer (immediatamente utile, ad esempio, per le aziende di cannabis che non potevano avere conti in banca), Bitcoin e la tecnologia blockchain ora supportano una vasta gamma di applicazioni in diversi settori. Vengono utilizzati in ambito finanziario per transazioni transfrontaliere, rimesse e come protezione dall'inflazione nelle economie economicamente instabili. La tecnologia blockchain ha dato i natali alle piattaforme di finanza decentralizzata (DeFi) che consentono prestiti e trading senza intermediari finanziari tradizionali.

Nella gestione della supply chain, le aziende utilizzano la blockchain di Bitcoin per monitorare la provenienza dei beni, proteggendone l'autenticità dalla contraffazione. I marchi del lusso la utilizzano per contrastare tali contraffazioni e i fornitori di prodotti alimentari la utilizzano per tracciare le fonti di contaminazione. Uno dei primi utenti, l'industria farmaceutica, ha sfruttato la blockchain di Bitcoin per migliorare la tracciabilità dei farmaci, proteggendoli dalla contraffazione e garantendo la conformità normativa.

Bitcoin rimane l'applicazione più nota della tecnologia blockchain, ma quest'ultima ha aperto una moltitudine di possibilità, molte delle quali ancora in fase iniziale di adozione. Il suo ruolo nel plasmare il futuro delle transazioni digitali è innegabile. La capitalizzazione di mercato di Bitcoin ha registrato una crescita notevole, superando i mille miliardi di dollari nei periodi di picco. Perché?

Gli investitori vedono Bitcoin come una copertura, una protezione contro l'inflazione, che era il ruolo tradizionale dell'oro. Bitcoin è stato adottato da aziende e istituzioni finanziarie che aggiungendolo ai loro portafogli, gli conferiscono legittimità. MicroStrategy, ad esempio, ha investito miliardi su Bitcoin, riflettendo uno spostamento strategico verso gli asset digitali. La tecnologia blockchain sottostante a Bitcoin ha un forte appeal tecnologico, offrendo trasparenza e sicurezza e attraendo coloro che sono interessati all'innovazione finanziaria.

Pertanto i sostenitori di Bitcoin dicono che esso svolga oggi una funzione simile a quella dell'oro: un asset decentralizzato e senza confini, immune alla manipolazione statale. Il predominio storico dell'oro, tuttavia, era dovuto a ben più della semplice scarsità. Si trattava di fiducia, liquidità e permanenza fisica. A differenza di Bitcoin, che si basa su meccanismi di consenso digitale e integrità crittografica, il valore dell'oro è evidente e tangibile.


Distinguere Bitcoin dalla tecnologia blockchain in generale

Il valore di Bitcoin come “denaro” si basa sulla sua accettazione e sul suo utilizzo. Il suo valore dipende dalla convinzione collettiva. L'ascesa di Bitcoin da un concetto oscuro a un asset finanziario ampiamente accettato non poteva, quindi, essere immediata o automatica.

Il white paper di Bitcoin introdusse un'idea allora radicale: un sistema monetario decentralizzato e “trustless”. I primi utilizzatori, in particolare crittografi e programmatori, minarono Bitcoin principalmente per testare il sistema. La prima transazione Bitcoin nota, il 22 maggio 2010, fu il pagamento di 10.000 BTC per due pizze (del valore di $41 all'epoca, e di quasi un miliardo di dollari oggi): un caso d'uso reale!

Il Dark Web e i mercati marginali entrarono poi in scena. Bitcoin trovò un “caso d'uso” di nicchia in mercati come Silk Road, dove gli utenti apprezzavano il suo pseudoanonimato. Quel periodo mise alla prova anche la capacità di Bitcoin nel facilitare le transazioni al di fuori dei controlli bancari tradizionali. E alcune aziende con grandi investimenti tecnologici come Overstock, Tesla (per un breve periodo) e persino alcuni governi hanno riconosciuto Bitcoin come un asset valido. Successivamente grandi aziende come MicroStrategy e Tesla (di nuovo) hanno iniziato a detenere Bitcoin nelle loro tesorerie aziendali. Da allora i futures su Bitcoin e gli ETF hanno reso più facile l'acquisto per gli investitori tradizionali.

