venerdì 24 aprile 2026

L'Impero che non è mai morto: come la Gran Bretagna ha usato i conflitti per costruire il sistema invisibile che controlla il vostro denaro

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Vivify Mariposa

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/publish/post/194771960)

Lo scorso settembre ho pubblicato il pezzo, La Gran Bretagna possiede ancora l'America. Quell'articolo dava un nome al meccanismo e dimostrava che l'acquisto della Louisiana fu finanziato dalla Barings Bank di Londra. Dimostrava che la Federal Reserve si coordina con la Banca d'Inghilterra, che l'intelligence dei Five Eyes mantiene i policymaker americani dipendenti dalle valutazioni britanniche. Molti di voi si sono subito ritrovati in esso, perché avevate già osservato lo stesso schema senza però saperlo definire.

Un amico mi ha chiesto di recente perché sostengo il presidente Trump quando la stampa continua invece a dire che le sue linee di politica stanno fallendo. La mia risposta è semplice: non seguo la stampa, seguo gli schemi e la storia. Quella conversazione è il motivo per cui ho scritto questo articolo.

Questo testo è scritto per coloro che sono stati addestrati a seguire la narrazione dominante e a ignorare i fatti e il proprio istinto. Per coloro che sanno che qualcosa non va, ma non riescono a definirlo perché il sistema che è sbagliato è anche il sistema che ha fornito loro il vocabolario.

Se avete letto i miei lavori precedenti, riconoscerete alcuni elementi di questo articolo ed è qui dove tutti quei fili si connettono in un unico sistema. Non si tratta di un'introduzione, questa volta: è il quadro completo.

Molti si chiedono come una minuscola nazione insulare con 67 milioni di abitanti riesca ancora a controllare parti significative del sistema finanziario mondiale a più di 75 anni dalla presunta fine del suo impero.

Questa è la domanda sbagliata.

La domanda giusta è: l'impero è davvero finito?

Non è andata così. Si è trasformato: le parti costose sono state eliminate, le parti redditizie sono state mantenute e la parte più redditizia di tutte non sono mai state le colonie o i territori, bensì il conflitto. Nello specifico la capacità di creare, sostenere e trarre profitto da un conflitto permanente in posizioni strategiche in tutto il mondo.

Questo articolo segue i soldi, non la narrazione.


La prima cosa che dovete capire sugli imperi

Gli imperi non muoiono, mutano.

Roma non scomparve. Il suo sistema giuridico, la sua lingua, le sue strutture amministrative divennero il fondamento di ogni governo europeo successivo. La Chiesa cattolica romana tramandò la struttura istituzionale romana per secoli dopo la caduta dell'ultimo imperatore.

Nemmeno l'Impero britannico è scomparso. Al suo apice controllava circa un quarto delle terre emerse e un quarto della popolazione mondiale. Dopo la Seconda guerra mondiale sembrò sul punto di crollare. Le colonie ottennero l'indipendenza, le bandiere furono ammainate. Nel 1997 quando la Gran Bretagna cedette Hong Kong alla Cina, l'ultimo tassello importante sembrava ormai essere saprito.

Ma gli imperi che pianificano in anticipo non ripongono tutto il loro potere nelle bandiere.

La classe dirigente britannica aveva capito qualcosa che la maggior parte delle persone ancora ignora: non è necessario governare un territorio per controllarlo. È necessario controllare i meccanismi che ne regolano il funzionamento: le assicurazioni, il sistema bancario, i sistemi monetari, le reti di intelligence, i quadri giuridici.

La Gran Bretagna ha conservato tutte queste caratteristiche e per mantenerle rilevanti aveva bisogno di qualcos'altro.

Era necessario il conflitto per continuare a generare rischi, perché è nel rischio che si trovano i soldi.


L'architettura che hanno costruito

Prima di arrivare al conflitto, è necessario comprendere la struttura finanziaria, perché il conflitto la alimenta direttamente.

Nel novembre del 1910 sei uomini salirono a bordo di un treno privato nel New Jersey usando nomi falsi. Si facevano chiamare “First Name Club”. Non usavano i cognomi, né con i camerieri, né con nessun altro. Uno di loro portò con sé un fucile preso in prestito per rendere più credibile la storia della caccia alle anatre. In realtà non stavano cacciando anatre.

Stavano andando a Jekyll Island, in Georgia, per redigere il Federal Reserve Act.

I sei rappresentavano JP Morgan, Rockefeller e Kuhn, Loeb & Co. Insieme controllavano un quarto della ricchezza mondiale. Frank Vanderlip, uno di loro, scrisse in seguito: “Se si venisse a sapere pubblicamente che il nostro gruppo si è riunito e ha redatto una legge bancaria, quella legge non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere approvata dal Congresso”.

Sapevano che l'opinione pubblica lo avrebbe impedito, perciò essa venne tenuta fuori.

La legge sulla Federal Reserve fu approvata nel dicembre del 1913. La Corte d'Appello degli Stati Uniti per il Nono Circuito affermò in seguito nel caso Lewis v. Stati Uniti: “Le banche della Federal Reserve non sono strumenti federali, ma sono società indipendenti, di proprietà privata e a controllo locale”.

Si tratta di un tribunale federale, non di una teoria.

Le 12 banche Federal Reserve sono società private e le banche che ne fanno parte possiedono azioni in esse. Per legge ricevono un dividendo annuo fisso del 6%, partecipano alla selezione dei policymaker in materia di politica monetaria statunitense. La Federal Reserve non riceve finanziamenti dal Congresso, ma si autofinanzia.

Ora, ecco ciò che la maggior parte delle persone non chiede: da chi hanno copiato questa struttura quelle persone a Jekyll Island?

La Banca d'Inghilterra: fondata con statuto reale nel 1694 sotto il re Guglielmo III e la regina Maria II, entrambi azionisti originari; di proprietà privata di azionisti della City di Londra per 252 anni, dal 1694 fino alla nazionalizzazione nel 1946. Questo era il modello che il cartello bancario americano ha esplicitamente studiato e replicato.

Paul Warburg, che diresse il procedimento di Jekyll Island, aveva trascorso anni a studiare la Banca d'Inghilterra prima di emigrare dalla Germania. Il Piano Aldrich si ispirò apertamente a esso.

La Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra non sono due sistemi separati: sono due pilastri dello stesso sistema. Londra detiene le infrastrutture più datate, la rete offshore per la segretezza finanziaria e il monopolio assicurativo; Washington detiene il dollaro e il sostegno finanziario alla difesa nazionale.


La Banca d'Inghilterra e l'eurodollaro

Dopo la Seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna aveva perso l'impero visibile, ma possedeva qualcosa di ben più prezioso: la fiducia del mondo in Londra come centro finanziario.

Nel 1956 i banchieri londinesi, con l'incoraggiamento e il sostegno diretto della Banca d'Inghilterra, inventarono l'eurodollaro. Strumenti denominati in dollari creati e scambiati a Londra, al di fuori della giurisdizione regolamentare statunitense. La Banca d'Inghilterra non si imbatté in questa iniziativa per caso: fu una linea di politica deliberata per preservare la posizione di Londra come centro della finanza mondiale quando il predominio del dollaro minacciava di soppiantare la sterlina.

Quando Nixon pose fine al legame tra dollaro e oro nel 1971 e Kissinger negoziò l'accordo sui petrodollari con l'Arabia Saudita, i proventi del petrolio del Golfo confluirono in due destinazioni: titoli del Tesoro statunitensi e depositi in eurodollari presso banche commerciali private di Londra. Queste banche londinesi prestarono a loro volta i petrodollari all'America Latina per l'acquisto di petrolio. Un circuito chiuso che generava commissioni a ogni passaggio per le banche intermedie.

Quando Volcker rialzò i tassi di interesse statunitensi al 19,1% nel 1981, i Paesi latinoamericani non furono in grado di onorare quel debito denominato in dollari. Il Messico dichiarò default nel 1982; Argentina, Brasile e Venezuela furono i successivi. Le banche furono salvate, i lavoratori subirono l'austerità. Le comunità della classe operaia di un intero continente pagarono per una decisione presa da banchieri non eletti a Washington, in coordinamento con Londra.

Questa è l'architettura finanziaria, ma un'architettura che trae profitto dal rischio ha bisogno di rischio per poter trarre profitto. Ed è qui che entrano in gioco Iran e Israele.


La banca dietro le banche

Al di sopra della Federal Reserve e della Banca d'Inghilterra si trova la Banca dei Regolamenti Internazionali, fondata a Basilea, in Svizzera, nel 1930. È la banca delle banche centrali. I suoi 63 membri rappresentano il 95% del PIL mondiale. La Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra siedono nel suo organo di governo.

La BRI detiene dal 10 al 15% delle riserve monetarie di tutte le banche centrali; stabilisce gli standard bancari mondiali attraverso gli Accordi di Basilea. Ogni grande banca del mondo deve rispettarli. Le sue decisioni vengono prese a porte chiuse: nessuna conferenza stampa, nessuna trascrizione, nessun conteggio dei voti.

Il suo capitale iniziale proveniva dalle stesse famiglie di banchieri che hanno creato la Federal Reserve. Nessun organo eletto ha approvato questo assetto, messun elettore lo ha scelto. Semplicemente esiste ed esiste dal 1930. Tutte le principali banche del mondo rispondono ad essa.


Lloyd's: il monopolio assicurativo sui conflitti mondiali

Lloyd's di Londra nacque in una caffetteria di Tower Street nel 1688. Mercanti, marinai e armatori si riunivano lì. Gli assicuratori si incontravano in quel luogo perché Lloyd's forniva le informazioni più aggiornate sul settore marittimo. Essi apponevano la propria firma sotto i termini del rischio che si impegnavano a coprire. È da qui che deriva la parola “underwriter” (assicuratore).

Nel 1774 gli assicuratori si formalizzarono in un'associazione. Nel 1871 il Parlamento la riconobbe ufficialmente per legge: quello che era iniziato come un caffè si trasformò nel mercato assicurativo più potente del mondo.

Lloyd's non è una compagnia di assicurazioni: è un mercato, regolato da leggi del Parlamento, all'interno del quale consorzi di investitori finanziari mettono in comune e ripartiscono il rischio. Nel 2024 il mercato ha fatto registrare premi lordi per £52,1 miliardi. Circa il 40-50% di tale importo proveniva dal Nord America; gli Stati Uniti rappresentano il mercato più importante per Lloyd's.

