venerdì 5 giugno 2026

Bisanzio 2.0?

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/bisanzio-20)

In tutto il mondo, non possiamo che assistere alla terza grande guerra civile inglese.

Il mondo intero si ritrova inesorabilmente intrappolato nella terza guerra civile inglese: una prolungata lotta interna tra le élite anglofone per il controllo del potere, la legittimità della ricchezza (produzione lecita contro estrazione illecita) e l'anima stessa della nostra civiltà. Questo perché il dominio mondiale dell'Impero britannico, esteso e amplificato dall'ordine americano del secondo dopoguerra come sua massima espressione, permea ogni aspetto della vita umana attraverso i sette pilastri del potere nazionale: alleanze diplomatiche che legano le nazioni in reti di obblighi, narrazioni che plasmano le percezioni globali attraverso imperi mediatici, proiezioni militari che impongono l'egemonia da basi lontane, strutture economiche che dettano il commercio e lo sviluppo, meccanismi finanziari che utilizzano il debito come arma di controllo, reti di intelligence che si infiltrano sia tra gli avversari che tra gli alleati, e apparati di polizia che estendono la loro influenza extraterritoriale per reprimere il dissenso. Questo apparato onnipresente, nato dalla presa della Corona inglese da parte dei finanziari continentali nel 1688 e replicato oltreoceano, trasforma ora i conflitti per procura in Ucraina, le guerre commerciali contro la Cina e gli sconvolgimenti economici mondiali in semplici teatri di una scissione interna, dove banche pretoriane non statali e colossi d'investimento soverchiano gli stati sovrani, costringendo miliardi – consapevolmente o meno – a finanziare e combattere in una guerra civile che potrebbe liberare la civiltà inglese da quattro secoli di dominio parassitario o condannarla, insieme al mondo intero, a un decadimento irreversibile o addirittura alla distruzione totale.


I. Introduzione: lo spettacolo e la sostanza

L'attenzione del mondo è concentrata sul dramma superficiale di una nuova Guerra Fredda, o addirittura di una Terza guerra mondiale. I commentatori parlano con entusiasmo della rivalità tra Stati Uniti e Cina, della guerra in Ucraina, dell'ascesa dei BRICS e della frammentazione dell'ordine liberale post-1945. Questi eventi vengono presentati dall'analisi dominante come uno scontro tra nazioni, una competizione convenzionale tra grandi potenze che ricorda i capitoli più bui del ventesimo secolo.

Ma questa interpretazione confonde i sintomi con le cause, gli effetti con l'essenza. Questo saggio sostiene che questi conflitti geopolitici non sono l'evento primario, bensì i sintomi visibili di una lotta più profonda e secolare: la Guerra Civile Inglese 3.0. Si tratta di una guerra intra-civiltà tra le élite anglofone per la fonte e il centro fondamentali del potere. Le sue radici affondano nella “cattura” della Corona inglese da parte di interessi finanziari continentali nel 1688, un evento che ha creato una classe dominante persistente il cui potere ora sfida la sovranità degli stati nazionali in cui vive. L'attuale instabilità globale rappresenta la fase finale di questa lotta, una contesa per l'anima stessa della civiltà inglese.

Per comprendere il nostro momento attuale, dobbiamo prima capire come una rivoluzione “incruenta” su una piccola isola quasi quattro secoli fa abbia piantato il DNA istituzionale che oggi governa la vita finanziaria di miliardi di persone. Dobbiamo ricostruire come quel DNA si sia replicato attraverso oceani e imperi, e come ora si trovi ad affrontare la sua sfida definitiva. La posta in gioco non potrebbe essere più alta: Washington D.C. potrà diventare una nuova Costantinopoli, preservando il nucleo della civiltà inglese e respingendo le influenze corruttrici, oppure, come l'antica Roma, sarà consumata dalla putrefazione interna del dominio pretoriano?


II. Parte 1: Definire il campo di battaglia  attori, concetti e posta in gioco

A. La definizione del “finanziario”: non una cospirazione, ma un tipologia

Qualsiasi argomentazione che postuli una continuità delle élite attraverso i secoli deve immediatamente confrontarsi con l'accusa di pensiero cospirazionista. Una tale accusa è prevedibile: che questo schema riduca una storia complessa a uno spettacolo di marionette, con figure oscure che tirano i fili da una stanza segreta a Ginevra o a Londra.

Questo saggio respinge tale caricatura. Quello che sto descrivendo non è una cospirazione, ma una tipologia: un gruppo di individui affini che condividono interessi materiali, istituzioni di appartenenza, percorsi formativi e una visione del mondo coerente che trascende i confini nazionali. Come documentano gli studi del Max Planck sulla finanziarizzazione, la finanza “si insinua nei rapporti di classe e di parentela” e, in modo fondamentale, “riconfigura le dimensioni legali ed ecologiche dell'organizzazione sociale”. Non si tratta dell'opera di un comitato segreto, bensì dell'espressione organica di una classe parassitaria il cui potere deriva da uno specifico rapporto con la creazione di ricchezza.

La tipologia “finanziarista” può essere definita con precisione. I suoi membri traggono potere e profitto non dalla produzione, dall'innovazione o dal commercio – ciò che potremmo definire creazione di ricchezza “lecita” – bensì dall'ingegneria finanziaria, dalla manipolazione del debito, dal controllo dell'emissione monetaria e dall'estrazione di rendite dall'economia produttiva. Questo costituisce ricchezza “illecita” nel senso che si appropria del valore creato da altri anziché generarne di nuovo. Gli strumenti del potere finanziarista sono le grandi istituzioni della finanza mondiale: banche e banche centrali che operano con diversi gradi di indipendenza dal controllo politico, enormi società di investimento che gestiscono patrimoni superiori al PIL della maggior parte delle nazioni e le interconnesse direzioni che creano una visione del mondo e un insieme di preferenze politiche unificate, a prescindere dai confini nazionali.

Quando BlackRock gestisce $10.000 miliardi in asset – una somma superiore alle economie di tutte le nazioni tranne tre – esercita un potere che non è meramente economico, ma fondamentalmente politico. Quando il presidente della Federal Reserve può influenzare i mercati con una sola frase, si tratta di potere senza mandato sociale. Quando i segretari del Tesoro e i banchieri centrali passano senza soluzione di continuità dal servizio pubblico all'impiego presso le stesse istituzioni che un tempo regolamentavano, non si tratta di cospirazione, ma di coesione di tipo.

B. La Rivoluzione Gloriosa del 1688: l'evento genesi

Per comprendere come questo tipo di rivoluzione sia riuscito a imporsi in modo così duraturo nel mondo anglofono, dobbiamo esaminare il momento cruciale del novembre 1688, quando Guglielmo d'Orange, Statolder olandese, sbarcò a Torbay con una forza d'invasione finanziata da mercanti continentali. Non si trattò di una semplice disputa dinastica, o di un riallineamento religioso. Fu, nel senso più letterale del termine, un'acquisizione ostile dello Stato inglese. La prima acquisizione ostile da parte della Compagnia Olandese delle Indie Orientali Britanniche ai danni della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, secondo la mentalità di Gordon Gekko.

Prima del 1688 la monarchia inglese era stata costantemente insolvente. Re Carlo II era stato costretto a dichiarare un “blocco del tesoro” nel 1672, sospendendo il rimborso dei suoi debiti. Suo padre, Carlo I, aveva fatto ricorso a “prestiti forzati” quando il credito volontario si era prosciugato. Il problema fondamentale era di natura strutturale: senza il consenso parlamentare per l'imposizione fiscale, la Corona non aveva la credibilità necessaria per ripagare i propri debiti e, di conseguenza, i creditori si rifiutavano di erogare fondi.

Riflettendo sull'architettura fiscale della monarchia inglese da Elisabetta I a Giacomo II, si può individuare una deliberata orchestrazione da parte di mercanti, banchieri, parlamentari, burocrati e nobili per esternalizzare le spese essenziali del regno – difesa, sicurezza e amministrazione – sul sovrano. Ciò creò una gabbia dorata di debiti, in cui i monarchi erano costretti ad accumulare prestiti insostenibili e la loro autorità erosa dalla dipendenza da queste stesse élite che traevano profitto da tale sistema. Il regno di Elisabetta ne fu un esempio lampante: i costi per le flotte e le esplorazioni gravavano sulle casse reali, mentre i profitti commerciali confluivano negli interessi privati, costringendola a dipendere da sussidi parlamentari condizionati e da prestiti ad alto interesse della City di Londra. Gli Stuart ereditarono e amplificarono questa vulnerabilità: Giacomo I e Carlo I dovettero affrontare crescenti esigenze militari senza autonomia fiscale, il che portò a misure controverse come il “denaro navale” e i cui regni vennero definiti come tirannie ma radicati in un sistema intrappolante.

Sotto Carlo II e Giacomo II questo schema persistette tra le guerre della Restaurazione e le ambizioni coloniali, con i finanziari olandesi e inglesi che concedevano credito che sottraeva risorse attraverso gli interessi, perpetuando la corruzione senza essere contrastata da una Corona ormai indebolita. I tentativi di Giacomo II di promuovere efficienza e tolleranza furono vanificati da questa camicia di forza fiscale, e i suoi oppositori inquadrarono le riforme come assolutismo, salvaguardando al contempo i propri vantaggi. Questa dinamica non solo impoverì la monarchia, ma ne soffocò anche il ruolo di custode del popolo contro gli eccessi dell'élite, alimentando l'instabilità che culminò negli eventi del 1688.

La Rivoluzione Gloriosa, ben lungi dall'essere una semplice rivendicazione della libertà, formalizzò questo cambiamento consolidando il controllo parlamentare – in particolare quello dominato dai Whig – sulle finanze, come chiarito da North e Weingast nella risoluzione del problema dell'“impegno credibile” per i creditori. Le sessioni annuali del Parlamento, i controlli contabili e il dominio sulle finanze, sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti del 1689, rafforzarono i settori manifatturiero e commerciale che finanziarono l'invasione di Guglielmo, vanificando l'assolutismo di Giacomo, come descrivono Pincus e Robinson. Tuttavia non si trattò di un'emancipazione popolare: consolidò un ordine finanziario che favoriva quelle élite, dando vita a istituzioni come la Banca d'Inghilterra per gestire il debito nel loro interesse, reindirizzando e perpetuando in modo permanente, anziché smantellare, le disuguaglianze imposte ai monarchi che da tempo affliggevano il regno.

