venerdì 6 marzo 2026

Celata dagli inglesi, è tempo di riconquistare la via verso la prosperità

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/celata-dagli-inglesi-e-tempo-di-riconquistare)

Fu Churchill a nascondere questa via. Dapprima alla fine della Prima guerra mondiale quando, in veste di Cancelliere dello Scacchiere, riportò l'Inghilterra a un gold standard ai tassi pre-bellici. Lo shock risultate ebbe come esito il rafforzamento del dollaro, il cui effetto furono i famosi Ruggenti Anni Venti, mentre in Inghilterra ci fu una deflazione cavalcante. Le parti si invertirono quando i flussi andarono nella direzione opposta, costringendo la FED a svalutare il dollaro da $20 l'oncia a $35 l'oncia e la conseguenza fu la Grande Depressione (oltre a una deflazione dei prezzi come quella vissuta in precedenza dagli inglesi nel decennio precedente). Alla fine della Seconda guerra mondiale Roosevelt disse a Churchill: “Non abbiamo combattuto questa guerra per ripristinare l'Impero inglese”. Due settimane dopo aver proferito queste parole alla Conferenza di Yalta, Roosevelt muore... circostanza “curiosa”, così come il fatto che lo stesso Churchill non andò al funerale. La faccenda diventa ancor più “curiosa” se si aggiunge il fatto che Truman molto probabilmente perse contro Dewey.

Truman seguì il copione inglese del post-Prima guerra mondiale e, con Bretton Woods, torna al gold standard ma ai tassi pre-bellici. I “peccati” monetari delle precedenti guerre vennero di nuovo spazzati sotto il tappeto. Questo fece schizzare in alto il prezzo del dollaro e spinse le altre economie a cercare un'alterativa attraverso l'oro, il quale crebbe di prezzo fino al fallimento del London Gold Pool che decretò la fine formale di Bretton Woods. Come disse Rothbard all'epoca c'erano praticamente 3 sistemi monetari, fino a quando non arrivò la decisione di Nixon. Sotto questo punto di vista egli fermò la rapina delle casse pubbliche americane, un atto difensivo dato che dal 1950 al 1971 gli USA subirono un'emorragia di oro tra le 12.000 e le 13.000 tonnellate a vantaggio delle controparti europee. Ancora una volta, flussi e riflussi di capitale sulla scia di un prezzo dell'oro sbagliato. Il boom del secondo dopoguerra venne pagato dal bacino della ricchezza reale americano, in tutto il mondo.

Rileggere la storia e le decisioni sballate prese dalle amministrazioni americane attraverso le lenti “oligarchi americani” e “oligarchi inglesi” che si accordano per permettere all'impero di perseverare lungo la iterazione successiva permette di avere una comprensione superiore degli eventi che si sono succeduti. Soprattutto nei dieci anni successivi al 1971, quando prese il sopravvento il sistema del dollaro offshore. Infatti non è mai esistito un sistema monetario col dollaro come riserva, bensì uno con l'eurodollaro come riserva: il LIBOR, dopo gli Accordi del Plaza, avrebbe impostato il costo del flusso degli asset finanziari (compresi quelli americani) in tutto il mondo. La Federal Reserve non era affatto in controllo della politica monetaria della nazione, come minimo sin dal 1950. Il cosiddetto LIBOR standard termina nel 2008 con la Grande crisi finanziaria, lasciando spazio alla Coordinated central banks policy che sarebbe durata fino al 2021. L'introduzione del SOFR avrebbe rappresentato lo strappo tra i personaggi americani seduti nella Tavola Alta rispetto alle loro controparti inglesi e francesi. Ecco perché negli Epstein file possiamo leggere di come Bannon fosse stato reclutato sostanzialmente dagli inglesi per fare propaganda contraria a Powell.

Da questo ne consegue che l'identificazione dei guerrafondai di oggi non coincide coi guerrafondai di ieri. Una volta che si identifica con precisione il nemico, non si combatte più contro delle ombre bensì l'obiettivo è visibile e attaccabile laddove fa più male. La cosiddetta Pax Americana, in questo contesto, altro non era che l'uso della forza militare americana per permettere al mai scomparso impero inglese di riciclarsi in sordina nelle trame della storia moderna.

Se si pensa che nel post-Seconda guerra mondiale le mappe vennero ridisegnate per creare tensioni consapevoli nei vari Paesi del mondo, questa strategia del terrore era piuttosto utile per tenere vivo il flusso di denaro. Alimentare scontri ad hoc tra due etnie in conflitto storico e creare le motivazioni per interventi perenni o ricatti consapevoli nei confronti dei relativi governi. È in quest'ottica che si inserisce anche il periodo del terrore in Italia ed è in quest'ottica che va inquadrato anche oggi. Attentati, criminalità, terrorismo... tutti asset che si possono gestire in modo da ottenere risultati quanto più desiderabili possibile. È stato così con l'ISIS durante la presidenza Obama ad esempio, prima che intervenisse Putin e iniziasse a ripulire la Siria. È stato così in Medio Oriente, è stato così con India e Pakistan, ed è stato così anche con l'operazione Gladio in Italia. Ed è così oggi con i cartelli messicani e i loro partner di merende nelle banche canadesi. Ciò che conta è il flusso, la movimentazione di dollari che scorre all'estero e al di fuori della portata degli Stati Uniti. Il flusso istituzionale alimenta il flusso privato (criminalità organizzata, terrorismo) e, senza la necessità di possedere direttamente alcunché, è possibile comprare politici, oligarchi, magnati del petrolio. L'estensione del controllo dei flussi passa attraverso Camere di commercio, società di assicurazione, sindacati, stanze di compensazione, ecc. e queste vengono usate come una clava per dissimulare e far perdere traccia delle persone dietro le quinte. Se fossi io a tirare le fila del gioco agirei allo stesso modo: sventolerei tutti i tipi di feticci per impressionare gli altri e farli scagliare l'uno contro l'altro in modo da agire indisturbato.

Negli ultimi 125 anni l'Impero britannico ha mantenuto una stretta strategica sul Medio Oriente attraverso una calcolata politica di destabilizzazione geopolitica e finanziaria. Operando sulla base della massima “divide et impera”, i politici britannici hanno sistematicamente manipolato le tensioni religiose ed etniche per impedire l'emergere di stati nazionali sovrani e industrializzati nella regione. Un meccanismo primario di questa destabilizzazione fu la ridefinizione artificiale dei confini mediorientali in seguito al crollo dell'Impero Ottomano (per cui inglesi e francesi scatenarono la Prima guerra mondiale). Attraverso l'accordo Sykes-Picot e il successivo Trattato di Sèvres, inglesi e francesi spartirono la regione in mandati coloniali, assicurando che Paesi come Iraq, Siria, Libano e Palestina emergessero con conflitti etnici e religiosi intrinseci. Per gestire questo instabile assetto, l'intelligence britannica si avvalse di agenti operativi come T. E. Lawrence e Aubrey Herbert: specialisti per guidare i diversi movimenti per procura mediorientali e mantenere la regione in uno “stato cronico di naufragio”. La creazione dei moderni confini e stati mediorientali aveva lo scopo di fungere da perenne elemento di disturbo, tenendo le popolazioni locali l'una contro l'altra come pedine di un gioco imperiale molto più ampio.

L'Iran, storicamente noto come Persia, è stato un obiettivo centrale di questi disegni imperiali britannici. Già nel 1907 Re Edoardo VII orchestrò l'Intesa anglo-russa che divise esplicitamente l'Iran in sfere di influenza e ne neutralizzò l'autonomia per tenere sotto controllo le potenze rivali. La guerra finanziaria fu utilizzata come arma insieme alla diplomazia; ad esempio, nel 1911, gli inglesi approvarono un ingente prestito alla Persia utilizzando come garanzia i proventi dell'oppio della nazione, agganciando di fatto lo stato al debito coloniale. L'oligarchia britannica mantenne anche il controllo sulle vaste risorse dell'Iran attraverso istituzioni alleate come la British Bank of Middle East. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi cercarono disperatamente di mantenere il controllo sulle riserve petrolifere mediorientali per sostenere il loro impero finanziario. Quando personaggi come Enrico Mattei tentarono di negoziare accordi energetici equi e indipendenti con le nazioni mediorientali, tra cui l'Iran, il Ministero degli esteri britannico lo considerò una minaccia mortale per le loro relazioni coloniali e il controllo del petrolio. Mattei fu infine assassinato in un complotto con forti tracce britanniche.

Oggi i persistenti conflitti in Medio Oriente, inclusa l'ostilità tra Iran e Israele, sono la diretta conseguenza di questa vecchia strategia del divide et impera. Le moderne fazioni globaliste, allineate con le reti bancarie e di intelligence britanniche, hanno continuato ad alimentare queste guerre per procura per impedire l'integrazione economica eurasiatica. Innalzando minacce come la “Mezzaluna sciita” e trasformando le sanzioni in armi, queste forze mirano a mantenere l'Iran isolato e la regione nel caos. La minaccia perpetua dell'arricchimento nucleare iraniano è servita da comodo “spauracchio” per giustificare interventi senza fine e mantenere il complesso militare-industriale ben finanziato.

Gli inglesi e i loro alleati sanno che se alle principali potenze regionali fosse consentito di stabilizzare e sviluppare autonomamente il loro petrolio e le loro infrastrutture, come gli enormi corridoi ferroviari ed energetici attualmente in costruzione da Russia e Cina attraverso l'Iran, il controllo finanziario della City di Londra sui mercati energetici globali crollerebbe. Dal 1979 in poi Stati Uniti, Israele, Francia, Paesi Bassi, Svezia (patria della famiglia Wallenberg, quasi mai menzionata) e altri hanno continuato a fare affari con l'Iran, vendendo addirittura materiale bellico e altri armamenti. Ultima iterazione di ciò durante il JCPOA architettato a suo tempo da Obama: la prima compagnia che firmò contratti petroliferi fu la Total francese; poi, quando nel 2018 Trump impose le sanzioni sull'Iran, dovette svendere i suoi contratti a Gazprom. Già allora vennero gettati i primi semi del conflitto tra i membri della cosiddetta Tavola Alta e questa è una guerra che deve indirizzarsi per forza di cose ai poteri occulti che si celano dietro gli intermediari. Capite adesso perché, tra le altre cose è nato Bitcoin e nel Genesis Block c'è una pagina finanziaria di un giornale inglese?

