La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/hormuz-e-la-legge-dei-rendimenti)
Per mesi, l'ipotesi che lo Stretto di Hormuz fosse l'arma segreta di Teheran ha dominato i commenti sulla guerra.
Essendo un canale marittimo stretto attraverso il quale storicamente transitava circa un quinto del petrolio mondiale e una quota consistente di gas naturale liquefatto, lo Stretto appariva come un punto strategico che l'Iran avrebbe potuto chiudere o interrompere a piacimento. Non era necessario distruggere ogni singola petroliera: colpire una piccola percentuale con droni, missili da crociera, motoscafi o mine avrebbe fatto impennare i premi assicurativi, scoraggiato equipaggi e compagnie e, di fatto, chiuso lo Stretto senza un controllo fisico continuo.
Quest'idea non era nuova: era da tempo un elemento caratteristico della strategia iraniana, considerata sia uno strumento militare che un mito politico a dimostrazione del fatto che, anche sotto pressione, Teheran manteneva una leva decisiva sul sistema energetico globale. Parte dei media occidentali e analisti indipendenti hanno amplificato la stessa narrazione.
Basandosi su dati di navigazione open-source incompleti, soprattutto dopo che le navi avevano iniziato a navigare nell'ombra, molti hanno concluso che gli Stati Uniti erano stati colti impreparati e non avevano una strategia realistica per riaprire il canale. Hormuz, sostenevano, era di fatto chiuso o chiudibile a discrezione dell'Iran. Questa interpretazione era incisiva, ma anche incompleta.
Come la minaccia è stata erosa
L'ipotesi che il sistema di rilevamento e puntamento iraniano non potesse essere smantellato senza una drammatica escalation si è rivelata errata. Sotto il comando del Comando Centrale degli Stati Uniti, noto anche come CENTCOM, e con un significativo coinvolgimento della Quinta Flotta e delle componenti dell'Aeronautica, gli Stati Uniti hanno condotto un'azione prolungata per indebolire i sensori di cui l'Iran aveva bisogno per individuare e colpire le navi.
L'Iran si è affidato a radar mobili montati su camion, droni, missili da crociera, motoscafi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e mine navali. All'interno dello Stretto, le navi si muovono in rotte relativamente prevedibili. L'Iran ha combinato radar attivi con telecamere elettro-ottiche e a infrarossi passive installate su terreni elevati e isole come Qeshm, Larak e Abu Musa.
I radar mobili avrebbero emesso brevi segnali per localizzare le navi, per poi spegnersi e spostarsi prima che i missili antiradar potessero arrivare. Una volta nota la posizione approssimativa di una nave, si potevano inviare sistemi d'attacco per cercarla.
La vulnerabilità consisteva nel fatto che ogni emissione radar poteva essere rilevata. Gli aerei americani hanno risposto sistematicamente con missili antiradar, mentre le attività di ricognizione visiva e di intelligence hanno individuato i sensori passivi. Questo è stato il fulcro di quella che alcuni dei coinvolti hanno definito “bonificare la palude”.
L'Iran disponeva di sistemi di ridondanza, ma il numero di sensori era limitato. Centinaia di attacchi di precisione hanno gradualmente ridotto la capacità dell'Iran di monitorare il traffico nello Stretto. Man mano che lo strato di rilevamento si è assottigliato, l'efficacia dei sistemi d'attacco è diminuita.
Parallelamente, sono state neutralizzate le mine con imbarcazioni senza equipaggio e la rotta meridionale vicino all'Oman è stata dichiarata in gran parte libera. I convogli si sono mossi sotto scorta, spesso di notte e con il sistema di informazione automatica (AIS) disattivato. I cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, dotati di radar Aegis e intercettori missilistici standard (SM), costituivano la spina dorsale del convoglio; droni ed elicotteri Apache armati di razzi a guida laser hanno fornito ulteriore copertura. Le navi americane hanno anche ingaggiato i motoscafi delle Guardie Rivoluzionarie che si avvicinavano ai convogli.
Sul piano commerciale, gli Stati Uniti hanno affrontato le barriere assicurative. All'inizio di marzo, il presidente Donald Trump ha incaricato la US International Development Finance Corporation (DFC) di fornire assicurazioni contro il rischio politico e garanzie per il commercio marittimo.
La DFC, in collaborazione con il Dipartimento del Tesoro e il CENTCOM, ha istituito una linea di riassicurazione rotativa di circa $20 miliardi, successivamente ampliata con partner privati tra cui Chubb, incentrata sulla copertura dello scafo, dei macchinari e del carico. L'adesione iniziale è stata limitata. Con il calo dei tassi di successo iraniani, un numero maggiore di navi ha aderito.
I risultati sono stati significativi: il CENTCOM ha riferito di aver assistito ben oltre mille navi commerciali e di aver movimentato centinaia di milioni di barili dalla primavera. I sistemi di tracciamento indipendenti spesso riportavano cifre inferiori perché gran parte del traffico avveniva in incognito. Il volume di traffico prebellico era di 20-21 milioni di barili al giorno.
I flussi attraverso Hormuz restano al di sotto di tale soglia, ma, combinati con l'oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e l'oleodotto saudita per Yanbu nel Mar Rosso, i volumi si sono ripresi a sufficienza per mantenere i prezzi del petrolio nella fascia tra gli $85 e i $95, elevati ma ben lontani dalla catastrofe prevista.