La creazione della Banca d'Inghilterra nel 1694 fu l'incarnazione istituzionale di questo nuovo ordine. Come ha osservato uno storico: “La storia della Banca d'Inghilterra durante i suoi primi anni è in non poca misura la storia dell'accordo del 1689”. Essa fu istituita come società privata che avrebbe gestito il debito pubblico, prestando denaro al governo inglese in cambio del privilegio di emettere banconote e controllare la valuta nazionale. Questo fu il peccato originale: la creazione di un debito nazionale permanente, gestito da interessi privati, che avrebbe finanziato le guerre perpetue dello Stato arricchendo al contempo la classe finanziaria che deteneva il debito, quasi interamente legata alla Roma pretoriana, se non addirittura parte integrante di essa.

L'economia politica della rivoluzione stessa fu controversa. Re Giacomo II era profondamente legato alla Compagnia Reale Africana e alla Compagnia delle Indie Orientali, convinto che “solo la terra potesse produrre ricchezza” e che il futuro dell'Inghilterra risiedesse nell'impero territoriale d'oltremare. I Whig, che lo spodestarono, rifiutarono questo modello. Sostenevano che “il lavoro creasse ricchezza” e che il governo dovesse sostenere attivamente lo sviluppo economico, in particolare nel settore manifatturiero. La creazione della Banca d'Inghilterra aveva lo scopo di “promuovere lo sviluppo del settore manifatturiero” rendendo il credito più accessibile. Ma il meccanismo istituzionale che crearono – una banca centrale privata che gestiva il debito pubblico – conteneva in sé i semi di una nuova forma di potere che alla fine avrebbe trasceso e inglobato gli interessi manifatturieri che avrebbe dovuto servire.

C. Il DNA istituzionale: come il 1688 creò un sistema autoalimentante

Il significato del 1688 non risiede in un singolo evento, ma nella creazione di un modello istituzionale che si sarebbe dimostrato straordinariamente duraturo e trasferibile, nonché di natura apertamente schiavistica, se non etichettato come tale. Questo modello conteneva diversi elementi chiave:

• La centralizzazione del debito pubblico attraverso un'istituzione privata. Il modello della Banca d'Inghilterra creò un circolo vizioso: lo Stato necessitava di un debito sempre maggiore per finanziare le proprie ambizioni (principalmente guerre); la classe finanziaria deteneva tale debito e ne riscuoteva gli interessi; la necessità dello Stato di contrarre prestiti in futuro lo rendeva dipendente dalla continua benevolenza della classe finanziaria; la classe finanziaria, a sua volta, aveva un interesse acquisito nella capacità dello Stato di tassare l'economia produttiva per onorare il debito. E così la classe finanziaria mantenne il regno in un perenne stato di conflitto e guerra.

• La fusione del potere statale e degli interessi finanziari attraverso élite interconnesse. Le stesse famiglie e gli stessi interessi che controllavano la Banca d'Inghilterra sedevano anche in Parlamento, consigliavano la Corona “controllata” e dominavano le grandi compagnie commerciali. Non si trattava di corruzione nel senso moderno del termine; era il normale funzionamento di un sistema in cui potere pubblico e privato erano perfettamente integrati. Questo almeno fino a quando non si trasformò in pura corruzione a partire circa dalla Prima guerra mondiale.

• L'esportabilità del modello. L'architettura istituzionale creata a Londra dopo il 1688 – una banca centrale che gestiva il debito pubblico, un debito nazionale permanente, una classe finanziaria i cui interessi erano allineati con l'espansione statale – poteva essere replicata in altre entità politiche anglofone. E così fu, soprattutto nelle colonie americane che alla fine si ribellarono al controllo di Londra, adottando al contempo molte delle sue innovazioni finanziarie.


III. Parte 2: la lunga guerra – momenti chiave del “passaggio di consegne” e fratture

A. La guerra civile inglese 2.0 (la Rivoluzione americana): uno scisma nell'élite

La Rivoluzione americana è stata tradizionalmente interpretata come una ribellione coloniale contro l'ingerenza imperiale: una lotta contro la “tassazione senza rappresentanza” condotta da coloni amanti della libertà contro un Parlamento distante e oppressivo. Questa interpretazione non è errata, ma è incompleta.

E se considerassimo invece la Rivoluzione come una scissione all'interno dell'élite anglofona? I coloni che guidarono la ribellione non erano gli espropriati o gli emarginati, erano l'élite coloniale: la nobiltà terriera, gli industriali emergenti, i mercanti le cui ambizioni commerciali erano limitate dal sistema mercantilista londinese. La loro disputa non era con la civiltà inglese o con le istituzioni inglesi, ma con la specifica configurazione di potere emersa dall'Accordo del 1688.

Gli Atti di Navigazione, le restrizioni alla produzione coloniale, l'obbligo per tutti i commerci di passare attraverso i porti britannici: non si trattava di imposizioni arbitrarie. Erano la logica espressione di un sistema imperiale finanziarizzato, concepito per estrarre valore dalla periferia a beneficio del centro metropolitano. L'élite coloniale, che produceva ricchezza reale attraverso la terra, il lavoro e l'imprenditorialità, si trovava perennemente subordinata a una classe finanziaria con sede a Londra, il cui potere si fondava sul debito e sulla manipolazione piuttosto che sulla produzione.

La Dichiarazione d'Indipendenza, letta in quest'ottica, è un documento rivoluzionario non solo per il suo ripudio della monarchia, ma anche per il suo implicito rifiuto del modello finanziarista. La sua accusa al Re di “imporci tasse senza il nostro consenso” era anche un'accusa contro un Parlamento che, fin dal 1688, rivendicava il diritto esclusivo di tassare proprio perché era l'istituzione in cui venivano rappresentati gli interessi finanziari. Quando i coloni parlavano di “consenso”, intendevano qualcosa di diverso da ciò che intendevano gli oligarchi Whig di Londra: intendevano il consenso dei governati, non il consenso degli obbligazionisti.

Eppure la Repubblica americana, pur essendosi liberata dal controllo politico, si trovò immediatamente ad affrontare la stessa questione fondamentale che aveva tormentato l'Inghilterra: quale tipo di sistema finanziario avrebbe adottato? Le feroci battaglie tra Alexander Hamilton e Thomas Jefferson negli anni Novanta del Settecento non furono semplici dispute politiche. Il programma di Hamilton – una banca nazionale, l'assunzione dei debiti statali, l'incentivazione federale del commercio e dell'industria manifatturiera – rappresentava un esplicito tentativo di replicare il modello della Banca d'Inghilterra sul suolo americano. L'opposizione di Jefferson – la sua visione di una repubblica agraria di piccoli proprietari terrieri indipendenti – era un rifiuto totale di quella traiettoria. Il fatto che Hamilton abbia sostanzialmente vinto, che siano state istituite la Prima e la Seconda Banca degli Stati Uniti, che gli Stati Uniti abbiano infine creato una propria banca centrale e un proprio debito nazionale permanente, dimostra che la “cattura” del 1688 non fu un fenomeno esclusivamente britannico, ma un fenomeno anglosassone. Il DNA istituzionale aveva attraversato l'Atlantico: nessuno si era liberato da nulla se non dall'illusorio potere della Corona.

B. Il crogiolo del XIX secolo: industriali contro redditieri

Il XIX secolo vide il pieno sviluppo della Rivoluzione Industriale e, con essa, una nuova tensione all'interno dell'élite anglofona: la lotta tra capitalisti industriali (che creavano ricchezza attraverso la produzione) e capitalisti finanziari (che estraevano ricchezza attraverso il mondo della finanza). Questa tensione si manifestò in modo diverso in Gran Bretagna e in America, ma era presente in entrambi i Paesi.

In Gran Bretagna, l'abrogazione delle leggi sul grano nel 1846 rappresentò una vittoria per il capitale industriale sugli interessi terrieri, ma fu anche una vittoria per la classe finanziaria, che da tempo cercava di abbassare i prezzi dei generi alimentari per mantenere bassi i salari e preservare il vantaggio competitivo britannico nel settore manifatturiero. Il boom di metà epoca vittoriana fu un'età dell'oro sia per l'industria che per la finanza, ma le tensioni di fondo rimasero. Alla fine del XIX secolo, i capitali britannici affluivano all'estero in quantità enormi – per costruire ferrovie in Argentina, miniere in Sudafrica, piantagioni in India – mentre l'industria nazionale iniziava a ristagnare. La classe finanziaria trasse enormi profitti da questo portafoglio globale; la classe operaia pagò il prezzo con la disoccupazione e il peggioramento del tenore di vita.

In America, la Guerra Civile stessa può essere vista attraverso questa lente. Il conflitto tra il Nord industriale e il Sud agricolo fu molte cose: una lotta morale sulla schiavitù, una crisi costituzionale sull'unione, ma fu anche una lotta tra due diversi modelli di economia politica. Il Nord, con le sue fabbriche, le sue banche, le sue ferrovie, rappresentava il futuro che Hamilton aveva immaginato; il Sud, con la sua agricoltura dipendente dal lavoro degli schiavi e dai mercati di esportazione, rappresentava una forma più antica di estrazione di ricchezza. La vittoria del Nord assicurò che il futuro americano sarebbe stato industriale e capitalista, ma consolidò anche il potere delle case finanziarie che avevano finanziato la guerra. La vendita di titoli di stato ai cittadini comuni da parte di Jay Cooke creò una nuova classe di investitori con una partecipazione nel debito federale. Le leggi bancarie del 1863 e del 1864 crearono una valuta nazionale uniforme e un sistema di banche con statuto nazionale. L'architettura istituzionale del potere finanziario era in costruzione, proprio mentre la nazione celebrava il suo trionfo sulla schiavitù e la disunione. La schiavitù delle catene venne sostituita dalla schiavitù di tasse sempre crescenti e di un debito mai completamente ripagato, con stagnazione e declino dei salari reali.

