venerdì 18 settembre 2026

L'assedio di Bessent & Warsh a Londra e Bruxelles



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lassedio-di-bessent-and-warsh-a-londra)

Dapprima l'Argentina con le Falkland, adesso Israele che viene sanzionata da Londra: il mondo si sta rimodellando a immagine di Washington. O per meglio dire, il mondo, sia a livello finanziario che geopolitico, si sta rimodellando lontano dalla morsa colonizzatrice/estorsiva inglese/europea. Il recente accordo tra Venezuela e Stati Uniti rappresenta il manifesto della rottura col passato: accordi vicendevolmente vantaggiosi piuttosto che a somma zero. C'è un “nuovo sceriffo in città” e la City di Londra vede ridimensionata la sua preponderanza internazionale, soprattutto perché a un certo punto ha iniziato ad esistere solo a scapito di Washington. E qui mi tocca ricordarlo ancora una volta, visto che i canali di informazione generalisti e quelli alternativi dimostrano di (voler) brancolare nel buio: la collateralizzazione del flusso commerciale del petrolio tramite canali ombra, sia dal Venezuela che dall'Iran, ha creato quella volatilità necessaria alla City di Londra e ai club P&I londinesi per guadagnare sui premi delle assicurazioni e al contempo aprire posizioni a leva sui mercati monetari/obbligazionari (es. carry trade sullo yen).

Un gigantesco credito gonfiato dalla leva finanziaria nel mercato dell'eurodollaro progettato per destabilizzare gli Stati Uniti e venire pagato dai contribuenti americani. Tutto il caos fomentato dall'Europa e dal Canada ha avuto origine dallo smantellamento americano di tutti quei nodi ombra che usavano il flusso di petrolio come collaterale, o base se volete, per finanziare un gioco a leva e alimentare operazioni illecite a livello finanziario e geopolitico. Il terrorismo era una di queste attività, insieme a molte altre: cartelli della droga, traffico di esseri umani, riciclaggio di denaro tramite i Paesi caraibici. Solo adesso stiamo vedendo Bessent iniziare a parlare apertamente di queste cose di cui voi, cari lettori, avete sentito parlare in abbondanza sul mio blog. Una guerra civile contro l'Inghilterra. Il petrolio può essere usato come garanzia collaterale per accendere prestiti e avere la credibilità di ripagarli in futuro (es. andare short sullo yen e long sui bund tedeschi). La finestra di opportunità magistralmente sfruttata da Trump è stata quella di attaccare prima che il ricatto nucleare potesse chiudere qualsiasi iniziativa in tal senso in futuro; il riorientamento dei flussi petroliferi, la produzione al margine di una barile di petrolio, è stata sottratta dalle grinfie delle assicurazioni della City di Londra e delle vecchie compagnie di spedizione europee. La minaccia dell'Iran è sempre stata quella di farsi passare come l'unico esportatore di petrolio in Medio Oriente, favoletta che ha alimentato per un po' i timori di un prezzo a $200 al barile. La rottura dell'OPEC ha distrutto definitivamente questa fantasia e tra un anno, massimo due, Hormuz sarà un ricordo lontano.

Infatti dopo i magheggi di Kpler, ecco un altro indizio che punta verso una verità che era palese sin dall'inizio del confronto in Iran: gli USA avevano chiuso la partita sin da subito. Invece i canali d'informazione generalisti e alternativi hanno fatto da grancassa alle fandonie uscite dall'Iran, come se quello che dicesse l'IRGC fosse pura verità mentre ciò che affermavano gli americani fosse solo menzogna. Sì, detta in parole povere quelli che si sono sbracciati per sostenere il controllo di Hormuz per mano dell'IRGC sono stati abbindolati... e adesso si guardano bene dal tirare fuori di nuovo l'argomento. Il punto cruciale è che sin da allora c'è QUALCUNO che vuole un prezzo del petrolio ingiustificatamente alto, come si può notare dalle manipolazioni a cavallo tra la chiusura del venerdì e l'apertura della domenica, dato che il grafico tende NATURALMENTE verso una fascia compresa tra i $75-80.

È chiaro ormai come si stesse usando la manipolazione del cross EUR/YEN, EUR/GBP e i differenziali di rendimento tra i titoli obbligazionari europei e quelli giapponesi per alimentare posizioni short sia sullo yen che sui bond americani. Carry trade, tutti questi, alimentati dal sottostante petrolio. Per tre anni lo yen è sceso nei confronti dell'euro... poi da marzo di quest'anno ha lateralizzato. Qualcuno era “naked short” in questo trade. Quando la BOJ ha rialzato i tassi fino all'1%, il differenziale di rendimento tra il decennale giapponese e tedesco è sceso sotto i 30 punti (i rendimenti dei Bund erano superiori a quelli dei JGB). Quel carry trade ha iniziato a invertirsi e chi lo sfruttava era spaventato a morte che Ueda rialzasse ancora i tassi, facendo circolare nello spazio informativo finanziario l'idea che Warsh debba rialzare i tassi. Se invece Warsh taglia, e Ueda rialza, la crisi se la beccano in faccia gli europei. Il sequestro delle petroliere iraniane è un messaggio indiretto degli USA a chi stava usando quel collaterale per alimentare le sopraccitate manipolazioni a loro discapito, così come il controllo sulla consegna al margine dei barili di petrolio. Insensate, poi, le polemiche sulla pesantezza della materia prima venezuelana, dati i siti di estrazione di Lake Maracaibo.

Ma quanto descritto finora è solo una cosa: effetti. Conseguenze di due giganteschi eventi causali che hanno portato all'escalation della guerra finanziaria tuttora in atto. Sto parlando del prosciugamento del mercato dell'eurodollaro da parte della FED e la liberazione del Giappone. Quest'ultimo punto è quello poco discusso, ma che invece troverete ben argomentato su queste pagine. Infatti l'amplificazione della leva finanziaria nell'eurodollaro è avvenuta grazie alla NIRP della BOJ e la conquista del Paese nipponico da parte della City di Londra. Era fondamentale che l'amministrazione Trump si adoperasse per raggiungere questo obiettivo e, per lo stupore di molti, l'Iran è solo un punto intermedio. Quando la Takaichi è riuscita ad avere un numero sufficiente di seggi tale da permetterle di accordarsi con diversi partiti nazionalisti minori, e così facendo avere una maggioranza solida, il Giappone si è ritrovato con un governo nazionalista per la prima volta sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il problema di leadership che il PLD ha avuto negli ultimi 3 anni era una conseguenza di quella lotta imbastita per portare fuori il Paese dalla sfera inglese: non più una colonia della City di Londra. Il boom industriale del Giappone era funzionale alla costruzione di una capacità tale da sorreggere qualcosa come il carry trade sullo yen; non si può fare la stessa cosa in Svizzera, ad esempio. Perché? Perché i prestiti non vengono accessi in base ai tassi d'interessi (realmente), bensì in base alla capacità produttiva del Paese. Un po' quello che viene delineato nel libro, Princes of the Yen, solo che bisogna togliere la retorica anti-americana e sostituirla con Churchill e gli inglesi.

A febbraio la cricca di Davos/City di Londra sperava che Komeito, un partito minore con forti legami col Partito comunista cinese e facente riferimento alla fazione di Hu Jintao, riuscisse a ricattare il primo ministro... la tipica situazione di quando un partito minore riesce a gestire un'intera coalizione di governo e tiene per gli “zebedei” il partito di maggioranza. Niente più, niente meno che il classico divide et impera. Viene allestito il palcoscenico con l'operazione Maduro, gli attori vanno in scena sulla scia delle elezioni giapponesi e il dramma si consuma con l'Iran che mette in evidenza tutte quelle operazioni che scorrevano nelle trame ombra del sistema finanziario. Al che possiamo chiederci: “Perché Trump ha rischiato così tanto in Iran a ridosso delle elezioni di medio termine?” Perché queste cose sono così dannatamente giganti e consequenziali che non si tratta del ciclo elettorale attuale, bensì di una trasformazione generazionale nella linea di politica estera ed economica americane. Quindi non c'è indipendenza americana senza indipendenza del Giappone.