In realtà gran parte del valore di Bitcoin non è in quanto denaro in sé, ma come sistema in grado, ad esempio, di personalizzare programmi come l'effettuazione di pagamenti irrevocabili che vengono depositati fino al raggiungimento di determinate condizioni o risultati. Ancora meglio, la valutazione del rispetto delle condizioni è completamente digitale e automatica. Queste rientrano nella categoria delle transazioni sicure e irreversibili che non richiedono la fiducia di terze parti. Mentre Bitcoin ha una programmabilità limitata attraverso funzionalità come wallet multi-firma e timestamp, Ethereum, in particolare, è associato a questi “smart contract”, pagamenti non rilasciati fino al raggiungimento di determinate condizioni (il raggiungimento di una data futura concordata, l'ottenimento di firme multiple, o la verifica del completamento di un evento/progetto/consegna nel mondo reale).

Queste caratteristiche desiderabili non appartengono alla crittovaluta in sé; alcune, ad esempio, sono sostituti di servizi legali: deposito a garanzia programmabile e trasferimenti di eredità automatizzati. Queste caratteristiche non caratterizzano Bitcoin come valuta, proprio come banche, conti correnti e mutui non sono caratteristiche dell'oro, anche se l'oro ne garantisce la stabilità del valore.


Un vero successore dell'oro?

Bitcoin si è ritagliato in tempi relativamente rapidi una nicchia di mercato di tutto rispetto come strumento di speculazione, ma non come riserva di valore o copertura dall'inflazione. Non gode dell'accettazione universale di cui l'oro ha goduto nel corso della storia. In tempi di crisi gli investitori continuano a riversarsi sull'oro come bene rifugio, proprio come facevano i mercanti medievali quando si trovavano ad affrontare condizioni commerciali incerte. Diamo un'occhiata ad alcuni dettagli specifici:

  1. L'oro ha un valore intrinseco dovuto alle sue proprietà fisiche e ai suoi utilizzi, comprese le applicazioni in vari settori. Viene utilizzato in gioielleria, elettronica, odontoiatria e applicazioni industriali. Al contrario, in assenza di forma fisica, il valore di Bitcoin deriva dalla sua accettazione, dalla sua rete e dalle sue applicazioni online. In sintesi: l'oro ha consolidato la sua commerciabilità praticamente in ogni tempo e luogo. Ha un elevato valore unitario (come ogni bene di lusso), quindi la ricchezza è facile da trasportare. Così è stato gradualmente scelto come la migliore tra tutte le materie prime con cui scambiare qualsiasi cosa, sapendo che manteneva il suo valore e poteva sempre essere utilizzato per acquistare qualsiasi altra cosa. Bitcoin per il momento è solo “denaro” nel cyberspazio. Avrà più importanza nel nostro futuro digitale e tecnologico? Probabile, ma ancora non ci siamo.

  2. Entrambi gli asset sono considerati “scarsi”, ma la scarsità dell'oro è naturale. Estrarre l'oro è arduo e costoso, quindi l'offerta cresce a un ritmo lento e stabile, mentre la scarsità di Bitcoin è imposta algoritmicamente. A differenza dell'oro, che non ha sostituti, Bitcoin compete con migliaia di altre valute digitali. Non c'è garanzia che un'altra crittovaluta non lo supererà in futuro. Non abbiamo ancora raggiunto il punto di chiusura del mining di Bitcoin per vedere se davvero non potranno mai esserne creati altri, legalmente o illegalmente – e quale sarà il ruolo delle decine di altre crittovalute, come Ethereum, che non hanno limiti all'offerta?

  3. L'oro ha storicamente mostrato stabilità di prezzo, mantenendo il suo valore durante periodi di inflazione. Bitcoin, pur guadagnando consenso, rimane altamente volatile, il che può influire sulla sua efficacia come mezzo di scambio. Ma, cosa fondamentale, abbiamo osservato questa volatilità abbastanza a lungo da sapere se è correlata negativamente all'inflazione della moneta fiat, la prova del nove del “denaro reale”?

  4. L'oro è universalmente accettato, mentre lo status normativo di Bitcoin varia a livello globale, influenzandone adozione e integrazione nei sistemi finanziari tradizionali. Bitcoin richiede l'accesso a Internet e potenza di calcolo per funzionare, il che lo rende vulnerabile a guasti tecnologici o restrizioni imposte dagli stati. L'oro è sempre stato il “tesoro di guerra” di una nazione: Bitcoin può ricoprire questo ruolo?