C. Il Grande Trasferimento: Bretton Woods e il trasferimento del centro (1944)

La Seconda guerra mondiale devastò l'Europa e lasciò la Gran Bretagna prostrata. Gli Stati Uniti emersero come egemone indiscusso del mondo capitalista, ma non si trattò semplicemente di un trasferimento di potere militare e politico; fu un trasferimento del centro di un mondo anglofono ormai completamente finanziarizzato.

La conferenza di Bretton Woods del luglio 1944 è convenzionalmente interpretata come un momento di illuminata cooperazione internazionale: quarantaquattro nazioni si riunirono per progettare una nuova architettura finanziaria globale che avrebbe impedito le svalutazioni competitive e le guerre commerciali degli anni '30. Questa interpretazione contiene una parte di verità, ma nasconde tanto quanto rivela.

Come ha documentato Benn Steil del Council on Foreign Relations, i principali artefici americani di Bretton Woods – il Segretario del Tesoro Henry Morgenthau e il suo vice Harry Dexter White – avevano due obiettivi. Il primo era pubblico e lodevole: stabilire un nuovo quadro monetario internazionale, con un ruolo privilegiato per il dollaro statunitense, supervisionato da un nuovo Fondo Monetario Internazionale. Il secondo non fu mai dichiarato pubblicamente, ma era “altrettanto importante”: “Usare la leva finanziaria americana sulla Gran Bretagna in bancarotta per minare le fondamenta economiche del suo impero globale”. Ciò includeva lo status speciale della sterlina e il sistema di preferenze commerciali imperiali che garantiva alla Gran Bretagna un accesso privilegiato ai mercati delle sue colonie e dei suoi domini. Il Dipartimento del Tesoro riteneva che ciò avrebbe “eliminato definitivamente la Gran Bretagna come rivale geopolitico ed economico”.

Gli americani ebbero un successo strepitoso. La Gran Bretagna uscì dalla guerra con debiti enormi e un'economia in rovina. L'accordo Lend-Lease fu bruscamente interrotto nel 1945 e la Gran Bretagna fu costretta a negoziare un prestito ingente dagli Stati Uniti, alle condizioni americane. La sterlina fu gradualmente spodestata dal ruolo di valuta di riserva. Il dollaro divenne la moneta di riferimento mondiale, coperto dall'oro a $35 l'oncia, con tutte le altre valute ancorate a esso.

Ciononostante questo trasferimento di potere da Londra a Washington non rappresentò una liberazione dal controllo finanziario; fu piuttosto uno spostamento del centro di tale controllo. Le istituzioni create a Bretton Woods – l'FMI, la Banca Mondiale e, successivamente, l'Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT) – erano state concepite per gestire un'economia globale a condizioni favorevoli al capitale americano. Ma le stesse élite interconnesse che avevano dominato il mondo finanziario londinese trovarono ora nuove sedi a Washington e New York. Il Council on Foreign Relations, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale: questi erano i nuovi nodi di coordinamento transatlantico delle élite. L'infrastruttura era cambiata, ma il software era rimasto lo stesso. Così come la stessa City di Londra.

La continuità è personificata da figure come la famiglia Rockefeller, la cui fortuna derivava dal petrolio, ma il cui potere si estendeva al settore bancario (Chase Manhattan), alla filantropia (la Fondazione Rockefeller) e alla politica estera (i vari incarichi governativi di Nelson Rockefeller). O i fratelli Dulles: John Foster Dulles come Segretario di Stato, Allen Dulles come Direttore della Central Intelligence, entrambi soci di Sullivan & Cromwell, uno dei più potenti studi legali di Wall Street. La classe finanziaria aveva semplicemente trasferito la propria sede.

Sebbene gli accordi di Bretton Woods del 1944 sembrassero orchestrare un grandioso trasferimento del dominio finanziario globale dalla storica City di Londra alla nascente potenza di Wall Street – sancendo il dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale e dando vita a istituzioni come l'FMI e la Banca Mondiale per democratizzare, almeno in apparenza, la stabilità economica – un esame più approfondito rivela un magistrale gioco di prestigio perpetrato da figure come i fratelli Dulles, la cui esperienza a Wall Street presso la Sullivan & Cromwell si intrecciò con la nascita dello Stato di sicurezza nazionale americano. John Foster Dulles, in quanto artefice della diplomazia del dopoguerra, e Allen Dulles, fondamentale nel passaggio dell'OSS alla CIA nel 1947, facilitarono contemporaneamente la creazione della National Science Foundation nel 1950 e il rafforzamento dei National Institutes of Health, presentandoli come pilastri del progresso mentre incorporavano meccanismi per un apparato paramilitare mondiale. Questo consorzio oscuro, sostenuto da bilanci segreti, commerci illeciti e tributi internazionali estorti, ha costretto le nazioni a finanziare guerre perpetue, conflitti orchestrati e l'espropriazione di migliaia di miliardi in ricchezza, il tutto mantenendo il coordinamento operativo dal centro nevralgico finanziario permanente della City di Londra, dove le élite transnazionali si assicurano che gli apparenti cambiamenti di potere mascherassero una catena ininterrotta di controllo imperiale fino all'epoca attuale.


IV. Parte 3: la tesi raffinata  complessità, non cospirazione

A. Anticipare la controargomentazione

A questo punto, il lettore scettico obietterà: questa è una teoria del complotto. Ignora l'immensa complessità della storia, la contingenza degli eventi, il ruolo delle idee e degli individui nel plasmare gli esiti. Ipotizza un complotto secolare ordito da figure oscure che non compaiono mai nelle fonti storiche. In breve, è una cattiva ricostruzione storica.

Questa obiezione merita una risposta seria. Se questo saggio sostenesse che un comitato segreto di banchieri veneziani si sia riunito nel 1688 e abbia pianificato l'intero corso successivo della storia anglofona, sarebbe davvero un'assurdità. Ma non è questa la tesi, non è così che ragiona una tipologia di persone; non è necessario che lo faccia. Appartengono a una certa tipologia e pertanto pensano e agiscono in modo prevedibile e sempre egoistico rispetto a qualsiasi evento o circostanza.

B. La confutazione: una convergenza di interessi di classe

Quella che descrivo non è una cospirazione, ma una convergenza di interessi. Individui formatisi nelle stesse istituzioni – Oxford e Cambridge, Harvard e Yale, la London School of Economics – che frequentano gli stessi ambienti sociali e professionali – Davos, il Gruppo Bilderberg, il Council on Foreign Relations – e che condividono lo stesso interesse materiale in un sistema finanziario basato sul debito, perseguiranno naturalmente linee di politica che proteggeranno ed espanderanno tale sistema. Questa è coscienza di classe, non cospirazione.

Lo storico dell'economia potrebbe obiettare che il concetto di “classe” sia uno strumento troppo semplicistico, che oscura tanto quanto rivela. Ma gli studi del Max Planck sulla finanziarizzazione dimostrano che gli studiosi possono analizzare, e di fatto analizzano, la finanziarizzazione come un fenomeno strutturale senza scadere nel pensiero complottista. Esaminano “i modi in cui la finanza si inserisce nelle relazioni di classe e di parentela”, come “riconfigura le dimensioni legali ed ecologiche dell’organizzazione sociale”. Si tratta di ricerca seria, non di pura fantasia.

Si consideri la risposta alla crisi finanziaria del 2008. Quando il sistema finanziario mondiale vacillava sull’orlo del collasso, i policymaker negli Stati Uniti e in Europa hanno reagito con una serie di misure straordinarie: salvataggi delle principali banche, tassi di interesse prossimi allo zero, massicci acquisti di debito pubblico e societario da parte delle banche centrali. Queste linee di politica sono state descritte dai loro sostenitori come risposte pragmatiche a un’emergenza senza precedenti, ma hanno avuto anche l’effetto – prevedibile e previsto – di proteggere gli interessi della classe finanziaria. Gli obbligazionisti sono stati risarciti integralmente; gli azionisti delle principali banche sono stati in gran parte tutelati; le perdite socializzate del settore finanziario sono state pagate dal pubblico, mentre i guadagni privatizzati negli anni del boom sono rimasti in mani private.

È stato questo il risultato di una cospirazione? No. È stato il risultato di una tipologia di persone con una visione del mondo condivisa che occupa posizioni chiave nei ministeri del Tesoro, nelle banche centrali e negli enti di regolamentazione finanziaria. Un segretario del Tesoro che ha trascorso la sua carriera a Wall Street, un banchiere centrale che ha trascorso la sua vita nella confraternita dei banchieri centrali, un regolatore che prevede di tornare al settore che regolamenta: questi individui non hanno bisogno di cospirare. Condividono presupposti così profondamente radicati da apparire non come ideologia, ma come buon senso. Basta che dei malintenzionati perpetrino frodi e corruzione su scala smisurata, e un tale fallimento fa crollare l'intero sistema, il tutto rimanendo mascherato abbastanza a lungo da permettere che la situazione degeneri. A quel punto i finanziari entrano in azione, comportandosi naturalmente secondo la loro tipologia.

Come Adam Smith descriveva una “mano invisibile” che guida gli esiti del mercato, così esiste una mano invisibile, fatta di interessi di tipologia, che guida gli esiti delle linee di politica. Un cancelliere dello Scacchiere, un ministro del Tesoro e un banchiere centrale provenienti da questo ambiente giungeranno tutti “indipendentemente” alla stessa soluzione “pragmatica” a una crisi: un salvataggio, una misura di austerità, un accordo commerciale, perché la loro visione del mondo condivisa definisce tali azioni come necessarie e naturali. La “cattura” del 1688 ha creato il DNA istituzionale, e quel DNA si è replicato sin da allora.

C. Perché tutto questo è importante per comprendere il presente

Questo quadro concettuale è importante perché offre una diagnosi più accurata del nostro malcontento attuale rispetto alla narrativa convenzionale della competizione tra grandi potenze. Se il conflitto in Ucraina è semplicemente uno scontro tra NATO e Russia, allora la soluzione è più NATO, più sanzioni, più aiuti militari a Kiev. Se la rivalità tra Stati Uniti e Cina è semplicemente una nuova Guerra Fredda, allora la soluzione è il contenimento, il confronto e la preparazione a un eventuale conflitto.