La virtualizzazione degli asset reali, compreso il dollaro tramite l'eurodollaro, è stato un meccanismo per usare la finanziarizzazione con cui creare asset sintetici che avrebbero dovuto replicare 1:1 quelli fisici. O almeno sulla carta... Finché gli asset fisici rimanevano sepolti, la catena del valore poteva essere virtualizzata tramite intermediari (stanze di compensazione, società di saldo, società di assicurazioni, ecc.). Sottoporre a riserva frazionaria questo sistema ha avuto come sottoprodotto, tra le altre cose, la disparità di ricchezza che s'è andata sempre più ad acuire. Il bacino della ricchezza reale erano gli Stati Uniti, mentre Londra e Bruxelles hanno usato questa oca dalle uova d'oro per acquisire potere e influenza. Il denaro proveniente da canali illeciti è solo l'iterazione intermedia di un tale sistema, al cui apice ha i soldi della Tavola Alta stessa e sul fondo il “denaro pubblico” dei programmi di welfare. Lo smantellamento di questo sistema da parte dell'amministrazione Trump ha avuto come primo obiettivo la chiusura dei rubinetti pubblici (es. USAID) e adesso la chiusura di quelli privati (es. cartelli messicani), fino a costringere gli avversari a mettere in campo i propri di capitali. Sono ingenti, ma non infiniti. Ma se il flusso coinvolto negli asset sintetici è quello che tiene vivi Londra e Bruxelles piuttosto che gli asset fisici (dato che ne sono sprovvisti), qual è quella tecnologia che in sordina ha iniziato ad attaccare gli INTERMEDIARI? Qual è quello strumento che si fregia di superare la necessità di passare attraverso di loro? Bitcoin. E cosa c'è nel Genesis Block? Esatto, una pagina di un quotidiano inglese. E chi ha abbracciato con maggior vigore la “rivoluzione Bitcoin”? Gli Stati Uniti. Comincio a pensare che, come Internet, Bitcoin sia stato il primo colpo sparato nella guerra finanziaria oggi in atto. E questa semplice riflessione dovrebbe farvi capire quanto sarà importante in futuro, al di là del prezzo.

Come ho documentato nel Capitolo 7 del mio ultimo libro, Il Grande Default, ciò che conta davvero non è la velocità del denaro, bensì la velocità con cui si trasferisce la titolarità delle classi di asset. A cascata derivano, poi, riciclaggio di denaro e frodi nei titoli stessi. Cos'è la Banca d'Inghilterra se non un gigantesca compagnia che si dedica al passaggio di classi di asset? E le sue propaggini in giro per il mondo, come ad esempio Jane Street, Citadel, Blue Owl, non sono altro che incubatori per figure che poi verranno inserite in altri contesti finanziari di altre aziende. Jane Street, in particolare, di cui ho parlato su queste pagine riguardo alla manipolazione di prezzo di Bitcoin sui mercati finanziari, è una ripetizione di quello che accadde negli anni '80 con la frode delle S&L. Infatti quella fu un'operazione della CIA, ed è ormai noto che al suo interno ci sono infiltrazioni dell'MI6, per finanziare parte del proprio bilancio (il quale, ricordiamolo, è in parte segretato anche agli occhi del Presidente e del Congresso), come documentato dai libri Inside Job e The Mafia, CIA & George Bush. E gli insider ottengono l'accesso al ritmo con cui le classi di asset cambiano mano, oltre a ottenere l'accesso a prestiti a tassi zero se non addirittura negativi.

Notate, però, cosa è accaduto subito dopo la decisione della Corte Suprema di ritenere i dazi di Trump inadeguati col modo con cui sono stati imposti. L'argento è balzato in su del 9% e l'oro ha seguito l'esempio, mentre i mercati cinesi erano chiusi per festa. Se rapportiamo ciò alla difficoltà con cui non riusciva a superare la soglia dei $50, soprattutto nel 2011 quando venne usata la notizia dell'uccisione di Osama bin Laden per sopprimerne l'ascesa, è decisamente un netto cambio di passo e circostanze. Proprio perché quella di adesso È una guerra mondiale, la quale, però, è combattuta principalmente sui campi di battaglia finanziari. Infatti gli Stati Uniti stanno lasciando correre il prezzo di questi metalli per mettere pressione su Londra e sul suo controllo dei flussi nei mercati sintetici di hard asset come oro, argento, Bitcoin, ecc. L'obiettivo è distruggere la LBMA e la LME, la principale arma finanziaria in mano inglese per controllare la determinazione dei prezzi degli asset a livello mondiale (inclusi il dollaro, lo yen, i titoli del Tesoro americani, ecc.).

Tutto si riduce a chi ha il collaterale fisico rispetto a chi è esposto a leva riguardo lo stesso per controllarne il prezzo. Uno dei teatri di guerra di questo conflitto mondiale è il controllo del meccanismo di prezzo del collaterale fisico. Stati Uniti e Cina vogliono tale controllo, e sono disposti a rimpallarselo fintanto che non ce l'abbia Londra. La cosa importante è che quest'ultima non abbia più la possibilità di determinare il prezzo delle commodity tramite rehypothecation all'infinito nei mercati sintetici. Nel sistema in lenta definizione chi avrà collaterale a sua disposizione potrà entrare nei mercati digitali delle valute. Ecco perché dopo la decisione della Corte suprema americana sui dazi c'è stata l'inversione di tendenza dell'argento dopo un paio di candele di correzione nel settimanale ed è stato poi fatto fuori El Mencho, uno dei nomi di punta del cartello messicano. Chiamatela pure controffensiva di Trump, dato che l'UE ha rigettato la proposta di pace avanzata da Trump a Davos e Rubio alla Conferenza di Monaco, e subito dopo di ciò l'operazione “Epic Fury”. In quest'ultimo caso l'obiettivo ritengo fosse l'IRGC, che adesso è in “guerra civile”, e il sottostrato di influenze inglesi/francesi. La mia ipotesi che si sia impiegato un mix di strategia tra Venezuela e Messico, in entrambi i casi lo scardinamento di strati al di sotto di quelli governativi alla luce del sole. Stesso discorso in Iran, dove ha senso affermare che una o più fazioni nel Paese abbiano stretto un accordo con Trump. La tesi evitare la guerra ha altresì senso se la si inquadra in ottica blocco dello Stretto di Hormuz, perché chi ci perde sono principalmente gli europei. La conclusione, quindi, è la pressione su Bruxelles e Londra col paravento di una “guerra prolungata” in Iran, perché se fosse stato un pantano ordito da inglesi e francesi avremmo visto dichiarazioni diverse sul mainstream da parte loro.

La bomba nucleare in mano all'Iran avrebbe rappresentato la scusa perfetta per la “guerra infinita”. La cricca di Davos continua a essere pressata su ogni fronte: sugli Epstein file, sul mercato oro/argento, sulle midterm. Trump stava andando abbastanza bene finora, eccezion fatta per il SAVE Act, addirittura ottenendo riscontri positivi a livello pubblico dal suo uso di agenti ICE per elezioni oneste. A dimostrazione che fosse ancora sull'offensiva, insieme a Bessent sul fronte mercati. I tentennamenti iraniani circa i negoziati pubblici non erano altro che il balletto performato da Zelensky in Ucraina: un gioco di dilatazione dei tempi. Per la serie: allungare il brodo così sarebbero arrivate le midterm, forse le avrebbe perse e i restanti due anni di mandato sarebbero stati un inferno.

Non si può negare che il rischio è alto in questo caso. Comunque ci sono fonti di intelligence credibili che suggeriscono che l'AIEA fosse complice di tutto il teatrino iraniano riguardo l'assenza di armi nucleari sul suo territorio. La mia opinione è che la Corea del Nord abbia costruito la testata nucleare (pagata dagli inglesi), mentre l'Iran il missile che l'avrebbe ospitata. Al di là di ciò, però, la freddezza con cui l'operazione americana è stata accolta da parte degli europei dovrebbe essere rivelatrice. Infatti non giova alle economie europee e questo vi suggerisce chi sta perdendo veramente nell'attuale scontro in Iran. E gli inglesi sanno che il prossimo obiettivo sulla lista di Trump è la Turchia, dove la Fratellanza musulmana è da tempo un asset nelle mani inglesi.

Un'altra cosa rivelatrice è stata la sessione tra Trump e Merz, la quale ha avuto poca risonanza sulla stampa e sui media generalisti. A ragion veduta. La maggior parte delle persone non l'ha vista, ma così facendo s'è persa diversi punti chiave che ci dicono chi sta “vincendo”.

Sotto i nostri occhi si sta facendo la storia e in Iran 300 anni di storia sono improvvisamente evaporati. Tre fatti dirimenti sono accaduti l'altro ieri durante l'incontro tra Merz e Trump: c'è una frattura evidente tra le linee di politica inglesi e americane; una delle più grande compagnie assicurative del mondo, la Lloyd, è stata buttata fuori dal Medio Oriente e con essa i traffici inglesi nella zona; i Paesi del Golfo si sono uniti sotto un'unica bandiera e appoggiano l'operazione di Trump. Se tutto questo è “poco”, se tutti questi sviluppi non vengono considerati traguardi raggiunti da chi sta vincendo e si cade vittima della retorica “Trump non ha il polso della situazione” “non ha un piano” “sta perdendo”, allora non si ha la minima idea del motivo per cui l'Iran è stato attaccato.

Gli Stati Uniti non si stanno ritirando dal mondo: lo stanno riorganizzando attorno a relazioni di potere bilaterali in cui le materie prime e il dollaro sono le leve. Il diciannovesimo secolo sta infine cedendo il passo all'era moderna, dove la City di Londra era la principale zona di intermediazione delle materie prime e di altre attività (es. stanze di compensazione, società di assicurazioni, contratti, giurisprudenza, ecc.) attraverso la virtualizzazione degli asset fisici e l'impostazione indiretta del prezzo del dollaro. Da quando Trump e Bessent hanno assunto le loro rispettive cariche è iniziato il processo di cambiamento: forzare la consegna degli asset sottostanti ai contratti futures. Se in passato la fonte di liquidità ultima erano gli Stati Uniti, e il Comex insieme a LBMA e GLD/SLV rappresentavano il “triangolo della morte” per i metalli preziosi, sganciare il Comex ha indicato la volontà americana di smettere di pagare per i pasti gratis altrui. Come si ricostruisce una base industriale, e per estensione si fornisce sollievo alla propria classe media, se gli input necessari vengono prezzati altrove? È una questione di potere se ci pensate e Washington è in grado di prenderlo per sé facendo a meno degli inglesi.