  5. L'attrattiva dell'oro sul mercato rimane la stessa da millenni. Le vendite di oro sono fortemente correlate alle festività del Capodanno cinese, del Diwali in India e del Natale occidentale. Questo, insieme al suo diffuso utilizzo nella tecnologia (in particolare circuiti stampati, connettori e contatti di interruttori), gli conferisce il valore intrinseco che, nel corso della storia, gli ha permesso di essere scelto come riserva di valore e mezzo di scambio. L'afflusso di capitali in Bitcoin è guidato dagli investitori che cercano di diversificare i portafogli con asset immateriali non correlati ad altri mercati, dall'attrattiva degli aspetti innovativi della blockchain per molti investitori esperti di tecnologia e dal suo potenziale di rendimenti vertiginosi in un investimento speculativo con volatilità di mercato.

  6. Un punto di forza dell'oro, spesso trascurato, è evidenziato dal contrasto con Bitcoin. L'oro è quasi universalmente compreso: l'agricoltore in India e il banchiere di New York comprendono il valore dell'oro; Bitcoin, al contrario, rimane un concetto esoterico. Comprendere la tecnologia blockchain, la sicurezza crittografica e la gestione delle chiavi private è tutt'altro che intuitivo. Chiunque scriva su Bitcoin e blockchain, e io non faccio eccezione, sa, anche mentre scrive, che i suoi lettori non capiscono nessuno dei due. Scusate, cos'è un “blocco”? Cosa si intendete con “mining” di Bitcoin? Se il concetto di “denaro” diventa irrimediabilmente esoterico per l'elettore, allora il potere dei suoi governanti diventa illimitato.


Verso un sistema monetario digitale mondiale?

Oggi vari stati stanno esplorando o implementando valute digitali delle banche centrali (CBDC), orientandosi verso sistemi finanziari digitali. A marzo 2024 le banche centrali di 134 Paesi, che rappresentano il 98% del PIL mondiale, si trovavano in diverse fasi di valutazione o lancio di valute digitali nazionali. La Banca Popolare Cinese è stata in prima linea con il suo yuan digitale (e-CNY), conducendo ampi progetti pilota e segnalando transazioni per un totale di circa $987 miliardi. La Banca Centrale Europea (BCE), per non farsi da parte di fronte alla principale dittatura totalitaria del mondo, ha avviato un progetto pilota pluriennale per l'euro digitale, con l'obiettivo di rafforzare il ruolo dell'euro come valuta di riserva globale.

Gli Stati Uniti hanno mostrato interesse a partecipare a iniziative transfrontaliere di CBDC come il progetto mBridge. ​Forse con un residuo di conoscenze del passato, la Banca d'Inghilterra ha espresso scetticismo riguardo al lancio di una sterlina digitale (“Britcoin”) prima del 2030, citando la privacy degli utenti e i costi della tecnologia. Progetti come mBridge coinvolgono diverse banche centrali, tra cui Hong Kong, Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Cina, che collaborano per migliorare i pagamenti transfrontalieri tramite CBDC.

La tendenza è indescrivibilmente pericolosa. Considerato il modo in cui i politici gestiscono il denaro – tassando, prendendo in prestito, spendendo – il denaro stesso diventerebbe un mistero per la maggior parte dei cittadini, mai nelle loro mani, esistendo per sempre in un mondo di cyberspazio?

Anche oggi molti sostenitori accaniti dell'oro (non molto tempo fa derisi come “goldbug”) credono che per svolgere il suo ruolo, l'oro debba essere in loro possesso fisico. Al contrario, quante persone (e includo coloro che hanno speculato sulle crittovalute) potrebbero spiegare con sicurezza cosa rende Bitcoin un “bene rifugio”?

Se l'“oro digitale” condivide qualità con l'oro classico, la sua esistenza non è ancora stata dimostrata a tutti gli effetti; infatti non ha ancora dimostrato il potenziale teorico di sostituirlo. La sua offerta fissa, l'indipendenza dagli stati e la decentralizzazione offrono una valida alternativa alle valute fiat soggette a inflazione, ma la sua mancanza di valore indipendente, la volatilità, la dipendenza da tecnologie avanzate e la famiglia di crittovalute concorrenti sollevano dubbi sulla sua sostenibilità a lungo termine come “moneta onesta”.