Ma se questi conflitti sono sintomi di una guerra intra-élite più profonda all'interno della più ampia civiltà anglofona, allora le prescrizioni cambiano. La questione non è come sconfiggere la Russia o contenere la Cina, ma come risolvere le contraddizioni interne che hanno reso il mondo anglofono più vulnerabile nell'affrontare sfide esterne. Il nemico, se così si può usare, non è a Mosca o a Pechino; è a Londra, New York e Washington – o meglio, in una certa categoria all'interno delle tre classi elitarie che opera in tutte queste città e che ha scarso riguardo per la lealtà nazionale.

Questo non significa assolvere la Russia o la Cina dalla responsabilità delle loro azioni. L'aggressione della prima in Ucraina è reale; il capitalismo di successo della seconda presenta sfide concrete. Ma la debolezza che queste potenze sfruttano è interna al mondo anglosassone. Una civiltà che ha svuotato la propria base industriale, si è indebitata e ha permesso a una tipologia di finanziari di impadronirsi delle sue istituzioni politiche è una civiltà matura per essere sfidata dall'esterno e, ancor più, dall'interno.


V. Parte 4: Bisanzio 2.0 – l'analogia perfezionata

A. I parallelismi

La crisi dell'Impero Romano del III secolo – un periodo di cinquant'anni durante il quale più di venti imperatori furono assassinati, l'economia collassò e i confini furono violati dalle invasioni barbariche – offre una potente analogia con i nostri tempi. Allora, come oggi, la rivalità tra le élite e il degrado finanziario minacciarono di distruggere una civiltà che aveva dominato il mondo conosciuto per secoli.

La risposta di Diocleziano a questa crisi fu la Tetrarchia: una divisione dell'impero in due metà, orientale e occidentale, ciascuna governata da un imperatore anziano (Augusto) e un successore minore (Cesare). Questo sistema stabilizzò l'impero per un certo periodo, ma riconobbe anche una realtà fondamentale: il centro non poteva più reggere. L'impero d'Occidente, con capitale Roma, continuò a decadere sotto la pressione delle invasioni barbariche, della corruzione delle élite e del declino economico. Crollò definitivamente nel 476 d.C., quando l'ultimo imperatore d'Occidente fu deposto da un capo germanico.

Ma l'impero d'Oriente – quello che oggi chiamiamo Impero Bizantino – sopravvisse per altri mille anni. La sua capitale, Costantinopoli, fondata da Costantino il Grande nel 330 d.C., divenne il centro di una civiltà che preservò il diritto romano, il sapere greco e l'ortodossia cristiana ben dopo la caduta di Roma in mano ai barbari. Gli imperatori bizantini dovettero affrontare sfide che avrebbero distrutto qualsiasi altro stato: invasioni persiane, conquiste arabe, guerre bulgare, tradimenti crociati. Eppure si adattarono, scesero a compromessi e sopravvissero.

Come osserva uno studioso, l'Impero bizantino “non si inserisce facilmente in una narrazione ‘occidentale’” ed è “visto come ‘esterno’ allo sviluppo dello Stato occidentale e del sistema statale internazionale”. Ma proprio questa marginalità – questa posizione tra Oriente e Occidente, questo rifiuto di essere assimilato in una semplice storia di progresso occidentale – rende Bisanzio una potente metafora della difficile situazione attuale del mondo anglofono. Anche noi, infatti, come popoli anglofoni, come civiltà inglese, ci siamo rifiutati di assimilarci, di rimanere al di fuori della Prima e della Seconda Roma, di anteporre la sovranità al conformismo.

Per tracciare questa evoluzione attraverso le epoche:

Epoca pre-1688 

• Centro dominante: Corona/Parlamento

• Influenze chiave: assolutismo monarchico e conflitti religiosi

• Livello di libertà: limitato dalla prerogativa reale e dal diritto divino

• Parallelo romano: Roma pre-crisi, il Senato si scontra con imperatori come Nerone

Epoca 1688-1945 

• Centro dominante: Londra

 Influenze chiave: il sistema bancario continentale tramite prestiti olandesi e i finanziari

• Livello di libertà: conquistato; impero finanziato tramite debito perpetuo

• Parallelo romano: impero diviso (293-395 d.C.), Tetrarchia con co-imperatori d'Oriente e d'Occidente sotto Diocleziano

Epoca post-1945 

• Centro dominante: Washington

• Influenze chiave: egemonia statunitense tramite Bretton Woods e istituzioni globali

 Livello di libertà: parzialmente libero; impronte persistenti dell'élite

• Parallelo romano: l'ascesa di Costantinopoli (330-476 d.C.), la sopravvivenza dell'Oriente tra i saccheggi barbarici dell'Occidente

Era contemporanea 

• Centro dominante: conteso

• Influenze chiave: rivalità costruttive tra America, Russia e Cina e risvegli populisti

• Livello di libertà: potenziale per la piena indipendenza dal controllo pretoriano

• Parallelo romano: l'apice dell'Impero bizantino (476-1453 d.C.), l'eredità duratura di Roma contro le minacce persiane, arabe e ottomane

B. Raffinare la metafora: chi sono i nuovi barbari?

L'uso convenzionale dell'analogia con Roma identifica i “barbari” come potenze esterne: cartelli, invasori stranieri, terrorismo islamico. Queste sono le forze che premono contro e all'interno delle porte della civiltà inglese, minacciando di sopraffarla come i Goti e i Vandali sopraffecero Roma.

Questo saggio propone un'interpretazione diversa: i veri barbari sono all'interno.

Le minacce esterne sono indubbiamente reali, ma non rappresentano il pericolo principale. Si tratta di potenze che sfruttano il declino interno dell'Occidente, proprio come i Persiani Sasanidi e in seguito gli Arabi sfruttarono l'esaurimento romano-persiano nel VII secolo. La rivalità quadriennale tra Bisanzio e la Persia sasanide creò una zona cuscinetto che rimase stabile per lunghi periodi, ma quando le due grandi potenze si esaurirono a vicenda in guerre di annientamento, il conseguente vuoto di potere permise l'ascesa dell'Islam, “uno degli eventi più significativi della storia mediorientale e globale”.

Il parallelismo con l'attualità è impressionante. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno trascorso due decenni a combattere guerre in Medio Oriente e Asia centrale, spendendo migliaia di miliardi di dollari e sacrificando migliaia di vite. La Cina ha osservato, imparato e costruito. Ora si erge come la grande nazione creditrice, con migliaia di miliardi di dollari in riserve auree, estendendo la sua influenza attraverso la Belt and Road Initiative e competendo con l'ordine guidato dagli Stati Uniti non attraverso lo scontro diretto, ma attraverso la penetrazione economica e la persuasione diplomatica.

Ma i veri barbari non sono a Pechino, né a Mosca, né tantomeno in Messico, o nel mondo musulmano. Sono nei distretti finanziari di New York e Londra, nelle sale riunioni dove vengono prese le decisioni. La delocalizzazione dei posti di lavoro e la chiusura delle fabbriche, i comitati di azione politica che finanziano le campagne e plasmano la legislazione, gli imperi mediatici che creano consenso per politiche che arricchiscono pochi a scapito di molti. La rivolta del 6 gennaio al Campidoglio, orchestrata e gestita professionalmente, l'ascesa illusoria e finanziata a piene mani dai movimenti populisti di destra e di sinistra, l'erosione della fiducia in ogni grande istituzione: questi sono i primi segnali dell'avanzata degli eserciti barbari all'interno delle mura. Sono il prodotto di decenni di deindustrializzazione, sfruttamento finanziario, disuguaglianze enormi e crescenti, povertà e indebitamento diffusi. La classe finanziaria, discendente della Guardia Pretoriana dell'antica Roma, ha rubato quasi tutto ciò che si poteva rubare e ora invita i barbari all'interno delle mura, lasciandole indifese e non riparate.

Per un confronto più approfondito, si considerino i seguenti aspetti chiave:

Fattore scatenante 

• Guerra civile inglese 3.0: guerra tra élite per la legittimità della ricchezza e i centri di potere

• Scissione romana e ascesa bizantina: guerre civili per la successione imperiale e il collasso economico

Fattori influenti 

• Guerra civile inglese 3.0: finanziari continentali e banche pretoriane

• Scissione romana e ascesa bizantina: guardia pretoriana, alleanze barbariche, élite economiche

Vecchio centro 

• Guerra civile inglese 3.0: Londra, conquistata dopo il 1688 grazie al controllo della Corona

• Scissione romana e ascesa bizantina: Roma, decadente a causa della corruzione interna e delle invasioni

Nuovo centro 

• Guerra civile inglese 3.0: Washington, in grado di sfuggire al controllo esterno totale

• Scissione romana e ascesa bizantina: Costantinopoli, centro nevralgico resiliente per secoli

Esito 

• Guerra civile inglese 3.0: liberazione dei popoli anglofoni dopo 400 anni

Scissione romana e ascesa bizantina: continuità bizantina della civiltà romana per oltre 1000 anni

Impatto mondiale

• Guerra civile inglese 3.0: gli elementi DIMEFIL messi a dura prova negli imperi globali

• Scissione romana e ascesa bizantina: la preservazione dell'eredità romana tra la caduta dell'Occidente e le difese dell'Oriente

C. La posta in gioco: cosa significa realmente “la vittoria di Washington”

Se questa analisi è corretta, l'esito della Guerra civile inglese 3.0 determinerà se Washington potrà diventare una nuova Costantinopoli – un centro di civiltà resiliente e adattabile che preservi il nucleo dei valori anglofoni per i secoli a venire – o se seguirà le orme dell'antica Roma, andando incontro al declino e al collasso.

Per Washington “la vittoria” significa qualcosa di molto specifico: spezzare la morsa finanziaria sulle istituzioni americane. Significa:

• Riaffermare il controllo sulla propria politica monetaria, sottoporre a revisione contabile e riformare la Federal Reserve per garantire che serva l'interesse pubblico piuttosto che gli interessi degli obbligazionisti e dei banchieri.