È un questione anche di bancarotta degli Stati Uniti se avessero continuato lungo la strada dell'espansione indefinita di leva finanziaria e massa monetaria, solo per acquisire beni di consumo a basso prezzo che avrebbero lasciato solamente un buco crescente nei conti pubblici. Ma questo era lo scopo del Grande Reset ideato dalla cricca di Davos, pagato per intero dagli USA. Adesso invece sarà pagato da chi ha forte carenza di materie prime: Londra e Bruxelles. È così che gli USA hanno invertito il loro destino da agnelli sacrificali per permettere alle economie europee di andare in default su parte dei loro debiti ed emetterne di nuovi catturando i capitali mondiali a controllori privilegiati dei flussi finanziari. L'unico accesso rimasto agli europei a risorse energetiche affidabili è rappresentato dalla Scandinavia e dal North Slope (quest'ultima fonte, però, incerta a causa del fantomatico “cambiamento climatico”).

E sono propenso a credere che la chiusura dello Stretto di Hormuz non sia altro che una tattica perseguita dall'intelligente statunitense, perché, oltre alle compagnie di assicurazioni, scombussola anche la rotta del petrolio a livello internazionale. E chi ha più da perdere è ancora una volta l'Europa. Il Qatar ha chiuso i rubinetti del gas e la Russia si appresta a farlo anch'essa.

Come ripetuto diverse volte, l'ultimo contratto più importante rimasto nelle mani londinesi, ora che la LBMA e la LME sono sotto attacco, è il Brent. Tolto quello, gli altri intermediati a Londra (es. alluminio, zinco, nickel, ecc.) cadranno in rapida successione. Se il petrolio è la crisi del momento, il rame sarà poi la crisi del decennio. A gennaio S&P Global ha pubblicato uno studio in cui si prevede che la domanda di rame raggiungerà i 42 milioni di tonnellate entro il 2040, con un aumento del 50% rispetto ai livelli attuali; la produzione globale raggiungerà il picco di 33 milioni di tonnellate nel 2030, per poi diminuire. Il divario di offerta risultante: 10 milioni di tonnellate, pari al 23,8% della domanda prevista. L'Agenzia Internazionale per l'Energia, alla conferenza della Critical Minerals Association dello scorso dicembre, ha affermato che un deficit di approvvigionamento del 30% potrebbe materializzarsi entro il 2035. Le proiezioni di Wood Mackenzie sono a dir poco preoccupanti: la domanda di rame aumenterà del 24%, raggiungendo i 42,7 milioni di tonnellate all'anno entro il 2035, richiedendo oltre 8 milioni di tonnellate di nuova capacità mineraria e 3,5 milioni di tonnellate di rottami.

Il Cile produce circa il 25% della produzione mondiale di rame; il Perù aggiunge un altro 10-12%. Insieme questi due Paesi controllano circa il 40% dell'approvvigionamento minerario ed entrambi devono far fronte a carenze idriche, instabilità politica, ritardi nelle autorizzazioni e opposizione ambientale. Gli Stati Uniti hanno designato il rame come metallo critico nel novembre 2025, riconoscendone tacitamente la vulnerabilità strategica.

Pensate adesso al solo meccanismo di trasmissione dell'attuale conflitto con l'Iran. Il petrolio a $82 e in aumento influisce direttamente sui prezzi della benzina, i costi di trasporto aumentano e si riversano sui beni di consumo. Il gas naturale aumenta del 60% in Europa, facendo aumentare altresì i costi dell'elettricità, il che a sua volta fa aumentare i costi di produzione, che si ripercuotono sui prodotti finiti. I premi assicurativi per le spedizioni attraverso il Golfo Persico stanno già aumentando, aggiungendo punti base al costo di ogni merce che entra in contatto con l'acqua salata. Poi c'è il deficit di rame. Ogni veicolo elettrico, ogni pannello solare, ogni data center, ogni ammodernamento della rete costa di più, mentre i prezzi del rame superano i $13.000 a tonnellata (nuovi record a gennaio 2026). L'argento a $80 e oltre aumenta il costo di ogni cella solare, ogni contatto elettronico, ogni dispositivo medico. Le restrizioni sulle terre rare aumentano il costo dei magneti permanenti, che vengono utilizzati in tutto, dalle turbine eoliche ai motori degli F-35. Questo è l'ambiente in cui Londra e Bruxelles sono adesso intrappolati.

Ecco perché l'unica cosa che è rimasta loro per avere ancora un briciolo di considerazione a livello internazionale è l'impostazione dei quadri giuridici su qualsiasi tema, inclusa la libertà di parola. Controllo normativo e istituzionale su come si muovono i capitali intorno al mondo; da qui l'aggressività europea contro X ad esempio o le altre società americane. La loro ultima spiaggia è il controllo residuo sui flussi di denaro, non sul denaro stesso.

E adesso questa gente deve fare i conti con un sistema che si sta accartocciando su sé stesso, incapace di fermare un treno in corsa lanciato inevitabilmente contro un ponte fragilissimo. Uno degli obiettivi del governo Starmer è quello di rimpiazzare la Camera dei Lord con una “assemblea eletta”. Si tratta di un ulteriore assalto alla costituzione inglese, perché eliminando questa istituzione la si può popolare con elementi eterodiretti come accade col Parlamento. E chi può apporre il veto? Il re. È importante capire chi fa parte della Camera dei Lord: ci sono i pari a vita (eletti dal Primo ministro) e i pari ereditari. Sin dal governo Blair, che ha avviato questo trend, questi ultimi sono stati ridotti in numero sempre di più. Ciò che fece Blair, inoltre, fu rendere la Corte suprema del Regno Unito l'ente giuridico ultimo al posto della Camera dei Lord. Questa mossa del governo Starmer è sovrapponibile al diciassettesimo emendamento della Costituzione americana, il quale introdusse l'elezione diretta dei senatori. È intrigante notare come i fautori originali di quel cambiamento, tramite la loro pedina Wilson, lo stanno adottando adesso su di essi. Ricordate che Londra non è la City di Londra, e la Brexit automatica si avvicina: anche l'Inghilterra quindi è terreno di scontro nella guerra totale mossa dalla cricca di Davos. La missione iniziale era fregare gli USA e riciclarsi a Pechino, dove già erano stati inviati capitali mascherati da investimenti immobiliari. I cinesi hanno preso il malloppo e tenuto chiuso il mercato dei capitali, mentre gli americani hanno schivato il proverbiale proiettile d'argento tramite il SOFR. E adesso non tutte le voci all'interno della cricca di Davos parlano più all'unisono: alcune sono disposte a trattare, mentre altre no. Queste ultime, quindi, devono essere condotte a più miti consigli tramite pressioni economiche e geopolitiche su più fronti.

L'ordine postbellico che ha permesso un commercio globale senza attriti, catene di approvvigionamento just-in-time e la riduzione dei prezzi delle materie prime attraverso la finanziarizzazione è finito. Stiamo entrando in un periodo in cui il possesso fisico di risorse critiche conta più delle rivendicazioni contrattuali su di esse. Il mondo si sta frammentando lungo linee geopolitiche e le fratture attraversano direttamente le catene di approvvigionamento delle materie prime da cui dipende l'economia globale. 


CONCLUSIONE

Chi ha consegnato gli Stati Uniti nelle mani dell'impero inglese fu Woodrow Wilson. Egli era senza dubbio alcuno un asset britannico. Se poi guardate gli ultimi 100 anni di storia indossando queste lenti, la concatenazione degli eventi diventa molto più chiara e coerente. Riconsidererete qualunque posizione avevate sul post-Prima guerra mondiale, sulla Grande depressione, sul post-Seconda guerra mondiale, su Bretton Woods, sul periodo inflazionistico anni '70, ecc. Più vedrete il mondo attraverso queste lenti, più non potrete più fare a meno di non vederlo. In questo modo il “vero” nemico finalmente assume una forma definita e si può sconfiggerlo, dato che non si combatte più contro le ombre o contro un nemico sbagliato. I comunisti, i musulmani e altri sono solo fermate intermedie: tutte le strade conducono a(lla City di) Londra.

Quella che si sta combattendo ora è una guerra, una guerra tra oligarchi ovviamente, è la strategia è tutto. Chi guarda non deve abbandonare i propri principi di libero mercato, ciononostante per quanto si possa criticare la FED bisogna riconoscere in quest'ottica che il suo operato dal 2021 al 2024 è stato cruciale altrimenti BOE e BCE avrebbero preso il sopravvento. Lo stesso ragionamento vale per la strategia hamiltoniana intrapresa da Trump per ricostruire la classe media americana: la relativa sostenibilità è opinabile nel lungo termine, ma nel breve-medio è un innesco più che sufficiente. Trincerarsi stupidamente sui principi adesso non fa altro che rafforzare la capacità degli avversari, non solo dell'amministrazione Trump ma dell'umanità intera, di annichilire anche il minimo tentativo di cambiamento pratico e reale che potrebbe portare in futuro a un miglioramento davvero in linea coi principi di libero mercato e libertari.

Quello che stanno percorrendo adesso gli USA è il percorso più credibile dal punto A, socialismo, al punto B, capitalismo di libero mercato. Ci vorranno diverse iterazioni e non si esaurirà in una sola legislatura, ma questo è il messaggio che anche io ho comunicato nel mio ultimo libro, Il Grande Default: adesso è il momento per pensare in modo strategico e non essere “utili idioti” per i veri nemici.