Gli Stati Uniti sanno benissimo qual è il gioco della cricca di Davos/City di Londra: uno attendista, in cui vengono aperti diversi fronti di guerra per impedire che si riesca a sbrogliare una matassa che viene complicata sempre di più. Vi basti pensare quanto è stato difficile occuparsi del Giappone tramite l'Iran, o ad esempio di tutti quei programmi federali che inviano dollari all'estero tramite le ONG e altri programmi sociali truffaldini. L'amministrazione Trump non può far altro che spostare quanto più possibile in avanti il baricentro della propria “squadra” e mettere pressione su quei punti più delicati per l'UE: come ad esempio il mercato obbligazionario. Anche qui si ripropone la solita riflessione: chi è in grado di resistere più a lungo ad un rialzo dei tassi dei titoli di stato? Gli USA si dimostrano ancora la meta preferita per i capitali.

Ma non solo quello, ci sono anche altri eventi che puntano tutti in un'unica direzione: la stretta sull'UE. Infatti possiamo annoverare tra di essi il volo di Ratcliffe a Mosca, dato che missioni del genere vengono effettuate in segretezza mentre invece stavolta si voleva che si sapesse (probabilmente per avvertire Putin di un attacco false flag di matrice inglese); la presenza di Siluanov al G20 e l'incontro con Bessent; la divulgazione della presenza di un sottomarino russo di stanza presso le coste americane; ancora Bessent che avverte le Isole Vergini Britanniche dato il loro ruolo, tra gli altri, di riciclaggio di denaro per conto della City di Londra tramite i titoli di stato americani; infine lo stesso Bessent che raddoppia lo posta in gioco sui mercati finanziari e obbligazionari sfidando apertamente i manipolatori della City che, come detto sopra, avevano imbastito un carry trade (es. short yen e titoli di stato americani collateralizzato con il flusso di petrolio) per estrarre ricchezza e risorse dagli USA. La risposta dell'UE è arrivata attraverso la Von der Leyen la quale ha accelerato i tempi per l'implementazione della Savings & Investments Union, unico strumento di liquidità ora a disposizione dell'Eurozona per sopravvivere al prosciugamento del mercato dell'eurodollaro, all'inversione del carry trade sullo yen e alla salita dei rendimenti obbligazionari europei.

Il messaggio è semplice: Bessent sta dicendo senza mezzi termini e mezze misure che i NY Boys sono ben consapevoli delle strategie europee e londinesi. “Noi vi vediamo, noi sappiamo”. I mercati obbligazionari in tutto il mondo si stanno accartocciando e la spinta definitiva l'ha data Bessent col suo intervento sullo yen, ma quest'unico evento è solo l'ultimo di una lunga serie che voi lettori avete potuto leggere su queste pagine: l'Iran, l'eurodollaro, Maduro, i prezzi del petrolio... tutti sono nodi di un'unica trama. E questa trama è possibile vederla se si risponde a una singola domanda: “Chi è più infuriato per quello che è successo in Medio Oriente?” Non gli iraniani, bensì coloro che sfruttavano il flusso di petrolio per manipolare i mercati delle valute e obbligazionari per affibbiare la colpa della destabilizzazione economica esclusivamente a Giappone e Stati Uniti mentre essi riuscivano a uscirne indenni: Londra e Bruxelles. Il carry trade sullo yen doveva essere smantellato, perché lo yen a prezzi ridicoli ha rappresentato l'amplificazione per eccellenza nel mercato dell'eurodollaro, il tutto collateralizzato dal flusso di petrolio a livello mondiale che poteva essere usato come una manopola con cui accendere/spegnere le tensioni in Medio Oriente e soprattutto accendere/spegnere la volatilità del prezzo del petrolio. Stiamo parlando di una cifra tra il 5-7% a livello settimanale dell'asset più importante della società odierna: un anatema per gli imprenditori e i loro calcoli. Ciononostante è così che la Lloyd riusciva a sovvenzionarsi: un pizzo pagato attraverso i contratti di spedizione/assicurazione, la benzina alla pompa, la spesa al supermercato, ecc. E c'era solo un modo per smantellare questo premio pirata: togliere all'Iran la capacità di ricattare il mondo tramite Hormuz, abbattere i cartelli della droga in Messico, disconnettere le banche canadesi dal riciclaggio di denaro via Caracas e l'Avana. La mente dietro tutto questo è sempre stata quella di Bessent, il quale non ha fatto altro che sfilacciare, pezzo dopo pezzo dopo pezzo, questa rete ombra. Nessuno l'aveva mai fatto finora.

Ciò tra le altre cose ha richiesto far salire i rendimenti dei bond sovrani. Sin da quando Powell ha iniziato a prosciugare la liquidità in dollari nel 2022, gli europei hanno comprato titoli sovrani americani a pacchi per manipolare la curva dei rendimenti americana. Hanno usato la lentezza giapponese nel rialzare i tassi per finanziare il mercato dei bund tedeschi, affinché rimanessero al di sotto di tutti gli altri nell'Eurozona e negli USA. Lo smantellamento del carry trade sullo yen non è il pezzo finale di questo puzzle, ma uno importante. Gli stessi che adesso si stracciano le vesti per i debiti giganteschi di USA e Giappone, sono gli stessi che davano per spacciati gli americani 4 anni fa quando Powell si sbarazzò della ZIRP. Poi sono arrivati i 550 punti base nei tassi di riferimento e gli USA non sono crollati grazie al SOFR; gli altri, invece, al di fuori delle “amicizie” americane sono stati costretti a mosse dettate dal panico e difendere i loro mercati, al ritmo di $1.700 miliardi di acquisti di titoli di stato americani.

Ora che il giocattolo della collateralizzazione del petrolio è rotto e il carry trade sullo yen è in inversione, il panico sui mercati statunitensi sarà solo sulla carta dei titoli di giornale: per quanto possano essere temporaneamente venduti, i bond americani saranno ricomprati al più presto perché altrimenti Londra e Bruxelles non saranno in grado di manipolare i mercati del Forex tanto a lungo. Da qui il balletto ricorsivo degli allarmi esclusivamente affibbiati dalla stampa agli Stati Uniti per alimentare una crisi del debito sovrano, oltre alla disperata escalation della guerra in Ucraina, e quindi scatenare un disastro economico simile a quello del COVID, del 2008, o della Seconda guerra mondiale. Scenario propedeutico a un default per il debito sovrano europeo, introduzione dell'euro digitale senza patemi d'animo, integrazione fiscale ed emissione di perpetual bond. È sempre stato questo il modus operandi, o modello di business, della cricca di Davos/City di Londra e finora le mosse/contromosse dell'accoppiata Bessent e Powell, prima, Warsh adesso, sono indirizzate a condurre la nazione verso elezioni di medio termine quanto più tranquille possibile senza un panico esteso nel mercato obbligazionario americano (talmente esteso da farlo diventare bidless).

La cricca di Davos/City di Londra si muove in interstizi che la maggior parte delle persone non capisce: Forex, bond, flussi di cassa, private equity, ecc. Sono tutti pezzi di un grande puzzle, ma nessuno al di fuori di loro ha il quadro completo ovviamente. Voi lettori leggete il mio blog perché, oltre a guardare ai mercati, applico una teoria sull'azione politica che mi permette inizialmente di effettuare ipotesi e successivamente testarle. In questo modo erigo una fondazione di conoscenza attorno alle ipotesi rimanenti, affinché possa arrivare a una tesi. È una mole di lavoro non indifferente da portare avanti, ciononostante i lettori sono poi in grado di distinguere in modo cristallino le ombre sulla proverbiale caverna dalle figure effettive. Per questo vi invito a sostenere questo spazio di divulgazione sottoscrivendo abbonamenti su Substack, comprando i libri sulla mia pagina Amazon, oppure prenotando una consulenza su Calendly. Il valore aggiunto a livello di vantaggio competitivo non si rispecchia solo sul piano della comprensione, ma soprattutto sui mercati perché si ha una visione privilegiata rispetto a chi invece non ha la minima idea di cosa accade a livello geopolitico ed economico.