È la più grande compagnia di assicurazione per rischi speciali negli Stati Uniti e la più grande compagnia di riassicurazione non statunitense operante in America. Quando le compagnie assicurative statunitensi si trovano ad affrontare un rischio troppo grande, troppo insolito, o troppo catastrofico per le loro capacità, si rivolgono a Lloyd's. Impianti nucleari, satelliti, piattaforme petrolifere in acque ostili, navi mercantili in transito in zone di guerra.

Circa il 90% del commercio mondiale si svolge via mare. Lo Stretto di Hormuz, largo 34 chilometri all'imboccatura del Golfo Persico, movimenta circa 21 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa al 20% delle forniture mondiali di petrolio trasportato via mare. Il petrolio che alimenta Giappone, Corea del Sud, India, Cina ed Europa passa attraverso quello Stretto.

Da oltre 300 anni Lloyd's è il principale assicuratore dei rischi di guerra marittima per le petroliere che transitano in quel corridoio. Controllare le assicurazioni significa controllare chi può navigare; controllare chi può navigare significa controllare l'approvvigionamento energetico dell'economia mondiale.

Quando le rotte marittime diventano pericolose, i premi assicurativi per il rischio di guerra aumentano vertiginosamente. A volte anche del 400% in pochi giorni. Ogni operatore di petroliere, ogni compagnia di navigazione, ogni vettore di merci al mondo deve pagare Lloyd's se vuole navigare in acque contese. A questa portata non ci sono alternative.

Per Lloyd's il conflitto non è un problema: il conflitto è il prodotto.

I numeri lo dimostrano. Quando gli attacchi degli Houthi contro le navi mercantili nel Mar Rosso sono iniziati alla fine del 2023, i premi per il rischio di guerra sono aumentati di venti volte nel giro di poche settimane. Quando gli Stati Uniti e Israele hanno effettuato operazioni militari contro l'Iran all'inizio del 2026, tutti gli armatori hanno dovuto affrontare un aumento dei premi da quattro a cinque volte superiore. Le navi con collegamenti americani, britannici, o israeliani, hanno pagato tre volte di più rispetto a tutte le altre. Per una singola petroliera moderna del valore di $130 milioni, un transito attraverso una zona di guerra designata potrebbe costare oltre $1 milione solo in premi per il rischio di guerra. Questo non è un effetto collaterale del conflitto: questo è il modello di business.


L'Iran e la distruzione della Persia

Nel 1908 la Gran Bretagna scoprì il petrolio in Persia. L'Anglo-Persian Oil Company, che in seguito divenne British Petroleum, assicurò alla Gran Bretagna un controllo assoluto sulle risorse energetiche persiane e durò per decenni. Per la Gran Bretagna la Persia non era un Paese, ma una risorsa.

Nel 1951 il Primo Ministro iraniano, Mohammad Mossadegh, nazionalizzò l'industria petrolifera iraniana. Voleva che i proventi del petrolio iraniano andassero agli iraniani; la Gran Bretagna rispose con un blocco navale e sanzioni economiche. Quando ciò non fu sufficiente, l'MI6 e la CIA pianificarono ed eseguirono congiuntamente un colpo di stato nel 1953. L'Operazione Ajax: Mossadegh fu deposto e lo Scià fu reinsediato al potere. Gli interessi petroliferi britannici furono protetti.

Lo Scià fu un partner affidabile per 26 anni. Gran Bretagna e Stati Uniti gli vendettero armi, addestrarono le sue forze di sicurezza e mantennero una cooperazione in materia di intelligence. L'accordo funzionò per entrambi.

Nel 1979 tutto ebbe fine. La Rivoluzione iraniana portò al potere l'Ayatollah Khomeini. La vecchia Persia stabile, quella che avrebbe potuto svilupparsi in un Paese prospero e modernizzato, era scomparsa. Al suo posto subentrò un governo islamico radicale e un confronto permanente contro l'Occidente.

La Gran Bretagna e gli Stati Uniti non hanno causato da soli la Rivoluzione iraniana, ma i decenni di sostegno a una monarchia corrotta che brutalizzava la propria popolazione attraverso la SAVAK, la polizia segreta da loro addestrata, crearono le condizioni per la reazione esplosiva che la provocò. Inoltre l'intelligence britannica monitorava e in alcuni casi agevolava le reti di opposizione iraniane da anni prima dello scoppio della rivoluzione. La Francia concesse asilo a Khomeini a Neauphle-le-Château, con l'intelligence occidentale che teneva d'occhio ogni sua mossa.

Ciò che seguì non fu solo un cambiamento politico, fu la creazione di un nemico permanente nel punto di strozzatura energetica strategicamente più critico della Terra.

Lo Stretto di Hormuz è diventato territorio conteso. L'Iran ha sviluppato la capacità di minacciare o chiudere lo Stretto. Ogni volta che le tensioni con l'Iran aumentano, i premi delle assicurazioni marittime schizzano alle stelle; ogni compagnia di petroliere del mondo chiama i Lloyd's e il denaro affluisce a Londra.

La vecchia e stabile Persia non avrebbe mai generato questo flusso di entrate; l'Iran destabilizzato che l'ha sostituita lo genera in modo continuativo.

Questo è lo schema.


Israele e il punto critico permanente

Dopo la Seconda guerra mondiale il popolo ebraico aveva un bisogno urgente e legittimo di una patria. Era sopravvissuto a uno sterminio di massa e aveva bisogno di sicurezza. Il bisogno era reale e l'urgenza era reale.

La Gran Bretagna aveva fatto promesse nella regione fin dal 1917, quando la Dichiarazione di Balfour espresse il sostegno britannico alla creazione di una patria nazionale ebraica in Palestina. La Gran Bretagna fece quelle promesse per ragioni belliche e aveva bisogno del sostegno degli ebrei in America e in Russia per vincere la Prima guerra mondiale. Allo stesso tempo fece promesse ai leader arabi e stipulò accordi segreti con la Francia sulla spartizione della regione. Tre promesse diverse a tre parti diverse riguardo allo stesso territorio.

Classico mercanteggiamento imperiale: fare qualsiasi promessa pur di vincere la guerra, valutare le conseguenze in seguito.

Le conseguenze non si stavano manifestando da sole, ma venivano create.

Il popolo ebraico accettò il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947. La leadership araba lo respinse e cinque eserciti arabi invasero il nuovo Stato di Israele il giorno dopo la dichiarazione di indipendenza, nel maggio del 1948.

La Gran Bretagna aveva confinato un popolo disperato, sopravvissuto a un genocidio, in un piccolo territorio circondato da vicini ostili, senza alcuna profondità strategica e senza zone cuscinetto naturali. Il conflitto che ne è derivato si protrae da oltre 75 anni senza una soluzione significativa.

Nel corso di questi 75 anni il Medio Oriente è rimasto una delle regioni più instabili al mondo. I premi delle assicurazioni marittime per il Mediterraneo orientale e il Mar Rosso hanno fatto registrare periodicamente picchi elevati. Le assicurazioni contro il rischio politico nella regione prevedono premi esorbitanti e l'infrastruttura finanziaria che trae profitto da una prolungata instabilità non ha mai dovuto temere lo scoppio di una pace.

Quest'ultima rappresenterebbe un problema per il sistema; il conflitto permanente ne è una caratteristica.

Il popolo ebraico aveva bisogno di sicurezza. Gli inglesi sfruttarono questo bisogno: li collocarono in un luogo che garantiva loro di dover lottare continuamente per la sopravvivenza, mentre l'architettura finanziaria con centro a Londra incassava premi di rischio sul caos.

Tutto questo non è antisemita, è l'esatto contrario. Il popolo ebraico è stato sfruttato e la sua legittima disperazione è stata trasformata in uno strumento di controllo finanziario.


L'impero nascosto: Corona, City e rete offshore

L'impero visibile finì e l'impero nascosto crebbe.

La Corona britannica detiene più terre di qualsiasi altra istituzione sulla Terra. La cifra citata più frequentemente è di 6,6 miliardi di acri, circa il 16% della superficie terrestre totale del pianeta, detenuti attraverso il Crown Estate, il Ducato di Lancaster e i territori sotto l'autorità della Corona.

Re Carlo III è il capo di Stato di 15 Paesi: Australia, Canada, Nuova Zelanda, Giamaica e altri dieci tra Caraibi e Pacifico. In ognuno di essi il rappresentante della Corona detiene l'autorità costituzionale di destituire i Primi ministri eletti e sciogliere i parlamenti in virtù dei “poteri di riserva”.

Non si tratta di una formalità. Nel 1975 il Governatore Generale, John Kerr, usò quei poteri per destituire il Primo ministro australiano eletto Gough Whitlam. Quest'ultimo aveva avviato un processo di nazionalizzazione delle miniere australiane e cercato di porre fine alle operazioni di intelligence statunitensi sul suolo australiano. La decisione di rimuoverlo fu presa da un rappresentante della Corona britannica, non dal popolo australiano.

Nel cuore di Londra una giurisdizione di un miglio quadrato opera secondo un quadro giuridico che precede di secoli la nascita del Parlamento britannico. La City of London Corporation ricevette il suo primo statuto reale nel 1067, l'anno successivo alla conquista normanna. Possiede una propria forza di polizia, propri tribunali e un proprio bilancio, denominato “City's Cash”, non soggetto a revisione contabile pubblica. Le aziende più grandi hanno più voti nelle sue elezioni e i voti vengono espressi dall'amministratore delegato, non dai dipendenti.

La City ha un rappresentante chiamato Remembrancer che siede nella galleria della Camera dei Comuni e monitora tutta la legislazione che potrebbe incidere sugli interessi della City. Questa carica esiste dal 1571. Si tratta del lobbista permanente della City, insediato per legge all'interno del Parlamento britannico.

L'ex-Primo ministro, Clement Attlee, scrisse nel 1937: “Abbiamo visto più e più volte che in questo Paese esiste un altro potere oltre a quello che ha sede a Westminster. La City di Londra, termine comodo per indicare un insieme di interessi finanziari, è in grado di imporsi sul Governo di questo Paese. Coloro che controllano il denaro possono perseguire una linea di politica, sia in patria che all'estero, contraria a quella decisa dal popolo”.