Il periodo della pandemia è servito a tutti per aprire gli occhi di fronte a quanto possano essere spaventosi chi fa parte della cricca di Davos e non si fermerà davanti a niente pur di raggiungere i propri obiettivi. Gente, questa è una cricca che scaglia i propri assalti a livello istituzionale non individuale. E se sono necessari “strani compagni di letto” per arrivare a una loro sconfitta, o sostituzione come classe dirigente, allora la vittoria e la speranza di un mondo migliore sono la spinta che serve per fare questo salto. Negli anni '70 Rothbard disse che l'intero movimento libertario poteva riempire il soggiorno di un appartamento di New York; oggi, per un motivo o per un altro, chi è sostenitore o semplicemente affine a tale filosofia è aumentato esponenzialmente. E per certi versi l'amministrazione Trump va in quella direzione. Vedete, quando siete all'opposizione la “purezza” è tutto ciò che avete e la usate per persuadere quelle persone che hanno come minimo un'intuizione di quello che accadrà. Ma nel momento in cui non siete più opposizione e avete la possibilità di vincere, allora la politica è l'arte del pratico ed è possibile spostare l'asticella un po' alla volta verso principi sempre più radicali e in sintonia con l'anarco-capitalismo. È così che si migliora il mondo; è così che si crea fiducia nel futuro, speranza, ottimismo, si abbassano le preferenze temporali e, in ultima analisi, si percorre la via verso la prosperità.

Lo stesso Rothbard votò 3 volte per Pat Buchanan. Pat era perfetto? No. Era la migliore scelta al tempo? Sì. La politica è un conto, la filosofia politica un altro. E fondere le due cose significa condannarsi alla sconfitta, perché equivale a dire “non voglio costruire niente, voglio solo che tutto sia puro”. Ricordate il finale dell'imponente manoscritto di Tolkien, Il Signore degli Anelli? Frodo, alla fine, fallisce. L'anima più pura della Terra di Mezzo, se non di tutta Arda, viene conquistata dall'unico anello. Chi è che salva tutti (sebbene involontariamente)? A Tolkien ci vollero 10 anni per arrivare alla risposta, perché sapeva che l'opera che stava scrivendo era in realtà un enorme trattato di politica, geopolitica ed economia.


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giovedì 5 marzo 2026

Economia circolare e i quattro archetipi dei bitcoiner

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da Bitcoin Magazine

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/economia-circolare-e-i-quattro-archetipi)

Qualche anno fa ho fatto una scommessa improbabile: costruire un'economia circolare basata su Bitcoin nel cuore di un villaggio di pescatori nel nord-est del Brasile. Niente capitalisti di rischio, niente “crypto”, niente promesse vuote; solo nodi, satoshi, formazione di persona e tante conversazioni sui marciapiedi.

È così che è nato Praia Bitcoin Jericoacoara: un esperimento di sovranità finanziaria, costruito con strumenti open source e con i piedi nella sabbia.

In quattro anni, a Praia Bitcoin Jericoacoara, abbiamo trasformato una cittadina costiera in un'aula di Bitcoin vivente: abbiamo coinvolto famiglie, negozianti e venditori ambulanti; insegnato l'autocustodia in piccoli gruppi; installato percorsi Lightning Network affidabili e strumenti POS; gestito programmi sociali pagati in sat; ospitato incontri che hanno reso Bitcoin parte della vita quotidiana.

Vivendo secondo lo standard Bitcoin, ho iniziato a vedere cosa sta realmente accadendo ai margini della tecnologia.

Nell'agosto del 2025 ho pubblicato quattro brevi articoli su X. Diversi nella forma e nel tono, convergevano sulla stessa domanda: quale ruolo dovrebbe svolgere Bitcoin e quale ruolo dovremmo svolgere noi nel suo sviluppo?

• Un resoconto sul campo del nostro lavoro con la Bitcoin Community Bank a Jericoacoara;

• Una critica alla rigidità del massimalismo di Bitcoin;

• Una lettera diplomatica che invitava il primo ministro del Bhutan a considerare il satoshi come unità di conto;

• Un appello pubblico affinché Bitcoin rimanesse un sistema di pagamento peer-to-peer.

Ciò che li accomuna è il desiderio di allineare pratica, teoria e una visione rivolta al futuro.

Nel primo articolo ho condiviso le sfide e gli insegnamenti tratti da un esperimento reale: la costruzione di un'economia circolare basata su Bitcoin nel nord-est del Brasile. Ispirati da Bitcoin Beach a El Salvador, abbiamo fondato il progetto Jericoacoara su istruzione, inclusione e infrastrutture locali. Abbiamo installato server, coinvolto commercianti e vicini, creato programmi sociali e cercato il riconoscimento istituzionale come Community Bitcoin Bank.

Siamo stati ostacolati dalle autorità locali. Nonostante l'impreparazione giuridica e politica dello stato, siamo andati avanti con convinzione. Crediamo che, quando Bitcoin è radicato in un territorio, possa essere più di una moneta: può essere uno strumento di trasformazione della comunità. Eppure le autorità hanno faticato a comprenderlo e hanno respinto la nostra richiesta di registrare quella che sarebbe stata la prima banca comunitaria Bitcoin.

Nel secondo articolo ho affrontato una tensione ideologica all'interno della comunità stessa. La retorica massimalista, che difende Bitcoin come unico progetto legittimo e tratta il resto delle “crittovalute” come truffe, ha avuto un ruolo storico. Ha contribuito a proteggere l'integrità dell'ecosistema, ha smascherato le frodi e ha accelerato la maturazione del mercato. Ma serve ancora all'obiettivo dell'adozione su larga scala? Aiuta a comunicare il valore di Bitcoin ai nuovi arrivati? Mi sono ritrovato a ignorare soluzioni tecnologiche rilevanti semplicemente perché erano al di fuori della bolla massimalista.

Dopo aver riesaminato la discussione e letto ogni risposta e citazione, la mia conclusione è stata che altri progetti finiscono per fungere da imbuti, sandbox, o canali di distribuzione che spingono le persone verso una vera adozione di Bitcoin. Stablecoin, altcoin, memecoin e crittovalute centralizzate si stanno muovendo verso Bitcoin, assorbendo l'inflazione e persino contribuendo a stabilire i prezzi di altre materie prime. Forse è giunto il momento di un nuovo atteggiamento: non abbandonare i principi, ma abbracciare un Bitcoin che mantenga l'attenzione sull'essenza, pur rimanendo disposto a interagire con un mondo in continua trasformazione, con scetticismo e una mente aperta; informando gli enti regolatori che Bitcoin è la crittovaluta decentralizzata e che tutti gli altri progetti sono crittovalute centralizzate.

Nel terzo articolo ho portato questa visione nell'arena diplomatica. Ho scritto una lettera aperta al primo ministro del Bhutan suggerendo al Paese di prendere in considerazione l'adozione del satoshi come unità di conto nazionale.

La proposta, più simbolica che tecnica, aveva un obiettivo chiaro: immaginare come Bitcoin possa interagire con modelli di sviluppo alternativi che non dipendano dall'FMI, o dal dollaro, e che rispettino la cultura e la sovranità locale. La reazione alla lettera ha rivelato un aspetto importante: anche all'interno dell'ecosistema Bitcoin esistono correnti ideologiche ovvero conservatori, centristi e progressisti, ognuno dei quali cerca di interpretare il protocollo attraverso una visione del mondo distinta.

Questo articolo rappresenta quindi un punto di convergenza. Collega queste tre esperienze (pratica, ideologia e diplomazia) per proporre una nuova prospettiva su ciò che stiamo realmente cercando di costruire. Più che ripetere dogmi, questo momento richiede discernimento; più che parlare di libertà, è tempo di praticarla dove è più necessaria: sul campo, nel nostro linguaggio, nelle nostre istituzioni e nelle nostre relazioni.

Nel quarto articolo ho condensato la mia nota aperta a Bitcoin Core in un semplice punto: mantenere Bitcoin un sistema di denaro peer-to-peer, non un host di dati generico.

Ho sostenuto che allentare le impostazioni predefinite per il trasporto dei dati comporta sovraccarichi, rischi legali e danni alla reputazione, e ho chiesto agli sviluppatori di pensare in termini di secoli, non di cicli di rilascio. Ho anche sottolineato che le recenti versioni di Core, v29 e v30, hanno rivisto la quantità di dati aggiuntivi che le transazioni possono trasportare di default. Questo riguarda il limite tecnico del protocollo: le impostazioni predefinite del software, non le regole monetarie. Bitcoin è denaro. Come una banconota su cui potete scarabocchiare ma non usare per pubblicare un libro, le transazioni possono includere piccole banconote, ma non dovrebbero essere dirottate per contenuti non correlati.

Questo contesto ha sollevato una domanda più ampia: cosa vogliamo che sia Bitcoin? Lo scambio ha chiarito le linee di frattura: gruppi diversi amano Bitcoin per ragioni diverse e accettano compromessi diversi. Nella prossima sezione evidenzierò queste linee e mostrerò come si integrano tra loro.

Vedere Bitcoin Knots acquisire visibilità rispetto a Bitcoin Core e sentire gli sviluppatori lamentarsi del suo processo di pull request mi ha ricordato la lezione del First Follower. Knots è in gran parte gestito da un singolo sviluppatore.

I movimenti non si espandono perché un leader solitario è brillante; si espandono quando i primi seguaci rendono la partecipazione visibile e facile, riducendo il rischio sociale e mostrando agli altri esattamente come comportarsi.

Avendo lavorato all'interno del settore, trascorrendo innumerevoli ore ad analizzare la geopolitica e le tendenze future, ho iniziato a distinguere i bitcoiner in quattro categorie principali, con gli estremi da entrambe le parti chiaramente definiti. Analizziamoli nel dettaglio.


I quattro archetipi di Bitcoin

Database Bitcoin, Coordinatori

Credo di base: Bitcoin è un archivio pubblico neutrale; può coordinare persone e software; il denaro è un potente strumento, non l'unico.

Priorità: timestamp e prove; registri pubblici; attestazioni di identità; nuovi media su Bitcoin; protocolli sociali come Nostr; sviluppo della maggior parte delle funzionalità sui livelli superiori in modo che L1 rimanga stabile.

Punti di forza: attraggono costruttori e nuovi utenti con idee innovative e nuove opportunità; più esperimenti significano più possibilità di trovare un'utilità duratura.

