venerdì 4 settembre 2026

La risposta del sistema immunitario dell'amministrazione Trump alle metastasi dei globalisti



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-risposta-del-sistema-immunitario)

Il sensazionalismo delle ultime settimane nel momento in cui il debito americano ha superato l'asticella dei $40.000 miliardi è stato pervasivo. Così come la decisione di Bessent di operare uno swap interno di debito pubblico tra le scadenze corte e quelle lunghe. Immediatamente si sono levate le voci di un nuovo QE e di come gli USA siano una nazione in bancarotta. C'è molta confusione a tal proposito, soprattutto perché ai commentatori che arrivano a una certa conclusione linearmente mancano dei pezzi che impediscono loro di vedere il quadro più ampio. Un riferimento che ho cercato di dare quando ho pubblicato il mio libro, Il Grande Default, all'interno del quale ci sono tutti quei tasselli del mosaico che aiutano il lettore a trovare la giusta via, o perlomeno quella più coerente con la realtà, affinché non si perda, o scada, nella solita retorica “catastrofista”. Prendiamo come esempio la suddetta vicenda di Bessent: cosa è accaduto?

Iniziamo col dire che stiamo parlando dell'uomo che è stato in grado di piegare la Banca d'Inghilterra negli anni '90. Attualmente il Dipartimento del Tesoro americano e la FED stanno lavorando in tandem per difendere il dollaro, non più per vandalizzarlo come è accaduto fino al 2022. L'entrata in scena del SOFR, il tasso di riferimento americano che ha sostituito il LIBOR per l'indicizzazione dei debiti interni, ha permesso alla FED di riprendere il controllo sul lato corto della curva dei rendimenti americana. In sintesi, adesso i tassi a breve termine dei titoli di stato sono influenzati dalla FED. Ciò che manca è lo spettro a lungo termine, il quale è influenzato dal mercato dei mutui immobiliari principalmente, e finché Fannie/Freddie sono fuori dai giochi (che contano) quei tassi saranno ancora influenzati dall'estero. A tal proposito è significativo di come il differenziale tra i titoli a due anni e decennali americani abbia iniziato a muoversi in sincronia col differenziale tra il decennale americano e quello inglese... nell'esatto momento in cui il carry trade sullo yen è stato invertito dall'inasprimento della politica monetaria giapponese.

Non fraintendetemi, però, il sistema monetario/finanziario attuale è stato impostato affinché fosse matematicamente destinato ad accartocciarsi. Il caos che vediamo oggi è il risultato di disconnessioni e frammentazioni che vanno avanti da decenni, alimentato da generazioni di parassitismo. Quest'ultimo è stato garantito dal LIBOR che ha funzionato a livello internazionale: un tasso impostato a Londra per fungere da raccordo internazionale per tutti gli altri tassi di riferimento, soprattutto i prestiti al consumo e immobiliari. Per quanto il 2008 abbia rappresentato una rottura conclamata di questo standard, la fase che ha abbracciato il periodo storico da quell'anno fino al 2022 ha rappresentato una serie di rattoppi utili ad accelerare la liquidazione degli Stati Uniti (per mano di Londra e Bruxelles). Gli 11 anni di Coordinated central banks policy sono stati l'offuscamento perfetto per la BCE e la Banca d'Inghilterra per mascherare la loro debolezza economica e di come avessero fatto esclusivo affidamento sull'eurodollaro per continuare a essere dei leader a livello mondiale.

Ricordate, non esistono nazioni per gente come i globalisti: solo territori da sfruttare e poi passare al prossimo. Questo presupposto è esplicativo dello svuotamento industriale ed economico a cui assistiamo e abbiamo assistito in Occidente. Per quanto la stampa finanziaria voglia dipingere il Giappone come quello in difficoltà, in realtà la sua base industriale è più solida di quella europea, la quale ormai è pressoché inesistente. E con il supporto americano, può avere una canale diretto da cui attingere a garanzie collaterali, cosa che invece gli inglesi non hanno (un elemento visibile sia nel mercato fisico dei metalli preziosi che in quello delle materie prime in generale). Per decenni il sistema eurodollaro ha succhiato equity da tutto il mondo, soprattutto dagli Stati Uniti, e ha creato tutto il caos finanziario ed economico a cui assistiamo oggi. La leva implicita in tale sistema ha superato di centinaia di volte l'equity sottostante, una cosa che Nixon intuì bene negli anni '70. E una cosa che ha ben chiaro ormai Bessent. Il SOFR e le stablecoin sono gli strumenti migliori attualmente a disposizione degli Stati Uniti per ridimensionare il caos generato nel mercato degli eurodollari (un'impresa titanica, dato che ci vorranno generazioni per sbrogliare questa matassa che ha richiesto altrettante generazioni per essere creata). Per quanto i titoli di stato americani non siano il miglior collaterale in circolazione, sono funzionali in questa fase di transizione allo scopo: un modo per attirare equity negli Stati Uniti e stabilizzare i conti pubblici/privati.

In questo modo, mentre gli USA cercano di mantenere l'attuale livello di prezzi laddove si trova adesso e facendo digerire il boccone amaro alla popolazione americana dell'ultima impennata monetaria del 2021, si lascia simultaneamente salire il lato degli attivi del bilancio nazionale per controbilanciare l'equazione. Detto in modo semplice, si lasciano correre gli attivi affinché superino progressivamente le passività. La recente visita di Rand Paul a Fort Knox e la conferma che l'oro si trova lì, è l'ennesimo indizio in tale direzione; così come la spinta all'approvazione del CLARITY Act.

Anche qui, non fraintendetemi, è un percorso tutt'altro che lineare dato che quasi tutti i “giocatori” internazionali traggono vantaggio dal mercato dell'eurodollaro e dal mungere il contribuente americano. Di conseguenza è difficile altresì trovare alleati in questa guerra. Ecco perché osserviamo un cambio di relazioni diplomatiche in Medio Oriente, ad esempio, dove le vecchie cedono il passo a quelle nuove. E non è nemmeno un caso che se volessimo tracciare l'inizio della guerra finanziaria tra gli USA e Londra/Bruxelles, il momento esatto in cui hanno perso la testa è stato quando JP Morgan ha tagliato fuori dal mercato pronti contro termine americano coloro che non apponevano asset denominati in dollari come garanzie per accedervi; oppure quando Powell rialzò di cinque punti base i tassi del mercato dei pronti contro termine inversi intermediato dalla FED. I due grossi eventi che sono seguiti a questi segnali sono stati il SOFR nel 2022 e il rialzo dei tassi della BOJ nel 2024, i quali hanno rappresentato, insieme ad altri minori, anelli di una catena (processo).

Detto in modo semplicistico, il mondo sta cambiando e ci sono battaglie politiche, geopolitiche ed economiche (interne ed esterne) a Capitol Hill, Londra, Medio Oriente, Bruxelles, Pechino, Mosca, Singapore, ecc. L'innesco l'ha rappresentato il mercato dell'eurodollaro che costantemente, ma inevitabilmente, s'è accartocciato su sé stesso. Ad attori statali e non statali piaceva, soprattutto per la leva finanziaria implicita che garantiva e le possibilità di finanziamento gratis che poteva sfornare... ma l'attuale passaggio alle stablecoin e, per estensione, a un sistema che può essere sottoposto a una leva finanziaria inferiore riduce i privilegi del passato e consente solo a chi controlla il dollaro di conservarli. Per i colonialisti europei, che considerano servi tutti gli altri, è un anatema.