Di conseguenza quando vediamo cosa Trump e Bessent hanno fatto finora, possiamo accarezzare l'idea che abbiamo superato la parte peggiore della stampa scriteriata di denaro e ora è tempo di spingere su produttività e garanzie collaterali (alla base della capacità produttiva della società), farle salire in valore per accettare il passato e andare avanti. Che siate d'accordo o meno con le idee di Hamilton, è decisamente un sistema migliore di quello attuale dato che almeno si concentra sulla produzione. Mette le persone al lavoro per costruire qualcosa di creativo e utile, in opposizione al sistema keynesiano/estrattivo tuttora vigente. Certo, non un sistema perfetto quello hamiltoniano, ma uno transitorio per superare un'economia iper-finanziarizzata come quella di oggi. La chiosa di questo ragionamento indica il motivo per cui adesso tutti sulla stampa e altrove sono infuriati contro Scott Bessent: ha smantellato quel carry trade che sin dalla fine di Bretton Woods ha alimentato l'iper-finanziarizzazione dell'economia mondiale.

Ecco come funzionava per chi ancora non l'avesse capito: se si mantiene debole la valuta di una potenza industriale e i suoi tassi bassi, si può finanziare costantemente la leva nel sistema finanziario tramite l'arbitraggio tra suddetta potenza industriale e tutte le altre economie. Esempio: si accende un prestito in yen allo 0.5% e si comprano titoli del Tesoro americani che rendono il 4%. Guadagno netto del 3.5%, il quale si può sottoporre a leva finanziaria nel mercato del dollaro offshore (completamente diversa da ciò che si suole fare a Wall Street). Tutti i mercati dei bond sono stati distorti dal carry trade sullo yen e i differenziali tra gli interessi sono la chiave.

Inutile dire che un tale trade è deleterio per Trump, soprattutto in concomitanza delle elezioni di medio termine. Anche perché, siamo onesti: davvero si crede che tutti gli stati vadano d'amore e d'accordo? Non serve una mente “cospirazionista” per sapere che alla prima occasione si salterebbero alla gola per sfilare soldi e risorse l'uno dall'altro. Altrimenti non esisterebbero i servizi segreti... Non esistono alleanze nei rapporti geopolitici, solo interessi divergenti o convergenti. Di conseguenza Washington farà la sua parte per preservare Tokyo, usando la sua autorevolezza per calmare i mercati dei capitali e quindi stabilizzare i fondi pensione giapponesi che si ritrovano buchi di bilancio. La stessa copertura non è disponibile per fondi pensione e società di assicurazione europei e questa è una cosa chiara a tutti sin dalla crisi (alimentata artificialmente) di Credit Suisse. Ma non si tratta di un caso isolato: questa estate è stato un rimbombo quotidiano sui giornali finanziari di un evento critico a ottobre che manderà in crisi gli Stati Uniti. Davvero queste “predizioni” si avverano perché fondate solo su analisi, o vengono spinte ad avverarsi? Come si può pensarla diversamente quando gente condannata più e più volte per reati finanziari viene ricoperta per l'ennesima volta di liquidità e incentivata a perseguire trade spericolati? Come si può pensarla diversamente quando una Bank of America ancora non ha pulito il suo bilancio da posizioni short sull'oro quando il metallo giallo è palesemente in trend rialzista? La giustificazione ufficiale è incompetenza, ma è una scusa troppo comoda: si tratta semplicemente di vandali.

Vandali al soldo di chi li spinge a essere tali perché copre loro le spalle. E allora è logico concludere che si tratta di quelle élite europee la cui sopravvivenza dipende dalle fasi di estrazione di ricchezza altrui, colonialismo finanziario sostanzialmente, e l'amministrazione Trump rappresenta la mina vagante in grado di ridimensionare pericolosamente il loro ascendente a livello internazionale. Perché se si pungola un simile “drago” è inevitabile una reazione, nonché prevedibile ex-ante. Dopo tutto ancora non hanno messo in gioco i loro capitali in questa partita, visto che possono ancora ricorrere a ciò che resta dell'eurodollaro e ai risparmi dei contribuenti europei (es. SIU). Ciò che finora si è degradato sono tutti quegli asset che fungevano da “complicità interna” sul suolo statunitense, i quali lavoravano contro gli interessi del proprio Paese. Vengono in mente tutti i casi di frodi previdenziali, frodi sanitarie, frodi assistenziali, ecc. O anche l'ostracismo nei confronti di leggi come il CLARITY Act, il SAVE Act e la liberalizzazione di Fannie Mae/Freddie Mac. Quest'ultimo punto verrà combattuto unghie e denti dagli infiltrati ostili sul suolo statunitense, perché l'assenza di controllo sul lato lungo della propria curva dei rendimenti è ciò che manca a Washington per liberarsi definitivamente dal giogo straniero. La nazionalizzazione dei sopraccitati istituti di finanziamento immobiliare, oltre a salvare AIG (agente inglese), ha permesso di creare un divario talmente grande tra il rendimento del decennale americano e quello del trentennale da rendere disfunzionale il mercato dei mutui e rendere illiquidi i titoli coperti da ipoteca. Un carico pendente sulle spalle della FED e una incapacità di gestire i tassi a lungo termine da parte del mercato interno.

È un lungo cammino quello che punta verso il dispendio di capitali da parte della “Tavola Alta”, ma la fase di transizione/trasformazione in cui si trova la FED costringerà un simile esito alla fine. Pensateci: il SOFR ha ucciso il Federal funds rate che sostanzialmente rappresentava una porta d'accesso estera ai dollari; le stablecoin faranno mutare il mercato dei titoli sovrani americani, poi. A tutti gli effetti ci troviamo nel bel mezzo di un processo che ci traghetterà dal sistema eurodollaro al sistema stablecoin: dominio della FED sostituito dal dominio del Dipartimento del Tesoro americano. E di cosa si preoccupava, e preoccupa, maggiormente l'UE? Di non ottenere linee di swap privilegiate con la FED. Spogliata la banca centrale americana del suo ruolo di dominio economico e decentralizzato tramite le FED regionali, ciò che rappresenterà in futuro sarà solo un cancello per avere accesso al dollaro... niente di più. Niente più salvataggi centrali.

È una cosa che gli Stati Uniti possono permettersi in virtù del fatto che si trovano all'apice della catena delle garanzie collaterali, mentre invece Londra e Bruxelles si trovano alla fine. Ed ecco un altro motivo per cui chi ha più da perdere in una crisi sono le capitali europee, non Washington. Una ovvietà se si pensa ad Hormuz: non sono gli USA a rimanerne danneggiati se resta chiuso, così come non lo sono se viene chiuso Bab-el-Mandeb. È vero che i prezzi della benzina sono aumentati negli USA... ma al gallone! Infatti se il prezzo medio è circa $4 al gallone oltreoceano, qui staremmo parlando di circa €8 al gallone. Una bella differenza tra chi esporta quantità in eccesso di carburante perché ne è provvisto e chi deve affidarsi alle importazioni perché, tra le altre cose, ha ucciso le raffinerie tramite la religione dell'ambientalismo. Senza contare che Trump non ha venduto i barili della SPR, bensì li ha sottoposti a contratti pronti contro termine con le società petrolifere (es. Exxon prende in prestito oggi 100 milioni di barili e ne riconsegna 105 milioni tra un anno).

Chi è sotto assedio, quindi, non è il dollaro né il mercato obbligazionario americano, bensì i mercati monetari e obbligazionari europei. Loro deficitano di tutte quelle garanzie collaterali in grado di giustificare livelli spropositati di leva finanziaria e creazione di strumenti finanziari “esotici” con cui far traboccare il mondo della loro influenza politica ed economica.

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giovedì 17 settembre 2026

Tokenizzazione dell'H₂O: le élite si appropriano delle risorse idriche mondiali e progettano di commerciarle

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Patti Johnson

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/tokenizzazione-dellho-le-elite-si)

Per chi non ha familiarità con la tokenizzazione, ecco una breve e semplice spiegazione: la tokenizzazione consiste nel trasformare qualcosa di reale, come una quota di diritti idrici, un volume misurato di acqua proveniente da un fiume o da una falda acquifera, o persino crediti per l'acqua “risparmiata” o riciclata, in un token digitale (un certificato digitale univoco) che risiede su una blockchain.

Quest'ultima è semplicemente un quaderno digitale condiviso di cui molti computer mantengono copie identiche contemporaneamente, in modo che i registri relativi alla proprietà dei beni non possano essere modificati segretamente da una singola persona o azienda.

Quel token può quindi essere acquistato, venduto o negoziato sui mercati nello stesso modo in cui si negoziano azioni o altri beni. Invece di appartenere semplicemente alla terra, alla comunità locale o alle persone che ne dipendono, l'acqua diventa un prodotto finanziario di cui grandi investitori, aziende e istituzioni possono possederne frazioni e negoziarle per profitto. Il diritto di usare, rivendicare, compensare o negoziare quell'acqua diventa la merce.