Lo scrisse nel 1937, nazionalizzò poi la Banca d'Inghilterra nel 1946. La legge di nazionalizzazione non ne limitò in alcun modo la libertà d'azione. La City rimase fuori dalla sua portata.

In tutto il mondo la Gran Bretagna mantiene una rete di dipendenze della Corona e territori d'oltremare che fungono da rete finanziaria offshore più importante al mondo. Jersey, Guernsey, Isola di Man, tutti al di fuori della legislazione fiscale dell'UE e del Regno Unito. Isole Cayman, Isole Vergini britanniche, Bermuda, Gibilterra.

Le Isole Vergini Britanniche registrano ogni anno oltre 400.000 società in un territorio con meno di 35.000 residenti. Più della metà delle società coinvolte nello scandalo Panama Papers ha scelto le Isole Vergini Britanniche come giurisdizione di costituzione. Le Isole Cayman ospitano oltre 20.000 fondi di investimento. Le Bermuda si sono specializzate nel settore assicurativo e riassicurativo, con un collegamento diretto al mercato di Lloyd's.

Il Tax Justice Network stima che le dipendenze della Corona britannica e i territori d'oltremare costino al mondo $169 miliardi all'anno in perdite fiscali. I tre peggiori, le Isole Vergini Britanniche, le Isole Cayman e le Bermuda, sono tutti sotto l'autorità della Corona britannica. Gli Stati Uniti perdono circa $176 miliardi all'anno di entrate fiscali a causa di questa rete.

L'impero non è morto: ha imparato a nascondere meglio i suoi profitti.


La prova del LIBOR

Per almeno otto anni, dal 2005 al 2012, le banche che stabilivano il London Interbank Offered Rate (LIBOR) lo manipolavano. Il LIBOR era il tasso di interesse di riferimento per strumenti finanziari mondiali per un valore stimato di $800.000 miliardi. Ogni mutuo a tasso variabile in America era legato a un tasso fluttuante; ogni prestito studentesco era indicizzato al LIBOR; ogni contratto commerciale era basato su di esso. Il prezzo di tutti questi contratti era determinato da cifre presentate quotidianamente a Londra da banche che si coordinavano per far sì che tali cifre corrispondessero alle esigenze delle loro posizioni di trading.

Un trader a un soggetto che aveva presentato un'istanza, come documentato negli atti giudiziari: “Domani abbiamo un'altra importante impostazione dei tassi e, visto il movimento del mercato, speravo di poter fissare alcuni LIBOR al livello più alto possibile”.

A volte succedeva tutti i giorni... per otto anni.

Tra le banche ritenute colpevoli figurano Barclays, Deutsche Bank, UBS, Citigroup, JPMorgan Chase, Royal Bank of Scotland e HSBC. Le multe globali hanno superato i $9 miliardi. Nel 2015, oltre alle sanzioni relative al LIBOR, cinque banche si sono dichiarate colpevoli di reati penali per manipolazione dei mercati monetari.

Le prove emerse dalle testimonianze rese davanti al Parlamento britannico suggeriscono che la Banca d'Inghilterra fosse a conoscenza della manipolazione anni prima che diventasse di dominio pubblico e non abbia intrapreso alcuna azione. Il vice governatore della Banca d'Inghilterra ha dichiarato alla Commissione del Tesoro del Parlamento di esserne venuto a conoscenza solo “nelle ultime settimane” prima dello scoppio dello scandalo. Documenti, telefonate e testimonianze giurate rese alle autorità statunitensi suggeriscono che tale affermazione fosse falsa.

L'ex-sottosegretario al Dipartimento del Tesoro, Paul Craig Roberts, ha dichiarato pubblicamente: “Le motivazioni della FED, della Banca d'Inghilterra e delle banche statunitensi e britanniche sono allineate, le loro linee di politica si rafforzano e si avvantaggiano a vicenda. La manipolazione del LIBOR è un'ulteriore prova di questa collusione”.

Il sistema che determinava il prezzo del rischio a livello mondiale era gestito dalle stesse istituzioni che traggono profitto dal rischio... e manipolavano i prezzi.


Il sistema bancario ombra e il crollo di Market Financial Solutions

Dopo la crisi finanziaria del 2008 le autorità di regolamentazione hanno imposto requisiti patrimoniali più stringenti alle banche commerciali attraverso Basilea III. Le banche hanno dovuto detenere maggiori capitali e astenersi dalle categorie di prestito più rischiose. Questo poteva sembrare una riforma, in realtà ha semplicemente spostato un'intera categoria di prestiti verso istituzioni finanziarie non bancarie, fondi di credito privati, hedge fund e gestori patrimoniali che non erano regolamentati come le banche e non erano soggetti a requisiti patrimoniali.

Questo sistema bancario ombra è cresciuto da una nicchia a un'industria mondiale da $2.000 miliardi. E si è finanziata prendendo in prestito dalle stesse banche che si erano ritirate dall'erogazione diretta di prestiti. Le banche hanno ridotto la loro esposizione al rischio visibile, ottenendo un'esposizione indiretta prestando denaro ai fondi che le avevano sostituite.

Entro la fine del 2025 il totale dei prestiti bancari statunitensi agli istituti finanziari non bancari ha raggiunto $1.570 miliardi, con un aumento del 35% rispetto all'anno precedente. Le banche avevano impegnato oltre $500 miliardi in linee di credito non utilizzate a favore di questi istituti non bancari. In caso di crisi questi fondi privati ​​attingono a tali linee di credito provenienti dalle banche commerciali.

Lo schema del 2007 si sta ripetendo in una forma diversa.

Il 20 febbraio 2026 Market Financial Solutions Ltd, una società londinese specializzata in prestiti immobiliari, ha presentato istanza di fallimento nel Regno Unito. Nel giro di pochi giorni l'Alta Corte ha approvato l'amministrazione controllata dopo che i creditori avevano denunciato una frode su vasta scala. L'accusa: doppia ipoteca. Gli stessi immobili erano stati utilizzati come garanzia per più prestiti senza alcuna comunicazione. Gli amministratori giudiziari hanno stimato che le garanzie verificabili ammontassero a soli £230 milioni a fronte di prestiti per un valore di £1,16 miliardi. Un deficit di garanzie pari a £930 milioni.

Barclays aveva un'esposizione di circa £600 milioni; Atlas SP Partners di Apollo ne aveva circa £400 milioni; anche Jefferies, Santander e Wells Fargo erano tra gli istituti di credito. Le azioni di Barclays sono crollate del 4,2%, quelle di Jefferies del 10,7% e quelle di Santander di quasi il 5% in un solo giorno.

Il caso MFS non è stato un caso isolato: il fallimento di Thrasio nel 2024, il crollo di Tricolor Holdings alla fine del 2024, la presunta frode da $2,3 miliardi di First Brands Group nel gennaio 2025, Blue Owl Capital costretta a limitare permanentemente i prelievi da un fondo di credito al dettaglio. I default sul credito privato sono saliti a un livello record del 9,2% alla fine del 2025. Il fondo di punta di Blackstone, il Private Credit Fund, ha fatto registrare richieste di rimborso per $6,5 miliardi nel primo trimestre del 2026.

Nell'ottobre del 2025 Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, aveva avvertito che sarebbero emersi altri “scarafaggi” dal mercato del credito privato. Dove ne vedi uno, ce ne sono altri dietro il muro.

Il Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d'Inghilterra del dicembre 2025 ha affermato che i rischi per la stabilità finanziaria sono aumentati nel corso del 2025, che le valutazioni degli asset rischiosi rimangono notevolmente elevate e che i mercati privati ​​sono cresciuti in modo significativo senza essere stati messi alla prova da uno stress macroeconomico generalizzato della portata attuale. Il Governatore della Banca d'Inghilterra ha paragonato alcuni dei prestiti al credito privato al crollo dei mutui subprime che ha preceduto il 2008.


Lo Stretto di Hormuz e il cambiamento previsto per il 2026

All'inizio del 2026 l'escalation militare tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto una soglia critica. Gli attacchi iraniani contro le navi mercantili del Golfo hanno provocato un'impennata del 400% dei premi assicurativi marittimi in un breve periodo. Gli assicuratori di Lloyd's e i club P&I (protezione e indennizzo) hanno iniziato a ritirare la copertura assicurativa per le navi in ​​transito nello Stretto di Hormuz.

Circa 1.000 navi, circa la metà delle quali petroliere e gasiere con un valore complessivo dello scafo superiore a $25 miliardi, sono rimaste di fatto bloccate o impossibilitate a salpare. Il petrolio può stare fermo in una petroliera, pronto per essere trasportato. Senza assicurazione, la nave non lascia il porto. Le compagnie di navigazione non possono finanziare le operazioni delle navi senza assicurazione; le banche non concedono prestiti a fronte di scafi non assicurati.

Trump ha risposto: la US International Development Finance Corporation fornirà un'assicurazione contro il rischio politico per il commercio marittimo nel Golfo. La Marina statunitense scorterebbe le petroliere attraverso Hormuz.

Nel giro di 48 ore le compagnie assicurative americane hanno iniziato a muoversi per sostituire la copertura di Lloyd's, entrando in un mercato che l'infrastruttura finanziaria britannica aveva di fatto monopolizzato fin dal XVII secolo. Gli analisti di JPMorgan hanno stimato l'esposizione assicurativa totale per le navi nel Golfo Persico a circa $352 miliardi. Il limite massimo previsto dalla legge per la DFC è di $205 miliardi. C'è quindi un divario di $147 miliardi.

Per la prima volta in oltre 300 anni il quasi monopolio di Londra sulla determinazione del rischio di prezzo per il punto di strozzatura energetica più critico del mondo è stato messo in discussione e parzialmente sostituito. Il Paese che controlla l'assicurazione dell'approvvigionamento petrolifero mondiale controlla l'approvvigionamento petrolifero stesso. Ora quel ruolo è ricoperto da un altro soggetto.

Diego Garcia e il segnale di paura

Nel 2025 la Gran Bretagna ha negoziato un accordo per cedere la sovranità sull'arcipelago delle Chagos, inclusa Diego Garcia, a Mauritius, concedendo in affitto per 99 anni solo la base. L'accordo prevedeva un pagamento di circa £3,4 miliardi in 99 anni.