Infatti se voi faceste parte della cricca di Davos, perché non mettere pressione sullo yen e “convincere” i mercati ad andare corti sulla valuta giapponese? Data l'alleanza del Giappone con il vostro avversario significherebbe un contagio finanziario indiretto e un sfogo della pressione sui mercati obbligazionari dirottata lontano da quelli europei. Il più grande trucco in questo contesto è aver fatto credere che il Giappone sia attualmente il massimo detentore di titoli del Tesoro americani, quando invece è l'Inghilterra insieme alle sue sussidiarie. Infatti se aggiungiamo ai $900 miliardi di bond americani posseduti esclusivamente dagli inglesi, le cifre della Banca del Canada, dell'Irlanda, di Bruxelles, delle Cayman, delle Isole Vergini Britanniche, delle Bahamas, di Singapore e di Hong Kong il risultato finale è un mercato obbligazionario americano tenuto in ostaggio dalla City di Londra. Se prendiamo come riferimento il 2021 e dividiamo il mondo in tre macro aree (Europa, Asia-Pacifico, Resto del mondo), ebbene l'Europa ha comprato titoli del Tesoro americani al ritmo di $1.700 miliardi all'anno per difendere l'euro, la sterlina e i differenziali di rendimento dei suoi bond.

Guardate il differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello tedesco: ~1.5%. Poi guardate al differenziale di rendimento tra il decennale americano e quello giapponese: ~1.9%. Ci sono 40 punti base con cui “giocare” e sono un vantaggio lato Europa (i più grandi possessori di titoli di stato americani attualmente). Questo singolo fatto aiuta a spiegare perché Bessent/Warsh hanno coordinato le loro azioni per fornire supporto alla BOJ che non ha rialzato i tassi all'ultimo meeting. A mio giudizio non l'ha fatto di proposito, affinché il Dipartimento del Tesoro americano e la FED dicessero senza mezza termini ai mercati che chi ha maggiormente da perdere nello smantellamento del carry trade sullo yen sono gli europei. I mercati delle valute sono altamente sottoposti a leva e bastano pochi miliardi per far saltare posizioni da migliaia di miliardi in valore nominale (spazzando via l'equity). Infatti identificare platealmente il problema nel cross EUR/YEN fa capire chi davvero è nei guai e che il mirino di Bessent è puntato sulla BCE/BOE. E i legami con la guerra in Iran sono altrettanto in bella vista: ogni volta che Trump ordina il bombardamento del Paese, il decennale francese, ad esempio, schizza in alto andando a sconquassare la fragile capacità della Lagarde di tenere in piedi la Yield curve control sui bond europei. E il carry trade sullo yen è strettamente legato alla manipolazione dei titoli trentennali americani (e per estensione il mercato dei mutui americano) e al differenziale tra i titoli a due e dieci anni che impostano i tassi di prestito delle banche americane. Tutte queste cose sono legate perché il colonialismo europeo ha continuato a prosperare in cima alla sua natura feudale: estrarre ricchezza da altri.

Perché lo yen, poi, era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen.

Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno ci credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali.

Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles. In questo contesto la fame di dollari è talmente vorace dopo il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro che vengono lanciati schemi Ponzi, come le GIFT City indiane, affinché HSBC, Citigroup, Standard Chartered e altre banche europee possano entrare in possesso di dollari all'estero e succhiarne quanti più possibili dagli USA. Le GIFT City indiane vogliono essere un surrogato di posti come Hong Kong, Dubai o Singapore (avamposti noti per i magheggi finanziari e la leva dell'eurodollaro). La proposta indiana è quella di offrire alla diaspora indiana interessi sui depositi in dollari del 7%. Ovviamente tale cifra non può essere offerta investendo sui titoli decennali americani, quindi per forza si deve trattare di titoli sul lato corto della curva dei rendimenti americana... ma anche così si troverebbero sotto di 3 punti percentuali. Ma ecco il “colpo di genio”: prendere i dollari depositati, girarli alle banche sopraccitate e attraverso la loro “alchimia finanziaria” sottoporli a una leva del 20X (roba che basterebbe un calo del 5% sulla garanzia per spazzare via tutto il capitale).

Questo dovrebbe dare l'idea della crisi di liquidità in dollari presente nel sistema monetario internazionale, della disperazione di chi vi accedeva facilmente prima del SOFR e di come il dollaro stia diventando soft collateral perché indirettamente legato ad hard collateral come oro, petrolio e Bitcoin. La stampa ha giustificato intorno alla FED quell'alone di istituzione keynesiana-monetarista. La “forward guidance” è stata data in pasto ai giornalisti per rafforzare questa spirale di auto-confermazione. Se i tassi di risparmio fossero stati “troppo alti”, sarebbero state intraprese azioni per punire i risparmiatori (Paradox of Thrift); se l'occupazione fosse stata vicino alla piena capacità, invece, allora bisognava rialzare i tassi (Phillips Curve). La FED ha un doppio mandato: prezzi stabili e piena occupazione... entrambi incompatibili in un contesto keynesiano. Da qui la continua necessità di intervento. Powell prima, e adesso Warsh, hanno iniziato a cambiare questo assetto. Infatti la FED sta cambiando il modo in cui emette dollari e in cui il sistema bancario emette credito. Essa diventerà una barriera: da un lato gli americani avranno accesso ai dollari a un tasso “agevolato”; dall'altro il resto del mondo dovrà pagare un premio per accedere ai dollari. Molti commentatori confondono questo mutamento con una “de-dollarizzazione”, ignorando ulteriormente che il SOFR, il nuovo tasso di riferimento della FED, è un tasso collateralizzato (bond americani). C'è bisogno di dollari e/o asset denominati in dollari per trattarne la curva dei futures. In ogni caso, è anche un modo per coprire di ridicolo coloro che sventolano il feticcio del rollover del debito americano come motivo di preoccupazione per la FED.

I tassi reali negli USA stanno calando perché c'è necessità di rimpatriare capacità industriale, c'è necessità di far crescere la base industriale e, soprattutto, c'è necessità di avere un gradiente inferiore di finanziarizzazione. Ecco perché Warsh molto probabilmente taglierà i tassi al prossimo incontro dell'FOMC.

Questo a sua volta significa che nel breve termine l'inflazione dei prezzi tenderà a salire a causa delle spese in conto capitale e le materie prime. Il rame, ad esempio, continua a urlare che c'è un problema: la cricca di Davos/City di Londra hanno fatto uno splendido lavoro nel distruggere le miniere di rame che potevano essere sfruttate negli USA. Ad esempio, c'è un gigantesco deposito di rame in Arizona che non può essere toccato a causa dei vincoli ambientali. E questo vale anche per altri stati americani come l'Alaska. Ora che Warsh ha platealmente ripudiato la religione della Phillips Curve, la quale non faceva altro che uccidere nella culla qualsiasi germoglio di crescita (sia organica che inorganica), tale rischio può essere assorbito dalla domanda e dall'offerta.

Un tale “sfogo inflazionistico” non fa bene al mercato obbligazionario ed è per questo che vediamo tanti commentatori stracciarsi le vesti in pubblico riguardo il lato lungo della curva dei rendimenti americana... ma come abbiamo spiegato sopra, si tratta dapprima di un attacco diretto degli avversari degli USA e in secondo luogo si tratta di uno stratagemma per nascondere in piena vista CHI è davvero vulnerabile a un simile stress finanziario: l'Europa. Infatti il risultato di questa presunta “incertezza” che circonda gli Stati Uniti è sconfessato dai capitali esteri che volano via dal resto del mondo per trovare occasioni negli USA... e volano via soprattutto dall'Europa.

In questo modo lo zio Sam mette sul piatto l'opportunità di fare affari in un ambiente in cui lo Stato di diritto è ancora esistente, la giustizia è business friendly e l'imprenditorialità viene incentivata. Non solo, il tutto viene reso più appetibile grazie alle barriere innalzate tra il dollaro “interno” e  quello “esterno”, o il prestito alle aziende che delocalizzeranno sul posto rispetto a quelle che rimarranno all'estero. Le prove tecniche di questa divisione sono state fatte coi dazi. E questa fuga contribuirà a bilanciare il bilancio nazionale americano, oltre alla caterva di frodi che continuano a essere smascherate a livello previdenziale ad esempio.