Compensare significa che l'acqua che si utilizza, la si risparmia o si ripristina altrove. Ad esempio, un agricoltore passa all'irrigazione a goccia, un progetto ripristina una zona umida o un'azienda riutilizza le acque reflue trattate. L'acqua risparmiata o ripristinata viene misurata e convertita in credito. È possibile acquistare o richiedere questo credito. Sulla carta, il consumo idrico risulta bilanciato.


Come osano trarre profitto rubando la nostra acqua?

Come osano guadagnare con questo piano corrotto per rubare, controllare, misurare e contabilizzare le risorse idriche mondiali? Sì, sembro Greta. L'ironia è palpabile: la stessa tipa che ha reso famoso “Come osate?” è stata completamente indottrinata a sostenere l'Agenda 2030 e proprio la rete di controllo contro cui dovrebbe gridare. Dato che si rifiuta di usare il suo slogan dove dovrebbe, lo farò io.

L'acqua è il fondamento stesso della vita. Ogni essere umano, ogni animale, ogni pianta ne dipende. Eppure le stesse élite che impartiscono lezioni al pubblico sulla scarsità e sul clima stanno costruendo i meccanismi per trasformare ogni singola goccia in una risorsa negoziabile da cui trarre profitto, mentre la gente comune è costretta al razionamento e alla sorveglianza.

Questo è esattamente il processo già descritto e promosso nelle relazioni ufficiali. La stessa Goldman Sachs ha pubblicato “Securing and Financing the Future of Water” nel 2026, affermando apertamente che la tokenizzazione può trasformare i diritti idrici in token tracciabili che monitorano l'utilizzo su diversi mercati e forniscono crediti alle aziende che risparmiano o riciclano l'acqua tramite connessioni a contatori di flusso.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che il mondo è entrato in un'era di “bancarotta idrica globale”. La loro relazione sostiene che il vecchio sistema dei diritti locali è superato e che sono necessari nuovi limiti vincolanti, una contabilità trasparente e una gestione centralizzata.


Le macchine cartografiche stanno già sorvolando la vostra testa

Guardate come lo stanno già facendo.

In tutti gli Stati Uniti, gli elicotteri sorvolano ormai a bassa quota fattorie e falde acquifere trainando enormi antenne elettromagnetiche che mappano le acque sotterranee sotto i nostri piedi, come una sorta di risonanza magnetica della Terra. Il Dipartimento delle Risorse Idriche della California conduce indagini elettromagnetiche aeree a livello statale proprio per questo scopo.

Queste indagini creano mappe dettagliate di ogni principale fonte d'acqua, in modo che il suo utilizzo possa essere successivamente monitorato e limitato.


L'occhio onniveggente di Oracle colpisce ancora: ora osserva ogni goccia che usate

Oracle Utilities elabora già i dati di oltre 100 milioni di contatori in tutto il mondo con sistemi di intelligenza artificiale che rilevano in tempo reale l'irrigazione, le perdite e il consumo delle singole abitazioni. La loro piattaforma per i clienti è progettata proprio per questo livello di controllo preciso.

Larry Ellison non si è limitato a sognare un panopticon, l'ha detto ad alta voce: “I cittadini si comporteranno al meglio perché registriamo e segnaliamo costantemente tutto ciò che accade”. Non era un avvertimento, era un'operazione di marketing da parte di una persona che possiede ancora circa il 40% di Oracle, la stessa azienda che ora si sta silenziosamente infiltrando nelle condutture che distribuiscono la risorsa più elementare sulla Terra: l'acqua.

Una volta che si possiede il registro in tempo reale di ogni goccia che entra in ogni casa, in ogni fattoria, in ogni fabbrica, non servono più gli stivali militari. Basta un pannello di controllo. Regolate il flusso d'acqua e la conformità arriverà di conseguenza. La stessa élite tecnocratica che ha trascorso decenni a consolidare dati, finanza e sorveglianza ora si sta muovendo sull'ultimo bene comune non governato, l'acqua stessa, sotto le rassicuranti etichette di “piattaforme per i clienti” e “servizi intelligenti”.

I contatori dell'acqua sono solo l'ultimo sensore di un sistema che già sa quando aprite il frigorifero, quando e dove guidate, quando sbadigliate, bevete, mandate messaggi o parlate e, presto, quanto dura la doccia e quante volte tirate lo sciacquone.

Questa non è innovazione, questo è il sistema operativo dell'élite per la gestione della scarsità e la conformità comportamentale, travestito da progresso e venduto da un tizio che ha apertamente celebrato l'idea che la registrazione costante avrebbe mantenuto la popolazione “al meglio delle sue capacità”. Oracle non gestisce i servizi pubblici, contribuisce a creare i punti di strozzatura. Cosa c'è dopo, eh Larry? Regolerai e tokenizzerai l'ossigeno?

L'infrastruttura di controllo è già stata integrata con il meccanismo finanziario. Chainlink, una rete decentralizzata che alimenta i sistemi blockchain con dati reali come le letture dei contatori e le verifiche del risparmio idrico, ha pubblicato guide dettagliate sulla digitalizzazione dei diritti idrici e dei crediti di conservazione in token, in modo che le aziende possano acquistare compensazioni proprio come i crediti sull'anidride carbonica.

A Dubai, il DMCC (Dubai Multi Commodities Centre), zona franca sostenuta dal governo e importante hub commerciale internazionale, ha firmato accordi per il lancio del primo token digitale al mondo garantito da riserve di acqua dolce verificate, posizionando l'acqua stessa come merce negoziabile sui mercati mondiali.


Hanno già preso il cibo e stanno giocando a fare Dio con il tempo

Da anni le élite stanno sistematicamente prendendo il controllo dell'approvvigionamento alimentare mondiale. Bill Gates, attraverso Cascade Investment, è diventato il più grande proprietario privato di terreni agricoli negli Stati Uniti, possedendo centinaia di migliaia di acri in quasi venti stati. Allo stesso tempo, importanti società di gestione patrimoniale come BlackRock detengono partecipazioni ingenti nelle principali multinazionali agroalimentari che controllano sementi, fertilizzanti, trasformazione e distribuzione.

Contemporaneamente, i programmi di inseminazione delle nuvole e la ricerca sulla geoingegneria solare, finanziati dalla Silicon Valley e dai governi, si stanno espandendo rapidamente. Questi sforzi affermano di voler gestire le precipitazioni e raffreddare il pianeta, ma di fatto affidano il potere di influenzare i modelli meteorologici proprio alle istituzioni che già promuovono il controllo centralizzato sull'acqua e sul cibo.

In altre parole, stanno mettendo in atto la classica dialettica hegeliana per consolidare il potere:

  1. Creare la siccità attraverso la geoingegneria/modifica meteorologica;
  2. Dichiarare lo stato di emergenza e spaventare la popolazione;
  3. Arrivano con la “soluzione”, la tokenizzazione dell'acqua, che presumibilmente salverà il pianeta ma in realtà li renderà solo più ricchi.

Lo schema è inconfondibile, uniamo i puntini. Prima acquistano i terreni dove viene coltivato il cibo, poi sperimentano la modifica delle condizioni meteorologiche che irrigano i raccolti, ora stanno mappando, misurando e tokenizzando l'acqua stessa, in modo che ogni goccia possa essere tracciata, razionata e venduta.


Questa non è teoria, è la presa di potere: l'ABC della tecnocrazia

Ci dicono che l'acqua è troppo importante per lasciarla in mani locali. Dichiarano la bancarotta di sistemi che hanno sostenuto le comunità per generazioni, poi creano l'infrastruttura digitale e fisica per misurare ogni utilizzo, imporre ogni limite e trarre profitto da ogni gettone. La natura condivisa dell'acqua viene riscritta in un sistema di permessi di proprietà di una ristretta élite che afferma di sapere meglio di chiunque altro come gestire la natura e l'umanità. Tutto ciò fa parte del piano della Tecnocrazia.