L'oro, per il momento, rimane la riserva di valore per eccellenza, come lo è stato per millenni.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 28 gennaio 2026

L'amministratore delegato di Evonik, Kullmann, chiede la fine del culto della CO₂: un campanello d'allarme per l'economia europea

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lamministratore-delegato-di-evonik)

Per lungo tempo l'economia tedesca è rimasta in silenzio di fronte agli obiettivi climatici dogmatici e al percorso politicamente distruttivo che ne consegue. Ora Christian Kullmann, amministratore delegato di Evonik, è il primo leader aziendale a parlare chiaro: è ora di seppellire il culto della CO₂.

Finalmente, si potrebbe dire, dopo anni di silenzio assordante da parte dell'industria tedesca, un amministratore delegato parla apertamente. Christian Kullmann, a capo del colosso chimico Evonik, è in prima linea nella lotta contro le normative climatiche sempre più severe imposte da Bruxelles e Berlino.

In vista del drastico inasprimento del sistema di scambio di quote di emissione previsto per il 2027, Kullmann non ha risparmiato parole in un'intervista alla FAZ: “La tassa sulla CO₂ in Europa deve essere abolita. Mette a rischio almeno 200.000 posti di lavoro industriali ben retribuiti in Germania”.


Crollo industriale

E questa è probabilmente una stima prudente. Attualmente l'economia è stata costretta a tagliare più di 10.000 posti di lavoro a settimana. Aziende come Bosch, con 22.000 tagli previsti, e ZF Friedrichshafen, che ne prevede 7.600 entro il 2030, stanno tagliando posti di lavoro su larga scala. Un'ondata di insolvenze sta travolgendo l'economia tedesca e si prevede che supererà ogni record con oltre 24.000 fallimenti entro la fine dell'anno.

La schietta affermazione di Kullmann potrebbe segnare l'inizio di un dibattito atteso da tempo sui costi reali della politica climatica europea per l'economia tedesca e per le famiglie pesantemente colpite.

Dal 2027 il sistema di scambio di quote di emissione di CO₂ minaccia la Germania con l'ennesimo tsunami di costi: il prezzo per tonnellata di CO₂ potrebbe salire fino a €200, con un drastico aumento per i costi di riscaldamento, carburante ed energia. Le famiglie potrebbero dover pagare €1.000 in più all'anno, mentre le aziende si troverebbero ad affrontare costi di produzione alle stelle, investimenti ridotti e tagli di posti di lavoro.

Dal punto di vista economico, questa misura radicale imporrebbe circa €40 miliardi in costi aggiuntivi all'anno su un consumo di 400 milioni di tonnellate, accelerando una deindustrializzazione pericolosa dal punto di vista sociale e politico.


L'UE: una faccenda costosa

Ciò che gli ideologi di sinistra e gli eco-socialisti hanno scatenato con il Green Deal si è trasformato in una frana socio-politica. Le burocrazie non si sono ancora rese conto che la loro campagna contro la società civile e le regole del mercato è già persa.

A Bruxelles, Berlino, Parigi e nelle altre capitali dell'Unione europea rispondono con ulteriori tasse per scongiurare il proprio collasso.

Le entrate derivanti dalla tassa sulla CO₂ vengono utilizzate quasi esclusivamente per stabilizzare i bilanci nazionali sovraccarichi: circa il 90% confluisce nelle casse nazionali, il resto nelle casse dell'UE di Ursula von der Leyen, che entro il 2034 inietterà circa €750 miliardi nei canali asciutti dell'economia clientelare verde.

E la megalomania di Bruxelles non conosce limiti. Ogni fonte di capitale viene sfruttata, dai dazi sull'acciaio alle tasse sul riciclaggio dei prodotti in plastica. L'UE è un costoso gioco ideologico. Ora è dovere etico dei leader aziendali resistere a questa campagna contro la ragione e i principi di mercato. In caso contrario si rischia uno scontro diretto sui mercati. Bruxelles sarà costretta a rifinanziarsi tramite i mercati obbligazionari, mascherati da Eurobond.

La Commissione europea si è posta a capo di un'unione del debito che soffoca il libero mercato con la sua economia clientelare ecologista, tentacolare e pianificata a livello centrale.


La Spagna come contro-esempio

È probabile che, dopo le critiche di Kullmann, si scateni un'ondata massiccia di contro-propaganda. Le ONG e i media affiliati allo stato mobiliteranno ogni risorsa per schierare gli europei a favore della presunta minaccia del cambiamento climatico causato dall'essere umano.