Quello che stiamo osservando in diversi ambiti, a livello geopolitico, economico, sociale e finanziario, è la risposta del sistema immunitario dell'amministrazione Trump alle metastasi dei globalisti. Tra sei mesi sarà completamente diversa, in base ai risultati delle elezioni di medio termine. Riflettete un attimo su questi numeri, però: la FED possiede attualmente 8.133 tonnellate d'oro che, ai prezzi attuali, valgono circa $12 miliardi; immaginiamo ora un salto fino a $20.000 l'oncia e improvvisamente la banca centrale americana si ritrova $4.000 miliardi in valore sul suo bilancio. Il totale di quest'ultimo è meno di $7.000 miliardi, parleremmo quindi di un rapporto di leva inferiore a 2:1 (soprattutto se Warsh continua a restringerlo liberandosi dei titoli coperti da ipoteca).

L'altra componente fondamentale di questo processo è l'abbraccio degli asset digitali, la digitalizzaione del dollaro, e Bitcoin come collaterale alla base. Esso rappresenterà la credibilità che permetterà al credito americano di alimentare la ricostruzione del settore manifatturiero e industriale: stablecoin coperte da garanzie collaterali solide. Questi dollari digitali verranno presi in prestito al tasso dei T-bill (~3.5%) e gli investimenti derivanti cresceranno a un ritmo più alto, invertendo quel ciclo di estrazione che ha caratterizzato invece il sistema dell'eurodollaro. L'incentivo alla re-industrializzazione americana unito alla creazione di un fondo sovrano che dia stabilità al bilancio nazionale fa parte di quell'impianto filosofico hamiltoniano che caratterizza la visione di Trump della rinascita statunitense.

La vandalizzazione del dollaro è stata sostituita dalla difesa del dollaro e questo significa riformare quei sistemi che giocavano a favore di chi, oltreoceano, aveva accesso a pasti gratis presumibilmente illimitati. Ci saranno vincitori e vinti, non sarà affatto piacevole.

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giovedì 3 settembre 2026

La narrazione sulla stagflazione: cosa fraintendono i catastrofisti (Parte 2)

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-narrazione-sulla-stagflazione)

La narrazione sulla stagflazione che domina i social media non è del tutto errata ed è proprio questo che la rende così pericolosa. Dopo oltre 30 anni di gestione di portafogli clienti durante veri cicli inflazionistici, e non guardandoli su YouTube, ho imparato che i consigli di investimento più dannosi non si basano su menzogne palesi. Si basano su mezze verità, distorte oltre il punto in cui i dati sono ancora validi.

Se non avete letto, Il superciclo delle materie prime: il nemico della tesi rialzista (Parte 1), si tratta di un'introduzione fondamentale alla discussione odierna.

Iniziamo.

I pessimisti hanno argomentazioni legittime. Le catene di approvvigionamento sono effettivamente sotto pressione e il dollaro si trova attualmente ad affrontare reali difficoltà strutturali; le banche centrali hanno acquistato oro a ritmi senza precedenti; le valutazioni azionarie in alcuni segmenti sono eccessive e ognuna di queste osservazioni è difendibile. Tuttavia, il salto da queste osservazioni a “vendiamo tutto, puntiamo tutto sulle materie prime, le obbligazioni sono morte per sempre, il Grande Reset è arrivato” è dove finisce l'analisi e inizia la narrazione.

Vorrei fare due cose. In primo luogo, analizzerò punto per punto la narrativa sulla stagflazione. Daremo credito a chi se lo merita e smaschereremo le falle logiche. Spiegherò come si presenta un solido quadro di investimento quando sono i dati, e non la narrativa, a guidare le decisioni. Inoltre, spiegherò perché la natura ciclica dei mercati delle materie prime e il ciclo di investimenti guidato dall'intelligenza artificiale modificano radicalmente la distribuzione degli investimenti.


La narrazione sulla stagflazione si sta diffondendo sui social media

Dedicate un'ora a X e vi imbatterete in una versione dello stesso copione:

• La Federal Reserve ha distrutto la valuta;

• Gli anni '70 sono tornati, ma in una versione peggiore;

• I prezzi delle materie prime sono destinati a salire vertiginosamente nel prossimo decennio;

• L'oro è l'unica vera forma di denaro;

• Investire in obbligazioni è un modo sicuro per perdere potere d'acquisto;

• Chiunque detenga ancora un portafoglio diversificato è o ingenuo o non presta attenzione.

Il paragone con gli anni '70 costituisce l'ossatura analitica della narrazione. I prezzi delle materie prime salirono vertiginosamente per quasi un decennio, mentre i mercati azionari rimasero pressoché invariati in termini reali. L'oro passò da $35 l'oncia a oltre $800, e chi deteneva beni reali si è dimostrato lungimirante per anni. È una storia avvincente, con l'ulteriore fascino di presentare il narratore come un anticonformista che vede ciò che l'establishment si rifiuta di riconoscere.

Ecco il problema.

Gli anni '70 andarono come andarono a causa di condizioni economiche strutturali che non esistono più. Sia la natura ciclica di boom/bust delle materie prime, sia l'emergere del boom degli investimenti in conto capitale guidato dall'intelligenza artificiale, creano dinamiche che il modello pessimistico non riesce a cogliere.

Prima di analizzare a fondo la questione, vorrei chiarire un punto. Gli elementi alla base della narrativa sulla stagflazione meritano seria considerazione. Pertanto, respingerli completamente sarebbe altrettanto superficiale dal punto di vista intellettuale quanto accettarli senza riserve.

Come ho spiegato nella prima parte di questa serie, l'inelasticità dell'offerta è reale. Oltre un decennio di disciplina finanziaria guidata dai criteri ESG, di sottoinvestimenti nell'esplorazione e di riduzione della produzione ha reso diversi mercati delle materie prime incapaci di reagire rapidamente quando la domanda aumenta. Questo vincolo non scompare solo perché lo vogliamo. Al contrario, conferisce al ciclo delle materie prime una spinta concreta, supportando la tesi rialzista per alcune materie prime in un arco di tempo limitato ma significativo.

Il dollaro si trova effettivamente ad affrontare delle difficoltà concrete. I deficit fiscali strutturali, una Federal Reserve con una lunga storia di politiche monetarie accomodanti e le pressioni geopolitiche sul sistema della valuta di riserva rappresentano tutte preoccupazioni reali. JPMorgan prevede che l'oro raggiungerà i $5.000 l'oncia entro quest'anno, dato che le riserve delle banche centrali si attestano a circa 585 tonnellate a trimestre. Esistono inoltre segmenti di mercato azionario con valutazioni talmente elevate da comportare un reale rischio di compressione dei multipli in caso di risultati trimestrali deludenti.

Quindi gli input sono legittimi, pertanto esiste una versione del trading di materie prime, dimensionata correttamente e gestita con disciplina, che ha senso in questo momento. La narrativa catastrofista non sbaglia sulle forze in gioco; sbaglia sul significato di queste forze, sulla loro durata e su come costruire un portafoglio attorno ad esse.


Dove la narrazione si sgretola

L'intera teoria pessimistica si basa su un presupposto fondamentale: il ciclo di stagflazione degli anni '70 si ripeterà, pertanto un portafoglio degli anni '70, con un'elevata concentrazione di materie prime, una bassa esposizione alle obbligazioni e una scarsa presenza di azioni, produrrà risultati simili a quelli degli anni '70. Sfortunatamente, questo presupposto non regge al confronto con le differenze strutturali tra le due economie.

L'economia statunitense degli anni '70 si basava sul settore manifatturiero, che rappresentava circa il 25-28% del PIL. Aspetto cruciale, era caratterizzata da una forza lavoro numerosa e sindacalizzata, con clausole di adeguamento al costo della vita inserite direttamente nei contratti di lavoro. Quando i prezzi delle materie prime aumentavano, i salari crescevano automaticamente. In altre parole, l'aumento dei costi innescava incrementi salariali, i quali sostenevano il potere d'acquisto e, di conseguenza, mantenevano viva la spesa anche a fronte di un aumento dei prezzi. Questo circolo vizioso si è protratto per anni.

Oggi l'economia statunitense è composta per circa il 70-75% da servizi, mentre il settore manifatturiero rappresenta circa l'11% del PIL. La forza lavoro che ha beneficiato dell'adeguamento al costo della vita non esiste più, pertanto quando oggi i prezzi delle materie prime aumentano, l'incremento non innesca un recupero salariale. Al contrario, funziona come una tassa diretta sul potere d'acquisto, che i consumatori assorbono immediatamente. Ciò che negli anni '70 richiedeva anni per produrre una significativa riduzione della domanda, ora si manifesta in sei-dodici mesi.