E non illudiamoci, l'intero progetto si inserisce a pieno titolo nell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite e nei suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. L'Obiettivo 6 si presenta come un sistema per “acqua pulita e servizi igienico-sanitari per tutti”, ma il vero meccanismo in costruzione è la contabilità, la misurazione e la finanziarizzazione di ogni singola goccia d'acqua. Le stesse istituzioni che hanno redatto gli obiettivi ora promuovono la “bancarotta” dell'acqua, limiti vincolanti, tracciabilità trasparente e soluzioni basate sul mercato che trasformano un bene vitale in una classe di attività commerciabile. Ciò che viene spacciato al pubblico per sostenibilità ed equità è in pratica il trasferimento del controllo dalle comunità e dalle nazioni alle stesse élite finanziarie e burocratiche che ne hanno elaborato il progetto. L'Agenda 2030 è il quadro di riferimento utilizzato per giustificare l'accaparramento, la misurazione e la vendita dell'acqua mondiale sotto la bandiera della salvaguardia.

Questo è il piano. È già in atto e chi lo promuove si aspetta che l'opinione pubblica lo accetti come inevitabile.

Non è inevitabile.

La resistenza NON è vana.

Smascherate il piano, gridatelo ai quattro venti: sui siti di notizie, nei podcast e nelle riunioni del consiglio comunale.

Non permettiamo alle élite di portare a termine il loro piano di conquista. Loro hanno i soldi, ma noi abbiamo i numeri.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 16 settembre 2026

La transizione della Germania all'economia pianificata, con la guerra contro la Russia come fattore determinante

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-transizione-della-germania-alleconomia)

Il professor Moritz Schularick, presidente dell'Istituto Kiel per l'Economia Mondiale (IfW), ha trovato la soluzione definitiva ai problemi economici della Germania. In un'intervista alla Neue Osnabrücker Zeitung (NOZ), l'economista ha lamentato una mancanza di leadership nella politica tedesca in materia di armamenti. La considera un elemento centrale per una politica industriale attiva in grado di risollevare la Germania dalle sue difficoltà economiche. Schularick prevede che la produzione di armi fungerà da, per usare le sue parole, “motore dell'occupazione”.

Ha detto testualmente: “Se vogliamo che l'Europa diventi presto veramente autonoma in materia di difesa e non rimanga dipendente dagli Stati Uniti, dal movimento MAGA, allora il Ministro della Difesa Boris Pistorius deve ricevere l'ordine di collaborare con i partner europei per sostituire, in futuro, gli Stati Uniti e le loro capacità”.


Retorica di guerra fatale

“Ordine di marciare”, autosufficienza militare: il vocabolario è al tempo stesso rivelatore e pericoloso. Sembra che la politica e la ricerca economica vicina allo Stato stiano convergendo su un percorso comune per quanto riguarda la politica militare e la gestione industriale sempre più pianificata centralmente. Un ritorno ai principi di mercato appare come una favola negli ambienti degli economisti tedeschi: nessuno crede più nel potere curativo della liberazione dai diktat climatici, dall'eccessiva regolamentazione e dagli oneri fiscali.

Secondo Schularick, la politica dovrebbe istituire un coordinatore di alto livello per gli armamenti al fine di gestire i fondi di investimento in risposta alla minaccia russa. Forse si immagina in questo ruolo? Dopotutto, entro la fine del decennio sono previsti investimenti per la difesa superiori a €500 miliardi per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.


Carenze di capacità produttiva

Schularick ha criticato la lentezza estrema con cui si sta incrementando la produzione di armi. Dall'inizio della guerra, quattro anni fa, non è stato fatto nulla per aumentare significativamente la capacità produttiva.

“Quanti missili Taurus vengono completati al mese? Nemmeno una manciata”, si lamenta. Un evidente deficit nella politica industriale, conclude poi.

Qui emerge il nuovo spirito dell'“accademia” economica tedesca: tutto ruota attorno alla tanto decantata politica globale di indirizzo industriale, un'azione attiva ora perseguita da Bruxelles e Berlino, pericolosamente alimentata da ricerche allineate allo Stato.

Ciò che era stato previsto da tempo con un margine di sicurezza di tre quarti sembra ora stia accadendo. I pianificatori centrali, tra cui Schularick, presumono di poter riconvertire la capacità produttiva industriale tedesca inutilizzata nel settore della difesa. La produzione di automobili civili, a loro avviso, può essere facilmente convertita in produzione di carri armati. Oltre a produrre beni che le famiglie private non richiedono, questo crea un'ulteriore industria dipendente dai sussidi, che consuma risorse destinate alla produzione civile e aumenta artificialmente i costi per i cittadini.


L'etica del lavoro “riscoperta” dalla Germania in tempo di guerra

Schularick si entusiasma per il promettente futuro dell'economia di guerra, riscoprendo sorprendentemente un'etica del lavoro da tempo assente in Germania. Osserva che la produzione è ancora prevalentemente su un unico turno, cinque giorni alla settimana. Apprendiamo, quindi, che questi sono i lavori del futuro economico della Germania.

Nessuno sembra pensare a cosa si dovrebbe produrre nei prossimi anni per evitare di ritrovarsi con gli scaffali vuoti dopo sole tre settimane in un potenziale conflitto. Non si tratta solo di veicoli blindati, ma anche di tecnologie future come sistemi autonomi, satelliti, intelligenza artificiale o robotica, aggiunge Schularick. In tutti questi settori, l'industria tedesca è rimasta indietro.

Da dove deriva questo svantaggio competitivo, si chiede il pianificatore centrale? Forse dalla politica tedesca e dall'apparato burocratico di Bruxelles che agiscono come antagonisti interni?

L'intervista mette in luce il divario crescente tra la realtà economica e la torre d'avorio ermeticamente chiusa della politica, della ricerca finanziata dallo Stato e dei media compiacenti, i quali promuovono questa enorme cattiva gestione economica senza valutare criticamente la reale forza militare della Russia, che non è in grado di effettuare un'invasione continentale.

Abbiamo già visto questo schema durante l'era COVID: una volta messo in moto, l'apparato mediatico affiliato allo Stato diffonde narrazioni attraverso giornali, radio e schiere di bot sui social, sopprimendo il libero dibattito. Le storie sull'occupazione russa vengono difese con toni apocalittici, logorando l'opinione pubblica.


Il mondo dei sogni dei pianificatori centrali

Come immaginano, nella pratica, tecnocrati come Schularick, Merz o von der Leyen, la conversione delle linee di produzione in beni militari? Oltre al finanziamento, si pone la questione del trasferimento di conoscenze. I progetti provengono da Internet o dal ministero di Boris Pistorius?

Il trasferimento di conoscenze necessario per costruire un'economia di guerra a pianificazione centralizzata a partire dall'industria civile è immenso e richiede molto tempo. Persino dopo decenni di amare esperienze con la transizione verde, che ha solo allontanato i capitali dalla Germania, le curve di apprendimento politiche rimangono negative.

Era questo l'obiettivo? Mettere l'industria alle strette con politiche climatiche fino a farla crollare, per poi riempire le capacità produttive liberate con la produzione di armi?

Al di là del fallimentare sistema dei sussidi per il clima, emerge una nuova fonte di sfruttamento: il settore della difesa europeo. È a dir poco opinabile che questo esperimento possa resistere alle reali condizioni economiche – calo della produttività, aumento del debito. I pianificatori centrali come Schularick avranno sicuramente una spiegazione: sono stati ostacolati da forze contrarie all'integrazione europea, all'economia di guerra comune e all'accumulo di debito da parte di Bruxelles.


L'illusione della pianificazione centralizzata

Non serve una profonda competenza economica per capire che la militarizzazione è destinata al fallimento; basta dare una rapida occhiata alla storia del XX secolo. Oltre alla cattiva gestione delle risorse, ci sono questioni di sovranità nazionale, interessi geopolitici divergenti dell'UE e un'Unione divisa, soprattutto con un blocco orientale timoroso di un conflitto contro la Russia.

Il fatto che persino economisti come Schularick cedano al richiamo di una potente pianificazione centrale dimostra che non sono immuni alla vanità personale. Sicuramente sperano che i loro istituti ne traggano vantaggio, magari con un incarico ministeriale come coordinatore degli armamenti. Chissà quali descrizioni di lavoro circolano già a Berlino e Bruxelles.

È tragico, eppure il motto che sembra regnare ovunque è: “Dopo di noi, il diluvio”.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 15 settembre 2026

Hormuz e la Legge dei rendimenti decrescenti

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da The Epoch Times

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/hormuz-e-la-legge-dei-rendimenti)

Per mesi, l'ipotesi che lo Stretto di Hormuz fosse l'arma segreta di Teheran ha dominato i commenti sulla guerra.