Gli scettici possono essere liquidati con un singolo esempio, a dimostrazione di quanto i funzionari di Bruxelles siano distaccati dalla realtà. Questo esempio viene dalla Spagna. Ufficialmente l'economia spagnola crescerà di circa il 2,5% nel 2025, con una quota statale del 48%, un debito totale del 109% e un nuovo debito netto del 3,5%.

Persino la tanto decantata Spagna non riesce a soddisfare i criteri di Maastricht, un tempo celebrati, proprio come la Germania. Guardando la situazione in modo realistico, l'industria privata si contrae di circa l'1%, nonostante l'imponente sostegno al credito di Bruxelles e programmi come NextGenerationEU.

Ma in nessun luogo i danni collaterali dell'ecosocialismo sono più evidenti che in Germania. Il drastico calo della produzione industriale da luglio ad agosto – del 4,3% in generale, del 18,5% nel settore automobilistico, di oltre il 10% nel settore farmaceutico – dovrebbe servire da monito anche al più convinto ideologo.

Ecco ciò che pianificatori centrali come Lars Klingbeil, Friedrich Merz e i burocrati a Bruxelles non riescono a comprendere: ogni euro che non circola nel libero mercato è un euro perso. Attraverso interventi massicci e programmi finanziati dal debito, gli stati limitano lo spazio di investimento del settore privato nel futuro, mettendo a repentaglio il motore della prosperità europea.

Le aziende e i loro dipendenti non tollereranno a lungo questo sviluppo. Non stiamo assistendo a una recessione ciclica, o a una recessione classica, ma a un vero e proprio collasso economico.


Utilizzare la crisi

Negli ultimi anni gli europei hanno intrapreso una crociata per il clima. Disavventure intellettuali ed etiche come questa prosperano solo grazie al successo economico delle generazioni precedenti, le quali hanno lasciato ai loro eredi un'illusione di crescita e la promessa di una prosperità senza sforzo.

Speriamo che la voce dell'amministratore delegato di Evonik apra la porta a critiche vere, un catalizzatore il cui impulso audace inneschi una reazione a catena di dibattito aperto e costruttivo.

Finora le critiche all'interno dell'industria tedesca sono rimaste intrappolate nel quadro politico. Le richieste di aiuti e sussidi, soprattutto per i costi energetici, hanno prevalso, ma questa non era una vera critica politica bensì una sottomissione al diktat ecologista.

È dovere etico dei leader aziendali tracciare i confini della politica. La posta in gioco è troppo alta per affidarla a un'ideologia infantile. Il suo tempo è finito, la crisi è inevitabile. Ma ora possiamo iniziare a ricostruire un codice di regole basato sul mercato e linee di politica sovraniste negli stati europei. Il compito di Bruxelles rimarrebbe la salvaguardia del mercato interno comune: una sfida impegnativa già di suo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 27 gennaio 2026

La psicologia dietro l'illusione dell'assenza di rischio

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-psicologia-dietro-lillusione-dellassenza)

Ogni ciclo di mercato finisce per modificare la psicologia degli investitori, portandoli a credere di aver sconfitto il rischio. Le storie possono cambiare, da “questa volta è diverso” a “la FED ci sostiene”, ma la psicologia rimane immutata. Quando i mercati salgono costantemente e la volatilità rimane bassa, gli investitori confondono la stabilità con la sicurezza. Questa è esattamente l'illusione che si sta formando sui mercati oggi. L'inarrestabile ascesa dell'indice S&P 500, abbinata a una volatilità contenuta e a un'ampia liquidità, ha dato l'impressione che il rischio sia stato in qualche modo eliminato dal sistema.

È qui che scatta la trappola. La finanza comportamentale ci dice che le persone rispondono più a “come” percepiscono il rischio piuttosto che a ciò che mostrano i dati. Quando gli investitori non si sentono più ansiosi, iniziano ad assumere rischi che altrimenti non tollererebbero. L'aumento dei prezzi rafforza l'ottimismo, l'ottimismo spinge a maggiori acquisti e il ciclo continua finché il minimo shock non infrange l'illusione. I contesti di bassa volatilità creano la psicologia dell'instabilità, sopprimendo le sane correzioni che di solito azzerano le aspettative degli investitori. Più a lungo dura la calma, più fragile diventa il mercato sotto la superficie.

