mercoledì 24 luglio 2024

La follia dell'Impero e l'albatross del debito

 

 

di David Stockman

Come è accaduto con Roma, l'Impero sta mandando in bancarotta l'America. Il costo fiscale reale del bilancio della sicurezza nazionale supera ora i $1.300 miliardi l'anno (se si contano anche le spese per i veterani, le operazioni internazionali e gli aiuti), ma non esiste che possano essere in qualche modo ripagati.

Questo perché i 78 milioni di baby boomer sono al posto di comando della politica americana: non permetteranno che lo stato sociale da $3.500 miliardi l'anno venga tagliato. Allo stesso tempo Washington è diventata la Capitale Mondiale della Guerra dove l'Unipartito insediato ritiene che le gigantesche rivendicazioni fiscali dello settore militare non siano negoziabili.

Il bilancio federale è praticamente diretto verso l'abisso. Con i tassi d'interesse che finalmente si stanno normalizzando e il debito si accumula a un ritmo superiore alla crescita nominale del PIL, i costi degli interessi sul debito pubblico schizzeranno alle stelle.

Le prospettive sono così tetre che il CBO non si azzarda a pubblicare i numeri al ungo termine riguardo il debito. Invece tenta di mascherare questa catastrofe mostrando i numeri in termini di “% del PIL” senza pubblicare le cifre di quest'ultimo.

Ciononostante ci sono tutte le cifre per ricavarseli e salta fuori che il CBO nelle sue ultime letture ha proiettato un PIL nominale in crescita del 3.8% l'anno per 30 anni. Ciò significa $85.000 miliardi entro il 2054; e se si applica la cifra del 172% del PIL al debito pubblico, il risultato è $146.000 miliardi!

Non è un errore di battitura. In base allo scenario roseo del CBO per i prossimi tre decenni la linea di politica fiscale partorirà un debito talmente grande che la cifra non viene nemmeno pubblicata nei documenti ufficiali. Ciò significa, a sua volta, che l'America sta volando verso una spesa per interessi di $7.500 miliardi l'anno in base all'attuale rendimento medio sulla curva del debito statunitense.

Il CBO proietta che il debito pubblico raggiungerà i $146.000 miliardi entro la metà di questo secolo

Sfortunatamente la generazione che ha marciato sul Pentagono nel 1968 protestando contro la Guerra in Vietnam di Lyndon Johnson ha da tempo abbandonato la causa della pace. In questo modo i baby boomer hanno permesso al settore militare di crescere indisturbato, soprattutto da quando gli Stati Uniti sono diventati la sola superpotenza dopo che l'Unione Sovietica è finita nella pattumiera della storia nel 1991.

Ciononostante c'è una ragione per cui la fine della guerra dei 77 anni non permise al mondo di ritornare allo status quo pre-1914 dove regnavano una pace relativa e una prosperità mondiale alimentata dal capitalismo: l'ideologia dell'eccezionalismo americano e della Nazione Indispensabile.

Di conseguenza la missione di Washington era diventata quella di diventare un egemone mondiale. Si trasformò, sotto la presidenza di Bush e Clinton, nella Capitale Mondiale della Guerra e diede vita a tutta una serie di think tank, organizzazioni non governative, agenzia di consulenza, “agenzie legali” e lobby di tutte le specie. Ed è stata l'idea della Nazione Indispensabile che ha fornito il collante alla classe politica affinché appiccicasse a Washington l'etichetta dell'Impero e trasferisse quante più risorse fiscali al settore militare.

Inutile dire che l'Impero è una cosa terribile perché diventa la salute dello stato e l'acerrimo nemico della prosperità capitalistica e delle libertà costituzionali.

Cresce e si metastatizza abbandonando le verità repubblicane del non intervento all'estero e del commercio pacifico con tutte le nazioni del mondo, abbracciando invece il ruolo auto-insignito di Egemone Mondiale. Piuttosto che badare alla difesa interna, la linea di politica dell'Impero è quella di un ficcanaso imperiale, egemone militare e applicatore brutale di sanzioni, capricci, linee rosse e stati canaglia.

Non c'è niente di più emblematico del tradimento del non interventismo repubblicano di quello che succede oggi: la guerra per procura dell'Ucraina contro la Russia, vari cambi di regime falliti in Medio Oriente, la campagna ventennale fallimentare e sanguinosa in Afghanistan, la Settima Flotta statunitense che si intromette nel Mare cinese meridionale e, soprattutto, l'infinita ossessione di Washington nei confronti dell'Iran.