Essendo un canale marittimo stretto attraverso il quale storicamente transitava circa un quinto del petrolio mondiale e una quota consistente di gas naturale liquefatto, lo Stretto appariva come un punto strategico che l'Iran avrebbe potuto chiudere o interrompere a piacimento. Non era necessario distruggere ogni singola petroliera: colpire una piccola percentuale con droni, missili da crociera, motoscafi o mine avrebbe fatto impennare i premi assicurativi, scoraggiato equipaggi e compagnie e, di fatto, chiuso lo Stretto senza un controllo fisico continuo.

Quest'idea non era nuova: era da tempo un elemento caratteristico della strategia iraniana, considerata sia uno strumento militare che un mito politico a dimostrazione del fatto che, anche sotto pressione, Teheran manteneva una leva decisiva sul sistema energetico globale. Parte dei media occidentali e analisti indipendenti hanno amplificato la stessa narrazione.

Basandosi su dati di navigazione open-source incompleti, soprattutto dopo che le navi avevano iniziato a navigare nell'ombra, molti hanno concluso che gli Stati Uniti erano stati colti impreparati e non avevano una strategia realistica per riaprire il canale. Hormuz, sostenevano, era di fatto chiuso o chiudibile a discrezione dell'Iran. Questa interpretazione era incisiva, ma anche incompleta.


Come la minaccia è stata erosa

L'ipotesi che il sistema di rilevamento e puntamento iraniano non potesse essere smantellato senza una drammatica escalation si è rivelata errata. Sotto il comando del Comando Centrale degli Stati Uniti, noto anche come CENTCOM, e con un significativo coinvolgimento della Quinta Flotta e delle componenti dell'Aeronautica, gli Stati Uniti hanno condotto un'azione prolungata per indebolire i sensori di cui l'Iran aveva bisogno per individuare e colpire le navi.

L'Iran si è affidato a radar mobili montati su camion, droni, missili da crociera, motoscafi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e mine navali. All'interno dello Stretto, le navi si muovono in rotte relativamente prevedibili. L'Iran ha combinato radar attivi con telecamere elettro-ottiche e a infrarossi passive installate su terreni elevati e isole come Qeshm, Larak e Abu Musa.

I radar mobili avrebbero emesso brevi segnali per localizzare le navi, per poi spegnersi e spostarsi prima che i missili antiradar potessero arrivare. Una volta nota la posizione approssimativa di una nave, si potevano inviare sistemi d'attacco per cercarla.

La vulnerabilità consisteva nel fatto che ogni emissione radar poteva essere rilevata. Gli aerei americani hanno risposto sistematicamente con missili antiradar, mentre le attività di ricognizione visiva e di intelligence hanno individuato i sensori passivi. Questo è stato il fulcro di quella che alcuni dei coinvolti hanno definito “bonificare la palude”.

L'Iran disponeva di sistemi di ridondanza, ma il numero di sensori era limitato. Centinaia di attacchi di precisione hanno gradualmente ridotto la capacità dell'Iran di monitorare il traffico nello Stretto. Man mano che lo strato di rilevamento si è assottigliato, l'efficacia dei sistemi d'attacco è diminuita.

Parallelamente, sono state neutralizzate le mine con imbarcazioni senza equipaggio e la rotta meridionale vicino all'Oman è stata dichiarata in gran parte libera. I convogli si sono mossi sotto scorta, spesso di notte e con il sistema di informazione automatica (AIS) disattivato. I cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, dotati di radar Aegis e intercettori missilistici standard (SM), costituivano la spina dorsale del convoglio; droni ed elicotteri Apache armati di razzi a guida laser hanno fornito ulteriore copertura. Le navi americane hanno anche ingaggiato i motoscafi delle Guardie Rivoluzionarie che si avvicinavano ai convogli.

Sul piano commerciale, gli Stati Uniti hanno affrontato le barriere assicurative. All'inizio di marzo, il presidente Donald Trump ha incaricato la US International Development Finance Corporation (DFC) di fornire assicurazioni contro il rischio politico e garanzie per il commercio marittimo.

La DFC, in collaborazione con il Dipartimento del Tesoro e il CENTCOM, ha istituito una linea di riassicurazione rotativa di circa $20 miliardi, successivamente ampliata con partner privati ​​tra cui Chubb, incentrata sulla copertura dello scafo, dei macchinari e del carico. L'adesione iniziale è stata limitata. Con il calo dei tassi di successo iraniani, un numero maggiore di navi ha aderito.

I risultati sono stati significativi: il CENTCOM ha riferito di aver assistito ben oltre mille navi commerciali e di aver movimentato centinaia di milioni di barili dalla primavera. I sistemi di tracciamento indipendenti spesso riportavano cifre inferiori perché gran parte del traffico avveniva in incognito. Il volume di traffico prebellico era di 20-21 milioni di barili al giorno.

I flussi attraverso Hormuz restano al di sotto di tale soglia, ma, combinati con l'oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e l'oleodotto saudita per Yanbu nel Mar Rosso, i volumi si sono ripresi a sufficienza per mantenere i prezzi del petrolio nella fascia tra gli $85 e i $95, elevati ma ben lontani dalla catastrofe prevista.


Non voler vedere il quadro completo

I dati pubblici risultavano in ritardo sia per ragioni tecniche che psicologiche. Le navi che perdevano il segnale durante il transito di solito riattivavano i loro localizzatori AIS in seguito, quindi in teoria avrebbero potuto essere tracciate e conteggiate, tuttavia il confronto era imperfetto a causa della sovrapposizione dei movimenti notturni, della ricezione satellitare incompleta, dei segnali intermittenti e dei trasferimenti da nave a nave.

I sistemi di tracciamento commerciali tentano di correggere le anomalie utilizzando immagini e altri dati, ma le soglie di confidenza producono comunque delle sottostime rispetto a ciò che le forze di scorta potrebbero effettivamente vedere.

C'era anche una ragione narrativa. La storia del successo iraniano e del fallimento americano si adattava alle aspettative che molti già nutrivano. Le prove contraddittorie generavano dissonanza cognitiva. La reazione comune era quella di proteggere la cornice originaria, applicando un maggiore scetticismo ai dettagli scomodi e considerando i progressi più lenti come temporanei.

In un contesto informativo controverso, le narrazioni che confermano le aspettative preesistenti spesso sopravvivono a quelle che necessitano di essere riviste.


Il principio generale

Il caso di Hormuz illustra uno schema più ampio: la leva è spesso più efficace quando è latente. La minaccia influenza il comportamento; il bersaglio si tutela o spera che la carta non venga mai giocata. Una volta utilizzata su larga scala, gli incentivi cambiano. Emergono costi reali e il valore di neutralizzare la minaccia aumenta vertiginosamente.

Segue un processo di adattamento: si braccano i sensori, si organizzano le scorte, si accelerano i percorsi alternativi e si trovano soluzioni commerciali. Col tempo, la leva iniziale produce rendimenti decrescenti. Chi esercita la coercizione spesso si ritrova più debole di prima.

Questo schema non è unico. Nel 1973, i produttori di petrolio arabi ridussero le esportazioni e aumentarono i prezzi. Lo shock a breve termine fu grave; la risposta a lungo termine incluse miglioramenti in termini di efficienza, riserve strategiche, produzione al di fuori dell'OPEC e la rivoluzione dello shale oil.

Le interruzioni delle forniture di gas imposte dalla Russia all'Europa tra il 2021 e il 2022 hanno prodotto un andamento simile: l'espansione del GNL, lo stoccaggio, la riduzione della domanda e la comparsa di fornitori alternativi hanno fatto crollare la quota di mercato di Mosca in Europa, costringendola a vendere una maggiore quantità delle sue forniture a prezzi fortemente scontati alla Cina e ad altri Paesi.

Le restrizioni imposte dalla Cina nel 2010 al Giappone sull'estrazione di terre rare hanno stimolato lo sviluppo di attività minerarie alternative, il riciclo e la sostituzione delle materie prime. Negli ultimi anni, anche gli Stati Uniti hanno accelerato questa transizione grazie ai finanziamenti del CHIPS Act, alle partecipazioni azionarie e ai prestiti del Dipartimento della Difesa, agli accordi sui prezzi minimi e sui contratti di fornitura, e al Project Vault, che comprende partecipazioni azionarie in produttori chiave e una riserva strategica di minerali, ampliando al contempo la cooperazione con partner come l'Australia.