Hyman Minsky sosteneva che i mercati finanziari presentassero un'instabilità intrinseca. Come abbiamo visto nel 2020-2021, i rischi asimmetrici aumentano nelle speculazioni di mercato durante un ciclo rialzista anormalmente lungo. Tali speculazioni alla fine si traducono in instabilità e crolli dei mercati. Possiamo visualizzare questi periodi di “instabilità” esaminando le oscillazioni giornaliere dei prezzi dell'indice S&P 500. Si noti che lunghi periodi di “stabilità” con regolarità portano a “instabilità”.

L'illusione di sicurezza non emerge spontaneamente; è alimentata dalla politica delle banche centrali. Per quasi quindici anni la Federal Reserve ha agito come stabilizzatore di ultima istanza, inondando il sistema di liquidità al primo segno di stress.

Sebbene la Federal Reserve abbia ritirato il suo supporto monetario, gli investitori continuano a credere che possa e voglia sempre prevenire le crisi. Negli ultimi tre anni gli investitori hanno spostato la loro attenzione dai fondamentali a ogni “riunione della FED” per individuare indizi su quando arriverà il successivo intervento monetario.

È di fondamentale importanza comprendere questo cambiamento nella psicologia.


La FED e il miraggio del controllo

La convinzione che la Federal Reserve possa sempre intervenire ha i suoi rischi: incoraggia comportamenti che presuppongono l'assenza di conseguenze. I mercati costruiti sulla fiducia piuttosto che sui fondamentali sono intrinsecamente instabili, per quanto calmi possano apparire.

Gli interventi benintenzionati della Federal Reserve hanno creato una delle distorsioni comportamentali più potenti della finanza moderna: la convinzione che esista sempre una rete di sicurezza. Dopo la crisi finanziaria globale, i tassi di interesse a zero e i ripetuti cicli di allentamento quantitativo hanno condizionato gli investitori ad aspettarsi che il sostegno politico sarebbe sempre tornato durante i periodi di volatilità. Col tempo questo condizionamento si è consolidato in un riflesso: comprare a ogni calo, perché la FED non permetterà ai mercati di crollare.

Questo è il concetto di “azzardo morale”.

Qual è esattamente la definizione di “azzardo morale”, però? Mancanza di incentivi a proteggersi dal rischio laddove si potrebbe essere protetti dalle sue conseguenze tramite, ad esempio, un'assicurazione.

Di seguito è riportato un buon esempio.

Per sopravvivere le aziende zombi dipendono da emissioni obbligazionarie in un clima di frenesia per gli investimenti. Come discusso nel pezzo, Le recessioni sono una cosa positiva:

Gli ‘zombi’ sono aziende i cui costi di servizio del debito sono superiori ai profitti, ma sono mantenute in vita da un incessante indebitamento. Questo è un problema macroeconomico. Le aziende zombi sono meno produttive e la loro esistenza riduce gli investimenti e l'occupazione nelle aziende più produttive. In breve, un effetto collaterale a lungo termine dei tassi bassi da parte delle banche centrali è che mantengono in vita le aziende improduttive. In definitiva ciò riduce il tasso di crescita a lungo termine dell'intera economia.

Osserviamo lo stesso “azzardo morale” anche nel differenziale tra “obbligazioni spazzatura” e titoli societari con rating A. Con un differenziale di appena l'1,9%, gli investitori non vengono “pagati” per il rischio di insolvenza che si assumono con le “obbligazioni spazzatura”. L'unica ragione per cui esistono questi differenziali è che gli investitori credono, con quasi assoluta certezza, che le aziende pagheranno i propri obblighi, se non da sole, almeno con l'aiuto della Federal Reserve.

Questa mentalità ha rimodellato anche il comportamento aziendale. Le aziende, fiduciose che il credito sarebbe rimasto conveniente e abbondante, hanno utilizzato il debito non per investire in modo produttivo, ma per riacquistare le proprie azioni, riducendo il flottante azionario e aumentando l'utile per azione. Questa ingegneria finanziaria, che attualmente procede a un ritmo record, contribuisce a far salire le valutazioni, rafforzando l'illusione di un miglioramento dei fondamentali. In realtà è la liquidità a fare il grosso del lavoro. L'assenza di correzioni significative ha offerto agli investitori una serie ininterrotta di rinforzi positivi, un circolo vizioso psicologico che ha fatto sembrare il rischio facoltativo.