Diego Garcia non è un territorio qualunque. Si tratta di una base militare congiunta anglo-americana situata nell'Oceano Indiano centrale, utilizzata per operazioni di bombardamento a lungo raggio in Afghanistan e Iraq, nonché per attacchi contro obiettivi Houthi in Yemen. La sua importanza strategica è cruciale per qualsiasi azione militare nella regione dell'Oceano Indiano e del Golfo Persico.

Trump attaccò pubblicamente l'accordo definendolo “una grande stupidaggine”. Emersero notizie secondo cui gli Stati Uniti avevano cambiato posizione dopo che il Regno Unito si era rifiutato di autorizzare l'utilizzo di Diego Garcia per attacchi preventivi contro l'Iran. Il Parlamento britannico rinviò la ratifica più volte; a marzo di quest'anno la legge era ancora bloccata.

Il mese scorso sono emerse notizie secondo cui l'Iran avrebbe lanciato due missili balistici in direzione di Diego Garcia. Uno di questi, a quanto pare, non ha raggiunto la destinazione, mentre l'altro è stato intercettato. L'Iran ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Questo è il sistema che segnala il suo stato di stress. La base che ha garantito la presenza militare occidentale nell'Oceano Indiano per decenni si trova in un limbo giuridico. Il Paese che ha costruito l'architettura finanziaria attorno al conflitto gestito nella regione sta perdendo il controllo operativo del punto strategico che ha utilizzato a tale scopo.


Taglio all'intelligence condivisa

Nel 2025 l'amministrazione Trump ha limitato la condivisione di informazioni di intelligence all'interno della rete Five Eyes su questioni critiche, in particolare i negoziati tra Russia e Ucraina e alcune aree del Medio Oriente. Il direttore dell'intelligence nazionale statunitense ha emesso una direttiva che classificava determinate informazioni di intelligence come NOFORN, ovvero “nessun cittadino straniero”, bloccando esplicitamente la condivisione con gli alleati di Five Eyes, incluso il Regno Unito.

Improvvisamente la parte britannica si è trovata parzialmente all'oscuro di file chiave su cui aveva fatto affidamento per decenni.

Il modo in cui la notizia è stata riportata è fondamentale. Gran parte della copertura mediatica ha descritto la “sospensione” della condivisione di informazioni di intelligence tra Regno Unito e Stati Uniti come se la Gran Bretagna avesse scelto di ritirarsi. In realtà la sequenza degli eventi è inversa: gli Stati Uniti hanno limitato per primi il flusso di informazioni. Il Regno Unito, in risposta, ha poi trattenuto parte delle proprie informazioni di intelligence, in parte perché i funzionari britannici non si sentivano a proprio agio nell'essere potenzialmente complici di azioni militari statunitensi che consideravano giuridicamente discutibili.

La narrazione inverte la causa e l'effetto. Fa apparire la Gran Bretagna come un luogo di principi, quando in realtà stava reagendo. È così che il sistema racconta sempre la propria storia: la reazione della Gran Bretagna appare come una scelta, l'isolamento della Gran Bretagna appare come un passo indietro.

Il vecchio accordo, in base al quale la Gran Bretagna poteva esercitare la propria influenza dietro le quinte mentre gli Stati Uniti fornivano la forza militare e condividevano le informazioni di intelligence, sta crollando. Il partner di maggioranza ha cambiato i termini.


La dottrina “Donroe”: come Trump sta smantellando il sistema

Trump non è entrato in carica parlando dell'impero britannico. È entrato parlando di “America First”, ma ciò che significa in pratica è un attacco diretto a ogni pilastro istituzionale che ha permesso all'impero britannico di funzionare dopo il 1945.

La Dottrina “Donroe” è il nome che Trump stesso le ha dato a Mar-a-Lago. “Ora la chiamano Dottrina Donroe”, ha detto. La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 l'ha ufficializzata. L'emisfero terrestre occidentale deve essere controllato dagli Stati Uniti a livello politico, economico, commerciale e militare. Ai concorrenti non appartenenti a tale emisfero deve essere negata la possibilità di possedere, o controllare, risorse strategicamente vitali. Il popolo americano, non le nazioni straniere o le istituzioni globaliste, controllerà il proprio destino nell'emisfero.

Rileggetelo bene: “Non nazioni straniere o istituzioni globaliste”.

Le istituzioni globaliste di cui parla sono quelle create e su cui si basa l'asse finanziario Londra-Washington: l'FMI, la Banca Mondiale, l'OMC, la BRI. L'intero quadro post-1944. Il suo stesso rappresentante per il commercio degli Stati Uniti ha definito il programma dei dazi una “riprogettazione dell'ordine commerciale mondiale concepito a Bretton Woods”. Questa non è la descrizione di un analista, è l'amministrazione stessa che descrive le proprie intenzioni.

Non si tratta di retorica, ma di azioni concrete e documentate.

Il 3 gennaio 2026 le forze statunitensi hanno lanciato l'Operazione Absolute Resolve e catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas. Si è trattato del primo capo di Stato straniero in carica ad essere catturato dalle forze militari statunitensi e portato negli Stati Uniti per essere processato. Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero governato il Venezuela durante un periodo di transizione. L'amministrazione Trump ha iniziato a pianificare il controllo diretto delle entrate petrolifere venezuelane. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo e questo petrolio è rimasto al di fuori del sistema controllato dal dollaro. Trump lo sta riportando all'interno di tal sistema.

Ha preteso il controllo del Canale di Panama, dove compagnie cinesi gestiscono infrastrutture portuali; ha rivendicato la Groenlandia, ricca di minerali delle terre rare e che domina le rotte marittime artiche; ha imposto dazi al 50% al Brasile; ha minacciato commercialmente anche Colombia, Messico e Cuba; ha aumentato la media dei dazi dal 2,5% nel 2024 al 28% all'inizio del 2025, il livello più alto sin dal 1947.

Ciascuna di queste mosse prende di mira una risorsa, una rotta, o un rivale che opera al di fuori del controllo diretto americano, spesso all'interno della rete finanziaria e commerciale offshore gestita dalla City di Londra e dalle sue istituzioni alleate.

La Dottrina Donroe non riguarda solo l'emisfero terrestre occidentale: si tratta di uno smantellamento sistematico del quadro istituzionale che ha permesso a una piccola nazione insulare di mantenere un potere mondiale sproporzionato attraverso la finanza, l'intelligence e la gestione dei conflitti, ben oltre la fine formale del suo impero.


Trump e Netanyahu: la stessa guerra, finali diversi

È qui che la maggior parte delle persone non coglie ciò che sta realmente accadendo.

Trump e Netanyahu hanno lanciato congiuntamente una guerra contro l'Iran nel febbraio 2026. Israele ha ucciso la Guida Suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, e gran parte della sua leadership nel primo attacco del 28 febbraio. Le forze statunitensi hanno condotto l'Operazione Midnight Hammer, bombardando gli impianti nucleari sotterranei iraniani di Fordow e altri siti che Israele non poteva raggiungere con le proprie armi. In apparenza, sono alleati.

Ma non vogliono la stessa cosa e le persone che circondano Trump lo sanno.

Un funzionario della Casa Bianca lo ha dichiarato senza mezzi termini ad Axios: “Israele non odia il caos, noi sì. Noi vogliamo la stabilità. Netanyahu? Non tanto, soprattutto in Iran. Loro odiano il governo iraniano molto più di noi”.

Questa singola citazione spiega l'intera relazione.

Netanyahu ha dedicato la sua carriera alla distruzione del regime iraniano. Non è un'esagerazione, è stato il filo conduttore della sua vita politica per decenni. Ha spinto ogni presidente degli Stati Uniti ad assumere posizioni più dure nei confronti dell'Iran e ha finalmente ottenuto ciò che voleva con il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Nel 2025 Stati Uniti e Iran erano impegnati in cinque round di colloqui diretti sul nucleare. Alla vigilia del sesto round Israele ha lanciato l'Operazione Leone Nascente, una massiccia campagna aerea contro l'Iran, facendo deragliare completamente la diplomazia. A quel punto Trump è intervenuto, ordinando il bombardamento statunitense dei siti nucleari che Israele non era in grado di distruggere da solo.

Trump è entrato in guerra, ma i suoi consiglieri vogliono che la guerra finisca; Netanyahu invece vuole che continui.

Il comportamento di Trump, che prende sempre più le distanze dall'agenda di Israele, è documentato da numerosi episodi avvenuti all'insaputa e senza il previo consenso di Israele.

Trump ha negoziato un cessate il fuoco con gli Houthi senza informare Israele. Due giorni dopo un missile Houthi ha colpito un'area vicino all'aeroporto Ben Gurion. Israele lo ha scoperto solo in seguito e i lanci di missili Houthi contro Israele sono aumentati dopo il cessate il fuoco americano.

Trump ha avviato colloqui diretti con l'Iran senza informare Israele. Netanyahu si trovava nello Studio Ovale quando egli ha rivelato che i colloqui erano già in corso. Netanyahu ha dovuto trattenere la sua reazione.

Trump ha revocato le sanzioni statunitensi contro la Siria senza informare Israele, nonostante quest'ultimo nutra dirette preoccupazioni per la propria sicurezza in relazione al territorio siriano.

La visita di Trump in Medio Oriente non ha incluso una tappa in Israele; ha incluso invece accordi per la fornitura di armi agli stati del Golfo, sollevando interrogativi sul vantaggio militare qualitativo di Israele, un impegno sancito dalla legge statunitense.

I collaboratori di Trump descrivono la strategia di Netanyahu come il mantenimento del dominio regionale attraverso il caos. Essi vogliono che la regione diventi, per usare le parole dello stesso Trump, “un luogo di collaborazione, amicizia e investimenti”. Si tratta di obiettivi opposti: Netanyahu ha bisogno di un conflitto permanente nella regione per giustificare la postura di sicurezza di Israele e la propria sopravvivenza politica; Trump ha bisogno di stabilità nella regione per liberare risorse militari e finanziarie da destinare all'emisfero terrestre occidentale, dove, secondo la sua dottrina, dovrebbe concentrarsi il potere americano.

Trump lo ha ammesso direttamente ai giornalisti: gli obiettivi di Israele potrebbero essere “un po' diversi” dai suoi. “Sapete, loro sono lì e noi siamo molto lontani”.