Per quanto riguarda quest'ultimo, non c'è assolutamente nessun motivo per cui l'Impero debba continuamente tenerlo nel mirino. Il proverbiale marziano che ci guarda dall'alto rimarrebbe perplesso riguardo al motivo per cui Washington vuole sempre attaccare briga contro i governanti puritani e totalitari dell'Iran, ma in fin dei conti innocui a livello geopolitico.

Dopo tutto l'Iran non ha violato il patto nucleare del 2014 agli occhi di una qualsiasi autorità affidabile – per giunta anche agli occhi della CIA. Né questo stesso consenso di istituzioni ritiene che abbia mai avuto un programma di ricerca sull'armamento nucleare sin al 2003.

Allo stesso modo il suo PIL modesto da $410 miliardi è uguale a soli cinque giorni di spesa statunitense, quindi sarebbe arduo considerarla una piattaforma industriale da cui i suoi teocrati possano plausibilmente minacciare l'America.

Né il suo minuscolo bilancio militare da $10 miliardi, che ammonta a soli quattro giorni di spese del Dipartimento della Difesa, può infliggere un qualsiasi danno ai cittadini americani.

Infatti l'Iran non ha una marina che può operare fuori dal Golfo Persico; i suoi aerei da combattimento possono a malapena raggiungere Roma senza fare rifornimento; il suo arsenale di missili difensivi a medio raggio non possono colpire la maggior parte dei membri della NATO, figuriamoci il continente Nord americano.

La risposta al proverbiale marziano è che l'Iran non è affatto una minaccia militare alla sicurezza dell'America. La sua demonizzazione, quindi, deriva dall'egemonia di Washington: non può avere una linea di politica estera indipendente e quindi stringere alleanze con la Siria, il partito politico di spicco libanese (Hezbollah), le autorità che governano Baghdad e gli Houthi in Yemen.

Tutti questi regimi, a eccezione dello stato pupazzo dell'Iraq, sono considerati da Washington come la fonte della proverbiale “instabilità regionale” e l'alleanza dell'Iran con essi è stata etichettata come un atto di sponsorizzazione del terrorismo.

Lo stesso discorso vale per il modesto arsenale di missili balistici a breve e medio raggio dell'Iran. Queste armi sono per autodifesa, ma Washington insiste sul fatto che siano per aggredire – salvo ignorare qualsiasi altro caso simile in cui altre nazioni sono clienti dei mercanti di armi statunitensi.

Per esempio, l'acerrimo nemico dell'Iran nel Golfo Persico, l'Arabia Saudita, ha una scorta cospicua di missili balistici forniti dalla NATO con percorribilità superiori (2600 km). Lo stesso vale per Israele, Pakistan, India e un'altra mezza dozzina di altre nazioni che sono o alleate di Washington oppure hanno ricevuto un lasciapassare dagli Stati Uniti per esportare armi.

In breve, l’incessante guerra economica e la pressione politica, diplomatica e militare di Washington sull’Iran è un esercizio di egemonia mondiale, non di autodifesa territoriale della propria patria. È una testimonianza del modo in cui la nozione storica di difesa nazionale si è trasformata nell'arrogante affermazione di Washington di costituire una “Nazione Indispensabile” che presumibilmente si erge come baluardo dell'umanità contro il disordine mondiale tra le nazioni.

Inutile dire che l’Iran è solo un tipico esempio di questo concetto in azione, ci sono anche altri punti caldi che non sono altro che esercitazioni dell’aggressione egemonica che ne deriva inesorabilmente.

Washington ha alimentato la carneficina ucraina sponsorizzando, finanziando e riconoscendo il colpo di stato del febbraio 2014 che rovesciò un governo favorevole alla Russia, sostituendolo con uno nazionalista e aspramente antagonista alla Russia. E lo ha fatto per la ragione più superficiale e storicamente ignorante che si possa immaginare: opporsi alla decisione del precedente governo ucraino alla fine del 2013 di allinearsi economicamente e politicamente con il suo storico egemone Mosca piuttosto che con l’UE e la NATO. Eppure il governo ucraino, giustamente eletto e costituzionalmente legittimo allora guidato da Viktor Yanukovich, aveva intrapreso quella strada principalmente perché aveva ottenuto da Mosca un accordo migliore di quello richiesto dagli artisti della tortura fiscale dell'FMI.