• Smantellare le istituzioni finanziarie monopolistiche considerate “troppo grandi per fallire” e quindi troppo potenti da controllare. Riorientare la politica economica per premiare la produzione e l'innovazione anziché l'ingegneria finanziaria: riscrivere il codice tributario, la politica commerciale e il quadro normativo per favorire chi crea valore rispetto a chi lo estrae.

• Porre fine al regime di guerra perpetua, principale motore del debito pubblico e dei profitti finanziari.

Questo non è un programma per l'isolazionismo o l'autarchia. Costantinopoli non si ritirò dal mondo; interagì con esso, commerciando con Oriente e Occidente, stringendo alleanze quando necessario, combattendo quando inevitabile. Ma lo fece da una posizione di forza e coerenza interna. La sua sopravvivenza per un millennio non fu il risultato della sola fortuna geografica; fu il risultato di istituzioni funzionanti, di un'élite al servizio dello Stato anziché depredarlo e di una popolazione che identificava i propri interessi con la sopravvivenza dell'impero.

I parallelismi con la Grecia contemporanea sono istruttivi. Come osserva uno storico, lo Stato greco moderno si è a lungo confrontato con un dibattito tra le “fazioni filo-occidentali”, che sostengono che la Grecia debba abbracciare pienamente l'integrazione europea, e coloro che percepiscono questo allineamento come “una forma di resa culturale e politica”. Quest'ultima fazione propugna “una maggiore enfasi sulla sovranità greca, sui valori ortodossi e su una politica estera indipendente”. Si rifà all'eredità bizantina della “diplomazia pragmatica” e dell'“autonomia strategica”.

Il dilemma della Grecia è, in scala ridotta, il dilemma del mondo anglosassone. L'integrazione nelle strutture transnazionali porta benefici economici, ma erode anche la sovranità e l'identità culturale. Il modello bizantino suggerisce una terza via: impegno senza subordinazione, cooperazione senza resa. Come sostiene lo storico Theodoris Rakkas: “Riscoprendo questa eredità, la Grecia potrebbe adottare una politica estera più equilibrata, impegnandosi in modo costruttivo con l'UE, la NATO e i vicini regionali come la Turchia, rafforzando al contempo la propria autonomia strategica”.

Lo stesso ragionamento si applica agli Stati Uniti. L'impegno con il mondo è necessario e auspicabile, ma l'impegno da una posizione di debolezza, con un'economia svuotata, un sistema politico asservita e una popolazione demoralizzata, non è impegno; riguarda i confini. Il primo compito della politica americana deve essere la ricostruzione interna: la ricostruzione della capacità produttiva, il ripristino della responsabilità politica, la riaffermazione della sovranità nazionale sul potere finanziario transnazionale. È una guerra civile che si combatte in tutto il mondo. Una guerra civile all'interno dei popoli anglofoni che deve essere vinta se la nostra civiltà, vecchia di oltre mille anni, vuole sopravvivere, se il nostro popolo vuole sopravvivere.


VI. Conclusione: la soglia della trasformazione

Le crisi del XXI secolo non sono eventi casuali: sono le conseguenze di una lotta lunga quattrocento anni all'interno della civiltà anglofona per stabilire chi avrebbe governato e a beneficio di chi. La Rivoluzione Gloriosa del 1688 ha creato un modello istituzionale – una banca centrale privata che gestisce il debito pubblico, una classe finanziaria i cui interessi sono fusi con il potere statale – che si è dimostrato straordinariamente resistente e trasferibile. Questo modello ha attraversato l'Atlantico con i coloni americani, è sopravvissuto alla Guerra Civile e alla Rivoluzione Industriale, ed è stato trasferito con successo da Londra a Washington dopo la Seconda guerra mondiale.

Ora questo modello si trova ad affrontare la sua sfida definitiva. La tipologia di finanziario che ha favorito è diventata così potente da minacciare la sovranità degli stessi Stati che lo hanno alimentato. Il debito mondiale ha raggiunto livelli senza precedenti; le banche centrali sono diventate gli attori dominanti nei mercati finanziari; la disuguaglianza ha toccato vette mai viste dai tempi della Gilded Age. E i sistemi politici del mondo anglofono sembrano incapaci di affrontare queste sfide, proprio perché sono stati catturati dagli interessi che ne traggono profitto e si sono rivoltati contro le stesse popolazioni che per quattrocento anni hanno alimentato l'intero sistema mondiale di corruzione e furto.

Questo non è un invito alla disperazione. Gli imperi non crollano da un giorno all'altro; si trasformano sotto la pressione dei fallimenti delle élite e delle rivolte popolari. L'Impero romano d'Occidente crollò, ma l'Impero d'Oriente sopravvisse per un altro millennio, preservando e trasmettendo l'eredità di Roma alle generazioni future. La domanda per il nostro tempo è se i popoli anglofoni possano realizzare una trasformazione simile: se possiamo liberarci dall'influenza corruttrice dei finanziari e ricostruire la nostra civiltà su fondamenta più solide.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Se Washington soccomberà alle stesse forze che hanno travolto Londra – se rimarrà una città asservita, al servizio degli interessi finanziari anziché del bene pubblico – allora il mondo anglofono seguirà l'antica Roma nel declino e nel collasso. I barbari non avranno bisogno di sfondare le porte; le troveranno già aperte, le mura incustodite, la popolazione indifferente al proprio destino... come lo è stata per quasi quarant'anni.

Ma se Washington riuscirà a diventare una nuova Costantinopoli – se riuscirà a liberarsi dal controllo finanziario, a ricostruire la sua economia produttiva, a ripristinare la responsabilità politica e a riaffermare la propria sovranità – allora la civiltà inglese potrà durare per secoli a venire. Affronterà sfide, come Costantinopoli affrontò i Persiani, gli Arabi e i Turchi; scenderà a compromessi e subirà sconfitte, ma sopravviverà.

Ci troviamo sulla soglia di questa trasformazione. L'esito non è predeterminato, invece sarà determinato dalle scelte che faremo nei prossimi anni: in ogni elezione, in ogni dibattito politico, in ogni momento di crisi. La guerra del nostro tempo è la Guerra Civile Inglese 3.0; il suo esito plasmerà il futuro non solo dei popoli anglofoni, ma del mondo intero.


VII. Appendice: tracciare la continuità attraverso gli imperi – gli elementi DIMEFIL

Per illustrare la continuità dei meccanismi di potere attraverso gli imperi, prendiamo in considerazione come ciascuno dei sette elementi del potere nazionale sia stato impiegato da Roma ai giorni nostri:

Diplomatico 

• Impero britannico: alleanze con le potenze europee, Triplice Intesa

• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: Piano Marshall per la ricostruzione dell'Europa e il contenimento del comunismo

• Impero romano: Trattati con Parti e Persiani per la sicurezza dei confini

• Tensione moderna: negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina nel contesto delle guerre commerciali; G7 contro BRICS

Informativo 

• Impero britannico: propaganda coloniale tramite giornali e missioni

• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: le narrazioni della Guerra Fredda di Hollywood; Voice of America

 Impero romano: culti imperiali ed editti che proclamavano il dominio divino

Tensione moderna: campagne di disinformazione sui social media; TikTok come vettore dell'influenza cinese

Militare 

• Impero britannico: supremazia navale, battaglia di Trafalgar (1805)

• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: interventi della NATO in Corea, Vietnam e Afghanistan

• Impero romano: legioni a difesa contro i barbari, Adrianopoli (378 d.C.)

• Tensione moderna: conflitti per procura in Ucraina; tensioni tra Stati Uniti e Cina nello Stretto di Taiwan

Economica 

• Impero britannico: monopoli commerciali mercantilistici in India e Africa

• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: globalizzazione guidata dall'OMC e accordi di libero scambio

• Impero romano: importazioni di grano dall'Egitto per finanziare lo stato

• Tensione moderna: interruzioni nelle catene di approvvigionamento; disaccoppiamento Stati Uniti e Cina; rilancio della politica industriale

Finanza 

• Impero britannico: prestiti della Banca d'Inghilterra per finanziare le guerre napoleoniche

• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: egemonia del dollaro che ha permesso sanzioni e leva finanziaria

• Impero romano: riforme monetarie, il solido di Costantino (324 d.C.)

• Tensione moderna: crittovalute contro valute digitali delle banche centrali (CBDC); sforzi di dedollarizzazione da parte dei BRICS

Intelligence 

• Impero britannico: reti di spionaggio nei territori coloniali

• Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: operazioni della CIA durante la Guerra Fredda e oltre

• Impero romano: spie dei Frumentarii che monitoravano le minacce interne

• Tensione moderna: spionaggio informatico, attacco hacker a SolarWinds (2020); problemi di sicurezza di Huawei

Forze dell'ordine

Impero britannico: polizia coloniale per reprimere le rivolte

 Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: trattati di estradizione; cooperazione internazionale in materia di forze dell'ordine

• Impero romano: guardia pretoriana per far rispettare i decreti imperiali

• Tensione moderna: applicazione delle sanzioni mondiali; indagini della Corte penale internazionale


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


giovedì 4 giugno 2026

La base di chi possiede Bitcoin sta maturando, riducendo la dipendenza dai piccoli investitori