Le leve rimanenti e i loro limiti

Se la strategia di Hormuz sta già dando risultati decrescenti, quali altre opzioni restano all'Iran?

La leva più incisiva e sottoutilizzata è una campagna più sistematica contro la produzione energetica del Golfo stesso: giacimenti, impianti di lavorazione, raffinerie e industrie a valle. L'Iran ha già colpito questi obiettivi su scala significativa. Ciò che non è stato ancora pienamente tentato è uno sforzo prolungato e multilaterale per la distruzione duratura delle capacità produttive.

Tra le altre potenziali leve si annoverano l'intensificazione delle attività per procura, le operazioni informatiche, la pressione su Bab el-Mandeb, i segnali nucleari residui e attacchi più pesanti contro le basi statunitensi o le infrastrutture critiche. Ognuna di queste opzioni conserva un certo potenziale.

Tuttavia, la stessa logica si applica anche in questo caso. Un ulteriore utilizzo su larga scala accelererebbe le reazioni che ne ridurrebbero l'efficacia. Allo stesso tempo, il regime è sottoposto a continue pressioni economiche dovute al blocco navale statunitense, al controllo delle esportazioni di petrolio e alle più ampie sanzioni dell'“Operazione Economic Outcast”. Un'escalation sotto questo assedio aumenterebbe significativamente i costi e ridurrebbe i tempi di reazione.

Un'altra opzione potrebbe essere una distrazione altrove, magari orchestrata da un altro Paese dell'asse emergente dei Paesi dipendenti dal Partito Comunista Cinese, come la Russia, la Corea del Nord o la Cina stessa.

La battaglia per lo Stretto non rappresenta l'intera guerra. Ha tuttavia illustrato una caratteristica ricorrente della strategia: le leve geografiche e delle risorse appaiono più formidabili finché rimangono latenti. Una volta messe in moto in modo continuativo, spesso innescano quelle forze che alla fine ne riducono l'efficacia.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 14 settembre 2026

Il divorzio incompiuto

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-divorzio-incompiuto)

La versione standard della storia di Enrico VIII è una parabola morale sulla brama di un re: una disperata ricerca di un erede maschio che lo portò a rompere con Roma, sciogliere i monasteri e creare una chiesa nazionale. Questa narrazione non è sbagliata, ma è pericolosamente incompleta. Il bisogno di Enrico VIII di ottenere l'annullamento del matrimonio fu la scintilla, non la causa. Il vero elemento esplosivo fu una rivendicazione costituzionale che si stava consolidando da decenni: che l'Inghilterra fosse un “impero”, un regno sovrano che non doveva alcuna fedeltà giuridica o spirituale ad alcuna potenza straniera, Papa incluso.

Quando Enrico VIII separò l'Inghilterra dalla giurisdizione papale nel 1534, non si limitò a divorziare da una moglie. Stava separando l'Inghilterra dalla struttura giuridica del papato occidentale, quello che io chiamo il progetto della “Seconda Britannia”. Tale divorzio non fu mai pienamente accettato dalla Curia romana e non è mai stato formalizzato. Nei cinque secoli successivi, la lotta si spostò dalla teologia all'economia politica, dalle scomuniche al debito, dall'invasione militare alla presa di potere istituzionale. Oggi, mentre la Chiesa anglicana si frattura al suo interno e si avvicina sempre più a un ecumenico con Roma, e la monarchia inglese mette alla prova i vincoli fiscali stabiliti nel 1688, l'antica battaglia per l'autorità suprema sulla corona e sulle anime d'Inghilterra sta entrando in un nuovo capitolo.


I. Il divorzio di Enrico VIII: catalizzatore personale, rottura costituzionale

Nel 1521 Enrico VIII fu acclamato come il “Difensore della Fede” per la sua polemica contro Lutero. Non era certo un rivoluzionario protestante, ma nel 1533 il Papa, sotto la pressione del nipote di Caterina d'Aragona, l'imperatore Carlo V, si rifiutò di annullare il matrimonio di Enrico VIII. Ciò che seguì non fu un semplice cambio di moglie, ma una vera e propria rivoluzione giurisdizionale.

L'Atto di Restrizione degli Appelli (1533) dichiarò che “questo regno d'Inghilterra è un impero... governato da un unico capo e re supremo... al quale è vincolato un corpo politico, composto da persone di ogni genere e ceto sociale, e a cui è dovuta, dopo Dio, un'obbedienza naturale e umile”. L'Atto di Supremazia (1534) trasferì formalmente la guida della chiesa inglese dal Papa alla Corona. Le tasse che affluivano a Roma furono dirottate verso il tesoro reale; i monasteri, istituzioni che operavano come una struttura di potere parallela con lealtà continentali, furono sciolti.

In sostanza, Enrico non rifiutò la dottrina cattolica: rifiutò la giurisdizione papale. La sua contestazione riguardava la pretesa che un vescovo straniero (il papa) possedesse l'imperium – la suprema autorità esecutiva e giudiziaria – sui sudditi inglesi. Così facendo, sfidava una finzione giuridica secolare: l'autoeredità del papato dal decaduto Impero Romano d'Occidente. Attraverso documenti come la falsificata Donazione di Costantino, i Papi avevano a lungo rivendicato il diritto di deporre i re e di interporsi tra i monarchi e i loro reami. Il “divorzio” di Enrico VIII fu quindi una dichiarazione di indipendenza giurisdizionale: nessun tribunale straniero, spirituale o temporale, avrebbe esercitato l'autorità finale in Inghilterra.


II. Il contrattacco: dalle missioni gesuite alla rivoluzione fiscale

Il papato non riconobbe mai la legittimità di questo divorzio. Scomuniche, complotti, missioni gesuite e il sostegno a pretendenti cattolici (Maria Stuarda, l'Invincibile Armata spagnola) si susseguirono per generazioni, ma la restaurazione militare o dinastica diretta fallì sotto Elisabetta e gli Stuart. Alla fine del XVII secolo, il progetto della “Seconda Britannia” – l'ambizione di subordinare la sovranità inglese a un'autorità transnazionale – cambiò strategia.

La storiografia convenzionale presenta la Rivoluzione Gloriosa del 1688 come un trionfo protestante: il Parlamento invita lo statolder olandese Guglielmo d'Orange a deporre il cattolico Giacomo II, assicurando così una successione protestante e la libertà parlamentare. Ma al di là della propaganda religiosa, è necessario considerare le conseguenze strutturali. Guglielmo arrivò con un esercito olandese e un nuovo modello di finanziamento statale. Giacomo fuggì; il Parlamento approvò la Dichiarazione dei Diritti (1689), che subordinava permanentemente la monarchia al controllo parlamentare in materia di tassazione, successione e guerra.

Poi arrivò l'innovazione decisiva: nel 1694, venne istituita la Banca d'Inghilterra. Fu la prima istituzione permanente di debito pubblico. Per la prima volta, la Corona inglese – e presto lo Stato britannico – divenne dipendente da una rete di creditori, obbligazionisti e finanziari che non avevano alcuna lealtà feudale nei confronti del monarca. Il prestito sovrano non era più un espediente occasionale; divenne il motore del governo. La libertà d'azione della Corona non era più limitata da un interdetto papale, ma dal pagamento degli interessi e dall'approvazione di un complesso parlamentare-finanziario.

Si trattò di un'operazione di “sottrazione del potere papale”? Non nel senso di cablogrammi segreti vaticani. Rappresentava piuttosto una profonda continuità formale: una struttura di potere transnazionale in grado di frenare la Corona inglese. Il papato aveva un tempo esercitato tale ruolo attraverso il diritto canonico e la minaccia di scomunica. Dopo il 1688, il potere di controllo passò alla City di Londra e ad Amsterdam, reti finanziarie a loro volta intrecciate con le banche continentali, molte delle quali da tempo al servizio degli interessi papali e imperiali nel commercio e nel credito. La “Seconda Britannia” si era trasformata. Il suo successore non fu esattamente il Vaticano, bensì lo Stato fiscale-militare, un sistema in cui la sovranità era diffusa tra creditori, parlamentari e la nuova Banca.