I principali consiglieri di Trump sono espliciti nell'affermare di essere consapevoli dell'impatto mediatico. “Siamo consapevoli dell'impressione che si ha di fare il gioco di Israele. Non è così, ma comprendiamo la percezione che si ha e non è d'aiuto”, ha dichiarato un alto consigliere di Trump ad Axios.

Questo significa che l'amministrazione Trump sta dichiarando apertamente di essere consapevole che Israele sta cercando di utilizzare la potenza militare americana per raggiungere obiettivi strategici israeliani e che sta cercando di limitare il successo di tali tentativi.

Questo è rilevante per il modello imperiale britannico, perché il conflitto permanente di Israele è esattamente ciò che ha alimentato il flusso di entrate assicurative dei Lloyd's e giustificato l'architettura di intelligence che ha mantenuto la Gran Bretagna rilevante. La volontà di Trump di ottenere stabilità anziché un caos gestito rappresenta una minaccia diretta al modello di business del sistema britannico. Tale sistema trae profitto dal rischio. Trump, almeno secondo i termini della Dottrina Donroe, vuole ridurre il rischio in Medio Oriente e riorientare il potere americano verso l'emisfero terrestre occidentale, dove le infrastrutture finanziarie e di intelligence britanniche sono molto meno presenti.

Il caos che ha reso Londra redditizia per decenni è il caos a cui Trump vuole porre fine. Non perché comprenda il modello dell'impero britannico, ma perché lo impone la Dottrina Donroe.


Come Israele ha diviso l'America

Il conflitto che la Gran Bretagna ha fomentato in Medio Oriente non ha diviso solo la regione, ma anche gli Stati Uniti. Questa divisione rappresenta oggi una delle fratture più profonde della politica americana e si allarga di anno in anno.

Per decenni il sostegno a Israele in America è stato bipartisan e sostanzialmente indiscusso. Repubblicani e Democratici si contendevano il primato nel dimostrare la propria lealtà alla relazione. L'AIPAC, l'American Israel Public Affairs Committee, ha operato dietro le quinte come gruppo di pressione focalizzato su tematiche specifiche, in modo discreto ma efficace.

La situazione è cambiata nel 2021, quando l'AIPAC ha lanciato il proprio comitato di azione politica e il proprio super PAC, iniziando per la prima volta a investire direttamente nelle elezioni. Nel 2024 l'AIPAC e i gruppi affiliati hanno speso più di $100 milioni in 389 elezioni per il Congresso, 26 per il Senato e 363 per la Camera dei Rappresentanti. Secondo The Intercept, l'AIPAC ha investito in oltre l'80% di tutti i seggi in palio per la rielezione. Il presidente repubblicano della Camera, Mike Johnson, ha ricevuto come minimo $654.000; il leader della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries, ha ricevuto come minimo $933.000. Entrambi i partiti, entrambi i leader; 318 candidati sostenuti dall'AIPAC hanno vinto.

La spesa maggiore è stata indirizzata contro i progressisti che criticavano le azioni di Israele. L'AIPAC ha speso complessivamente più di $29 milioni per sconfiggere i deputati Jamaal Bowman e Cori Bush alle primarie democratiche, due delle elezioni primarie per la Camera più costose nella storia degli Stati Uniti. Entrambi hanno perso.

Ecco come una questione di politica estera si trasforma in un'arma interna. I candidati che mettevano in discussione il sostegno militare incondizionato venivano eliminati; i candidati che promettevano lealtà ricevevano denaro. Il messaggio per tutti gli spettatori era chiaro: il dissenso ha delle conseguenze.

Ma la spesa ha creato un problema: ha reso visibile la questione, ha spinto la gente a chiedersi chi stesse pagando e perché, e Gaza ha reso impossibile distogliere lo sguardo.

Dal 7 ottobre 2023 l'opinione pubblica statunitense su Israele è cambiata più rapidamente rispetto a qualsiasi altra questione di politica estera nella storia moderna dei sondaggi. I dati sono documentati.

Solo il 9% degli americani sotto i 35 anni approva le azioni militari di Israele a Gaza. Tra i democratici più anziani il gradimento verso Israele è sceso a una media di 41 su una scala da 0 a 100, rispetto ai circa 55 che si erano mantenuti per cinque decenni. Per la prima volta da quando Gallup ha iniziato a porre la domanda un quarto di secolo fa, più americani affermano di simpatizzare con i palestinesi che con gli israeliani, il 41% contro il 36%.

La spaccatura generazionale è più marcata. Il 79% dei repubblicani over 65 simpatizza maggiormente con Israele; solo il 40% dei repubblicani sotto i 44 anni concorda. Tra i giovani repubblicani la maggioranza si oppone ora al rinnovo dell'accordo sul disarmo tra Stati Uniti e Israele.

Personaggi come Tucker Carlson e Marjorie Taylor Greene hanno mascherato le loro critiche a Israele con la retorica dell'America First. Osserviamo il loro comportamento: nessuno dei due ha difeso l'operazione in Venezuela, nessuno dei due ha sostenuto la Groenlandia, nessuno dei due ha appoggiato la guerra commerciale per smantellare Bretton Woods, né ha proferito parola su ciò che Trump sta facendo all'infrastruttura dei servizi segreti britannici. Hanno individuato un tema in cui il loro pubblico coincide con la base progressista e lo stanno cavalcando. Questo non è America First, è il vecchio manuale dei repubblicani moderati travestito da populista, che fa esattamente ciò di cui il sistema britannico ha sempre avuto bisogno dalle figure politiche americane: mantenere l'attenzione della popolazione interna sul conflitto in Medio Oriente anziché sul sistema che lo sostiene.

Il Paese è ora diviso su questa questione lungo linee di età, partito, razza, classe e geografia in modi che si intersecano con ogni altra divisione che già lacera la cultura politica americana. Le proteste nei campus del 2024 hanno diviso le università. La questione di chi sia antisemita e chi sia semplicemente contro la guerra ha spaccato amicizie, famiglie e coalizioni. Le spese dell'AIPAC per le primarie hanno creato per la prima volta una reazione negativa che ha reso quello stesso gruppo di pressione una questione politica. I candidati che prima accettavano silenziosamente i finanziamenti dell'AIPAC ora li restituiscono pubblicamente.

Ecco cosa produce il conflitto permanente sul fronte americano. Gli inglesi hanno creato il focolaio di tensione in Medio Oriente, il focolaio genera guerra, che genera rischio, che genera profitti assicurativi a Londra; ma le conseguenze politiche di quella guerra si ripercuotono oltre l'Atlantico e si insinuano nella democrazia americana. Dividono il Partito Democratico, dividono i giovani repubblicani dai repubblicani più anziani, creano un blocco elettorale monotematico abbastanza potente da spodestare i politici in carica e un movimento di reazione abbastanza potente da rendere il sostegno a quel blocco politicamente tossico.

La divisione non è casuale. Una società che discute incessantemente di un conflitto a 6.000 miglia di distanza, che ci investe capitale politico, perde le elezioni per questo motivo e frammenta le proprie coalizioni, è una società distratta. Una società distratta non guarda al sistema che ha generato il conflitto, ma al conflitto stesso.

Questo è il punto.


Il modello

Lo stesso meccanismo, nomi diversi, decenni diversi, geografia diversa.

Il conflitto genera rischio, il rischio viene prezzato a Londra, il denaro affluisce nella City, le reti di intelligence rimangono rilevanti, i territori offshore restano affollati e l'architettura resta intatta.

L'Impero britannico ha approfittato del reale bisogno di sicurezza del popolo ebraico e lo ha insediato in un luogo destinato a generare un conflitto permanente. La Gran Bretagna ha contribuito a distruggere la stabile Persia e ha creato le condizioni per un Iran radicale situato nel punto nevralgico più critico per l'approvvigionamento energetico mondiale. Entrambe le decisioni hanno generato continui premi assicurativi per lo stesso mercato assicurativo londinese. Nessuna delle due è stata concepita per produrre la pace, perché la pace non è mai stata l'obiettivo.

Ora i premi assicurativi di Lloyd's per il rischio di guerra sono quadruplicati nel Golfo; il flusso di informazioni di intelligence dei Five Eyes è stato interrotto; Diego Garcia si trova in un limbo giuridico; un istituto di credito con sede a Londra è fallito a causa di una frode sui depositi per £930 milioni; la Banca d'Inghilterra avverte che i mercati privati non sono mai stati sottoposti a stress test di questa portata. Trump sta smantellando il quadro istituzionale su cui si fonda l'impero invisibile.

Lo schema non cambia perché le persone che ne traggono vantaggio non sono cambiate.

Non hanno mai perso l'impero, lo hanno semplicemente reso invisibile.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 23 aprile 2026

La banca ha bloccato il “mio” conto: l'accesso autorizzato è ancora valido?

Molti bitcoiner prendono sottogamba, o ignorano del tutto, le evoluzioni nel mondo della finanza americana. E sbagliano. Questa nuova progressione nell'offerta di ETF legati a Bitcoin è di una importanza centrale. Dopo JP Morgan che ha benedetto BTC come asset al portatore digitale e FannieMae/Freddie Mac che permettono di apporlo come garanzia collaterale nei prestiti immobiliari, l'entrata in scena anche di Goldman Sachs sancisce definitivamente la volontà dei cosiddetti NY Boys di usare Bitcoin come equity da aggiungere alla famosa piramide rovesciata del rischio coniata a suo tempo da John Exter. In questo modo si amplia la capacità degli Stati Uniti di aggiungere valore a ogni strato in salita della piramide, puntellando meglio quegli asset che hanno bisogno di sottostante per essere credibili (es. titoli del Tesoro americani, derivati, ecc.). Poi con la divisione del dollaro a circolazione interna ed esterna, unita all'indipendenza finanziaria dichiarata col SOFR, il contingentamento del contagio sistemico diventa una realtà e gli asset emessi da realtà americane ottengono credibilità internazionale. Questa lettura viene confermata dai capitali in entrata negli Stati Uniti. In questo senso possiamo affermare che la separazione tra l'economia finanziaria degli Stati Uniti, basata sull'offerta fisica dei beni, e l'economia finanziaria inglese, basata invece sull'offerta sintetica degli stessi beni, rappresenta la differenza sostanziale sul perché la prima subirà una correzione lieve degli errori economici del passato, mentre la seconda subirà la correzione più pesante. Se ci pensate, questo è anche il motivo per cui, nonostante tutte le chiacchiere sulla stampa riguardo la presunta insostenibilità dei prodotti di Strategy, il suo modello di business ha resistito al recente ritracciamento del prezzo di Bitcoin e incarnerà l'alba di un nuovo modo di intendere il mondo finanziario una volta conclusasi l'attuale fase di transizione.