Liquidità, tuttavia, non è sinonimo di stabilità. Maschera la fragilità come i mari calmi nascondono forti correnti sotterranee. Quando la liquidità diminuisce, anche le perturbazioni più modeste possono amplificarsi. Si pensi al “Volmageddon” del 2018, quando le strategie di shorting sulla volatilità che avevano generato profitti per anni sono implose in una sola seduta. Gli investitori hanno scambiato un mercato calmo per sicurezza, credendo che i loro modelli avessero domato l'incertezza. In realtà l'avevano solo soppressa.

Questa lezione è senza tempo: l'innovazione di ogni epoca prima o poi trova il suo limite quando la liquidità si esaurisce e l'illusione del controllo svanisce.


I pregiudizi comportamentali e il ritorno della paura

Se la FED e le condizioni di liquidità creano la struttura dell'illusione del “rischio zero”, la psicologia umana ne fornisce il carburante. La psicologia degli investimenti, in particolare, spiega perché gli investitori sottostimino il pericolo quando i mercati sono calmi. Tuttavia tale psicologia è la ragione più significativa delle sottoperformance degli investitori che operano sui mercati finanziari nel tempo. I pregiudizi comportamentali che portano a decisioni di investimento sbagliate sono il principale fattore che contribuisce alle sottoperformance nel tempo. Dalbar ha identificato nove dei pregiudizi comportamentali irrazionali nel mondo degli investimenti.

• Avversione alla perdita: la paura di perdere porta a ritirare il capitale nel momento peggiore possibile. Nota anche come “vendita dettata dal panico”.

• Inquadramento ristretto: prendere decisioni su una parte del portafoglio senza considerare gli effetti sul totale.

• Ancoraggio: il processo di rimanere concentrati sugli eventi precedenti e di non adattarsi a un mercato in continua evoluzione.

• Contabilità mentale: separare mentalmente le performance degli investimenti per giustificare il successo e il fallimento.

• Mancanza di diversificazione: credere che un portafoglio sia diversificato quando si tratta di un insieme di asset altamente correlati.

• Seguire passivamente: seguire ciò che fanno tutti gli altri porta a “comprare a un prezzo alto/vendere a un prezzo basso”.

• Rimorso: non compiere un'azione necessaria a causa del rimpianto per un fallimento precedente.

• Risposta della stampa: la stampa è orientata all'ottimismo per vendere i prodotti degli inserzionisti e attrarre spettatori/lettori.

 Ottimismo: le ipotesi eccessivamente ottimistiche portano a inversioni piuttosto drastiche quando si scontrano con la realtà.

Il bias di recenza ci porta anche a proiettare il passato recente nel futuro. Quando i mercati salgono per mesi, istintivamente diamo per scontato che continueranno a farlo. Più a lungo persiste un trend rialzista, più gli investitori vi si ancorano emotivamente, trattandolo come la nuova normalità. Il bias di conferma aggrava quindi il problema. Gli investitori rialzisti cercano informazioni che convalidino il loro ottimismo e ignorano i dati che lo mettono in discussione. La stampa finanziaria e i social network amplificano questa cassa di risonanza, soffocando le voci contrarie. Infine prende piede l'avversione inversa alla perdita, un'inversione della classica regola comportamentale. Quando i portafogli si gonfiano, gli investitori diventano meno sensibili al rischio perché il dolore di una potenziale perdita sembra astratto rispetto al piacere dei guadagni continui.

Come mostrato nel grafico qui sotto, questa tendenza comportamentale contraddice la regola di investimento “comprare a basso prezzo/vendere a prezzo alto”.

Questi modelli psicologici spiegano perché i crolli del mercato sembrano spesso arrivare “dal nulla”. In realtà i semi di ogni recessione vengono piantati nei periodi positivi, quando la cautela svanisce e la disciplina si erode. La mancanza di volatilità anestetizza gli investitori, smorzando il loro istinto di gestione del rischio. Quando arriva l'inevitabile inversione di tendenza, non sono solo i portafogli impreparati, anche gli atteggiamenti mentali ne soffrono. La velocità con cui l'ottimismo si trasforma in panico riflette quanto profondamente gli investitori avessero interiorizzato la convinzione che i mercati non potessero crollare.

In fin dei conti siamo solo esseri umani. Nonostante le migliori intenzioni, è quasi impossibile per un individuo essere privo di pregiudizi emotivi che inevitabilmente, nel tempo, portano a decisioni di investimento sbagliate. Ecco perché tutti i grandi investitori seguono rigide discipline di investimento per ridurre l'impatto delle emozioni umane.