E come è stato possibile tutto ciò? Attraverso l'introduzione di una Guardia Pretoriana in tutte le sale del potere e nelle dimore della Corona. La metafora della Guardia Pretoriana è appropriata, ma va precisata. Nell'antica Roma, i Pretoriani erano la guardia personale dell'imperatore, che ripetutamente assassinava o ricattava gli imperatori per proteggere i propri privilegi. Nella Gran Bretagna post-1688, la “guardia” cambiò uniforme: i soldati, in quanto detentori del potere supremo, furono rimpiazzati dai possessori di obbligazioni. La Corona era tenuta in ostaggio non solo da uomini armati, ma anche dal meccanismo del debito perpetuo, debiti che finanziavano gli uomini armati. Ogni monarca, da Guglielmo III a Carlo III, governò all'interno di una gabbia costruita nel 1694, una gabbia le cui sbarre sarebbero state obbligazioni governative dorate, rafforzate da assassini dell'MI5, dell'MI6 e altri agenti segreti infiltrati nelle sale del palazzo.


III. La nuova lotta: conquistare la Chiesa anglicana come arma

Per tre secoli, la Chiesa d'Inghilterra è rimasta l'unico pilastro istituzionale dell'originaria separazione della Corona da Roma. In qualità di “governatore supremo”, il monarca manteneva l'autorità giurisdizionale sulla chiesa nazionale, una netta smentita dell'imperium papale. Ma questo pilastro si sta ora sgretolando e, nelle fratture, l'antico potere transnazionale intravede un'opportunità.

La Comunione anglicana è attualmente lacerata da dispute interne su sessualità, genere e dottrina. Le riforme progressiste nella Chiesa d'Inghilterra hanno accelerato lo scisma, con ampie fasce del Sud del mondo (GAFCON e la Global South Fellowship of Anglicans) che si sono allontanate o hanno rifiutato l'autorità dell'Arcivescovo di Canterbury. In questo vuoto si è inserito un rapido riallineamento ecumenico.

Nell'ottobre del 2025, re Carlo III, governatore supremo della Chiesa d'Inghilterra, ha compiuto una visita di Stato in Vaticano (22-23 ottobre). Ha incontrato Papa Leone XIV (eletto nel maggio 2025) e ha partecipato a una storica celebrazione ecumenica di preghiera nella Cappella Sistina, la prima volta che un monarca inglese ha pregato pubblicamente con un Papa nella Cappella dalla Riforma. Il re ha rilasciato dichiarazioni congiunte sulla “cura del creato” con il Vaticano e ha ricevuto onorificenze come la nomina a Confratello Reale di San Paolo. Ex-vescovi anglicani hanno parlato di possibili ondate di conversioni, o di un ulteriore riallineamento verso Roma, in mezzo alle divisioni in corso.

Non si tratta semplicemente di buona volontà ecumenica: rappresenta un ammorbidimento giurisdizionale. L'Atto di Supremazia di Enrico VIII rese la corona l'autorità legale suprema sulla Chiesa inglese. Quando il governatore supremo partecipa ora a funzioni congiunte di alto profilo che implicitamente riconoscono una condivisa autorità spirituale e quando la Chiesa d'Inghilterra intensifica i legami con Roma mentre la sua comunione globale si frammenta, la barriera giurisdizionale eretta nel 1534 viene messa alla prova ed erosa dall'interno. La Chiesa d'Inghilterra, concepita come baluardo contro le interferenze papali, è sempre più vista da alcuni come un potenziale ponte o addirittura uno strumento per ristabilire l'influenza di Roma sulle anime inglesi e, per estensione, sulle istituzioni e, naturalmente, sulle sue fonti di reddito, perse ormai da secoli.

Allo stesso tempo, la Corona ha mostrato sottili segnali di voler prendere le distanze dall'assetto fiscale post-1688. Affermazioni simboliche di indipendenza, una monarchia multireligiosa che aggira il vecchio establishment protestante e timidi tentativi di riaffermare alcuni poteri di prerogativa hanno suscitato reazioni da parte del complesso parlamentare-finanziario. Il vecchio sistema “pretoriano”, ora incarnato nella City di Londra e nello stato debitore permanente, riconosce che una Corona con una reale indipendenza giurisdizionale, anche sulla propria chiesa, potrebbe iniziare ad allentare i vincoli imposti dopo il 1688.


IV. Conclusione: una guerra lunga 500 anni che entra nel suo ultimo capitolo

Enrico VIII non divorziò da una moglie; divorziò l'Inghilterra da una pretesa rivale all'imperium. Il papato, in quanto erede istituzionale della giurisdizione imperiale romana, non accettò mai quel divorzio. Combatté con complotti ed eserciti e, quando questi fallirono, si adattò. La Rivoluzione Gloriosa e la creazione dello Stato debitore permanente rappresentarono una trasformazione strutturale: il controllo transnazionale sulla sovranità inglese si spostò dal diritto canonico alla finanza. La “Seconda Britannia” acquisì una nuova incarnazione nei mercati obbligazionari e nell'establishment parlamentare-finanziario che ha tenuto a freno la Corona per oltre tre secoli. Il tutto sostenuto da omicidi di reali e nobili perpetrati dalle guardie di palazzo e dalla sicurezza.

Ora, con la Chiesa anglicana divisa su linee dottrinali e impegnata a coltivare legami ecumenici più profondi con Roma, l'originaria lotta giurisdizionale è tornata sul suo campo di battaglia: l'autorità spirituale sull'Inghilterra. La Corona, pur rimanendo tecnicamente il governatore supremo, presiede un'istituzione sempre più aperta proprio a quella giurisdizione straniera che Enrico VIII aveva bandito. Se questo processo dovesse proseguire senza controllo, il divorzio del 1534 potrebbe essere di fatto annacquato, non da una bolla papale, ma da una lenta convergenza ecumenica.

Non si tratta di una cospirazione: è logica istituzionale. Il papato è un'istituzione millenaria che non ha mai rinunciato alla sua pretesa di giurisdizione universale. La Corona inglese è un'istituzione che non si è mai completamente liberata dalla gabbia fiscale eretta nel 1694. L'attuale riassetto e le fratture all'interno della Comunione anglicana rappresentano il terreno d'incontro tra queste due forze istituzionali. La questione è se l'accordo del 1688 – il sistema del debito come ostaggio – cederà definitivamente, o se la Seconda Roma porterà a termine ciò che iniziò nel XVI secolo: la riconquista della sua provincia perduta.


V. Post-scriptum

Mentre la lunga e incompiuta separazione dell'Inghilterra dalla Seconda Roma si piega ancora una volta verso lo scontro, la Chiesa d'Inghilterra – baluardo sovrano di Enrico VIII contro l'impero straniero – si sta preparando a riprendere il suo ruolo pre-Riforma di nemico, controllato dall'estero, di una Corona inglese indipendente. Mentre le aperture di Re Carlo III al Vaticano nel 2025 segnalano un approfondimento dell'allineamento ecumenico, il futuro erede al trono, il Principe di Galles, si è mosso rapidamente nel marzo 2026 per riaffermare la sua personale “fede silenziosa” e il suo impegno nei confronti della Chiesa d'Inghilterra, partecipando all'insediamento del nuovo Arcivescovo di Canterbury e dichiarando la sua intenzione di forgiare un “legame forte e significativo” con la sua leadership mentre si prepara al ruolo di Governatore Supremo. Eppure, proprio questa riaffermazione dell'antica alleanza tripartita – Corona, Chiesa e Popolo – giunge nel momento in cui la chiesa nazionale, frammentata dalle riforme progressiste e dagli scismi del Sud del mondo, si avvicina sempre più all'influenza romana. Le guerre di religione dei Tudor, ben lungi dal concludersi nel 1534 o nel 1558, si stanno dunque riaccendendo; così come la più profonda Guerra Civile Inglese, durata 400 anni, le cui forze istituzionali contrapposte ho analizzato in sette saggi precedenti. La questione per il prossimo regno è se la visione sincera ma più pacata del dovere del Principe riuscirà a riconquistare la Chiesa come strumento della sovranità inglese, o se la Seconda Roma, dopo aver fallito con eserciti, scomuniche e mercati obbligazionari, riuscirà infine, attraverso una convergenza pacifica, a rivoltare contro la Corona stessa la sfera spirituale. L'accordo del 1534 rimane incompiuto; il capitolo finale della lunga guerra civile inglese deve ancora essere scritto.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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