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di Joakim Book

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-banca-ha-bloccato-il-mio-conto)

So che sembro un matto.

Lo vedo negli occhi del mio nonno ottantenne che trova assurdo quello che gli avevo detto. In fondo, i soldi in un conto corrente a mio nome sono miei, no? Un saldo positivo su quel conto può sempre essere usato per comprare panini, fare benzina, o pagare l'affitto? La banca lavora per me, giusto? È suo dovere agevolare le mie spese.

No, ho provato a convincerlo; i depositi bancari non sono vostri, né in pratica né giuridicamente. Le banche possono bloccare il vostro conto e interrompere i pagamenti in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo. Pertanto i depositi bancari non superano nemmeno la più elementare prova per essere classificati come “denaro”, eppure tutti li considerano sinonimo del mezzo monetario più libero e semplice che abbiano mai visto. Funziona sempre, no?

Pochi giorni dopo, Revolut, l'istituto fintech europeo che ha rivoluzionato il mondo della finanza e dei servizi bancari, ha bloccato il mio conto. Il punto di accesso ai miei fondi, che utilizzavo quotidianamente da probabilmente un decennio, ha semplicemente smesso di funzionare.

Revolut mi spiava forse nel salotto di mio nonno, in attesa del momento più ironico per ostentare questo suo potere divino?


Quando i vostri soldi non sono vostri

Non pensate mai che possa succedere a voi, o che possa succedere del tutto. Dovrei saperlo meglio di molti altri. Per anni ho scritto e parlato della natura della nostra moderna moneta fiat. Eppure sto imparando a mie spese come funzionano davvero le banche moderne. Il denaro in un conto corrente non vi appartiene, né è denaro in sé (un bene al portatore neutrale sotto il vostro esclusivo controllo). Sappiamo che la moneta fiat fallisce come sistema monetario, perché le sue conseguenze inflazionistiche ridistributive e il suo terribile impatto sui prezzi degli asset ne garantiscono la perdita di valore nel tempo. Ma ciò che è davvero assurdo è come il sistema bancario, eccessivamente regolamentato, fallisca doppiamente, annullando la nostra capacità di pagare quando meno ce lo aspettiamo.


“Che cosa hai fatto?”

È la domanda più ovvia, ma anche la più sbagliata! Le banche, penalizzate da regolamenti inapplicabili, non hanno bisogno di una giustificazione valida per bloccare i vostri fondi. Chiedere il perché presuppone che le banche blocchino i conti o interrompano i pagamenti solo in presenza di una giusta causa. Inoltre non si conoscono mai i motivi specifici per cui gli istituti finanziari bloccano l'accesso a qualcuno: si possono solo fare delle ipotesi.

Nel mio caso ho ricevuto un pagamento per i servizi resi, come mi è capitato centinaia di volte. Ma un cliente – o la sua banca – ha misteriosamente tentato di recuperare i fondi. Le lamentele ricevute da Revolut per conto di quest'altra banca – la tedesca Allianz, tramite Apple Pay – hanno portato al blocco del mio conto e all'avvio di un'indagine. La data di conclusione era fissata a sette giorni dopo. Quando ho presentato i documenti e la solita serie di dati identificativi, accompagnati da parole di disappunto ben scelte, la data è improvvisamente slittata di altri tre giorni.


Come la “protezione” normativa è diventata la nuova fragilità

Ad aggravare ulteriormente la situazione, si aggiunge la consapevolezza che le normative antiriciclaggio e gli sforzi per la prevenzione delle frodi, che giustificano i poteri delle banche e interventi come questo, sono quasi del tutto inefficaci. La conformità alle normative antiriciclaggio costa alle banche decine di miliardi ogni anno. Eppure il loro bilancio in termini di “protezione” dei clienti e prevenzione di frodi finanziarie è praticamente nullo.

Gli esperti stimano che i proventi illeciti censurati grazie alla sorveglianza benevola delle banche sui propri clienti ammontino a una frazione dei flussi di denaro sporco – a un costo, sia finanziario che in termini di disagi, ben superiore al suo valore.

Con uno stato sovradimensionato e regolamenti che crescono più velocemente di quanto chiunque possa leggerli, ci siamo abituati alla triade oscura di banche, sorveglianza digitale e poteri governativi antiriciclaggio. Il fondatore di Bitcoin, Satoshi Nakamoto, ha scritto:

Dobbiamo fidarci delle banche per la custodia e il trasferimento elettronico del nostro denaro, ma queste lo prestano in ondate di bolle creditizie, con riserve minime. Dobbiamo fidarci di loro per quanto riguarda la nostra privacy, fidarci che non permettano ai ladri di identità di svuotare i nostri conti.

Molti non hanno ascoltato. Io sì, ma sono comunque caduto vittima di questo assurdo sistema monetario. L'unico motivo per cui posso coprire le mie spese questo mese – affitto, spesa, contributi pensionistici – è proprio perché ho accesso a una quantità illimitata di denaro digitale che nessun altro controlla.


La proprietà è un mito?

Un conto bancario, afferma Knut Svanholm, anche lui svedese e sostenitore di Bitcoin, è un accordo di sicurezza multisig due su tre tra voi, la banca e lo stato. Insieme, hanno sempre il controllo (e il possesso!) dei vostri fondi. Voi potete accedervi alle loro condizioni.

Niente di tutto questo disastro ha senso, e non vedo l'ora che la mostruosità rappresentata dalla moneta fiat, dal sistema bancario e dalle regolamentazioni finanziarie crolli, per usare le parole dei marxisti, o semplicemente con la nostra uscita di scena, persone comuni, che infine ne abbiamo avuto abbastanza.

Anche se alla fine dovessi recuperare i miei fondi in valuta fiat, probabilmente non userò mai più Revolut per le mie operazioni bancarie e diventerò sempre più diffidente nei confronti di tutte le altre banche. Come potrei mai convivere con una spada di Damocle sotto forma di normative sul riciclaggio di denaro che penderà per sempre sulla mia testa?

No, grazie. Fiat Delenda Est.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 22 aprile 2026

Il sogno tedesco sull'idrogeno si trasforma in un buco nero da $9 miliardi all'anno

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-sogno-tedesco-sullidrogeno-si)

La Corte dei conti tedesca (Bundesrechnungshof) ha smantellato la strategia governativa sull'idrogeno. Né sul fronte dell'offerta, né su quello della domanda, i risultati sono minimamente in linea con gli obiettivi politici. La Germania rischia l'ennesimo disastro causato dai sussidi.

Berlino è in preda ai postumi della crisi. La crisi economica in corso sta impietosamente smascherando le illusioni della cosiddetta transizione verde. Dopo il crollo della produzione di batterie – si pensi a progetti fallimentari come Northvolt, finanziati a suon di sussidi – la ritirata dell'industria dall'“acciaio verde” e il fallimento della transizione energetica sotto il peso dell'eolico e del solare, diventati pozzi senza fondo di sussidi, ora è sotto attacco anche l'altro grande progetto: la strategia dell'idrogeno.


La Corte dei conti esce allo scoperto

In una relazione recente la Corte dei Conti tedesca ha esaminato l'economia dell'idrogeno: un vero e proprio capolavoro di artifici politici. Dal 2020 il settore è stato inondato di sussidi, solo per il 2024 e il 2025 sono stati stanziati oltre €7 miliardi. Un bel po' di lubrificante per un motore che ha borbottato fin dal primo giorno e che ancora si rifiuta di partire.

Gli investitori privati, allettati dalle garanzie e dai prezzi sostenuti dallo stato, contribuiscono con oltre €3 miliardi all'anno. E qual è il risultato dopo cinque anni di finanziamenti costanti? A dir poco devastante. L'attuale produzione di idrogeno verde si attesta a soli 0,16 gigawatt; altri 0,2 gigawatt sono in fase di costruzione.

In altre parole: un mercato che praticamente non esiste, sta già consumando circa €8 miliardi all'anno, tra fondi pubblici e privati, come un buco nero.

Come sempre accade quando lo stato cerca di gestire centralmente settori complessi dell'economia, l'idrogeno in Germania sta diventando un cimitero di sussidi, e a pagarne il conto saranno i contribuenti. La Corte dei conti lo definisce educatamente “un rischio finanziario per il contribuente”, ma è molto di più.


La pianificazione centralizzata ha fallito... di nuovo

Sì, persino la Corte dei conti, essendo parte dell'apparato statale, segue il modello ideologico di Bruxelles. Eppure il verdetto è sorprendentemente chiaro. I revisori pongono due domande centrali:

  1. Con questa strategia la Germania riuscirà ancora a raggiungere l'obiettivo, ormai sancito dalla Costituzione, della neutralità climatica entro il 2045?
  2. Tutto ciò è economicamente sostenibile?

Un punto di critica fondamentale: il Ministero dell'Energia ha eliminato l'obbligo per le nuove centrali a gas di essere predisposte per l'utilizzo dell'idrogeno. Senza tale obbligo, viene a mancare un cruciale stimolo alla domanda.

Allo stesso tempo la rete centrale di idrogeno viene descritta come eccessivamente ambiziosa. Domanda e offerta sono completamente sfasate.

In altre parole: non esiste una domanda di mercato significativa per un prodotto ecologico sovraprezzato.

Chi l'avrebbe mai detto? La pianificazione centrale ha fallito miseramente ancora una volta.

In conclusione la Corte dei Conti vede il pericolo di un finanziamento statale permanente, con rischi di vasta portata per l'industria tedesca e, come sempre, con costi incalcolabili per i contribuenti.

In parole povere: stiamo assistendo alla nascita di un'altra nicchia per il capitalismo clientelare verde. Un asset sovraprezzato viene prodotto artificialmente nonostante non esista un mercato reale. Le aziende si stanno ritirando, lasciando dietro di sé un giudizio impietoso da parte dell'opinione pubblica sulla politica energetica tedesca: un voto di sfavore.