La sequenza inflazionistica

La versione più pessimistica della narrativa sulla stagflazione considera la fase inflazionistica come permanente. Non lo è. È una fase all'interno di una sequenza, e questa sequenza ha una conclusione specifica per la quale la tesi del “tutto investito” in materie prime è completamente impreparata.

  1. I prezzi delle materie prime aumentano; i costi dei fattori produttivi salgono alle stelle;
  2. I consumatori, gravati da livelli di indebitamento record, si ritirano dal mercato;
  3. Gli investimenti aziendali si contraggono;
  4. La crescita rallenta;
  5. La FED cambia strategia;
  6. Seguiranno tagli dei tassi;
  7. I prezzi delle obbligazioni aumentano.

In altre parole, lo stesso evento che pone fine al rally delle materie prime innesca la ripresa obbligazionaria.

Abbiamo assistito a questa stessa sequenza, in forma compressa, tra il 2022 e il 2024. Le materie prime sono schizzate alle stelle a causa dello shock tra Russia e Ucraina e delle interruzioni delle catene di approvvigionamento legate alla pandemia. Le obbligazioni fecero registrare il loro peggior anno solare nella storia moderna. I pessimisti lo definirono permanente. Poi la crescita ha vacillato, la FED ha cambiato rotta e, nel 2024, i titoli di Stato a medio termine si sono ripresi nettamente, mentre i prezzi delle materie prime hanno visto una correzione dai loro picchi. Chi ha abbandonato completamente le obbligazioni dopo il 2022 si è perso un rally significativo e ha mantenuto un'esposizione concentrata alle materie prime durante la fase di ribasso.


La logica dell'oro e l'errore obbligazionario

L'oro merita una vera discussione, perché è proprio qui che la narrativa catastrofista sulla stagflazione rivela la sua più lampante contraddizione interna. Possedere oro, si sostiene, è necessario perché il dollaro sta crollando e bisogna sfuggire a un sistema monetario in fallimento.

L'oro è quotato in dollari e scambiato su mercati denominati in dollari; il suo valore complessivo è misurato in base al potere d'acquisto del dollaro. Quando qualcuno sostiene che il dollaro sta crollando e che la soluzione risiede in un bene denominato in dollari, l'argomentazione si contraddice da sola. Le banche centrali che acquistano oro non stanno abbandonando il sistema monetario; stanno diversificando la composizione delle loro riserve al suo interno. La Banca Popolare Cinese, in particolare, sta riducendo la sua concentrazione in titoli di Stato denominati in dollari, ma si tratta di una rotazione all'interno del sistema, non di una fuga da esso.

L'oro si guadagna un posto di rilievo in un portafoglio solido come copertura contro errori di politica monetaria, inflazione (a cui si riferisce l'argomentazione sulla svalutazione) e tensioni geopolitiche. Una quota del 5% di un portafoglio destinata all'oro, dimensionata in modo appropriato in base alla sua volatilità, è una posizione difendibile, supportata dai dati sulla domanda istituzionale. Concentrare il 50% di un portafoglio in oro perché il sistema finanziario è “sul punto di collassare” è pura speculazione giustificata da una narrazione apocalittica.

L'errore commesso sul mercato obbligazionario è stato quello che ha causato i danni maggiori ai piccoli investitori. I pessimisti hanno tratto una conclusione definitiva dal 2022, anno storicamente negativo per le obbligazioni. Quello che non hanno capito è che la fase inflazionistica che ha schiacciato le obbligazioni nel 2022 è lo stesso meccanismo che alla fine costringe la FED a tagliare i tassi, spingendo così al rialzo i prezzi delle obbligazioni. Abbandonare la questione dopo la perdita e perdere la ripresa è il modo più costoso per avere parzialmente ragione.

Faccio questo lavoro da abbastanza tempo per sapere che le narrazioni di mercato più pericolose sono quelle che, pur essendo abbastanza veritiere, risultano credibili dall'inizio alla fine. La narrazione della stagflazione rientra in questa categoria. Ecco un elenco di tutte le principali previsioni catastrofiste, confrontate con i dati reali.


I prezzi alti sono la cura per i prezzi alti

Esiste un meccanismo che la narrativa catastrofista sulla stagflazione non prende mai seriamente in considerazione, ed è la forza più affidabile nei mercati delle materie prime: i prezzi alti sono la cura per i prezzi alti. Quando i prezzi delle materie prime aumentano a sufficienza, si verificano tre effetti contemporaneamente:

• Incentivano i nuovi investimenti nell'offerta;

• Attivano i produttori marginali che non potrebbero operare in modo redditizio a livelli di prezzo inferiori (aumentando l'offerta);

• E questo accelera la sostituzione della domanda, poiché consumatori e imprese trovano alternative.

La tesi ESG e di sottoinvestimento presentata nella Parte 1 è reale e importante, in quanto ritarda la risposta dell'offerta ed estende il ciclo oltre quanto produrrebbe un tipico shock della domanda. Tuttavia, non elimina la risposta dell'offerta. Imposta semplicemente un timer più lungo. L'intuizione fondamentale per la costruzione del portafoglio è che il timer scorre a velocità diverse per le diverse materie prime, e questo determina la quantità di ciascuna da possedere e con quanta attenzione è necessario gestirne l'uscita.

Il mercato petrolifero del 2011 ne è l'esempio emblematico: il West Texas Intermediate (WTI) è stato negoziato a circa $100 al barile per tre anni consecutivi. Durante quel periodo, il livello dei prezzi non sembrava insostenibile nemmeno ai pessimisti dell'epoca, e le narrazioni sul picco del petrolio erano ovunque. Poi i produttori di petrolio, incentivati direttamente da quei prezzi elevati, hanno inondato il mercato di offerta. All'inizio del 2016, il WTI era scambiato a $26. I pessimisti che avevano mantenuto posizioni concentrate nel settore energetico durante quel crollo, perché “la struttura del mercato era solida”, hanno sperimentato in prima persona le conseguenze del ciclo boom/bust senza un quadro di riferimento per gestirlo.


Strategia di investimento per il contesto odierno

La narrazione catastrofista sulla stagflazione ignora completamente una seconda dinamica fondamentale: il ciclo di investimenti guidato dall'intelligenza artificiale che attraversa l'economia statunitense crea un moltiplicatore degli utili interni che non esisteva nei precedenti episodi di stagflazione. Microsoft, Oracle, Google, Amazon e Meta, da sole, stanno investendo centinaia di miliardi in infrastrutture per l'IA che raggiungeranno quasi $1.100 miliardi entro il 2027. Questo capitale affluisce direttamente nei semiconduttori, nelle infrastrutture energetiche e nelle catene di approvvigionamento dei data center, creando a sua volta un differenziale di crescita interna senza eguali a livello internazionale.

Questo “effetto moltiplicatore” è fondamentale, come già discusso nel pezzo, The Deficit Narrative May Find Its Cure In AI:

L'American Society of Civil Engineers (ASCE) stima che ogni miliardo di dollari investito in infrastrutture crei 13.000 posti di lavoro e aggiunga $3 miliardi al PIL in un decennio. Pertanto, se gli Stati Uniti investissero $1.800 miliardi in infrastrutture per l'intelligenza artificiale entro il 2030 – un obiettivo plausibile considerando il fabbisogno energetico di $500 miliardi, i $300 miliardi per i data center (150 nuovi centri da $2 miliardi ciascuno) e i $200 miliardi per la produzione di chip – il PIL potrebbe aumentare di $5.000 miliardi in 10 anni, ovvero circa $300 miliardi all'anno. Tuttavia, questi $1.800 miliardi sono solo l'inizio. McKinsey & Company prevede che la spesa raggiungerà i $6.000 miliardi entro il 2030, tra soli 5 anni, pari a una crescita economica di $18.000 miliardi.