Non si tratta solo di chi possiede Bitcoin ormai, quella fase è stata superata soprattutto in luce alla recente affermazione di Trump riguardo il futuro di Bitcoin. Si tratta di un programma ben strutturato che annovera ufficialmente l'entrata di Bitcoin nella piramide di Exter, una riserva di valore e collaterale credibile tramite cui aumentare l'equity di una nazione. Da questo punto di vista il rimpatrio delle capacità industriali americane che in passato avevano delocalizzato altrove, non si ferma ai settori classici che tutti conoscono: adesso c'è anche una volontà di estendere questo processo a quei settori industriali di “nuova generazione”. E tra questi c'è indubbiamente il mining di Bitcoin, dato che i senatori repubblicani Bill Cassidy e Cynthia Lummis hanno presentato una proposta di legge volta a rimodellare tale settore, a rafforzare le catene di approvvigionamento a esso legato e a integrare Bitcoin nella strategia della Federal Reserve (un percorso di minima resistenza date le recenti dichiarazioni di Warsh). Tale proposta, intitolata “Mined in America Act”, istituirebbe un programma di certificazione federale per le attività di mining negli Stati Uniti, eliminando gradualmente la dipendenza da hardware di produzione estera. Legislatori e rappresentanti del settore hanno evidenziato un netto squilibrio nell'attuale ecosistema del mining: mentre gli Stati Uniti controllano circa il 38% dell'hashrate globale di Bitcoin, circa il 97% dell'hardware specializzato per il mining è prodotto da aziende cinesi, tra cui Bitmain e MicroBT. Inutile dire che tale dipendenza comporti rischi sia economici che per la sicurezza nazionale. Il disegno di legge fa riferimento a precedenti episodi, tra cui le ispezioni statunitensi di impianti di mining importati e la scoperta di vulnerabilità nel firmware che hanno sollevato preoccupazioni in merito alle capacità di accesso remoto. La misura presenta inoltre il mining di Bitcoin come uno strumento per la gestione della rete elettrica e lo sviluppo energetico. Attraverso i programmi esistenti del Dipartimento dell'Energia e del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, gli operatori certificati potrebbero accedere a finanziamenti per progetti che assorbono l'energia rinnovabile in eccesso, stabilizzano la domanda di rete, o catturano le emissioni di metano provenienti da discariche e giacimenti petroliferi. Al di là delle politiche industriali, la disposizione più significativa del disegno di legge potrebbe essere la formalizzazione di una Riserva Strategica di Bitcoin all'interno del Dipartimento del Tesoro. Sebbene il governo federale detenga già una grande quantità di bitcoin provenienti da sequestri effettuati dalle forze dell'ordine, la riserva stabilirebbe un quadro di riferimento per la conservazione e l'accumulo a lungo termine. La legge delinea un percorso “a bilancio neutro” per l'espansione delle riserve. I ricavi generati dalle ricompense di staking e dagli airdrop legati ad altri asset digitali sequestrati verrebbero convogliati nell'acquisto di Bitcoin. Inoltre i miner nazionali certificati potrebbero vendere i bitcoin direttamente al governo federale in cambio di un'esenzione dall'imposta sulle plusvalenze, creando un incentivo a fornire la riserva a prezzi scontati. Se approvato, il Mined in America Act rappresenterebbe uno degli sforzi più concreti per integrare il mining di Bitcoin nella politica industriale ed energetica degli Stati Uniti.

______________________________________________________________________________________


da Bitcoin Magazine

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-base-di-chi-possiede-bitcoin-sta)

Gli investitori in Bitcoin hanno dimostrato una sorprendente resilienza nonostante le recenti turbolenze del mercato, alimentate dagli investitori istituzionali e dagli acquirenti di titoli di aziende Bitcoin treasury.

Secondo gli analisti, questa tendenza evidenzia un cambiamento strutturale nella proprietà che potrebbe favorire la crescita a lungo termine.

La domanda istituzionale è chiaramente tornata, con “quattro sessioni consecutive di afflussi negli ETF e una domanda spot aggressiva [...] il che suggerisce una cosa: gli acquirenti istituzionali sono tornati e sono pronti ad aumentare le loro partecipazioni intorno ai prezzi attuali, che di conseguenza si sono ripresi superando i $70.000”, ha affermato Bitfinex in una nota a Bitcoin Magazine.

Bitfinex ha scritto che “una rottura prolungata al di sopra della resistenza potrebbe innescare un'espansione del momentum, poiché il posizionamento e l'equilibrio dei flussi suggeriscono che il mercato si sta preparando per la sua prossima mossa direzionale dopo settimane di trading laterale”.

Matt Hougan, Chief Investment Officer di Bitwise, ha inoltre osservato che gli ETF su Bitcoin hanno resistito nonostante un calo dei prezzi di circa il 50% da ottobre 2025, a dimostrazione dell'impegno degli investitori istituzionali.

“La prova più convincente che abbiamo si trova nel mercato degli ETF”, ha affermato Hougan, secondo  quanto riportato da Coindesk. “Gli ETF su Bitcoin hanno accumulato circa $60 miliardi in flussi netti dal loro lancio nel gennaio 2024 fino all'ottobre 2025. Da ottobre 2025 i prezzi sono scesi del 50%, ma abbiamo assistito a deflussi dagli ETF inferiori a $10 miliardi”, ha aggiunto.

Hougan ha descritto gli investitori istituzionali come dotati di “mani di diamante”, capaci di mantenere le posizioni nonostante i forti cali di mercato. Attribuisce questa perseveranza alla natura non consensuale del Bitcoin.

Hougan ha affermato, inoltre, che gli investitori istituzionali che oggi investono in BTC si stanno ancora assumendo dei rischi e si distinguono dalla massa. Questo rischio professionale, ha spiegato, alimenta una convinzione insolitamente elevata, il che significa che gli investitori che oggi allocano capitali in Bitcoin tendono a essere convinti all'80-90% del suo valore a lungo termine, piuttosto che essere semplicemente ottimisti.

Questa convinzione avvalora la previsione a lungo termine di Hougan: egli stima un valore di $1 milione per unità di Bitcoin.

“La cosa più incredibile della mia previsione di $1 milione è che non è affatto incredibile”, ha affermato. “Tutto ciò che serve affinché raggiunga $1 milione è che il mercato globale delle riserve di valore continui a crescere come ha fatto negli ultimi 20 anni e che Bitcoin diventi una parte, seppur minore, ma significativa di tale mercato”.

Di recente Hougan ha sostenuto che lo scetticismo sul raggiungimento di una tale soglia deriva da un'errata comprensione della sua valutazione, poiché molti analisti utilizzano una “matematica statica” che ignora il mercato globale delle crittovalute in rapida crescita.

Presentando Bitcoin come un concorrente dell'oro, stima che, con un mercato da $38.000 miliardi e un'offerta fissa di 21 milioni di bitcoin, l'obiettivo di prezzo di $1 milione sia plausibile.


Bitcoin non è più così speculativo

A sostegno di questa tesi, gli analisti di Bernstein hanno anche osservato che la base di possessori di bitcoin è maturata, riducendo la dipendenza dalla speculazione dei piccoli investitori.

In una nota di ricerca del 16 marzo visionata da Bitcoin Magazine, è stata evidenziata la crescente influenza degli ETF spot su BTC e degli acquirenti di titoli di aziende Bitcoin treasury come Strategy.

La società ha descritto Strategy come una “banca centrale di ultima istanza per Bitcoin”, citando il suo aggressivo modello di accumulo, il quale ha aggiunto oltre 66.000 BTC finora nel 2026 a un costo medio di circa $85.000. Le partecipazioni totali di Strategy superano ora i 761.000 BTC, per un valore di circa $56 miliardi.

Bernstein ha sottolineato che gli afflussi istituzionali stanno rimodellando la struttura proprietaria di BTC. Gli ETF spot hanno assorbito circa $2,1 miliardi di afflussi in tre settimane, compensando quasi del tutto i deflussi di $460 milioni registrati dall'inizio dell'anno.

Attualmente gli investitori istituzionali controllano circa il 6,1% dell'offerta totale di BTC, mentre le monete inattive da oltre un anno rappresentano circa il 60% dell'offerta circolante, a testimonianza di una base crescente di detentori a lungo termine.

Oltre a ciò, gli indicatori on-chain segnalano una fase avanzata del ciclo ribassista, come spiegato da Lacie Zhang di Bitget Wallet a Bitcoin Magazine: “La convergenza di indicatori on-chain come il prezzo realizzato e il MVRV suggerisce che Bitcoin potrebbe entrare nella fase finale di un tipico ciclo ribassista, una fase storicamente associata all'accumulo a lungo termine piuttosto che a una continua capitolazione”.

Nonostante le difficoltà macroeconomiche a breve termine, le condizioni attuali segnalano una fase di accumulo strategica, con il prezzo di BTC che probabilmente oscillerà tra i $68.000 e gli $84.000, mentre gli investitori a lungo termine si posizioneranno in vista del prossimo ciclo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


mercoledì 3 giugno 2026

L'Obamacare è un disastro, proprio come previsto

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di Stephen Soukup

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lobamacare-e-un-disastro-proprio)

Poco più di 15 anni fa, quando la Camera e il Senato, entrambi a maggioranza democratica, discutevano le proposte sanitarie presentate dall'allora presidente democratico, quasi tutta la destra era unita nell'opposizione. Potrebbe essere stata l'ultima volta che la destra si è mostrata unita su qualcosa, ma di certo lo era, e la sua determinazione era incrollabile.

La deputata Michelle Bachmann (MN) disse che: “Questa mostruosità non solo distruggerà il mercato sanitario privato, ma porterà a enormi aumenti dei premi e al razionamento delle cure”. Il deputato (e futuro candidato alla vicepresidenza e Presidente della Camera) Paul Ryan (WI) disse che: “Questa legge è un Frankenstein fiscale. È un'acquisizione governativa che farà esplodere i costi e distruggerà posti di lavoro”. Il senatore (e leader repubblicano) Mitch McConnell (KY) insistette sul fatto che gli americani “vogliono riforme che riducano i costi, non un esperimento governativo da mille miliardi di dollari”.

Commentatori di destra come George Will e Charles Krauthammer erano d'accordo, non solo tra loro, ma anche con i repubblicani al Congresso. Krauthammer, in particolare, sosteneva che la promessa del presidente Obama di “piegare la curva dei costi” fosse pura, semplice e ampiamente documentata fantasia. La National Review, oggigiorno molto criticata dai sostenitori di Trump, dedicò gran parte di un suo numero a smascherare e prevedere le assurdità finanziarie dell'Obamacare e la probabilità che avrebbe portato a una minore qualità dell'assistenza, a un aumento delle tasse e a un'impennata dei premi assicurativi. Persino la Heritage Foundation, di recente al centro delle cronache per aver esacerbato le spaccature nella coalizione conservatrice, si trovò d'accordo con tutti i membri del movimento, insistendo sul fatto che l'Obamacare fosse un disastro annunciato e che non avrebbe mantenuto nessuna delle promesse fatte, distruggendo al contempo ciò che di buono e valido c'era nel mercato assicurativo privato.