Rischi e punti ciechi: l'attenzione può spostarsi dal denaro; troppi dati non monetari possono sprecare spazio sui blocchi e suscitare controversie; i nuovi sistemi a volte reintroducono intermediari fidati.

Parere su Lightning Network: aperto, quando aiuta le app a essere immediate; esplora anche altri binari; sostiene la semplicità del Livello 1.

Paletti di riferimento: app utili con utenti reali; sviluppatori attivi; impatto ambientale ridotto e rispettoso su L1.

Esempi frequenti: Casey Rodarmor e Ordinal; Muneeb Ali e Stacks; Burak e Ark research; Maxim Orlovsky e RGB; fiatjaf e Nostr; OpenTimestamps. (Nota: è solo a scopo illustrativo, non costituisce un'approvazione.)

Slogan: “Bitcoin è un database”.

Centristi Bitcoin, Pragmatici del mercato 

Credo di base: Bitcoin è denaro e un asset; prezzo e liquidità ne favoriscono l'adozione su larga scala e contribuiscono a finanziare sicurezza e sviluppo.

Priorità: ETF e società Bitcoin Treasury; rampe di accesso e di uscita conformi; mercati solidi; formazione per investitori e istituzioni.

Punti di forza: la liquidità attira la prossima ondata di utenti e paga i costruttori, l'attività di mining e l'istruzione.

Rischi e punti ciechi: custodia di convenienza e visione a breve termine; la distribuzione può concentrarsi in poche grandi mani.

Parere su Lightning Network: pragmatico; usarlo quando aiuta a raggiungere più persone.

Paletti di riferimento: profondità e volumi del mercato; budget di sicurezza dell'hashrate; partecipazione di ETF e retail.

Esempi frequenti: Michael Saylor; iShares e Fidelity Bitcoin ETF; market maker; analisti on-chain. Caso limite: leva finanziaria elevata ed eccessiva dipendenza dalle aziende Bitcoin Treasury.

Slogan: “Il prezzo ci sta a cuore”.

Conservatori Bitcoin, Puristi della moneta

Credo di base: Bitcoin è denaro; proteggere lo strato di base; scarsità, neutralità e autocustodia non sono negoziabili; prima risparmiare, poi spendere (ad esempio, in un'economia circolare).

Priorità: regole semplici e stabili su L1; gestione del proprio nodo; formazione su chiavi, UTXO e commissioni; diversità tra miner e client; orizzonti temporali a lungo termine.

Punti di forza: incentivi chiari e una cultura aziendale forte; se il denaro non funziona, ogni prezzo nell'economia è sbagliato; prima di tutto bisogna sistemare il denaro.

Rischi e punti ciechi: UX e pagamenti possono subire ritardi; i nuovi arrivati ​​potrebbero sentirsi limitati; l'adozione può rallentare se l'uso quotidiano viene ignorato.

Parere su Lightning Network: spesso scettico; preferisce la finalità on-chain e mette in guardia dalla complessità e dalla deriva della custodia.

Paletti di riferimento: più coin in autocustodia; numero di nodi sano; mining decentralizzato; crescente offerta di detentori a lungo termine.

Esempi frequenti: Saifedean Ammous; Pierre Rochard; campagne in stile proof-of-key; cultura full-node e cold storage. Caso limite: non vendere mai; trattare ogni altcoin come una truffa.

Slogan:  “Bitcoin è oro digitale”.

Minimalisti Bitcoin: Oro digitale e denaro digitale, strumenti per la trasformazione sociale 

Credo di base: Bitcoin dovrebbe essere oro digitale per il risparmio e denaro digitale per la spesa, con la minima superficie di fiducia possibile.

Priorità: risparmio on-chain con saldo finale; spesa tramite Lightning Network non custodial ove possibile; utilizzo di ecash mint come Cashu per la privacy con semplice uscita tramite chiavi; flussi commerciali che si regolano in autocustodia.

Punti di forza: allineare risparmi e uso quotidiano senza rinunciare alla sovranità.

Rischi e punti ciechi: attrito e distribuzione più lenta; riluttanza ad adottare astrazioni UX; frammentazione su stack minimi.

Parere su Lightning Network: Sì, ma rigoroso; preferire configurazioni non custodial o con un livello di affidabilità minimo; prestare attenzione ai grandi hub di custodia.

Paletti di rferimento: utenti che risparmiano on-chain e spendono tramite L2 non custodial; prelievi facili sulle chiavi; elevato successo nei pagamenti senza custodi terzi.

Slogan: “Comprate, spendete, sostituite”.


Conclusione

La cultura di Bitcoin include quattro principi di onestà che spesso si ignorano a vicenda. I costruttori espandono la superficie, i pragmatici dimostrano l'utilità quotidiana, i puristi ampliano la distribuzione e i minimalisti proteggono la base.

Insieme, creano una tensione produttiva che mantiene Bitcoin utile e resiliente per le persone reali.

Dopo anni di lavoro in un'economia circolare e di scrittura pubblica su questi dibattiti, la mia visione è semplice: Bitcoin è denaro; mantenete semplice il livello di base; risparmiate in Bitcoin on-chain; spendete in sat quando serve alle persone, come avviene in un'economia circolare; supportate Lightning Network solo quando l'uscita verso le vostre chiavi rimane chiara e semplice. Non sostengo la strada del “Bitcoin come database”, perché trasformarlo in un host di dati generico distrae dalla sua missione monetaria e favorisce sprechi, confusione e danni alla reputazione.

La strada da seguire è pratica e basata su principi. Valutare le idee in base alla loro capacità di accrescere l'autocustodia, rendere i pagamenti affidabili senza depositari, accrescere la liquidità che finanzia la sicurezza e l'istruzione, e rispettare i limiti dello strato di base. Se ci atteniamo a questo standard, le corsie possono completarsi a vicenda e più persone condivideranno i benefici di una moneta libera, neutrale e credibilmente decentralizzata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 4 marzo 2026

Il modello di debito cinese crea un rischio di stagnazione

Una delle tecniche finanziarie che la Cina ha copiato dall'Occidente è stata quella dell'esternalizzazione dei debiti. È stato così che è riuscita a nascondere sotto il proverbiale tappeto il pompaggio delle passività per mantenere in piedi una macchina di crescita altrimenti insostenibile. La Belt and Road Initiative ha finanziato progetti infrastrutturali su larga scala in Asia, Africa e America Latina attraverso prestiti garantiti dallo stato, rendendo la Cina il principale creditore bilaterale al mondo. A sua difesa il Partito Comunista Cinese avanza 4 tesi per negare che la BRI sia una trappola del debito: molti Paesi in via di sviluppo devono di più ai creditori occidentali; gli aumenti dei tassi di interesse americani hanno causato i loro problemi di debito; la svalutazione della valuta e il rallentamento dell'economia globale sono il vero problema; la Cina raramente confisca beni ai Paesi che non sono in grado di rimborsarli. La prima difesa del PCC è matematicamente vera in alcuni casi, ma fuorviante. Sebbene i prestiti cinesi possano rappresentare meno della metà del debito totale di un Paese, queste nazioni avevano già un rating creditizio estremamente basso ed erano considerate troppo rischiose per i creditori tradizionali. Pechino è diventata il prestatore di ultima istanza perché i creditori responsabili se n'erano andati. La seconda tesi è altrettanto fuorviante. I Paesi che continuano a indebitarsi pesantemente nonostante i rating bassi lo fanno sapendo che il rifinanziamento diventerà più costoso con l'aumento dei tassi globali. I creditori responsabili tengono conto di questo rischio e si ritirano quando i debitori si avvicinano a livelli di debito insostenibili. La Cina ignora tutto ciò, continuando a erogare prestiti e rendendo inevitabile il default. Anche la terza tesi crolla sotto attento esame. Le recessioni e le fluttuazioni dei tassi di cambio sono rischi prevedibili che devono essere valutati prima di indebitarsi. Molti Paesi nella Belt and Road Initiative hanno valute deboli e parzialmente convertibili, ma devono rimborsare i loro prestiti in dollari. Con il rafforzamento di questi ultimi, i costi del servizio del debito aumentano, prosciugando le riserve nazionali e aggravando la crisi economica. Questa non è colpa dell'Occidente, né il risultato della politica monetaria statunitense, soprattutto perché la maggior parte dei prestiti della BRI sono denominati in dollari. La quarta tesi significa aggravare la dipendenza dalla Cina. Uno studio di AidData, Banca Mondiale, Harvard Kennedy School e Kiel Institute ha rilevato che a fine 2021 la Cina aveva effettuato 128 operazioni di salvataggio per un totale di $240 miliardi in 22 Paesi, segnando un netto passaggio dal finanziamento delle infrastrutture ai prestiti di salvataggio di emergenza. Nel 2010 meno del 5% dei prestiti esteri della Cina era destinato a debitori in difficoltà; nel 2022 questa percentuale era salita al 60%. Questi salvataggi smascherano anche l'ipocrisia di Pechino: mentre il PCC accusa l'Occidente di tassi di interesse predatori, i salvataggi cinesi medi prevedono un tasso di interesse di circa il 5%, più del doppio del 2% standard dell'FMI. Al 1° ottobre 2025, nonostante i tassi di interesse americani più elevati, il tasso di prestito sui DSP dell'FMI si attestava solo al 3,41%, significativamente inferiore a quello che la Cina applica alle nazioni in difficoltà. Per proteggere il proprio sistema bancario, il regime cinese utilizza sempre più la rete globale di linee di swap della Banca Popolare Cinese, la quale ha fornito oltre $170 miliardi in liquidità a breve termine alle banche centrali estere. Questi prestiti, spesso etichettati come “temporanei”, vengono regolarmente rinnovati per anni, consentendo ai governi di nascondere la loro reale esposizione debitoria, poiché le norme internazionali in materia di rendicontazione escludono le passività a breve termine. Questa pratica ha creato enormi “debiti nascosti”, stimati da AidData a circa $385 miliardi nel 2021, e la cifra è probabilmente molto più alta oggi, poiché sono in scadenza più prestiti e pochi sono stati rimborsati negli anni successivi. La reale portata del debito della Belt and Road potrebbe essere molto peggiore di quanto suggeriscano i dati ufficiali.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-modello-di-debito-cinese-crea)

Gli ultimi dati sulla finanza sociale provenienti dalla Cina mostrano un'economia che fa sempre più affidamento sul debito pubblico, mentre la domanda di credito privata rimane debole. La forza del settore tecnologico cinese e delle sue aziende esportatrici  offre ampio margine di manovra, tuttavia dietro la debole domanda di credito del settore privato si celano un evidente rallentamento economico, riconosciuto dal governo cinese anche, modelli di consumo difficili da sostenere, un significativo problema di sovraccapacità produttiva e la gravità della crisi immobiliare.