Questo effetto era già evidente nel rapporto sul PIL del primo trimestre 2026, dove quasi il 75% del ritmo di crescita annuo del 2% era attribuibile agli investimenti delle imprese nei data center. Attualmente, si prevede che gli Stati Uniti cresceranno a un ritmo compreso tra l'1,8% e il 2% nel 2026, mentre l'Europa fatica a mantenere una crescita tra lo 0,5% e lo 0,8% e la Cina gestisce un eccesso strutturale di immobili e debito. Questo differenziale di crescita degli utili è reale e duraturo per tutta la durata della fase di espansione. Anche le precedenti argomentazioni a favore di una rotazione verso le azioni internazionali in base alle valutazioni si sono notevolmente indebolite. Mentre le azioni europee hanno fatto registrare una forte crescita nel 2024 e le azioni indiane ora vengono trattate a multipli paragonabili a quelli delle mid-cap statunitensi, lo sconto di valutazione generalizzato a livello internazionale si è ridotto.

Ciò detto, l'argomentazione relativa agli investimenti in conto capitale per l'IA presenta due importanti limitazioni:

 Innanzitutto, gli utili sono fortemente concentrati in circa 8-12 società. Il resto dell'indice S&P 500 continua ad affrontare lo stesso rischio di compressione dei multipli in un contesto di stagflazione. Pertanto, possedere l'indice generale non equivale a possedere le società che ne beneficiano direttamente.

• In secondo luogo, il ciclo degli investimenti in conto capitale comporta un rischio di domanda differita, poiché queste aziende concentrano anni di investimenti infrastrutturali in un arco di tempo ristretto. Quando la crescita degli investimenti in conto capitale si stabilizza, il contributo al PIL si inverte. Lo sviluppo delle telecomunicazioni negli anni '90 ha prodotto una crescita effettiva degli utili nel settore infrastrutturale, ma si è concluso con un brutale ciclo azionario quando la spesa ha rallentato.

Il quadro di riferimento che tiene insieme tutte queste dinamiche – il ciclo di boom/bust delle materie prime, la compressione strutturale della distruzione della domanda, il differenziale di spesa in conto capitale per l'IA e la sequenza di recupero delle obbligazioni – richiede quattro fasi di allocazione separate, ciascuna dimensionata in base alla propria durata del ciclo e al proprio punto di uscita.


Conclusione

La paura è una strategia di marketing duratura. La narrazione sulla stagflazione continuerà a trovare nuovi spettatori perché avvolge legittime preoccupazioni macroeconomiche in una storia emotivamente appagante, con un cattivo, un eroe e un chiaro trade. Chi la diffonde sa che le mezze verità sono più persuasive delle menzogne ​​palesi. Sa anche che, quando il ciclo si invertirà e la narrazione fallirà, i suoi seguaci attribuiranno le perdite alla sfortuna piuttosto che a un'analisi errata.

Ho visto questo schema ripetersi più volte nei mercati delle materie prime, dal superciclo delle materie prime dal 2007 al 2009 al boom dei metalli dei primi anni 2000, fino al mercato petrolifero dal 2011 al 2014. Ogni volta, lo stesso schema: una reale limitazione dell'offerta, un effettivo movimento dei prezzi, una narrazione che estrapolava la tendenza come permanente, e poi l'inevitabile risposta dell'offerta che i prezzi elevati avevano silenziosamente incentivato fin dall'inizio. Il ciclo non annuncia la sua fine: finisce e basta.

Il ciclo delle materie prime in atto è reale, così come il differenziale di crescita interna trainato dall'intelligenza artificiale. Tuttavia, anche la ripresa obbligazionaria che segue il crollo della domanda è reale. Un portafoglio che tenga conto di tutti e tre questi fattori, con un'esposizione mirata alla crescita statunitense nei beneficiari delle infrastrutture per l'IA, un investimento nel ciclo delle materie prime con un ancoraggio agli utili americani, un'esposizione alle materie prime e all'oro dimensionata in base alla risposta dell'offerta piuttosto che a una convinzione apocalittica, e obbligazioni a medio termine a fare da contrappeso, è costruito per sopravvivere all'intera sequenza.

Questa è la differenza tra investire in un ciclo e scommettere su una narrazione.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/08/superciclo-delle-materie-prime-il.html


mercoledì 2 settembre 2026

Il programma di Milei: porre fine allo Stato debitore responsabilizzando i politici per gli eccessi di bilancio

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-programma-di-milei-porre-fine)

Solo il contrasto rivela i propri errori. Javier Milei è l'antitesi della classe politica tedesca, e il paragone non potrebbe essere più netto.

Mentre la Germania continua ad espandere lo Stato, l'Argentina sta tagliando i sussidi e riducendo drasticamente le dimensioni della sua burocrazia pubblica; mentre Berlino accumula enormi debiti pubblici, Buenos Aires fa registrare un avanzo primario di bilancio; Friedrich Merz crede nel potere curativo dell'intervento statale, mentre Milei sta deregolamentando i mercati e spianando la strada a un boom degli investimenti.

L'Argentina ha realizzato una svolta economica, mentre la Germania continua il suo declino. L'economia argentina è in costante crescita, l'occupazione nel settore privato è in espansione e il tasso di povertà sta diminuendo rapidamente.

In un momento in cui la Germania raddoppia la posta in gioco sul debito, sull'industria degli armamenti e sulla pianificazione statale ecologista, Milei appare come una cometa che sfida sia la gravità politica sia le dottrine convenzionali di governo.

L'ultima iniziativa del presidente argentino è la cosiddetta “Catena Fiscale”.

Dietro il nome marziale si cela quella che si configura come una vera e propria rivoluzione fiscale. Milei ha presentato per la prima volta la proposta, con il suo caratteristico stile accattivante, durante un discorso televisivo al popolo argentino. Il disegno di legge deve ancora essere approvato dal Congresso, dove il suo partito, La Libertad Avanza, dovrebbe ottenere il sostegno delle fazioni parlamentari alleate in entrambe le camere.

Sebbene Milei non disponga di una maggioranza parlamentare propria, le sue alleanze si sono finora dimostrate straordinariamente solide.

Se approvata, questa legge romperebbe con una delle regole non scritte della politica moderna: il presupposto che i governi possano sempre comprare voti con una maggiore spesa pubblica, tasse più alte e un debito sempre crescente. La pratica di gravare sulle generazioni future e sui contribuenti con un'espansione del credito orchestrata politicamente, almeno per il momento, giungerebbe al termine.

L'idea di Milei è semplice: ai futuri governi argentini dovrebbero essere tarpate le ali prima ancora che siano in grado di spiccare il volo verso un'altra folle corsa alla spesa finanziata dal debito.

Il meccanismo è altrettanto semplice: se il bilancio federale dovesse rimanere in deficit per diversi mesi consecutivi, al Congresso verrebbe dato un termine per ripristinare l'equilibrio fiscale. Il mancato rispetto di tale termine comporterebbe automaticamente una paralisi del governo simile a quella statunitense. Le attività governative non essenziali verrebbero sospese automaticamente, senza ulteriori dibattiti parlamentari o trattative politiche. Il Presidente, il Vicepresidente, i ministri, i segretari di Stato e ogni membro di entrambe le camere del Congresso non riceverebbero un solo pèso di stipendio fino al ripristino del pareggio di bilancio.

Inoltre, tutte le nuove spese verrebbero congelate. Non si potrebbero stipulare nuovi contratti né assumere nuovi dipendenti pubblici. Ancor più grave, verrebbero sospesi anche i trasferimenti discrezionali dal governo federale alle province argentine.

Allo stesso tempo, la legge tutela le responsabilità fondamentali dello Stato. I pagamenti delle pensioni, i servizi sanitari, i sussidi di disoccupazione, così come gli stipendi degli agenti di polizia, dei membri delle forze armate e del personale penitenziario, rimarrebbero pienamente esenti da queste misure di austerità.

Per gli statalisti tedeschi, una proposta del genere è quasi impensabile. Piuttosto che confrontarsi con le idee o le politiche di Milei, preferiscono ignorarlo completamente. Per il cancelliere Friedrich Merz, Milei è diventato una sorta di campanello d'allarme. In un'occasione, durante un'intervista televisiva, Merz ha affermato che il presidente argentino stava rovinando il suo Paese e calpestando il suo popolo.