Più di un decennio dopo, quando fu chiaro che il sistema era in crisi e che solo un maggiore intervento e una maggiore spesa pubblica avrebbero potuto salvarlo, la Heritage (nella persona di Robert Moffit, Edmund Haislmaier e Nina Owcharenko Schaefer) si concesse una sorta di celebrazione della vittoria, dettagliando i palesi fallimenti dell'Obamacare e sostenendo che era giunto il momento di abbandonare l'intero esperimento.

“I fatti”, scrissero gli analisti della Heritage, “sono ormai accertati”. L'Affordable Care Act:

• ha aumentato drasticamente i premi dell'assicurazione sanitaria e la compartecipazione alle spese nel mercato individuale;

• ha fatto crollare la concorrenza tra le compagnie assicurative nei mercati individuali del Paese;

• non è riuscito a raggiungere gli obiettivi ufficiali di iscrizione nei singoli mercati;

• sta rendendo inaccessibile la copertura sanitaria individuale agli americani della classe media;

• ha ampliato la copertura sanitaria pubblica, devastando al contempo il mercato privato delle assicurazioni sanitarie individuali;

• ha compromesso l'accesso alle cure per le persone, comprese quelle con patologie preesistenti, iscritte ai mercati individuali del Paese;

• ha fallito, e lo ha fatto miseramente, nell'attirare i giovani nei mercati assicurativi;

• l'espansione del programma Medicaid dà priorità agli adulti abili al lavoro, molti dei quali lavorano, rispetto agli anziani, ai disabili, e alle donne e ai bambini poveri;

• non è riuscito, come previsto, a “piegare la curva” della spesa sanitaria americana;

• le sue tanto decantate riforme in materia di erogazione di servizi sanitari non hanno prodotto i risparmi previsti.

Tutto ciò che i repubblicani avevano previsto si è avverato e la risposta dei democratici è stata quella di offrire un massiccio aumento “temporaneo” dei sussidi per cercare di nascondere i fallimenti. Ancora una volta, ogni persona di buon senso nel Paese ha insistito sul fatto che farlo sarebbe stato un disastro, che i sussidi avrebbero solo aumentato i costi e che non sarebbero stati affatto temporanei.

I Democratici, però, non hanno ascoltato. Non hanno ascoltato nel 2009 e nel 2010, quando il Congresso inizialmente discusse e poi approvò l'Obamacare, senza un solo voto repubblicano in nessuna delle due camere; non hanno ascoltato nel 2020, quando insistettero sulla necessità di ampliare i sussidi per affrontare le difficoltà finanziarie create dal COVID-19; non hanno ascoltato nel 2023, quando prorogarono i sussidi dell'era COVID nell'ambito dell'Inflation Reduction Act, al costo di $64 miliardi; e non stanno ancora ascoltando. Anzi, hanno di recente orchestrato il più lungo blocco delle attività governative nella storia americana perché non hanno alcuna intenzione di ascoltare, o di ammettere, che forse la destra aveva ragione nelle sue previsioni riguardo l'Obamacare.

Peggio ancora, oltre a tapparsi le orecchie e ignorare le esperienze degli ultimi quindici anni, i Democratici stanno addirittura incolpando i Repubblicani di tutti i problemi del sistema sanitario, insistendo sul fatto che il Partito Repubblicano sia in qualche modo responsabile delle loro illusioni. Come ha affermato il senatore Bernie Sanders, l'anima ideologica dei Democratici di oggi: “Questo blocco del governo riguarda solo la possibilità che i Repubblicani riescano a farla franca aumentando i premi dell'assicurazione sanitaria del 75% per 20 milioni di americani e lasciando senza assistenza sanitaria 15 milioni di persone”.

Nel corso degli anni, innumerevoli commentatori conservatori hanno ripreso la famosa frase del film “Love Story”, sostenendo che “essere liberal significa non dover mai chiedere scusa”. Più precisamente, fanno notare che essere liberal/di sinistra/statalisti significa non dover mai ammettere di aver sbagliato, o che i propri sogni utopici fossero, in realtà, degli incubi. Questa è una caratteristica, non un difetto, del progressismo. Proprio come i giovani di sinistra di oggi insistono sul fatto che il comunismo possa funzionare, nonostante i suoi numerosi e sanguinosi fallimenti, perché “il vero comunismo non è mai stato sperimentato”, allo stesso modo i Democratici insistono sul fatto che l'Obamacare possa funzionare se modificato e adattato nel modo giusto.

Sebbene Jean-Jacques Rousseau condivida il titolo di “padre della sinistra moderna” con molti dei suoi contemporanei dell'Illuminismo, egli fece indubbiamente più di molti altri per minare e distruggere gli ordini sociali e politici esistenti e per destabilizzare l'Occidente. Come sosteneva Nietzsche, Rousseau fu “la più grande forza rivoluzionaria dell'era moderna”.

Rousseau non credeva nel concetto di Peccato Originale e insisteva sul fatto che l'idea stessa fosse stata inventata per tenere l'uomo oppresso, messo a tacere e infelice sotto il giogo delle imperfette istituzioni della società. “Tutto è buono quando proviene dalle mani del creatore”, scrisse nelle prime pagine dell'Emile, ma “tutto degenera nelle mani dell'essere umano”.

Di conseguenza Rousseau e i suoi seguaci consideravano le istituzioni della società come la principale minaccia alla libertà e alla felicità dell'essere umano. Se quest'ultimo è buono per natura, ma si comporta male sotto la direzione e la guida di specifiche istituzioni, allora queste, per definizione, devono essere corrotte. Sono chiaramente la causa del comportamento aberrante e devono, pertanto, essere riformate – in modo completo e frequente quanto necessario per consentire all'essere umano di vivere come dovrebbe in una società collettiva. Come ha osservato lo storico Paul Johnson nel suo libro, Intellectuals, per Rousseau la società, o “cultura”, era una “costruzione artificiale in continua evoluzione [...]”. Ciononostante “dettava il comportamento dell'essere umano”, il che significa che “si poteva migliorare, anzi trasformare completamente il suo comportamento cambiando la cultura e le forze competitive che lo producevano [...]”. In breve, secondo Rousseau, si può cambiare il mondo cambiando con successo le sue istituzioni – ripetutamente, finché non si raggiunge il risultato desiderato, senza mai dover chiedere scusa per gli errori commessi.

Naturalmente le persone comuni ritengono che le istituzioni create dall'Obamacare siano distruttive, costose e, in definitiva, inefficaci. E lo sappiamo perché molti di loro lo affermavano già prima che il sistema venisse istituito. I Democratici non sono d'accordo e non si lasceranno dissuadere da alcun appello alla teoria o all'esperienza. Vogliono mantenere le istituzioni e continuare a riformarle finché non troveranno, inevitabilmente, la formula giusta.

La prossima volta faranno le cose per bene... abbiate fiducia in loro. Oh, e nel frattempo, tirate fuori i soldi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


martedì 2 giugno 2026

Dal 2020 la palude è diventata più grande, più finanziata e più segreta

Il colonialismo moderno può assumere varie forme e la colonia più grande sono sempre stati gli Stati Uniti. Gli inglesi, una volta ritirati in Canada dopo la Guerra d'indipendenza e impostato lì il loro centro di comando per il futuro contrattacco, hanno sempre lavorato alacremente per riconquistare la colonia sfuggita. La Guerra civile americana, ad esempio, fu il primo tentativo a cui ne seguirono altri (es. Wilson, la FED, Truman, ecc.), fino alla completa riconquista con il LIBOR negli anni '80. Da allora ogni tentativo aggiuntivo ha rappresentato una pastoia in più da eliminare, una serie di assicurazioni ulteriori affinché gli USA avessero di fronte una miriade di ostacoli (quanto più insormontabili possibile) e impedire loro di scrollarseli di dosso. I globalisti hanno tentato di implementare leggi internazionali sul cambiamento climatico e controlli sulle emissioni di anidride carbonica come mezzo per limitare l'industria e dominare le risorse energetiche americane. Questo ostacolo è stato rimosso poiché sta diventando sempre più chiaro che il riscaldamento globale è in gran parte propaganda: infatti la maggior parte dell'opposizione a tale agenda proviene dagli Stati Uniti. I globalisti hanno tentato la tirannia sanitaria, sfruttando l'isteria attraverso lockdown e passaporti vaccinali. Anche questo ostacolo è stato rimosso, perché se non ne fossero usciti gli Stati Uniti, il resto del mondo non avrebbe visto che una nazione può funzionare perfettamente senza un controllo autoritario e capillare. I globalisti hanno anche cercato di attirare gli Stati Uniti in una guerra in Ucraina per usarli come proxy contro la Russia. Questo avrebbe intrappolato l'America in una palude perenne, nella migliore delle ipotesi, indebolendola mentre l'Europa si sarebbe rafforzata grazie ad anni di afflusso di risorse. Anche questo ostacolo è stato rimosso: l'opinione pubblica americana non ha alcun interesse a intervenire sul fronte ucraino, o a entrare in guerra contro la Russia. Un quarto ostacolo è stato l'immigrazione di massa, che si è rivelato molto più efficace. Gli Stati Uniti sono stati quasi invasi durante l'amministrazione Biden e ora si trovano ad affrontare una lunga e difficile battaglia per rimpatriare milioni di immigrati clandestini. Di positivo c'è che gli attraversamenti illegali delle frontiere sono diminuiti del 95% e la maggioranza dei cittadini ora appoggia i rimpatri. L'Europa è stata travolta da un'ondata di migranti provenienti dal Terzo Mondo: tra i 50 e i 60 milioni di migranti risiedono ora nella regione, rappresentando circa il 20% della popolazione totale dell'Europa occidentale. Dal punto di vista economico rappresentano un onere netto negativo, perché se davvero l'obiettivo era che aumentassero il bacino di manodopera e occupassero i posti di lavoro tradizionali, allora non c'è stato alcun risultato positivo: il tasso di disoccupazione in Germania è salito al 6,4% e il 54% dei disoccupati sono migranti. Queste persone ricevono sussidi di gran lunga superiori al loro contributo all'attività economica. Lo stesso vale per la Spagna, dove il tasso di disoccupazione è del 10%, eppure il governo spagnolo continua a inondare il Paese di stranieri; il tasso di disoccupazione nel Regno Unito è salito al 5% e il 22% dei disoccupati sono cittadini stranieri che beneficiano di sussidi.