Inutile dire che il conseguente colpo di stato, sponsorizzato dagli Stati Uniti, scaturito dalla folla nelle strade di Kiev nel febbraio 2014, ha riaperto profonde ferite nazionali. L’aspro divario dell’Ucraina tra i russofoni nell’Est e sulla sponda del Mar Nero e i nazionalisti ucraini nel centro e nell’Ovest risale al brutale controllo di Stalin in Ucraina durante gli anni ’30 e alla collusione ucraina con la Wehrmacht di Hitler nel suo cammino verso Stalingrado.

È stato proprio il ricordo di quest’ultimo incubo, infatti, a innescare nel marzo 2014 lo scoppio, alimentato poi dalla paura, del separatismo russo nel Donbass e dal voto referendario del 96% in Crimea per riaffiliarsi formalmente alla madre Russia.

In questo contesto anche una vaga familiarità con la storia e la geografia russa ricorderebbe che l’Ucraina e la Crimea sono affari di Mosca, non di Washington.

In primo luogo, in Ucraina non c’è nulla di importante in gioco. Negli ultimi 700 anni è stato un insieme tortuoso di confini alla ricerca di un Paese.

Infatti gli intervalli in cui l’Ucraina è esistita come nazione indipendente sono stati pochi e rari. I suoi governanti, piccoli potentati e politici corrotti, facevano accordi o si arrendevano a ogni potere esterno che si presentava alla loro porta.

Questi includevano, tra gli altri, lituani, turchi, polacchi, austriaci, moscoviti e zar. Infatti nei tempi moderni l’Ucraina è stata parte integrante della Madre Russia, fungendo da granaio e crogiolo di ferro e acciaio sotto zar e commissari sovietici. Considerata questa storia, l’idea che l’Ucraina dovesse essere indotta ad aderire alla NATO era semplicemente folle.

Il territorio presumibilmente “occupato” della Crimea fu in realtà acquistato dagli Ottomani da Caterina la Grande nel 1783, soddisfacendo così la lunga ricerca degli zar russi per uno sbocco sui mari meridionali. Nel corso dei secoli Sebastopoli è diventata una grande base navale sulla punta strategica della penisola di Crimea, dove divenne sede della potente flotta degli zar e poi anche dell'Unione Sovietica.

Per i successivi 171 anni la Crimea fu parte integrante della Russia. Tal periodo che va finisce nel 1954 supera di gran lunga i 106 anni trascorsi da quando la California fu annessa a questo continente, fornendo così alla Marina degli Stati Uniti il ​​proprio porto a San Diego.

Sebbene nessuna forza straniera abbia successivamente invaso le coste della California, sicuramente non furono i fucili, l'artiglieria e il sangue ucraini e polacchi ad annientare la carica della brigata leggera nella città di Balaclava in Crimea nel 1854; i coraggiosi difensori erano russi che proteggevano la loro patria dagli invasori turchi, francesi e inglesi.

E il ritratto dell’“eroe” russo appeso nell’ufficio di Putin è quello dello zar Nicola I – il cui brutale regno trentennale ha portato l’Impero russo al suo apice storico. Eppure, nonostante la sua crudeltà, Nicola I è venerato nell’agiografia russa come il difensore della Crimea, anche se perse la guerra del 1850 contro ottomani ed europei.

In fin dei conti la sicurezza del suo storico porto in Crimea è la linea rossa della Russia, non quella di Washington. A differenza dei politici odierni a Washington, ignoranti quado si tratta di storia, anche l’indebolito Franklin Roosevelt sapeva di trovarsi nella Russia sovietica quando fece scalo nella città di Yalta, in Crimea, nel febbraio 1945.

Manovrando per consolidare il suo controllo sul Cremlino nella lotta per la successione a Stalin, Nikita Khrushchev cedette la Crimea ai suoi subalterni a Kiev.

La Crimea è diventata parte dell’Ucraina solo per volere di uno degli stati più crudeli e riprovevoli della storia umana – l’ex-Unione Sovietica:

Il 26 aprile 1954: il decreto del Presidium del Soviet Supremo dell'URSS trasferisce l'oblast di Crimea dalla SFSR russa alla SSR ucraina [...] tenendo conto del carattere integrale dell'economia, della vicinanza territoriale e degli stretti legami economici e culturali tra la provincia di Crimea e la SSR ucraina [...].

Proprio così. Le accuse ipocrite e tendenziose di Washington contro il riassorbimento della Crimea da parte della Russia implicano che la mano del presidio sovietico dev'essere difesa a tutti i costi – come se la sicurezza del Nord Dakota dipendesse da questo!