Una tipica risposta da Merz. Il cancelliere tedesco vede il mondo attraverso un prisma che distorce la realtà. Parla come un autentico credente nell'onnipotenza dello Stato, una convinzione che non è mai stata scossa da una vita trascorsa al sicuro all'interno dell'establishment politico.

Poi, di tanto in tanto, qualcuno rompe i ranghi all'interno del consenso della sinistra tedesca e dice ad alta voce ciò che molti pensano veramente di Milei. Lo definiscono “autoritario” e una minaccia per i diritti umani. Nell'aprile di quest'anno, il partito della Sinistra tedesca ha addirittura presentato una mozione parlamentare che descriveva Milei come “ultra-neoliberale”. Provenendo da uno dei partiti politici più statalisti della Germania, un'etichetta del genere dovrebbe essere considerata un complimento. Dice molto di più sui limiti intellettuali dei suoi autori che su Milei stesso.

Ciò che colpisce e al tempo stesso preoccupa è quanto la retorica della cancelleria tedesca si sia avvicinata al linguaggio volgare tradizionalmente associato alla sinistra politica.

Eppure, nemmeno Javier Milei riesce a soddisfare appieno i libertari tedeschi. Il loro leader intellettuale, Hans-Hermann Hoppe, ex-professore all'Università del Nevada, Las Vegas e allievo di Murray Rothbard, si è lamentato, a pochi mesi dall'inizio della presidenza di Milei, del fatto che quest'ultimo non avesse mantenuto la sua principale promessa elettorale: l'abolizione della banca centrale.

La critica mette in luce una debolezza fondamentale di molti libertari: vivono nel mondo teorico della logica da manuale. In tale contesto, sembra inconcepibile che l'abolizione della banca centrale da un giorno all'altro possa far deragliare l'intera presidenza di Milei. Non ci vuole molta immaginazione per visualizzare l'alternativa: un collasso finanziario seguito dalla caduta del governo, proprio il tipo di scenario che metterebbe a repentaglio l'intero progetto di riforma di Milei.

Ma non è compito di Milei accontentare tutti. Alla fine, ogni leader politico di successo delude quasi tutti i suoi elettori: non elargisce favori e non fa promesse vuote. Il suo programma di austerità intransigente sta disintossicando lo Stato, ripristinando l'economia di mercato, smantellando i sussidi e trasformando in perdenti tutti coloro che per lungo tempo hanno vissuto a spese dello Stato senza dare un contributo produttivo, sostenuti dal clientelismo politico piuttosto che da una reale necessità economica.

Se Milei manterrà la sua linea e l'Argentina continuerà a ritrovare stabilità, è probabile che passi alla storia del Paese come un riformatore libertario che ha saputo coniugare convinzione e prudenza. Gli statalisti tedeschi – da Friedrich Merz e Lars Klingbeil a Ursula von der Leyen – farebbero bene a prepararsi: potranno ignorarlo, ridicolizzarlo o insultarlo, ma la realtà ha la brutta abitudine di insinuarsi silenziosamente nella mente delle persone.

Come scrisse Nietzsche in Così parlò Zarathustra: “I pensieri che giungono al passo di una colomba guidano il mondo”. Talvolta, però, arrivano accompagnati dal rombo di una motosega.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 1 settembre 2026

La classe media tedesca sotto assedio

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-classe-media-tedesca-sotto-assedio)

Risparmiate quando avete abbondanza, e ne avrete quando ce ne sarà bisogno. Un vecchio proverbio tedesco, che ora si rivela tragicamente profetico. Le difficoltà causate da un'ideologia socialista sono solo all'inizio. È probabile che questo esperimento eco-socialista continui a devastare il Paese fino a quando la sua sostanza economica non sarà completamente consumata.

Il nuovo anno è iniziato come è finito quello vecchio: un'incursione fiscale nelle tasche della classe media. A Bruxelles e Berlino si respira un senso di soddisfazione per il fatto che i cittadini siano stati silenziosamente, senza clamore, sottoposti a ulteriori aumenti delle tasse, i cui introiti, come la marea che sale, sollevano solo leggermente tutte le navi.

Il 1° gennaio, il prezzo della CO₂ per tonnellata di gas emesso è salito da €55 a €65. Questa tassa, applicata ai combustibili fossili come benzina, diesel, gas naturale e olio combustibile, si insinua come una linea rossa lungo l'intera catena del valore, arrivando persino a pesare sulle bollette delle famiglie. Il meccanismo di estrazione verde è ormai saldamente radicato nella società, finanziando in misura crescente le attività di Bruxelles e venendo difeso a spada tratta dai politici al governo.


La menzogna degli sgravi fiscali

Quando il governo federale celebra i suoi sgravi fiscali per le fasce di reddito basse e medie, la realtà racconta una storia diversa. In verità, questi implacabili esattori fiscali stanno ulteriormente aumentando il carico tributario. Solo l'opera fuorviante dei media generalisti impedisce che i costi di questo iperstato in continua espansione diventino pienamente visibili.

Il 2026 si sta rivelando un anno costoso per la classe media tedesca, in costante contrazione, come si è notato dal primo stipendio dell'anno. I tedeschi si sono trovati di fronte al vero costo di uno stato sociale eccessivamente esteso e dell'esperimento unico nel suo genere di trasformazione del sistema di previdenza sociale tedesco in un sistema assicurativo quasi globale.

Mai dalla Seconda guerra mondiale la classe media tedesca si era trovata ad affrontare una pressione fiscale ed economica di tale portata.


Il peso dei sussidi statali sulla classe media

Gli innumerevoli sussidi e interventi statali che finanziano il complesso settore delle “arti verdi”, la guerra in Ucraina e ora il rafforzamento militare costituiscono un attacco diretto alla classe media tedesca. Le imprese e i contribuenti pagano ogni anno un “prezzo di sangue” sempre più alto per sostenere le ambizioni ideologiche e di potere di Berlino e Bruxelles.

Il programma di sovvenzioni per le energie rinnovabili, l'EEG, tuttora attivo, da solo consuma oltre €16 miliardi per una rete energetica che, sin dalla fine dell'energia nucleare, non fornisce più una base sicura per la produzione industriale, spingendo i costi dell'elettricità, sia per l'industria che per le famiglie, a livelli vertiginosi. La “palla di ghiaccio” di Trittin è diventata un Himalaya dei costi che nessuno riesce a scalare.

Il declino industriale della Germania, che dura da sette anni e che ora sta accelerando, ripercorre fedelmente il percorso di distruzione deliberata della sua base industriale. Quasi 300.000 posti di lavoro nel settore industriale sono andati persi sin dal 2018: una tragedia, eppure apparentemente di scarsa preoccupazione per i politici di Berlino.

I tesorieri comunali, tuttavia, stanno subendo le conseguenze: con il crollo delle entrate fiscali delle imprese a causa della distruzione industriale, i cittadini possono aspettarsi tagli ai servizi pubblici e forti aumenti delle tasse. Scuole, asili, impianti sportivi: tutti dovranno affrontare drastici tagli. Un grande ringraziamento va all'ufficio di pianificazione centrale a Berlino.


Settore industriale sull'orlo del baratro: i prestiti si esauriscono

L'obiettivo di Friedrich Merz, Ursula von der Leyen e degli altri pianificatori centrali è chiaro: utilizzare i prestiti statali per occupare le capacità industriali liberate. Eppure, per quanto i finanziamenti affluiscano nel nuovo programma sociale sotto l'egida di un fondo speciale per la produzione verde e militare, l'effetto si è già esaurito. A dicembre dell'anno scorso, l'intero settore industriale dell'Eurozona, misurato dagli attuali indici PMI (Purchasing Managers' Index), è scivolato in recessione. Da sette anni ormai la Germania sta vedendo ridimensionarsi continuamente la sua industria.