L'attuale modello economico, incentrato sul raggiungimento di una crescita economica reale del 5%, richiede dosi maggiori di debito per ottenere incrementi di crescita che però man mano diventano sempre più contenuti, in particolare per quanto riguarda la crescita del settore produttivo. Il governo cinese si è concentrato sulla riduzione del debito e degli squilibri di sovraccapacità produttiva, riorientando al contempo le esportazioni e il sistema finanziario per ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense; tuttavia la sfida principale per l'economia cinese rimane quella di stimolare la domanda dei consumatori, nonostante i tagli dei tassi e l'allentamento delle condizioni finanziarie.

Per comprendere l'intensità del debito nel modello cinese, dobbiamo tornare al 2000 e osservare l'accelerazione del flusso di debito, non solo lo stock attuale. A quel tempo la crescita del PIL reale si aggirava intorno all'8-9%, quindi ogni punto percentuale di crescita corrispondeva a circa 13-16 punti di debito/PIL. Il debito pubblico era molto basso, intorno al 25% del PIL, e la maggior parte della leva finanziaria era concentrata nel settore delle imprese statali, con un modesto debito delle famiglie. La Cina è stata in grado di far registrare una crescita quasi a due cifre con un rapporto debito/PIL non finanziario totale di poco superiore al 120%.

Nel 2023 il debito del settore non finanziario era salito a circa il 285% del PIL, più che raddoppiato rispetto al livello del 2000. Secondo l'Accademia cinese delle scienze sociali, i think tank e i commentatori ufficiali cinesi il “macro leverage ratio” si sarebbe avvicinato al 300% del PIL entro il 2025. Il macro leverage ratio è aumentato di 11,8 punti percentuali, raggiungendo il 302,3% nel 2025, superando l'aumento di 10,1 punti registrato nel 2024.

Nello stesso periodo la tendenza alla crescita del PIL reale ha rallentato a circa il 4-5%, quindi ogni punto percentuale di crescita richiede ora circa 60-75 punti di debito sul PIL, più di tre volte il debito per punto di crescita richiesto negli anni 2000. Inoltre proviene principalmente dal debito pubblico.

A gennaio 2026 il finanziamento sociale aggregato è aumentato di 7.220 miliardi di yuan, un valore significativamente superiore a quello dello stesso mese del 2025 e superiore alle aspettative dei mercati, in linea con una crescita annua del PIL del 5% e una maggiore partecipazione del settore pubblico. Il finanziamento sociale ha raggiunto i 449.110 miliardi di yuan a fine gennaio, con un aumento dell'8,2% su base annua, mentre M2 è aumentata del 9%.

I nuovi prestiti bancari in yuan sono stati pari a 4.700 miliardi di yuan, circa 420 miliardi in meno rispetto all'anno precedente e significativamente al di sotto delle aspettative, a dimostrazione della debole domanda di credito del settore privato e dell'approccio prudente dei clienti e delle imprese cinesi all'aumento del debito. I prestiti in renmimbi si sono attestati a 276.620 miliardi di yuan, in aumento solo del 6,1% su base annua, nettamente al di sotto del ritmo complessivo di crescita dei finanziamenti e della moneta.

In Cina il motore della crescita del credito non sono più le famiglie e le imprese private, bensì il governo e le aziende statali.

Il problema immobiliare, poi, ha avuto un impatto sulle famiglie cinesi in diversi modi. Non solo la maggior parte di loro ha visto diminuire il valore delle proprie case, ma molte famiglie hanno investito nei rendimenti dei titoli commerciali degli sviluppatori immobiliari, il che ha causato ingenti perdite e persino l'azzeramento dei risparmi per molti. Inoltre, nonostante l'eccesso di offerta di case, i prezzi non sono scesi abbastanza da giustificare una domanda adeguata di nuovi mutui, poiché l'accessibilità economica rimane un problema e la tradizionale prudenza dei cittadini cinesi in termini di consumi e prestiti si aggiunge alle altre criticità.

Pechino prevede di emettere 4.400 miliardi di yuan in obbligazioni speciali degli enti locali nel 2025, 500 miliardi in più rispetto al 2024, con l'obiettivo di stimolare gli investimenti pubblici e una “politica fiscale proattiva”, sapendo che aumentare le tasse sarebbe estremamente negativo per la crescita e i consumi.

Si prevede che nel 2025 gli enti locali emetteranno obbligazioni per un valore superiore a 10.000 miliardi di yuan, tra rifinanziamenti, obbligazioni generali e nuove obbligazioni speciali.

Il governo cinese sa di poter gestire un debito maggiore, ma è anche consapevole della debolezza degli investimenti e della spesa delle famiglie, e riconosce che un aumento consistente delle tasse sarebbe controproducente. Tuttavia, per evitare una futura stagnazione causata dal debito, è necessario concentrarsi sulla produttività.

Il bilancio ufficiale prevede un deficit del 4% per il 2025. Tuttavia, una volta consolidate tutte le voci di bilancio, compresi i fondi governativi, le obbligazioni speciali e gli strumenti fuori bilancio, questo deficit fiscale effettivo nel 2025 si avvicinerà al 9%, in aumento rispetto al 7,7% del 2024, secondo Rhodium Group e J.P. Morgan. La Cina fa sempre più affidamento su prestiti nascosti o quasi fiscali per sostenere la sua crescita.

Con finanziamenti sociali in circolazione che ora si aggirano intorno ai 449.00 miliardi di yuan e una crescita reale intorno al 4-5%, ogni punto percentuale di PIL incrementale è sempre più legato a uno stock di debito molto più elevato rispetto a un decennio fa. Questa intensità creditizia crescente potrebbe impedire un rallentamento significativo, ma potrebbe altresì creare una sfida fiscale significativa in futuro. Il modello cinese richiede un'elevata crescita e una bassa tassazione; qualsiasi modifica al sistema fiscale avrà effetti negativi.

Per anni le amministrazioni locali hanno fatto affidamento sulla vendita di terreni per lo sviluppo immobiliare e riscuotere le entrate fiscali. Pertanto l'impatto negativo del settore immobiliare sull'economia e sulla sostenibilità fiscale è evidente. Gli investimenti nello sviluppo immobiliare sono diminuiti del 13,9% su base annua nei primi tre trimestri del 2025, con gli investimenti residenziali in calo del 12,9%, il calo più netto sin dal 2021 secondo i dati ufficiali. Sia gli investimenti che le vendite immobiliari hanno fatto registrare cali a due cifre nel 2024, e gli analisti prevedono un ulteriore calo degli investimenti immobiliari dell'11% e un calo delle vendite del 7,5% nel 2025, secondo la Reuters, con ulteriori cali nel 2026 prima di stabilizzarsi solo nel 2027... se ciò avverrà con la stessa rapidità delle stime ufficiali, ovviamente.

Il settore immobiliare, un tempo motore fondamentale della crescita economica e delle entrate fiscali, assorbe nuovo credito per stabilizzare i propri conti senza stimolare la crescita o creare un effetto moltiplicatore.

Inoltre l'utilizzo della capacità produttiva industriale cinese si è attestato al 74,9% alla fine del 2025, ben al di sotto del picco del 78,4% raggiunto nel 2021. L'eccesso di capacità produttiva è evidente nei settori dell'acciaio, dell'automotive, dei chip e in settori come la tecnologia verde, dove l'espansione ha superato la domanda interna ed estera. Pertanto gli indici dei responsabili degli acquisti mostrano una debolezza dei nuovi ordini e della domanda estera, mentre fallimenti e insolvenze sono aumentati, sebbene non a livelli tali da indicare una crisi finanziaria.

L'economia cinese deve migliorare la sicurezza degli investitori e del diritto, e consentire alla crisi immobiliare di concretizzarsi pienamente per vedere il tipo di crescita economica produttiva di cui ha bisogno per evitare aumenti molto più consistenti del debito. In caso contrario il rischio di stagnazione aumenterà, soprattutto sulla scia della scarsa crescita demografica, del permanere della sovraccapacità produttiva e del crescente numero di immobili invenduti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 3 marzo 2026

L'UE prepara un'emissione di eurobond da €4.000 miliardi mentre la Russia punta a ritornare al dollaro

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lue-prepara-unemissione-di-eurobond)

L'Unione Europea si sta muovendo con decisione verso l'introduzione degli Eurobond. Al vertice dell'UE al Castello di Alden Biesen in Belgio, numerosi segnali hanno suggerito che il piano multimiliardario di Draghi potrebbe presto vedere la luce. Allo stesso tempo, dal punto di vista geopolitico, un possibile ritorno della Russia sulle scene mondiali sta emergendo come un nuovo problema per Bruxelles.

La capacità di analizzare gli errori e valutare razionalmente percorsi d'azione realistici appartiene, in termini evoluzionistici, alla nostra conditio humana. L'esperienza ci insegna: chi sbatte ripetutamente la testa contro lo stesso muro di mattoni potrebbe non essere il modello di leadership adatto alla situazione. Il mal di testa dovrebbe essere inteso come un segnale d'allarme, non come una motivazione per le prossime iterazioni. Questa osservazione preliminare serve a evidenziare un problema fondamentale nell'Europa odierna.

Le nostre élite politiche stanno conducendo un esperimento socialista sul campo: si scagliano ripetutamente contro lo stesso muro – quello dell'economia europea, delle sue imprese e di circa 450 milioni di cittadini – senza lasciarsi scoraggiare da fallimenti persistenti o da forti mal di testa.

Si potrebbe supporre che si tratti di una struttura estremamente complessa. Dal punto di vista dei decisori politici europei, tuttavia, appare principalmente come una sfida da affrontare con gli strumenti fallaci della pianificazione centralizzata e di un'ignoranza ostinata.