Infine la storia ne offre infinite prove. La mania delle dot-com, la bolla immobiliare e la frenesia delle “meme stock” hanno condiviso lo stesso DNA comportamentale. La fiducia in sé stessi è diventata arroganza, la diversificazione ha lasciato il posto alla concentrazione dei titoli e il confine tra investimento e speculazione è svanito.

L'illusione di sicurezza è diventato il fattore di rischio più significativo per gli investitori.


Rompere l'illusione del rischio zero 

La sfida per gli investitori di oggi non è solo individuare il rischio, ma percepirlo di nuovo. In un mondo in cui le banche centrali hanno sfumato i confini tra i cicli di mercato, sviluppare un sano rispetto per l'incertezza è un vantaggio. Gli investitori di successo non cercano di eliminare la volatilità; si preparano ad affrontarla. Riconoscono che il rischio non è una variabile da evitare, ma una costante da gestire.

Tutto inizia con una riformulazione della consapevolezza del rischio. La calma dei mercati non dovrebbe essere una fonte di conforto, ma un segnale di allarme che il rischio è sottovalutato. Mantenere la liquidità attraverso strumenti a breve termine non è un atto di paura, ma di prontezza. La liquidità offre opzionalità: la capacità di agire quando si presenta un'opportunità e altri sono costretti a vendere. La diversificazione dovrebbe andare oltre il livello superficiale delle classi di asset; una diversificazione adeguata deriva dal possedere asset che reagiscono in modo diverso alle variazioni di inflazione, liquidità e aspettative sui tassi di interesse.

Ecco cinque passaggi pratici da mettere in pratica oggi prima che si verifichi il prossimo “evento”.

  1. Riconsiderare il rischio come una costante, non come una variabile: il rischio non scompare, ma migra da una parte all'altra del sistema. Se la volatilità è bassa, spesso viene immagazzinato altrove, in attesa di essere rilasciato. Bisogna considerare i periodi di calma come avvertimenti, non come rassicurazioni.

  2. Diversificare in base alla fonte di rendimento, non all'etichetta: non diversificare solo tra classi di asset; diversificare anche in base ai driver di rendimento. Possedere asset che reagiscono in modo diverso a inflazione, liquidità e shock politici. La vera diversificazione è comportamentale, non cosmetica.

  3. Mantenere la liquidità come optional: la liquidità non è spazzatura, è un'opportunità futura. Mantenere la liquidità durante l'euforia dei mercati offre agli investitori la flessibilità di agire quando gli altri vanno nel panico.

  4. Riconoscere che la FED non è onnipotente: la politica monetaria può influenzare la liquidità, ma non può interrompere il ciclo economico. Credere il contrario è il fondamento dell'illusione del rischio zero.

  5. Misurare il successo in base all'orizzonte temporale, non ai titoli: i migliori investitori ragionano in decenni, non in giorni. Il loro obiettivo non è battere il mercato ogni trimestre, è accumulare ricchezza attraverso cicli completi evitando perdite permanenti.

I mercati non puniscono l'avidità; puniscono l'autocompiacimento. La frase più pericolosa negli investimenti è ancora “questa volta è diverso”, e l'illusione di un mercato privo di rischi è solo l'ennesima versione di questa fallacia. Come investitori il nostro compito non è eliminare il rischio; è rispettarlo.

L'ironia dell'illusione del rischio zero è che prospera proprio quando i mercati sono più calmi. Cullati dal comfort, gli investitori smettono di proteggersi, di porsi domande e di prepararsi. Quando la volatilità torna inevitabilmente, la stessa psicologia che ha alimentato il rally ne diventa la rovina.

Altrettanto importante è riconoscere che la Federal Reserve non è onnipotente. La politica monetaria può influenzare i tempi, ma non le leggi dei cicli o delle valutazioni. Credere il contrario porta con sé lo stesso compiacimento che precede ogni correzione.

I mercati oscilleranno sempre tra paura e avidità. L'illusione del rischio zero è l'ultima iterazione di una vecchia storia comportamentale: la convinzione di aver superato il passato. Ma il rischio non scompare mai, si nasconde solo finché l'autocompiacimento non lo riporta alla luce.

Gli investitori migliori conoscono a fondo la psicologia: rimangono umili nei momenti positivi, scettici quando tutti gli altri sono euforici e disciplinati quando la massa dimentica cosa significhi il vero rischio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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