venerdì 17 aprile 2026

Come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran?

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-si-crea-un-equivalente-di-una)

Per capire la differenza tra le guerre eterne del passato e i conflitti di oggi basta guardare alla lunga lista di nazioni che si ritengono “arrabbiate” per quanto accade oggi in Medio Oriente. Inutile dire che in cima alla lista ci sono Francia e Regno Unito, molto probabilmente perché sanno qual è l'obiettivo finale dell'amministrazione Trump. Questa loro reticenza è propellente per una riforma della NATO stessa, se non addirittura un suo pensionamento. Infatti finora è stato un veicolo che usava il potere di proiezione militare statunitense gratuitamente a favore di Londra e Bruxelles. Non più adesso.

Israele in questo gioco ha finalmente una sua politica estera. Netanyauh è un falco e il suo principale obiettivo è quello di garantire la sopravvivenza della nazione e questo significa annientare la minaccia iraniana. Questo a sua volta lo rende inaffidabile come partner degli USA e Trump lo sa. Ciò è risultato evidente quando, durante l'attuale conflitto con l'Iran e quello dell'anno scorso, l'esercito israeliano ha bombardato obiettivi energetici iraniani senza il consenso americano, poi c'è stata la successiva reprimenda di Trump. Da quando Israele è diventato un asset in rapido deprezzamento agli occhi della City di Londra ed è stato lanciato nella mischia, sulla scia del famoso 7 ottobre e il successivo confronto contro Gaza, il Paese si è sganciato dalla linea di politica estera dettata a Londra. Non mancano tuttora fazioni all'interno del Paese che remano verso un ricongiungimento con la “base madre”, ciononostante l'acredine maturata nei confronti dell'Iran in tutti questi decenni di attriti costruiti ad hoc dal Divide et impera inglese, adesso stanno venendo al pettine in un confronto definitivo in quella che rappresenterà la fine definitiva del caos in Medio Oriente. Tutte le strade conducono a questo singolo esito... ovviamente bisognerà vedere come...

Lato USA l'obiettivo, in soldoni, è quello di mettere in ginocchio l'IRGC e rafforzare il governo iraniano attualmente in carica. Il presidente è ancora vivo, il Ministro degli esteri è ancora vivo e l'entourage da loro scelto è quello che sta conducendo le trattative con l'amministrazione Trump. La posta in gioco è alta ed è un esito delicato da raggiungere, soprattutto perché si tratta di separare l'IRGC da tutti quei canali che la legavano alle strutture di potere interne. Ricordate sempre che nessuna nazione è un monolite: esistono diverse fazioni al loro interno e ognuna di esse ha una sua agenda. Per semplificare, l'Iran è il Venezuela ma con gli steroidi; un problema ordini di grandezza superiore. E questo ha richiesto un impegno superiore rispetto alla precedente operazione in Venezuela. Ma la cosa importante è che l'Iran si è preparato per la guerra sbagliata, o per meglio dire Londra aveva preparato una trappola di Tucidide simile a quella irachena e afghana. L'amministrazione Trump, invece, ha scelto un campo diverso di gioco e questo ha sparigliato le carte in tavola iraniane. Ad esempio, per quanto si chiacchieri di intervento via terra, viene invece incrementata la presenza di velivoli A-10 Warthog, aerei in grado di assicurare una certa supremazia sullo Stretto rispetto a un intervento militare via terra.

Dal punto di vista militare, poi, l'operazione non è finita dato che la tattica a mosaico degli iraniani prevede un vademecum per le singole unità affinché svolgano compiti precisi ogni giorno (per quanto le scorte non siano infinite); mentre invece dal punto di vista strategico è finita. Gli USA, infatti, stanno lavorando col governo civile e l'ala militare, questo perché l'IRGC aveva il controllo completo sull'armamentario iraniano. L'esercito era praticamente ridotto a rango di polizia locale. In questo modo l'IRGC poteva avere il controllo, tramite missili balistici e addirittura un'arma nucleare, sulle strozzature marittime nella zona. Ricordate anche che questa gente, per quanto fanatica possa essere, non è folle. Chi è disposto a veder bruciare tutto intorno a sé rimangono sempre Londra e Bruxelles. I razionamenti energetici sventolati in Europa sono la conseguenza diretta dell'ideologia miope e sconsiderata che entrambi questi centri di potere hanno usato come scusa per colonizzare poi il resto del mondo. Ora sono vittime della loro stessa narrativa, che purtroppo finisce per strangolare anche la popolazione autoctona. E, dispiace dirlo, ma su questo Trump ci contava.