Infatti il tumulto sulla “restituzione” della Crimea è un chiaro esempio dell’arroganza egemonica che ha preso il sopravvento sulla Washington imperiale dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991.

Dopotutto, durante i lunghi decenni della Guerra Fredda, l’Occidente non ha fatto nulla per liberare la “nazione prigioniera” dell’Ucraina – con o senza l’appendice della Crimea. Né ha tracciato alcuna linea rossa a metà degli anni ’90 quando un’Ucraina finanziariamente disperata ha restituito Sebastopoli e le ridotte strategiche della Crimea a una Russia altrettanto impoverita.

In breve, nell’era precedente all’acquisizione del nostro porto nel Pacifico nel 1848, e anche durante l’intervallo di 176 anni successivi, la sicurezza nazionale americana non è dipesa per nulla dallo status della Crimea, né da quello del resto dell’Ucraina. Che le popolazioni di lingua russa della Crimea, del Donbass e della zona del Mar Nero abbiano ora scelto la fedeltà a Mosca invece che ai ruffiani che hanno preso Kiev nel colpo di stato del 2014 è un’affare che riguarda solamente loro!

La verità è che quando si parla di Ucraina non c'è poi molto lì: i suoi confini si sono trasformati per secoli tra le tribù, i popoli, i potentati, i patriarchi e i pretendenti in lotta di una piccola regione, e non sono affari di Washington.

Tuttavia è stata la spinta aggressiva di Washington e della NATO negli affari interni dello storico vassallo della Russia, l’Ucraina, a portare avanti la demonizzazione di Putin. Allo stesso modo è la fonte della falsa affermazione secondo cui la Russia ha progetti aggressivi ed espansionistici nei confronti degli stati dell’ex-Patto di Varsavia nei Paesi Baltici, in Polonia e oltre.

Quest'ultima è una fabbricazione senza senso, sono stati i neoconservatori di Washington a schiacciare l’ultima parvenza di governo civile dell’Ucraina quando hanno consentito agli ultranazionalisti e ai cripto-nazisti di ottenere posizioni di governo dopo il colpo di stato nel febbraio 2014.

In un colpo solo quell'imperdonabile stupidità ha riaperto la sanguinosa storia moderna dell'Ucraina, la quale s'interruppe con il ripopolamento da parte di Stalin della regione orientale del Donbass con lavoratori russi “affidabili” dopo il genocidio dei kulak all'inizio degli anni '30.

Successivamente fu esacerbata dalla collaborazione su larga scala dei nazionalisti ucraini della Galizia e di altri territori occidentali con la Wehrmacht nazista. Insieme devastarono polacchi, ebrei, zingari e altri “indesiderabili” nel loro viaggio verso Stalingrado nel 1943. Successivamente seguì un’uguale e contraria ondata di barbare vendette mentre la vittoriosa Armata Rossa marciava di nuovo attraverso l’Ucraina nel suo cammino verso Berlino.

Quindi ci si potrebbe giustamente domandare: quale stupido non ha ancora capito che l'avvio del “cambio di regime” da parte di Washington a Kiev avrebbe riaperto tutta questa sanguinosa storia di conflitti settari e politici?

Inoltre una volta aperto il vaso di Pandora, perché è ancora così difficile capire che una spartizione totale dell’Ucraina con autonomia per il Donbass e la Crimea, o addirittura l’adesione allo stato russo da cui provenivano queste comunità, sarebbe una soluzione perfettamente ragionevole? Dopotutto questo è esattamente ciò che prevedeva l’accordo di Minsk II e ciò su cui Putin aveva concordato durante i negoziati del marzo 2022 a Istanbul – un accordo che avrebbe potuto evitare la successiva carneficina, ma che è stato sabotato da Boris Johnson.

Certamente ciò sarebbe stato di gran lunga preferibile piuttosto che trascinare tutta l’Europa nella follia delle attuali sanzioni anti-Putin e coinvolgere le fazioni ucraine in una guerra civile suicida. La presunta minaccia russa all’Europa, quindi, è stata fabbricata dalla Washington imperiale, non nel Cremlino.

Ancora più orribili sono le provocazioni e le manovre della Settima Flotta nel Mar Cinese Meridionale. Qualunque cosa stiano facendo su quegli isolotti artificiali non costituisce una minaccia per la sicurezza dell’America, né vi è alcuna ragione plausibile per credere che sia una minaccia anche per il commercio globale.