Un rimprovero notevole

La natura esplosiva di questa critica risiede nella sua fonte: la Corte dei conti (Federal Audit Office), un'istituzione solitamente indulgente nei confronti della cattiva gestione politica. Il fatto che la sua analisi sia così aspra dimostra la portata del fallimento delle linee di politica, lo spreco di denaro pubblico e l'eccessivo indebitamento contratto per imporre obiettivi politici.

E con l'aumento del debito pubblico, la Corte dei conti avrà molto più da fare. Solo quest'anno il nuovo indebitamento netto – includendo i cosiddetti “fondi speciali”, che non sono altro che debito riclassificato – ammonta a circa il 4,7% del PIL.

Se il governo tedesco sopravvive, l'economia rimane debole e il cancelliere Friedrich Merz resta in carica, il debito pubblico totale della Germania potrebbe raggiungere circa l'80% del PIL entro la fine del suo mandato.

Lo spazio per ulteriori iniziative di sovvenzioni ecologiche si sta riducendo rapidamente.


Senza industria, non si può raggiungere la scalabilità

La mancanza di sussidi non è l'unico problema. Un freno importante all'espansione dell'idrogeno è il crollo dell'industria tedesca, causato proprio dalle linee di politica riguardo la transizione verde. Bruxelles e Berlino non avevano previsto la fuga degli investimenti dovuta all'impennata dei costi energetici.

L'aumento della produzione di idrogeno richiede una domanda industriale, ma tale domanda sta svanendo.

Le linee di politica si muovono a tentoni, passando da un sussidio all'altro, spinte dalla disperazione di mantenere in vita progetti di riqualificazione urbana fallimentari. È uno spettacolo terribile, per ogni contribuente costretto a finanziarlo.

E il mondo degli affari ha già emesso il suo verdetto. Dopo che ArcelorMittal ha rinunciato a un sussidio di €1,3 miliardi per la produzione di acciaio verde a base di idrogeno, altri hanno seguito l'esempio: HH2E a Thierbach, il Gruppo Forsight, RWE, ritirandosi da uno dei più grandi progetti del Paese sull'idrogeno.

Nessuno vuole toccare questo coacervo di sussidi, non importa quanti nuovi prestiti Klingbeil e soci concedano.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 21 aprile 2026

Socialismo & americanismo

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/socialismo-and-americanismo)

Il nuovo sindaco di New York non ha nascosto le sue idee socialiste e la storia ha dimostrato che il tipo di pensiero a cui aderisce dovrebbe destare preoccupazione.

Per dirla senza mezzi termini, non stiamo parlando di un socialismo fabiano, raffinato e alla moda, tipico dell'alta borghesia britannica di cento anni fa, con il suo desiderio di costruire uno Stato sociale che garantisse assistenza dalla culla alla tomba. Ci riferiamo piuttosto a quello che affonda le radici nella tradizione più antica di Karl Marx e nel suo tentativo, del tutto errato, di ricondurre tutti i mali sociali all'esistenza del capitale privato. Questa visione è antiquata, mantenuta in vita esclusivamente dal mondo accademico, totalmente avulsa da qualsiasi esperienza economica concreta.

Naturalmente questo implica, in parte, non guardare al mondo materiale attraverso la lente della realtà oggettiva e dell'economia. Questa visione del mondo immagina che lo stato possa semplicemente rendere tutto gratuito, abbassare e congelare gli affitti, e consegnare la spesa a domicilio annunciandolo, con l'aiuto di pesanti tasse sui più abbienti.

Quando il piano non funziona, come accade sempre in questa visione del mondo, i leader sarebbero costretti a ricorrere a misure autoritarie. New York City è in condizioni terribili in questo momento e questa strada non farà altro che peggiorare la situazione. Nei prossimi mesi assisteremo a un'altra ondata di esodo dalla città, non solo una fuga dei capitali, ma anche delle persone.

Non sono solo le grandi imprese e le multinazionali a doversi preoccupare, sono tutte le attività commerciali della città. Questo punto di vista prende in considerazione qualsiasi afflusso di capitale come un flusso ingiusto dai lavoratori ai padroni; ovvero, dai creatori di valore agli sfruttatori di valore.

Si tratta di una prospettiva relativamente semplice, radicata in un unico errore, che a prima vista sembra plausibile ma che crolla di fronte un'analisi più approfondita. Esso attribuisce l'esistenza stessa del valore economico esclusivamente alla manifestazione del lavoro fisico. È nota come teoria del valore-lavoro ed è una proposizione esclusivamente empirica.

Secondo questa visione, l'intera produzione industriale equivaleva al valore del lavoro manuale e doveva essere ripartita di conseguenza. Qualsiasi somma di denaro sottratta al lavoro – per pagare i padroni del capitale, le materie prime, le nuove invenzioni, il marketing, o i creditori – era un furto ai danni del lavoro stesso. Paradossalmente, secondo quest'ottica, coloro che svolgono un lavoro intellettuale non facevano nulla. Tuttavia i socialisti hanno escogitato una via d'uscita: gli intellettuali sono l'avanguardia del proletariato e quindi necessari.

È davvero vero che ogni fatica genera valore economico che dovrebbe sempre e comunque andare solo ai lavoratori e mai ai padroni? Chiaramente no. Chiunque è perfettamente in grado di fare qualsiasi cosa che non venga considerata di valore da qualcuno. Il lavoro da solo non crea valore; ciò che genera valore è l'atto di attribuirgli valore.

La teoria del valore-lavoro ha radici profonde nella storia, accennate persino nelle opere di Adam Smith e David Ricardo, punti poi ripresi dai socialisti per sostenere la nazionalizzazione del capitale.

Fu l'avvento della teoria marxista a portare chiarezza all'interno della teoria del valore durante la cosiddetta Rivoluzione marginale della decade del 1880. Tre teorici – Stanley Jevons, Leon Walras e Carl Menger – argomentarono in modo convincente a favore di quella che divenne nota come la teoria soggettiva del valore, in contrapposizione alla teoria del valore-lavoro.

Tra queste opere la mia preferita è, Principi di economia (1871), di Carl Menger. È ancora una lettura avvincente e un ottimo manuale sui fondamenti dell'economia. Sulla questione del valore egli scrisse: “Il valore non è dunque nulla di intrinseco ai beni, nessuna loro proprietà, ma semplicemente l'importanza che attribuiamo innanzitutto alla soddisfazione dei nostri bisogni, cioè alla nostra vita e al nostro benessere, e di conseguenza trasferiamo ai beni economici come cause esclusive della soddisfazione dei nostri bisogni. [...] È un giudizio che gli uomini economicisti formulano sull'importanza dei beni a loro disposizione per il mantenimento della propria vita e del proprio benessere. Pertanto il valore non esiste al di fuori della coscienza degli uomini”.

Una volta compreso questo punto, l'intera struttura teorica del marxismo e persino del socialismo crolla. È il processo infinito di scambio cooperativo, guidato dalla percezione che le persone hanno dei propri bisogni e dal continuo lavoro volto a soddisfare i bisogni altrui, che genera valore, un valore che viene impartito dalle menti individuali.

Nessun politico, intellettuale o burocrate è in grado di replicare questo delicato sistema, tanto meno di sostituirlo con una visione nuova e completamente esterna di ciò che ha valore e di ciò che non ne ha. Né gli estranei possono sezionare e manipolare prezzi e contabilità derivanti dal processo di mercato e dire: questo è troppo alto, questo è troppo basso, ed ecco un piano per rimediare. Un simile tipo di pianificazione non può che portare a distorsioni estreme.

C'è un punto più profondo da tenere a mente, legato alla storia degli Stati Uniti. Non c'è nulla nella nostra storia nazionale che affondi le sue radici nella teoria socialista. Non riesco a pensare a un solo Padre Fondatore che avesse interesse per la teoria socialista utopica pre-marxista. Certo, esistevano sette anabattiste che condividevano valori comuni e celebravano la comunità, ma non è la stessa cosa. Dall'antichità ai giorni nostri, sono esistiti molti socialisti utopisti, ma i Padri Fondatori non ne hanno mai parlato.

Sapete qual era il nome dell'economista preferito di Thomas Jefferson? Non Adam Smith, bensì il fisiocrate francese Anne Robert Jacques Turgot, barone de l'Aulne (1727-1781). Era un sostenitore delle tasse basse, dei diritti di proprietà, delle piccole imprese, del commercio e dell'esperienza commerciale in generale. Fu lui ad avvertire la monarchia francese della necessità di ridurre le tasse e liberalizzare i prezzi per scongiurare la rivoluzione, un appello rimasto inascoltato.

Jefferson era un attento lettore del grande libro di Turgot, Riflessioni sulla produzione e la distribuzione della ricchezza (1766), che aveva anticipato la teoria del valore di mercato ben prima di Menger. Il suo libro è meticoloso e profondamente empirico, e illustra la formazione dei prezzi attraverso la domanda e l'offerta, discutendo l'origine e gli usi della moneta.

Nel suo ruolo di consigliere della corte, condannò i monopoli industriali e l'ingerenza della Corona negli affari commerciali delle piccole imprese. Fu un brillante innovatore. Jefferson lo ammirava a tal punto da fargli realizzare un busto da esporre nel portico principale di Monticello.

Se esiste un'economia americana, è questa: la celebrazione della proprietà privata, delle piccole imprese, delle tasse basse, dell'assenza di monopoli industriali, dell'agronomia, dell'imprenditorialità, del servizio alla comunità, dell'indipendenza, dell'autosufficienza, del duro lavoro, della creatività, dell'orgoglio per un lavoro ben fatto, della frugalità, di una moneta solida, del risparmio, dell'impegno a lungo termine, della famiglia e della fede.

Certamente, fin dai primi anni della sua storia, in America si sono avuti dibattiti sull'economia. I jeffersoniani si scontrarono con gli hamiltoniani. Jefferson detestava il debito, la tassazione, diffidava degli imperi bancari e si opponeva all'industrializzazione forzata e ai dazi doganali. Hamilton, al contrario, apprezzava la finanza aziendale, l'industria, le grandi banche e la leva finanziaria, ed era favorevole ai dazi. Si tratta di dibattiti americani legittimi, profondamente radicati nella nostra storia. L'idea di una banca nazionale ha attraversato diverse fasi di controversia per oltre un secolo, fino all'avvento del Federal Reserve Act e dell'imposta sul reddito.