Abbiamo potuto valutare le condizioni di questa “testa” collettiva in Belgio, durante il vertice UE. La cerchia ristretta di Bruxelles, che ruota attorno alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, insieme ai suoi due alfieri politici Emmanuel Macron e Friedrich Merz, aveva diagnosticato il problema in anticipo: l'economia dell'UE manca di competitività. Cina e Stati Uniti hanno fatto passi da gigante dal punto di vista tecnologico e hanno l'audacia di posizionarsi diametralmente opposti all'ideologia europea del controllo centralizzato e della trasformazione verde. Le due superpotenze si rifiutano categoricamente di sbattere la testa contro il muro delle illusioni europee: altrove la CO₂ aiuta le piante a crescere e le mandrie a pascolare, mentre qui viene etichettata come deliberata devastazione del paesaggio.

Al contrario, si sono mossi per deregolamentare radicalmente i loro mercati. I cinesi lo hanno fatto prima; gli americani ora stanno seguendo a pieno ritmo, abbracciando ciò che appare evolutivamente valido: affidare nuovamente il tessuto sociale ai mercati, agli individui e al principio di responsabilità personale.

Valori meritocratici, una rinascita della cultura borghese, forse persino la religione: l'Europa non ne vuole sapere. Qui tutto rimane woke, attentamente controllato dal supremo censore di Bruxelles. Proprio il giorno ddel sopraccitato vertice il Parlamento europeo ha dichiarato che una donna trans è una donna, punto e basta.

Tanti saluti al cosiddetto “ordine basato sulle regole” e ai valori europei. Un ordine che potrebbe essere fondato su molti fattori, ma a quanto pare non sulla ragione e sulla realtà biologica. L'Europa si atteggia a post-illuminista, al di là dei limiti del buon senso.

Torniamo al vertice e alla questione di come risolvere il dilemma economico dell'Eurozona. Una vecchia conoscenza, l'ex-primo ministro italiano ed ex-presidente della BCE, Mario Draghi, ha presentato il progetto per una presunta rinascita dell'Europa due anni fa e potrebbe ora definire il quadro d'azione dell'UE.

Per stemperare la suspense: il club del debito europeo probabilmente sceglierà lo stesso vecchio muro per il suo prossimo atto, dimostrando ancora una volta il suo scetticismo nei confronti del progresso cognitivo. Se Bruxelles ricorresse al piano Draghi nella sua crisi economica, verrebbe attivato un pacchetto di debito da mille miliardi di euro: credito pubblico progettato per catapultare il continente in tecnologie verdi, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e persino tecnologia militare al livello dei suoi rivali geopolitici entro il 2030.

Il quadro finanziario delineato da Draghi è enorme: in cinque anni €800 miliardi all'anno confluirebbero negli Eurobond, a meno che qualche politico ragionevole non riesca a fermare questa rischiosa impresa. €800 miliardi corrispondono a circa il 5% del PIL dell'UE. Questo ulteriore indebitamento, da solo, alle condizioni attuali, aumenterebbe il debito totale degli stati membri di circa il 25%.

Una scommessa fiscale la cui fase di test si è già verificata durante l'emissione di obbligazioni NextGenerationEU nell'era del Covid, con un volume pressoché identico. Sono stati raccolti €750 miliardi e alla fine la Banca Centrale Europea ha dovuto assorbirne gran parte. La domanda di debito europeo appare tiepida; da allora il denaro è confluito nei bilanci del welfare dell'Europa meridionale e in progetti verdi di prestigio.

Bruxelles deve letteralmente piantare i suoi fari politici nel paesaggio, in modo che anche l'ultimo cittadino dell'UE ricordi chi ha trasformato lo scenario culturale in una sorta di distopia hollywoodiana piena di parchi eolici.

Ricorderete Mario Draghi: un tempo primo ministro tecnocratico – ovvero non eletto – dell'Italia, e prima ancora ideatore del programma OMT (Outright Monetary Transactions), lo strumento che durante la crisi del debito del 2012 ha consentito alla BCE di acquistare un numero illimitato di bond di stati europei in difficoltà per regolarne i rendimenti. “Whatever it takes”, dichiarò all'epoca il pomposo Draghi – e ora la sua artiglieria fiscale potrebbe di nuovo colpire problemi le cui cause risiedono meno nella sfera monetaria e più nel tessuto microeconomico e nel clima culturale delle nostre società.

Queste difficoltà non saranno risolte attraverso una macrogestione statale finanziata dal debito. Ciò che manca è lo spirito imprenditoriale. Il continente è eccessivamente regolamentato, i mercati dei capitali sono compromessi e l'apparato statale europeo, in continua crescita, consuma ingenti somme di denaro. Il settore privato fatica a sviluppare modelli di business sostenibili, mentre gli oneri amministrativi e gli appetiti fiscali continuano ad aumentare.

La crisi energetica autoinflitta, nata dalla frenesia della trasformazione verde, è solo uno dei tanti cappi che si stringono attorno al collo dei cittadini dell'UE. Un apparato statale ancor più ipertrofico non allenterebbe questi cappi, li stringerebbe. Su questo non ci sono dubbi.

Per la Germania l'introduzione simultanea degli Eurobond insieme alla manovra Draghi segnerebbe la fine di ogni residua speranza di stabilità fiscale. La strada scelta dall'attuale governo aumenterebbe il debito pubblico di almeno il 5% annuo. Sommando la quota proporzionale di debito in euro di nuova emissione della Germania, si può già prevedere che entro il 2030 la Germania potrebbe facilmente superare il 110% del rapporto debito/PIL.

In altre parole: d'ora in poi lo stato sociale verrebbe finanziato direttamente dalla stampa di denaro.

Il Cancelliere Friedrich Merz ha dimostrato di apprezzare l'unità al vertice con il Presidente francese Emmanuel Macron. Come spesso accade, hanno concordato sulle questioni decisive, ha spiegato Merz, condividendo un senso di urgenza: l'Europa deve agire ora e tornare competitiva, soprattutto nell'industria.

Proprio il settore più gravemente danneggiato dalle stesse politiche ora supervisionate dal cancelliere: imposte più elevate sulla CO₂, legislazione sulle catene di approvvigionamento e una politica energetica che riduce l'ambizione industriale.

Alla fine si è trattato del solito folklore da vertice, niente di più.

Una regola “Compra europeo” dovrebbe guidare la strada, con catene di approvvigionamento più saldamente incentrate in Europa. Ci si potrebbe chiedere come questo continente povero di risorse intenda realizzare tali ambizioni. Soprattutto nel commercio internazionale e nella politica verso la Russia – proprio dove sarebbero disponibili risorse abbondanti e accessibili – l'Europa ha ampiamente abbandonato una valutazione obiettiva. Nei confronti del suo acerrimo nemico, la Russia, una delle nazioni più ricche di risorse al mondo, l'Europa rimane trincerata in uno status di sfida massima.

Il pre-vertice in vista dell'incontro di marzo offre i primi indizi che il finanziamento congiunto del debito potrebbe effettivamente diventare una questione seria. Il Primo Ministro italiano, Giorgia Meloni, con un debito pari a circa il 130% del PIL nella patria del prestito congiunto, potrebbe trovare l'idea di una responsabilità condivisa, in particolare da parte del contribuente tedesco, non del tutto sgradevole.

Mentre Bruxelles danza attorno al vitello d'oro del programma di trasformazione verde e cerca di guadagnare tempo con massicci programmi di debito e pseudo-riforme, dietro le quinte potrebbero verificarsi sviluppi decisivi.

Secondo un memorandum interno del Cremlino visionato da Bloomberg, la Russia starebbe valutando un ritorno al sistema di pagamento in dollari. Dopo anni di sanzioni europee, embarghi americani ed esclusione dallo SWIFT, una simile mossa rappresenterebbe uno shock geopolitico di prim'ordine, isolando ulteriormente l'Unione Europea e alimentando tendenze secessioniste, in particolare nell'Europa orientale.

Il promemoria delinea diverse aree di interessi russo-americani sovrapposti: la cooperazione in materia di energia e materie prime, nonché la possibile integrazione di strumenti finanziari basati sul dollaro nel sistema bancario russo. La Reuters ha confermato l'esistenza di un canale di contatto tra Washington e Mosca.

Sullo sfondo di un'attività sempre più coordinata tra i tre principali attori mondiali – Stati Uniti, Cina e Russia – la strategia di Bruxelles appare sotto una luce diversa. Forse questo spiega i suoi sforzi per cercare partnership strategiche con classici stati in bilico geopolitico come l'India o il blocco del MERCOSUR.

C'è una cosa che accomuna le tre grandi potenze: i rapporti sempre più tesi con Bruxelles e le principali capitali dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 2 marzo 2026

Sentenza “shock” della Corte Suprema sui dazi? I timori di un rimborso da $200 miliardi sono esagerati