Una vittoria per i pianificatori centrali di Bruxelles, il cui obiettivo è la neutralizzazione economica e geopolitica del Paese. Dopo anni di deindustrializzazione e ondate di fallimenti, questa strategia è difficile da interpretare diversamente. L'indice PMI tedesco si attesta ora a 47 punti, chiaramente in contrazione. Centinaia di migliaia di posti di lavoro andranno persi quest'anno. Solo l'anno scorso, 24.000 aziende sono fallite. Non sono ancora disponibili cifre precise sui deflussi di posti di lavoro e investimenti diretti netti; nel 2024, €64,5 miliardi sono usciti dalla Germania. L'industria tedesca non è più competitiva.


Il gioco dell'attribuzione delle colpe

I colpevoli vengono individuati rapidamente. Spesso si citano i dazi statunitensi, un tema caro ai media generalisti, sebbene la crisi sia iniziata ben prima dell'elezione di Donald Trump. Viene inoltre evidenziata la concorrenza del dumping cinese. Pur essendo un fattore da tenere in considerazione, il 99% dei problemi economici della Germania ha origini interne.

Nessuno ha costretto il Paese a tenere i confini spalancati per un decennio, spingendo il suo sistema di previdenza sociale sull'orlo del collasso, il tutto per creare nuove basi elettorali per la sinistra e per spezzare la resistenza della destra borghese.


Contrazione della classe media e calo degli investimenti

Questa tendenza si riflette anche nella classe media. L'indice DATEV PMI mostra un calo dei ricavi reali in tutti i settori, in particolare nel commercio, nell'edilizia e nei servizi al consumo. Gli investimenti sono pressoché congelati: solo il 20% delle imprese prevede un aumento degli investimenti, secondo il PMI di LBBW.

L'agenda ideologica ecologista ha lasciato il segno. Costi elevati dell'elettricità, redditi in calo e inflazione persistente stanno prosciugando le risorse della classe media. Il settore della vendita al dettaglio ne ha risentito per la prima volta durante il periodo natalizio: le vendite nominali sono aumentate dell'1,5%, ma le vendite reali sono diminuite dell'1% nel mese di punta.

Nel 2026, la classe media tedesca è costantemente afflitta dallo stress economico. Prezzi immobiliari elevati, tassi di interesse reali pari a zero sui risparmi e una rapida erosione della sostanza economica si scontrano con uno Stato in continua espansione. La burocrazia e l'apparato statale si stanno trasformando in un leviatano parassitario, finanziato da un numero sempre minore di contribuenti.


Conseguenze per l'industria, il commercio e i centri urbani

Troppo dipende dall'elevata creazione di valore industriale della Germania: imprese di servizi, alti redditi da fattori produttivi e finanze comunali solide, tutto ciò sta andando perduto, e i suoi effetti si riflettono nei centri urbani.

Dove un tempo la vita fioriva, ogni anno chiudono circa 5.000 negozi, una perdita irreparabile. La desolazione rispecchia ciò che i cittadini avvertono nelle proprie tasche: il declino è iniziato.

Il calo del potere d'acquisto della classe media è particolarmente evidente nel settore dell'ospitalità, dove le famiglie sono le prime a tagliare le spese. Gli hotel hanno perso il 3,7% del fatturato reale nel 2025, mentre ristoranti e bar hanno registrato un calo del 4,1% su base annua. Le famiglie risparmiano ovunque sia possibile. Gli alti costi energetici, l'aumento degli oneri sociali e l'indebolimento del mercato del lavoro lasciano dietro di sé una scia di declino economico.


Lezioni mancate: la popolazione e la crisi

Le crisi economiche strutturali impiegano tempo a penetrare nella coscienza pubblica. La maggior parte delle famiglie inizialmente stringe la cinghia senza lamentarsi.

Lo Stato sfrutta questa calma prima della tempesta per consumare la ricchezza dei cittadini più velocemente di quanto il settore privato sia in grado di compensare. Con un nuovo debito netto superiore al 5,5% quest'anno – inclusi gli artifici contabili – ciò è particolarmente evidente. La devozione di una parte della popolazione a una dottrina ideologica si trasforma in una tragedia costosa e distruttiva.

La Germania si trova ad affrontare una nazione impreparata a trarre le lezioni necessarie: invertire la politica migratoria, adattare l'apparato statale ipertrofico alle nuove realtà economiche e ridimensionarlo di conseguenza. Manca ancora una svolta verso un'economia di mercato meritocratica.

Finché queste lezioni non saranno apprese e messe in pratica, la Germania continuerà a declinare.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 31 agosto 2026

L'illusione fiscale della Germania: i mercati obbligazionari puniscono la spirale del debito di Merz

L'Europa ha avuto anni per prepararsi agli shock esterni, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, sviluppare le risorse interne, diversificare le fonti energetiche e ridurre il carico fiscale sulle imprese. Invece i governi europei hanno optato per l'interventismo, i sussidi e una maggiore spesa pubblica, e ora stanno rispolverando la retorica del razionamento. L'Europa è sopravvissuta alla crisi energetica del 2022 meno per merito di politiche brillanti e più per un sollievo temporaneo: un inverno mite, acquisti di emergenza di gas naturale liquefatto e una debole domanda asiatica per alcuni carichi. Quel periodo avrebbe dovuto essere sfruttato per riaprire la capacità nucleare, accelerare lo sviluppo delle risorse interne, garantire contratti di fornitura di gas a lungo termine e ridurre l'onere normativo per le industrie. Invece i governi europei hanno considerato un caso fortuito come un trionfo politico. L'Europa rimane esposta a perturbazioni nei mercati mondiali del GNL, all'instabilità in Medio Oriente, a possibili interruzioni delle forniture russe e all'aumento dei costi della competizione con l'Asia per i carichi energetici. Una regione che limita deliberatamente le proprie opzioni energetiche, tassa aggressivamente l'attività produttiva e impone vincoli ideologici agli investimenti non dovrebbe sorprendersi se ogni shock geopolitico si trasforma in un'emergenza economica. Anche le catene di approvvigionamento si stanno nuovamente deteriorando. Ad aprile i tempi di consegna dei fornitori si sono allungati al ritmo più sostenuto sin dal luglio 2022. Questa è la classica trappola politica europea: invece di consentire alle imprese di investire, adattarsi e trovare alternative, i governi europei rispondono alla scarsità con maggiori controlli, interventi e tassazione. I dati PMI più recenti mostrano che l'impatto si sta diffondendo e la fiducia dei consumatori conferma il danno. Le famiglie europee non reagiscono solo alle notizie provenienti dal Medio Oriente, ma a una realtà ben nota: energia costosa, tasse elevate, reddito disponibile reale debole, incertezza occupazionale e stati che offrono più restrizioni anziché maggiore crescita. L'Europa si trova, ancora una volta, di fronte a una prova politica: la risposta corretta non è il razionamento, il controllo dei prezzi o nuovi attacchi alle imprese. La risposta corretta è la deregolamentazione, la riduzione delle tasse, procedure di autorizzazione più rapide, il realismo energetico e una strategia seria per ricostruire la competitività industriale. L'area Euro non manca di talenti, capitali o imprese in grado di risolvere le sfide dell'approvvigionamento; manca di governi disposti a rimuovere gli ostacoli. La lezione è ovvia: gli shock esterni sono inevitabili, ma la debolezza strategica è una scelta.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lillusione-fiscale-della-germania)

La Germania è stata a lungo considerata un baluardo di stabilità fiscale nell'Eurozona. Tuttavia, la politica fiscale incostante del governo Merz sta ora creando tensioni sul mercato obbligazionario. I premi di rischio sui titoli di Stato tradizionali dei Paesi periferici come Italia, Portogallo e Spagna, rispetto ai Bund tedeschi, si stanno riducendo.

Da mesi, nei mercati obbligazionari europei si sta verificando un fenomeno notevole. Gli spread di rischio sui principali titoli di Stato decennali di Paesi come Italia, Portogallo e Spagna, rispetto alla Germania, considerata un punto di riferimento economico, sono in costante calo. I rendimenti spagnoli si attestano ora a soli 0,4 punti percentuali al di sopra dei Bund tedeschi; i titoli italiani – provenienti da un Paese con un rapporto debito/PIL di circa il 125% – presentano uno spread di appena 0,7 punti percentuali superiore.