Nonostante tutte queste dispute e dibattiti, non abbiamo alcuna storia hegeliana del tipo che è emersa a sinistra e talvolta anche a destra. Nemmeno i nostri primi socialisti, come Eugene Debs, erano comunisti. La sua passione principale era la libertà di parola, i diritti individuali e la pace, non la guerra. Questa è la lunga eredità della sinistra americana di un secolo fa. La teoria woke, la ridistribuzione di massa e il rifiuto radicale della libertà economica non sono davvero nel nostro DNA.

È necessario che gli americani riscoprano il sistema economico che ha reso grande questo Paese. Esso è inseparabile dalla libertà e dai diritti. Ciò che è morale è anche pratico dal punto di vista economico. Ciò che garantisce dignità garantisce anche prosperità. Questa è la convinzione e la pratica americana.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 20 aprile 2026

La crisi del carburante per aerei in Europa: Hormuz, fallimenti politici e uno shock dell'offerta autoindotto

Come sottolineato diverse volte su queste pagine, l'Unione Europea è destinata a fratturarsi lungo una linea che la dividerà (come minimo) in due tronconi. Adesso “ci arriva”, o per meglio dire lo rende ufficiale, anche la stampa generalista. Infatti il Washington Post ci mette a conoscenza della proposta di Lars Klingbeil di una Europa a due velocità non è altro che la formalizzazione di una spaccatura effettiva del continente. Le principali linee di frattura corrono lungo la Germania, la Francia e l'Italia. Ecco perché è stato dirimente per la Commissione europea “far ritornare nei ranghi” l'Ungheria, in modo da impedire che i Paesi dell'est Europa potessero far fronte comune e accelerare la “seconda velocità”: l'UE sta venendo schiacciata dalla power politics degli Stati Uniti. Questa consapevolezza della propria impotenza sta montando da tempo, soprattutto da quando, la scorsa estate, le minacce commerciali di Trump hanno costretto il blocco ad accettare un accordo commerciale con gli Stati Uniti. L'UE vede allontanarsi sempre di più la capacità di ripristinare la propria “autonomia strategica” nei confronti degli Stati Uniti, così come la federalizzazione dell'UE tramite un'unione militare e la creazione di un maggiore debito comune coi finanziamenti all'Ucraina. La Germania, così come tutte le nazioni del mondo, non è un monolite e al suo interno ci sono fazioni che spingono verso una direzione o l'altra: verso l'avvicinamento nei confronti degli USA, o un allontanamento. Il tempo stringe, poiché la coalizione liberal-globalista al governo in Polonia potrebbe essere sostituita da una coalizione populista-conservatrice dopo le prossime elezioni parlamentari dell'autunno 2027; per questo motivo la Germania vuole ottenere il massimo risultato possibile nel più breve tempo possibile. Se in Polonia dovesse salire al potere una coalizione populista-conservatrice, questa potrebbe riunire alleati regionali per opporsi collettivamente e in modo più efficace all'UE. In tale scenario quest'ultima potrebbe dividersi in due blocchi guidati dalla Germania e dalla Polonia: il primo rappresenterebbe i membri storici, il secondo i nuovi. Così come il blocco guidato dalla Germania intende prendere decisioni internamente e poi costringere i membri più piccoli a fare altrettanto, anche il blocco guidato dalla Polonia potrebbe agire allo stesso modo nei confronti dei membri più grandi. Queste dinamiche potrebbero portare alla dissoluzione dell'UE in due blocchi distinti, uniti solo da politiche ereditate, come la libera circolazione. È quindi ironico che la Germania consideri la sua proposta di una“Europa a due velocità” un adattamento alla geopolitica delle grandi potenze, in grado di consentire all'UE di funzionare in modo più coeso e di diventare più competitiva sulla scena mondiale, quando in realtà questa proposta rischia di infliggere un colpo mortale all'UE così come la conosciamo oggi. Le probabilità sono ancora a favore della Germania, ma potrebbero cambiare radicalmente dopo le prossime elezioni parlamentari in Polonia, previste per l'autunno del 2027, che si preannunciano cruciali per l'intero continente.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-del-carburante-per-aerei)

La politica ha instaurato una nuova routine: puntualmente a mezzogiorno, i prezzi della benzina nelle stazioni di servizio tedesche aumentano giorno dopo giorno.

Il decreto governativo sui prezzi, un meccanismo frettolosamente improvvisato, agisce come un acceleratore in una situazione di approvvigionamento di carburante già drammaticamente critica. Chiunque avesse una conoscenza elementare di economia sapeva già che questa forma di regolamentazione dei prezzi si sarebbe configurata come una mera manovra politica con conseguenze a dir poco fatali.

Il mercato sta reagendo come previsto: i gestori nelle stazioni di servizio prevedono aumenti generalizzati dei prezzi e coordinano indirettamente le proprie politiche di prezzo. Se a tutti è consentito aumentare i prezzi solo una volta al giorno, tale aumento verrà effettuato deliberatamente: meglio prezzi troppo alti che troppo bassi. Dopodiché si passa ad aspettare e osservare la reazione dei concorrenti. Se la mossa successiva può essere solo una riduzione dei prezzi, il rischio può essere risolto in termini di Teoria dei giochi: i prezzi vengono semplicemente mantenuti alti finché i concorrenti non intervengono.

Ciò crea una situazione simile a quella di un cartello, il quale evita il rischio di rapidi ribassi dei prezzi e la conseguente perdita dei margini individuali.

Le dinamiche di mercato si trasformano quindi in una generalizzata esitazione tattica. Allo stesso tempo la leadership politica si distingue per una sorprendente mancanza di direzione di fronte alla scarsità reale e al rapido peggioramento della situazione degli approvvigionamenti. Hormuz sta mettendo a nudo i limiti delle misure di emergenza politica.

Le misure adottate finora dal governo tedesco per frenare l'aumento dei prezzi sono un classico camuffamento politico: una manovra ben orchestrata per conquistare l'opinione pubblica. La questione fondamentale di come gestire le importazioni di energia non viene affrontata seriamente. L'Europa deve importare il 60% del suo fabbisogno energetico per soddisfare la domanda e l'atteggiamento intransigente nei confronti della Russia, il principale fornitore di energia e materie prime per l'Europa, si rivelerà probabilmente l'errore più fatale della politica europea – un vero e proprio successo, considerando che è già costellata di errori di valutazione e decisioni erratiche dettate da motivazioni ideologiche.

È inoltre significativo che il regime di emissioni di CO₂ di Bruxelles abbia gravemente danneggiato la capacità di raffinazione europea. L'Europa non dispone più delle infrastrutture necessarie per attivare rapidamente la capacità di raffinazione in caso di emergenza e colmare il crescente divario nell'approvvigionamento di petrolio e gas, indipendentemente dalla provenienza delle nuove materie prime.

La politica dell'UE sta consapevolmente e deliberatamente aggravando la situazione attuale. Questa constatazione si applica in particolare alle importazioni di carburante per aerei. Il settore aeronautico europeo importa circa il 40% del suo carburante per aerei dal Golfo Persico, rendendo di fatto irrisolvibile la situazione attuale.

Dall'inizio della guerra il prezzo del carburante per aerei è praticamente raddoppiato, passando da $800 a $1.800 a tonnellata.

Il fatto che gli Stati Uniti stiano impiegando tempo per riportare lo Stretto di Hormuz sotto controllo militare sta esercitando un'enorme pressione sulle compagnie aeree europee. La compagnia scandinava SAS ha già cancellato 1.000 voli ad aprile; anche Lufthansa sta valutando la possibilità di mettere a terra parte della sua flotta.

Le compagnie aeree che hanno coperto i rischi legati all'acquisto di carburante potrebbero essere in grado di attutire in qualche modo gli aumenti di prezzo – tra cui Lufthansa – ma ciò non risolve il problema della carenza fisica di carburante per aerei. L'Europa è sull'orlo di una grave penuria di carburante per aerei.

Il 9 aprile l'ultima petroliera che trasportava carburante per aerei dal Golfo Persico ha raggiunto Rotterdam; le riserve esistenti dovrebbero essere sufficienti a garantire i voli europei per tre o quattro settimane. Ciò che accadrà in seguito resta del tutto incerto.

Considerata la distruzione della capacità di raffinazione e delle relative infrastrutture in nome del Green Deal, i policymaker europei si trovano di fatto con le mani legate. La crisi di Hormuz rischia di esplodere con tutta la sua forza. Se non si giunge a una rapida soluzione del conflitto contro l'Iran, la perdita del 40% del carburante per aerei disponibile non può essere compensata.

Bruxelles potrebbe attivare uno dei suoi strumenti preferiti e, tramite un regolamento di emergenza dell'UE – simile a quello adottato nei primi giorni del conflitto in Ucraina – imporre misure di razionamento per i jet privati e i voli a lungo raggio. Un'altra opzione potrebbe essere lo sblocco immediato delle riserve di raffinazione commerciali inutilizzate, in particolare nelle principali aree portuali di Rotterdam, Anversa e Amsterdam. L'acquisto di carburante costoso per aerei in Nord America con forti sussidi potrebbe rappresentare un'alternativa a breve termine ed evitare un collasso del traffico aereo.

Indipendentemente da come si evolverà la grave carenza di carburante in Europa nelle prossime settimane, il danno è ormai fatto: il danno strutturale causato dalla politica europea nella sua ossessiva lotta contro la CO₂ si sta ora manifestando in tutta la sua drammatica portata. La capacità di raffinazione non può essere ripristinata dall'oggi al domani e il mondo è ora impegnato in una competizione per le rimanenti riserve di carburante in circolazione.

Che i prezzi continuino a salire per il momento è inevitabile; la campagna degli ideologi della decrescita contro la mobilità individuale, il trasporto aereo e i motori a combustione interna sta vivendo un momento di trionfo inaspettato.

Per la civiltà nel suo complesso, questa è una catastrofe; per gli individui che si sono adagiati sugli allori di un mondo protetto dagli ideologi, è senza dubbio una vittoria... pur sempre una vittoria di Pirro, però.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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