Voglio aggiungere maggiore contesto al pezzo di oggi di Lacalle, il quale si occupa degli aspetti più tecnici della faccenda. Io mi occuperò degli aspetti più strategici e geopolitici. Infatti Bruxelles è stata tutto un fermento sin dalla Conferenza di Monaco e il discorso di Rubio. Ricordate Mitt Romney? Era diventato senatore dallo Utah per i Repubblicani. Non faceva mancare un voto al proprio partito di appartenenza... fino a quando, però, non bisognava votare per le cose importanti. Lì c'era la defezione. Vediamo questo pattern ripetersi oggi anche con politici come Massie, il quale adotta lo stesso modello usando il feticcio dei “principi”. La costruzione di personaggi del genere e il loro inserimento in particolari contesti rientra nella categoria di asset legati all'intelligence, perché non si può essere talmente tanto strategicamente stupidi a meno che non sia esattamente questa la strategia di fondo. Allora si capisce che l'asset in questione è eterodiretto da qualcun altro. Questo discorso è sovrapponibile alla condotta di John Roberts, ad esempio, membro della Corte Suprema, il quale ha deluso la nazione quando c'era più bisogno di lui. Che sia un asset della cricca di Davos credo ci siano pochi dubbi a riguardo. Trump sapeva benissimo che la strada che ha percorso avrebbe causato qualche grattacapo giuridico, ma l'ha fatto perché era quella più veloce, politicamente ed economicamente, per bruciare le tappe e agire come maglio idraulico contro gli avversari degli USA. Le opzioni che ha adesso Trump sono altrettanto efficaci, ma più lente. Cui prodest? Chi trae beneficio dalla decisione della Corte Suprema? A chi stanno più a cuore i flussi di capitali mondiali in questo momento? Gli Stati Uniti vengono danneggiati e di certo non sono gli “ebrei” a guadagnarci. Chi ci guadagna sono City di Londra e Bruxelles, disperati per congelare il flusso dei capitali mondiali e impedire che lascino in massa i loro confini. Due cose mi sono subito saltate all'occhio di fronte a quella che sembrava una vittoria della cricca di Davos in questa battaglia: la sentenza della Corte Suprema è avvenuta a mercati cinesi chiusi e oro/argento hanno chiuso al rialzo. Non proprio un segnale di sfiducia nei confronti dei mercati americani, soprattutto perché Trump ha fatto in un anno più di quello che hanno fatto i precedenti presidenti sin da Reagan. Il grado di cambiamento dietro le quinte è enorme a livello di Dipartimenti e burocrazia: vi basti pensare, ad esempio, come SEC e CFTC adesso agiscano sotto l'Office of Management and Budget e non più come organi indipendenti (lo smantellamento della dottrina Chevron è stata cruciale per impedire alle burocrazie statunitensi di vivere di “vita propria” senza alcun meccanismo di “pesi e contrappesi”); lo stesso dicasi per la riorganizzazione di Tulsi Gabbard a livello di servizi di intelligence. Tutti questi sistemi, tutte queste burocrazie sono avversi al cambiamento e facilmente recrutabili come cavalli di Troia. Faranno di tutto per rallentare il processo di rimodellamento, America First, portato avanti dall'amministrazione Trump. Come avete già avuto modo di leggere in altri due pezzi pubblicati in precedenza, “Da qui in avanti il gioco diventa più pericoloso” e “Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo”, la guerra tra Stati Uniti e cricca di Davos/City di Londra sta scalando marcia. Per quanto possa sembrare sconfortante la sentenza della Corte Suprema riguardo i dazi, c'è un'altra questione forse ancora più importante dei dazi che addirittura potrebbe far cadere la necessità di far approvare il SAVE Act: la revisione del Voting Right Act.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/sentenza-shock-della-corte-suprema)

La reazione dei mercati alla sentenza della Corte Suprema sui dazi ha esagerato gli aspetti negativi e ignora le opzioni dell'amministrazione Trump.

I mercati stanno reagendo in modo scomposto alle notizie sul buco finanziario da $175-200 miliardi nei presunti rimborsi. Tuttavia la sentenza della Corte Suprema apre un processo lungo, stretto e ciononostante gestibile, non un'imminente crisi fiscale.

Nei giorni successivi all'annullamento dei dazi imposti da Trump, molti analisti hanno trasformato una complessa sentenza legale in una storia semplice, affermando che Washington avrebbe presto dovuto rimborsare fino a $200 miliardi. I premi di rischio sui titoli del Tesoro sono aumentati, oro e argento sono saliti alle stelle e alcuni commentatori hanno lanciato l'allarme per un imminente shock nel bilancio statunitense che avrebbe fatto impennare il debito pubblico.

La sentenza della Corte Suprema implica che il Dipartimento del Tesoro sia tenuto a rimborsare ogni dollaro riscosso dall'introduzione di questi dazi? La realtà è molto più complessa.

L'amministrazione statunitense ha molte opzioni per mantenere la sua politica commerciale.

La Corte Suprema non dichiara illegali nessuno degli accordi commerciali concordati, né i meccanismi dei dazi. Le amministrazioni Biden, Obama, Bush e Clinton hanno tutte implementato dazi in passato. Inoltre se un Paese decidesse di rifiutare gli accordi firmati, il che è improbabile, l'amministrazione può utilizzare la Sezione 122 del Trade Act del 1974 per imporre dazi al 10% per 150 giorni, come già annunciato. Questa sottosezione consente dazi o supplementi all'importazione in caso di emergenza legata alla bilancia dei pagamenti. Inoltre la Sezione 338 del Tariff Act del 1930 consente dazi fino al 50% sui Paesi che discriminano il commercio statunitense, mentre la Sezione 232 utilizza le indagini del Dipartimento del Commercio per imporre dazi su prodotti specifici e la Sezione 301 prende di mira Paesi e settori dopo le indagini dell'USTR su pratiche irragionevoli.

Tutte le amministrazioni precedenti hanno utilizzato questi meccanismi in passato. Biden, infatti, ha mantenuto tutti i dazi imposti dalla prima amministrazione Trump.

Quando esaminiamo la decisione della Corte Suprema, ci rendiamo conto che l'attenzione è rivolta più al modo in cui sono stati annunciati i dazi piuttosto che ai meccanismi delle controversie commerciali e dei dazi stessi.

Il rischio di un rimborso esiste, ma i tempi sono lunghi, l'importo effettivo è probabilmente molto inferiore a $200 miliardi e l'economia statunitense può facilmente assorbirlo. Infatti l'esito della sentenza della Corte Suprema potrebbe non comportare alcuna modifica agli accordi commerciali esistenti.

L'opinione pubblica ha scritto ampiamente lamentandosi dei dazi di Trump. Tuttavia non ho letto nulla sul sistema CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) dell'UE, un gigantesco schema costellato di dazi progettato solo per aumentare i prezzi. Il CBAM è il sistema più protezionistico visto nel commercio globale da anni, nascosto dietro la scusa della “anidride carbonica” per imporre un sistema fiscale mostruoso.

I dazi non sono un'invenzione di Trump; sono la norma nel commercio globale. Gli attuali accordi commerciali si sono dimostrati positivi per il commercio mondiale, la crescita e tutte le parti coinvolte. Annullare questi accordi sarebbe estremamente negativo per tutte le nazioni esportatrici. Inoltre un dazio globale del 10% ai sensi della Sezione 122 potrebbe fruttare $300-400 miliardi all'anno, rispetto agli attuali introiti doganali di oltre $200 miliardi nel 2025 e $77 miliardi nel 2024.

I Paesi che hanno firmato accordi commerciali con gli Stati Uniti dovrebbero essere prudenti nel non violare gli accordi esistenti, poiché i nuovi dazi doganali, successivi alla sentenza della Corte Suprema, aumenterebbero e nessuna nuova amministrazione cambierebbe la situazione, come è successo con Biden.

La Corte Suprema ha stabilito che l'uso specifico dei poteri di emergenza (IEEPA) per imporre determinati dazi è illegale, ma non ha emesso un ordine di rimborso di quelli riscossi.

Secondo gli avvocati commercialisti, la sentenza apre la strada a possibili contestazioni, ma non significa che il governo federale debba restituire ogni dollaro. C'è un'enorme differenza tra stabilire che una misura era illegale e ottenere un rimborso da parte di tutti gli importatori interessati.

Solo gli esportatori che hanno preservato i propri diritti, tra cui proteste, sospensioni della liquidazione e dichiarazioni presentate tempestivamente, possono realisticamente richiedere rimborsi. La maggior parte delle aziende probabilmente sceglierà di non adire le vie legali. Inoltre gran parte della filiera ha già assorbito il costo dei dazi, il che offre scarsi incentivi a contestarli.

Solo una piccola parte delle aziende ha intentato cause in precedenti controversie commerciali e un gruppo ancora più piccolo ha recuperato l'intero importo versato. Non si tratta di un rimborso fiscale universale; si tratta di un processo complesso e legalmente impegnativo a cui molte aziende hanno già perso l'opportunità di accedere.

Esiste un'enorme differenza tra l'importo totale dei dazi riscossi, circa $200 miliardi, gli importi legalmente rivendicabili e depositati, e i rimborsi dopo contenziosi, accordi e dinieghi.

Per gli esportatori tentare di rivendicare i dazi riscossi potrebbe rappresentare una sfida legale ardua e una decisione commerciale rischiosa, poiché potrebbe comportare perdite superiori alle loro richieste.

I casi torneranno ora alla Corte del Commercio Internazionale e ai tribunali di grado inferiore. Ogni richiesta dovrà essere elaborata, discussa e decisa, e saranno possibili ricorsi. Le controversie commerciali e doganali possono durare anni. Ciò che alcune banche considerano una cifra importante (un rimborso da $200 miliardi) si trasformerà probabilmente in un costo fiscale netto molto più basso, probabilmente inesistente. Inoltre molte di queste aziende correranno probabilmente il rischio di perdere l'accesso al redditizio mercato statunitense durante il lungo e complesso processo di contenzioso.

Anche se il rimborso netto fosse di $100-150 miliardi, suddiviso in tre-cinque anni, si tratterebbe in media di $20-50 miliardi all'anno. In termini di bilancio federale, una cifra irrisoria.

Con un PIL di oltre $30.000 miliardi, anche un rimborso da $150 miliardi equivarrebbe ad appena lo 0,5% della produzione statunitense. Inoltre l'imposizione di un dazio globale del 10% genererebbe, secondo le stime, oltre $300 miliardi all'anno, ovvero il 50% in più rispetto all'importo dichiarato dai giornali come possibile rimborso.

Nel frattempo l'economia statunitense si sta rafforzando, con il PIL del settore privato nel quarto trimestre in aumento del 2,4% grazie a consumi e investimenti robusti, mentre la spesa pubblica sta diminuendo, il che sottrae un punto percentuale al PIL ma è una decisione politica per controllare il debito e i deficit; l'inflazione sta diminuendo e la creazione di posti di lavoro sta accelerando, con il settore manifatturiero in espansione.

Gli investitori potrebbero temere l'incertezza giuridica in merito alle politiche commerciali, ma non un rimborso una tantum. Nonostante si parli di un buco da $200 miliardi, il vero rischio è un periodo prolungato di controversie legali, mutevoli misure tariffarie e confusione nei dati commerciali, non un precipizio fiscale. Per questo motivo credo che i partner commerciali preferiranno mantenere gli accordi esistenti piuttosto che intraprendere un lungo e doloroso contenzioso che potrebbe concludersi con un aumento dei dazi per gli esportatori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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