______________________________________________________________________________________


da ZeroHedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/dal-2020-la-palude-e-diventata-piu)

Se vi dicessero che un'azienda ha aumentato il proprio organico del 5% in quattro anni, ma che il monte salari è cresciuto del 24% nello stesso periodo, tenendo nascosti i nomi del 39% dei dipendenti, investireste in quell'azienda?

Improbabile. Ma è proprio quello che fa il governo degli Stati Uniti, finanziato con i soldi dei contribuenti e operando come se non dovesse rendere conto a nessuno.

Open the Books ha analizzato i dati relativi alle retribuzioni delle agenzie esecutive per l'anno fiscale 2024, scoprendo che 2,9 milioni di dipendenti federali hanno ricevuto $270 miliardi, rispetto ai 2,8 milioni di dipendenti che ne hanno ricevuti $217 miliardi nell'anno fiscale 2020. Mentre il numero dei dipendenti pubblici è cresciuto del 5%, le retribuzioni sono aumentate di quasi cinque volte tanto, ovvero del 24%.

L'Office of Personnel Management ha erogato gli stipendi a oltre 1,5 milioni di funzionari delle agenzie esecutive; il Dipartimento della Difesa ha erogato gli stipendi ai suoi 761.624 dipendenti civili e il Servizio Postale degli Stati Uniti ha fornito i dati relativi alle buste paga dei suoi 638.007 dipendenti, tramite richieste ai sensi del Freedom of Information Act (FOIA).

Non sono inclusi gli stipendi dei dipendenti del potere giudiziario, i 535 membri del Congresso e il loro staff, 1,3 milioni di militari in servizio attivo, l'ufficio del vicepresidente (che si dichiara completamente esente dal FOIA), né il personale di diverse agenzie di intelligence.

Sebbene i registri delle buste paga non includano i benefit, aggiungendo un incremento stimato del 30% ai $270 miliardi di monte salari, i costi totali raggiungono i $351 miliardi.

Ciò significa che la forza lavoro federale resa pubblica costa al contribuente americano $673.000 al minuto, $40,4 milioni all'ora e poco meno di $1 miliardo al giorno.

Nel frattempo oltre un milione di nomi di dipendenti pubblici sono stati oscurati dai registri paga prodotti dall'Office of Personnel Management e dal Dipartimento della Difesa.

L'amministrazione Trump ha un'opportunità storica per portare la necessaria trasparenza sull'apparato amministrativo statale. Sebbene i dipendenti federali non contribuiscano al debito pubblico nella stessa misura dei programmi di assistenza sociale, della difesa e della spesa complessiva delle agenzie, rappresentano comunque un indicatore della crescita della spesa pubblica.


Un nuovo salario minimo? Buste paga da $100.000

Questi dipendenti ora vengono pagati più che mai.

La retribuzione media superava i $100.000 in 117 delle 127 agenzie esecutive e alla Casa Bianca.

Nell'anno fiscale 2024, 31.452 dipendenti federali hanno guadagnato più di tutti i governatori dei 50 stati. Tra questi, anche la più pagata, la governatrice di New York, Kathy Hochul, con uno stipendio di $250.000.

Peggio ancora, c'erano 956 dipendenti federali che guadagnavano più del presidente stesso.

La stragrande maggioranza, ovvero 939 persone, sono medici presso la Veterans Health Administration, mentre altri 15 medici lavorano presso i National Institutes of Health e guadagnano più di $400.000.

Altre due persone hanno guadagnato più del presidente: Micah Nix, un medico del pronto soccorso dell'Indian Health Service, parte del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, e un altro dipendente, il cui nome è stato omesso, che lavora presso il Bureau of Prisons, parte del Dipartimento di Giustizia.

Il dipendente federale più pagato è il cardiologo Gary H. Gibbons, direttore del National Heart, Lung, and Blood Institute presso i National Institutes of Health. L'anno scorso ha guadagnato $519.246.

Affinché nessuno pensi che solo questi medici strapagati intaschino lauti compensi, è bene precisare che la composizione del monte salari è sbilanciata a favore dei vertici in tutti i settori.

Dei 2,1 milioni di dipendenti non appartenenti al Dipartimento della Difesa nell'anno fiscale 2024, 793.537 persone guadagnavano $100.000 o più, con un aumento del 49% rispetto alle 532.784 persone dell'anno fiscale 2020.

Nell'anno fiscale 2020, 68.445 dipendenti guadagnavano $200.000 o più, con un aumento dell'82% rispetto ai 37.631 precedenti.

Coloro che guadagnavano $300.000 o più erano 14.144, con un aumento dell'84% rispetto ai 7.692 dell'anno fiscale 2020.

Almeno 20 agenzie federali hanno una retribuzione media superiore a $150.000. In cima alla lista si trova la Commodity Futures Trading Commission, dove i 721 dipendenti guadagnano in media $236.006.

Il Public Buildings Reform Board e l'Arctic Research Commission, enti poco conosciuti, pagano ciascuno al proprio personale uno stipendio medio di $192.000, mentre i 1.851 dipendenti del Consumer Financial Protection Bureau guadagnano in media $187.120.

I membri dei consigli per la revisione dei casi irrisolti in materia di diritti civili, per la supervisione della privacy e delle libertà civili e per i trasporti terrestri hanno una retribuzione media compresa tra $166.091 e $181.903.


La palude si allarga

Nelle agenzie federali più grandi c'è poca correlazione tra il numero di dipendenti e gli aumenti salariali.

Nella maggior parte dei casi anche una riduzione del personale ha comunque comportato un aumento della retribuzione totale per quell'agenzia.

Ad esempio, le Poste hanno perso il 6% del personale tra l'anno fiscale 2020 e l'anno fiscale 2024, eppure il monte salari è aumentato dell'11% nello stesso periodo.

Al Dipartimento di Giustizia il numero dei dipendenti è diminuito di meno dell'1%, ma il monte salari è comunque aumentato del 16%.

Sia l'Amministrazione della Sicurezza Sociale che il Dipartimento del Commercio hanno perso personale nei sopraccitati anni, rispettivamente il 4% e l'8%, ma i loro stipendi sono comunque aumentati dell'11% e del 13%.

Nelle agenzie in cui è aumentato il numero dei dipendenti, il costo del lavoro è cresciuto a dismisura. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha aumentato il personale del 6%, ma il costo del lavoro è aumentato del 26%. Il Dipartimento dei Trasporti ha visto crescere il personale del 3%, ma il costo del lavoro è aumentato del 19%.

Coloro che hanno aumentato significativamente il numero dei dipendenti hanno visto i loro costi salariali salire alle stelle, compreso un aumento del 19% del personale sia presso il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani che presso il Dipartimento di Stato, con aumenti dei costi salariali rispettivamente del 39% e del 35%.

Un aumento del 20% del personale nel Dipartimento dell'Energia ha comportato un aumento del 37% degli stipendi.


I 20 dipartimenti e agenzie con il maggior numero di dipendenti

Confronto tra l'anno fiscale 2024 e l'anno fiscale 2020


“Nomi non divulgati” per il 39% del personale

La segretezza della burocrazia federale è peggiorata.

È già abbastanza grave che il Dipartimento della Difesa abbia oscurato i nomi di tutti i 761.624 dipendenti pubblici dal proprio libro paga, e che la produzione dei documenti escluda anche gli stipendi di 1,3 milioni di militari in servizio attivo.

Quando Open the Books ha richiesto i registri paga federali per l'anno fiscale 2022, l'amministrazione Biden aveva oscurato i nomi di 350.860 dipendenti di livello inferiore.

Nell'ultima edizione relativa all'anno fiscale 2024, un numero record di 383.000 nomi sono stati oscurati in 58 agenzie federali. Nell'anno fiscale 2016, invece, i nomi oscurati erano solo 2.300. Come mai?

Molti di questi ruoli includono mansioni investigative e di applicazione della legge presso agenzie come il Dipartimento per la Sicurezza Interna, il Dipartimento di Giustizia, il Dipartimento del Tesoro e il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, che rappresentano il 97% delle omissioni.

Tuttavia decine di altre agenzie hanno oscurato i nomi, da due ciascuno presso l'Agenzia statunitense per i media globali, l'Ufficio per la politica nazionale di controllo della droga e la Casa di riposo delle forze armate, a oltre 1.000 ciascuno nei Dipartimenti del lavoro, dell'agricoltura, dei trasporti e della salute e dei servizi umani. Presso il Dipartimento degli interni sono state oscurate 2.331 identità.

Il rapporto sulle retribuzioni non contiene inoltre alcuna informazione sul personale dell'Ufficio del Vicepresidente. Questo perché l'Ufficio del Vicepresidente afferma di non essere soggetto al FOIA e non è elencato sul sito web del FOIA.

In passato Open the Books ha tentato senza successo di ottenere i dati salariali tramite richieste di accesso agli atti e ha avuto accesso a informazioni limitate sulle retribuzioni contenute nella relazione semestrale del Segretario del Senato.

Nell'ultima relazione relativa al periodo compreso tra il 1° ottobre 2024 e il 31 marzo 2025, si evince che Kamala Harris ha concluso il suo mandato con uno staff di 43 persone, mentre J. D. Vance ha iniziato il suo mandato da vicepresidente con 23 collaboratori.

Con la crescita del numero di dipendenti federali e dei relativi stipendi, emergono troppe omissioni e punti ciechi che il DOGE avrebbe dovuto individuare e correggere. Non possiamo garantire la responsabilità dei dipendenti federali senza una maggiore trasparenza.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.