Non voler vedere il quadro completo
I dati pubblici risultavano in ritardo sia per ragioni tecniche che psicologiche. Le navi che perdevano il segnale durante il transito di solito riattivavano i loro localizzatori AIS in seguito, quindi in teoria avrebbero potuto essere tracciate e conteggiate, tuttavia il confronto era imperfetto a causa della sovrapposizione dei movimenti notturni, della ricezione satellitare incompleta, dei segnali intermittenti e dei trasferimenti da nave a nave.
I sistemi di tracciamento commerciali tentano di correggere le anomalie utilizzando immagini e altri dati, ma le soglie di confidenza producono comunque delle sottostime rispetto a ciò che le forze di scorta potrebbero effettivamente vedere.
C'era anche una ragione narrativa. La storia del successo iraniano e del fallimento americano si adattava alle aspettative che molti già nutrivano. Le prove contraddittorie generavano dissonanza cognitiva. La reazione comune era quella di proteggere la cornice originaria, applicando un maggiore scetticismo ai dettagli scomodi e considerando i progressi più lenti come temporanei.
In un contesto informativo controverso, le narrazioni che confermano le aspettative preesistenti spesso sopravvivono a quelle che necessitano di essere riviste.
Il principio generale
Il caso di Hormuz illustra uno schema più ampio: la leva è spesso più efficace quando è latente. La minaccia influenza il comportamento; il bersaglio si tutela o spera che la carta non venga mai giocata. Una volta utilizzata su larga scala, gli incentivi cambiano. Emergono costi reali e il valore di neutralizzare la minaccia aumenta vertiginosamente.
Segue un processo di adattamento: si braccano i sensori, si organizzano le scorte, si accelerano i percorsi alternativi e si trovano soluzioni commerciali. Col tempo, la leva iniziale produce rendimenti decrescenti. Chi esercita la coercizione spesso si ritrova più debole di prima.
Questo schema non è unico. Nel 1973, i produttori di petrolio arabi ridussero le esportazioni e aumentarono i prezzi. Lo shock a breve termine fu grave; la risposta a lungo termine incluse miglioramenti in termini di efficienza, riserve strategiche, produzione al di fuori dell'OPEC e la rivoluzione dello shale oil.
Le interruzioni delle forniture di gas imposte dalla Russia all'Europa tra il 2021 e il 2022 hanno prodotto un andamento simile: l'espansione del GNL, lo stoccaggio, la riduzione della domanda e la comparsa di fornitori alternativi hanno fatto crollare la quota di mercato di Mosca in Europa, costringendola a vendere una maggiore quantità delle sue forniture a prezzi fortemente scontati alla Cina e ad altri Paesi.
Le restrizioni imposte dalla Cina nel 2010 al Giappone sull'estrazione di terre rare hanno stimolato lo sviluppo di attività minerarie alternative, il riciclo e la sostituzione delle materie prime. Negli ultimi anni, anche gli Stati Uniti hanno accelerato questa transizione grazie ai finanziamenti del CHIPS Act, alle partecipazioni azionarie e ai prestiti del Dipartimento della Difesa, agli accordi sui prezzi minimi e sui contratti di fornitura, e al Project Vault, che comprende partecipazioni azionarie in produttori chiave e una riserva strategica di minerali, ampliando al contempo la cooperazione con partner come l'Australia.
Le leve rimanenti e i loro limiti
Se la strategia di Hormuz sta già dando risultati decrescenti, quali altre opzioni restano all'Iran?
La leva più incisiva e sottoutilizzata è una campagna più sistematica contro la produzione energetica del Golfo stesso: giacimenti, impianti di lavorazione, raffinerie e industrie a valle. L'Iran ha già colpito questi obiettivi su scala significativa. Ciò che non è stato ancora pienamente tentato è uno sforzo prolungato e multilaterale per la distruzione duratura delle capacità produttive.
Tra le altre potenziali leve si annoverano l'intensificazione delle attività per procura, le operazioni informatiche, la pressione su Bab el-Mandeb, i segnali nucleari residui e attacchi più pesanti contro le basi statunitensi o le infrastrutture critiche. Ognuna di queste opzioni conserva un certo potenziale.
Tuttavia, la stessa logica si applica anche in questo caso. Un ulteriore utilizzo su larga scala accelererebbe le reazioni che ne ridurrebbero l'efficacia. Allo stesso tempo, il regime è sottoposto a continue pressioni economiche dovute al blocco navale statunitense, al controllo delle esportazioni di petrolio e alle più ampie sanzioni dell'“Operazione Economic Outcast”. Un'escalation sotto questo assedio aumenterebbe significativamente i costi e ridurrebbe i tempi di reazione.
Un'altra opzione potrebbe essere una distrazione altrove, magari orchestrata da un altro Paese dell'asse emergente dei Paesi dipendenti dal Partito Comunista Cinese, come la Russia, la Corea del Nord o la Cina stessa.
La battaglia per lo Stretto non rappresenta l'intera guerra. Ha tuttavia illustrato una caratteristica ricorrente della strategia: le leve geografiche e delle risorse appaiono più formidabili finché rimangono latenti. Una volta messe in moto in modo continuativo, spesso innescano quelle forze che alla fine ne riducono l'efficacia.
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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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