Dopotutto sono le economie mercantiliste della Cina e dell’Asia orientale a crollare quasi istantaneamente se Pechino tentasse d'interrompere il commercio mondiale: sono i $3.500 miliardi di guadagni in valuta forte derivanti dalle sue esportazioni che impediscono allo Schema Rosso di Ponzi di crollare.

Inutile dire che nessuno di questi interventi era nemmeno immaginabile nella sonnolenta città di Washington appena 110 anni fa. Ma si tratta di un’evoluzione funesta dalla capitale di una Repubblica focalizzata su un Impero mobilitato a livello globale, nato in ultima analisi dall’eresia della Nazione Indispensabile.

Infatti finché la Washington imperiale continuerà le sue varie missioni autoproclamate di stabilizzazione, mantenimento della pace, punizione, attacco, occupazione, sanzionamento e altre manovre egemoniche, non c’è alcuna possibilità che i conti fiscali americani possano essere salvati.

La follia della Nazione Indispensabile incombe, quindi, sull’edificio marcio del debito pubblico/privato americano da $98.000 miliardi, come una moderna Spada di Damocle.

Ma l’Impero è una malattia corrosiva per il governo democratico: alla fine metastatizza in arroganza imperiale, esagerazione e prepotenza; cade preda del dominio di bellicosi guerrafondai e teppisti come John Bolton e Mike Pompeo dal lato repubblicano e Antony Blinken e Jake Sullivan dal lato democratico.

Nel caso presente è la prima coppia che ha sfruttato l’ignoranza di Trump sull’accordo sul nucleare iraniano: è stata la loro polemica imperiale contro il diritto legittimo dell'Iran come nazione sovrana alla propria politica estera che gli ha dato la copertura per reimporre il massimo delle sanzioni, costringendo di fatto Teheran ad un atto di guerra. Mentre la seconda coppia non ha avuto il coraggio d'invertire gli errori commessi dai guerrafondai della precedente amministrazione.

Sì, l’establishment considera le sanzioni economiche una sorta di strumento benevolo al soldo di una sorta di diplomazia illuminata – la proverbiale carota che impedisce il ricorso al bastone; ma queste sono solo chiacchiere ipocrite.

Quando si perseguitano i porti del pianeta tentando di bloccare le vendite di petrolio dell’Iran, che sono la sua principale e vitale fonte di valuta estera, o di interrompere l’accesso da parte della sua banca centrale al sistema globale di saldo monetario noto come SWIFT, o si fanno pressioni politiche per fermare tutti gli investimenti e il commercio nei confronti dell'Iran – stiamo parlando di atti di aggressione tanto minacciosi e dannosi quanto un attacco missilistico.

O almeno una volta s'intendeva così. Nel 1960 il grande Dwight Eisenhower accettò con (molta) riluttanza di mentire sull'aereo U-2 di Gary Power quando i sovietici lo abbatterono e catturarono vivo il pilota della CIA.

Ma Ike lo fece perché era abbastanza antiquato da credere che anche penetrare nello spazio aereo di un nemico senza permesso fosse un atto di guerra. E questo non era nelle sue intenzioni, nonostante il programma di sorveglianza della CIA.

Oggi, al contrario, Washington invade con alacrità lo spazio economico di decine di nazioni straniere. Infatti l’Office of Foreign Asset Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti elenca con orgoglio 30 diversi programmi di sanzioni, inclusi quelli su Bielorussia, Burundi, Cuba, Congo, Libia, Somalia, Sudan, Venezuela, Yemen e Zimbabwe, insieme ai programmi più visibili contro i presunti malfattori di Iran, Russia e Corea del Nord.

Anche queste sono le impronte dell’Impero, non le misure di difesa della patria adatte ad una Repubblica in cerca di pace. Quest’ultima costerebbe circa $400 miliardi all’anno e farebbe affidamento su una capacità nucleare già costruita e pagata per la deterrenza, e su una Marina e un’Aeronautica modeste per la protezione delle coste e dello spazio aereo della nazione.

L' eccesso di $500 miliardi nell'attuale bilancio della difesa da $900 miliardi è il costo dell'Impero; è il peso fiscale schiacciante che deriva dalla follia della Nazione Indispensabile e dal suo presupposto disastrosamente sbagliato secondo cui il pianeta sarebbe precipitato nel caos senza gli interventi dell’Impero americano.

Inutile dire che non crediamo che il pianeta sia incline al caos in assenza delle cure di Washington. Dopotutto i dati storici dal Vietnam all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia, alla Siria e all’Iran suggeriscono esattamente il contrario.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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