È evidente che i capitali si stanno spostando dalla Germania verso altri segmenti obbligazionari europei. Il mercato sta forse scontando una politica fiscale tedesca catastrofica?


Ricalcolo dei prezzi della politica tedesca

La strategia tedesca in materia di debito è indubbiamente oggetto di una nuova valutazione da parte dei mercati. Con il cosiddetto fondo speciale, Berlino ha di fatto trascinato il Paese in una spirale del debito praticamente dall'oggi al domani. Nei prossimi dieci anni, verranno emessi oltre €850 miliardi di nuovo debito, che si aggiungeranno a un bilancio ordinario già in deficit del 2,5-3%.

Entro la fine del decennio, il debito pubblico tedesco si attesterà probabilmente intorno all'85-90% del PIL, e nulla lascia presagire un miracolo economico in grado di tirare fuori il Paese da questa spirale. I miracoli accadono nelle favole e nei libri per bambini, ma nemmeno Robert Habeck, coautore di libri per bambini, è riuscito a compiere un'impresa economica simile durante il suo mandato come Ministro dell'Economia.

Gli obblighi impliciti derivanti dai sistemi pensionistici e sociali non vengono nemmeno presi in considerazione, né in Germania né altrove. Ciò che conta nell'andamento dei rendimenti obbligazionari non è il livello assoluto, ma l'aumento relativo dell'indebitamento tedesco, e i mercati stanno prezzando proprio questo. Tutto ciò si scontra con una realtà economica che non crea alcun valore aggiunto significativo. La politica tedesca sta immettendo credito statale – che in seguito si manifesterà sotto forma di tasse più elevate e inflazione – in un vuoto economico, proprio come fanno i sistemi a pianificazione centralizzata.


Guardare al futuro

Gli investitori osservano la politica tedesca con occhio vigile: l'uscita dal nucleare, i prezzi dell'energia alle stelle che schiacciano l'industria, una politica migratoria che prosciuga lo stato sociale come un vampiro – tutto ciò influenza i prezzi dei Bund tedeschi. I mercati obbligazionari sono sempre una scommessa sul futuro, un giudizio sulla stabilità nazionale.

La conseguenza è chiara: i rendimenti sono in aumento. E continueranno a salire. Un debito sempre più consistente diventa sempre più costoso: è così che i mercati devono reagire.

Questi dati inconfutabili non possono essere minimizzati dagli esperti di comunicazione del Parlamento tedesco o dai media generalisti asserviti al governo tedesco. La produttività tedesca è stagnante dal 2018 e ora è in calo; la produzione industriale è crollata di circa un quinto; centinaia di migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero sono scomparsi, mentre solo il settore pubblico è in espansione, con una quota dello Stato nell'economia superiore al 50%.

La Germania si sta orientando verso un'economia di guerra che produce benefici pressoché nulli in termini di reale produzione economica. Accanto a un'“ecoeconomia” già fallimentare, questo settore parassitario consuma risorse, alimenta il lavoro fittizio e sostiene una rete di imprese estrattive. È finanziato da prelievi in ​​costante aumento che gravano sempre più sui lavoratori produttivi. La prosperità e la solidità economica vengono sistematicamente – e intenzionalmente – minate dai pianificatori centrali a Berlino e Bruxelles.

Questa spirale negativa viene consapevolmente e ideologicamente accelerata dal governo del cancelliere Friedrich Merz. La crisi viene orchestrata come soluzione, per piegare la popolazione all'agenda del socialismo climatico e consolidare il potere politico anche in un contesto di crescente tensione sociale. Un vero e proprio corso accelerato di ideologia, senza dubbio.

Ciò che sembra sfuggire ai pianificatori socialisti come Merz è questo: l'azione economica e la potenziale prosperità dipendono fondamentalmente da un'energia economica e affidabile. L'attuale crisi tedesca – il crollo della produttività e il declino industriale – parla da sé. Si è verificata senza necessità e si pone nella storia economica come un atto unico di vandalismo autoinflitto.

Il fatto che Merz e altri socialisti, ricorrendo a strategie mediatiche, a una censura sempre più incisiva e a continui attacchi alle imprese in eventi come i forum dei datori di lavoro, stiano cercando di guidare il loro nucleo politico attraverso la crisi dimostra una sola cosa: non capiscono che questa è una strada a senso unico. Il socialismo climatico è il problema, non la soluzione, e i mercati, insieme alla produzione tedesca, lo stanno dimostrando.

Eppure, questa mentalità è tipica dei politici intrappolati in camere di risonanza ideologiche. Lo abbiamo visto con il Ministro dell'Economia, Robert Habeck, un funzionario di partito mitizzato dai media ambientalisti filo-statali, completamente inesperto di economia e intellettualmente inadeguato. Non è riuscito a comprendere come si sia arrivati ​​alla crisi dei settori sovvenzionati che lui stesso aveva gonfiato con i salvataggi.

Il socialismo è un fenomeno ricorrente e cambia sempre pelle. Il socialismo climatico, come i suoi predecessori, fallirà a causa dell'impoverimento di massa. Per la Germania si prospettano anni difficili e nulla sembra in grado di impedire al volgare socialismo verde di metastatizzarsi nel Paese. Le capitali dell'UE sono diventate avamposti periferici del nucleo canceroso di Bruxelles.

Alcuni cambiamenti sono già visibili. L'Italia, ad esempio, ha iniziato a trasferire le riserve auree dalla banca centrale ai caveau statali e sta perseguendo l'indipendenza energetica attraverso il gas nordafricano. Sul mercato obbligazionario, questo aspetto viene premiato: i rendimenti e i premi di rischio sono in calo. Gli investitori sembrano considerare l'Italia come una “prima sopravvissuta” a una grave crisi dell'euro. La Germania non ha una narrazione simile.

A peggiorare ulteriormente la situazione c'è l'impegno quasi incomprensibile di Berlino nel conflitto ucraino, senza alcun mandato democratico, che accelera il degrado finanziario. Merz prevede di convogliare circa €11,5 miliardi dal bilancio federale del 2026 direttamente nel buco nero di Kiev – una posizione condivisa da Parigi, Londra e Bruxelles – completamente scollegata dalla realtà e che esclude persino la possibilità di un ritiro completo degli Stati Uniti dal teatro europeo.

Questa follia geopolitica si ripercuote sui mercati obbligazionari. I leader tedeschi stanno giocando a Va banque, senza alcun senso storico, responsabilità o lungimiranza.

Chi spera che l'aumento del rapporto debito/PIL in Francia e Belgio (presto superiore al 120%) possa disinnescare l'ipercrescita statale attraverso i mercati obbligazionari potrebbe rimanere deluso. Il Giappone dimostra che anche un debito fortemente finanziato internamente – con rapporti storicamente estremi intorno al 235% del PIL – può rimanere a galla per un certo periodo, sebbene gli obblighi futuri non vengano conteggiati. I mercati prezzano che la BCE proteggerà il debito dell'Eurozona acquistando obbligazioni in eccesso, ritardando così il collasso. Ma come interverrà ora – dopo il “bazooka” del 2020 – rimane opaco e poco chiaro. I premi di rischio svelano il mistero.

Il fatto che i titoli del Tesoro statunitensi vengano scambiati con un premio di circa l'1,3% rispetto ai titoli tedeschi – e di 60 punti base rispetto a quelli greci e italiani – è grottesco, considerate le debolezze strutturali dell'Europa. Questa netta discrepanza tra la realtà economica e la valutazione dei titoli obbligazionari grida a gran voce manipolazione da parte delle banche centrali di Francoforte.

Prevedere quando i mercati declasseranno finalmente un pilastro dell'Eurozona — probabilmente prima la Francia — e faranno crollare l'intero castello di carte del debito è impossibile. Come scrisse Hemingway in Il sole sorgerà ancora : “Come sei finito in bancarotta? In due modi, rispose Mike. Gradualmente, poi all'improvviso”.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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