Per l'appunto, invece di distendere gli animi in Ucraina si lasciano sciamare droni sulle strutture energetiche russe e le si attaccano. Questa è gente priva di scrupoli, disposta a tutto pur di conservare il proprio ruolo nella gerarchia di potere attuale e la rabbia della popolazione dovrebbe essere direzionata contro di essi. E data la direzione da dove arrivano questi droni, è facile concludere che si tratti molto probabilmente di operazioni inglesi. Tentativi disperati di arginare un semplice scenario che spaventa a morte la City di Londra: la ristrutturazione delle rotte marittime, l'inversione del globalismo e la regionalizzazione delle catene di approvvigionamento, e la rimozione dei “caselli inglesi” lungo le “autostrade” dei flussi monetari internazionali ombra. Finalmente il potere economico statunitense potrà essere scatenato senza che ci sia una mano che intervenga esternamente per direzionare, o stoppare, un tale potenziale.

Per capire il quadro generale dovete pensare alla strategia degli Stati Uniti come se fosse divisa in 3 fasi: la prima consisteva col riprendere il controllo del prezzo del dollaro attraverso il SOFR; la seconda consisteva nel riprendere il controllo dei prezzi dei risparmi attraverso oro e argento; la terza consiste nel riprendere il controllo sul processo di alimentazione monetaria dei mercati mondiali, tramite il petrolio. Negli ultimi 3 anni la volatilità nel Brent è più che raddoppiata, la City di Londra l'ha praticamente mandata su di giri. In questo modo ha buttato fuori quasi tutti i player reali dal mercato e assottigliato i volumi... capite che questa è una tattica suicida... ed era anche consapevole. Perché una volta ammazzato il mercato del Brent, i processi della City si sarebbero spostati a Dubai (finanziarizzando poi il petrolio dell'Oman/Dubai). Trump ha fatto in modo che un tale “trasloco” non avvenisse, da qui il crollo psicologico degli investitori nei confronti della città. L'impennata del WTI, adesso, conferma la backwardation del petrolio e che questa guerra riguarda il prezzo e il controllo al margine del barile di petrolio.

Parallelamente a ciò corre un'altra strategia, anch'essa in 3 fasi, come ripetuto già da tempo: far uscire allo scoperto quelle organizzazioni che usavano l'ombra per camuffarsi e chiudere selettivamente i vari canali monetari che sfruttavano per finanziarsi. Dapprima i flussi pubblici e la mannaia che si abbatte sugli sprechi in ambito Stato sociale americano. Attraverso le spese gonfiate di Medicare/Medicaid e previdenza sociale, indirizzate verso una traiettoria insostenibile, i dollari volavano all'estero e fungevano da propellente per la riserva frazionaria nel mercato dell'eurodollaro, garantendo “pasti gratis” a chi sfruttava questo meccanismo e svuotando l'economia statunitense. Tutta la pletora di ONG e organizzazioni estere avevano e hanno ancora lo stesso compito. A tal proposito, il segnale che sta dando Bessent è uno: niente più pasti gratis a scapito della sostenibilità americana. E dopo essersi occupati del flusso di fondi pubblici, indirizzarsi a quelli privati: cartelli, terroristi, riciclaggio di denaro. Solo in questo modo le organizzazioni malevole nell'ombra saranno costrette a usare i loro di capitali.

E li stanno usando, nonostante abbiano messo da parte quantità considerevoli di risorse monetarie dopo decenni di manipolazioni dei mercati. Infatti Le banche europee continuano a operare come operano perché la BCE, la Banca del Canada e la Banca d'Inghilterra le tengono a galla e manipolano i differenziali delle obbligazioni. Ma ora si aggiunge un ulteriore strato di difficoltà nelle condizioni attuali di crisi energetica. Manipolare la valuta: tenere alto il valore dell'euro per compensare gli aumenti dei prezzi del petrolio. Per farlo devono vendere titoli del Tesoro americani, oppure l'oro. Ecco perché il metallo giallo ha subito una correzione di recente. Da notare che gli USA hanno superato l'inversione della curva senza troppi problemi.

A proposito di oro, qui chi ha venduto grosse quantità di metallo giallo è stata la Turchia. La Turchia sta vendendo oro per due ragioni principalmente. E c'è anche l'Iran al centro di questa storia. Quando Obama tagliò fuori l'Iran dallo Swift nel 2011, la Turchia cambiò le regole del suo sistema bancario affinché potesse detenere oro come riserve. L'India ha fatto la stessa cosa quest'anno ed entrambi sono avamposti inglesi. La Turchia prese quella decisione perché l'Iran doveva vendere il petrolio sul mercato aperto e doveva riciclare i proventi attraverso il sistema bancario di qualcuno. Quindi l'Iran vendeva petrolio in cambio di oro, poi lo vendeva alle banche turche, le quali poi lo vendevano per qualsiasi valuta avessero bisogno. All'epoca aveva senso affinché l'Iran potesse sopravvivere alle sanzioni. Se guardate la lista dell'FMI riguardo l'oro in possesso delle varie nazioni, noterete che la Turchia ha un asterisco perché è un numero che varia molto in base al denaro che entra/esce dalle banche turche. Anche perché, se davvero i turchi sono così “ricchi” in oro, come mai la lira turca è in caduta libera? Si tratta, quindi, di oro di passaggio e non serve davvero come riserva o supporto per migliorare la base di capitale del Paese. La Turchia, così come il Canada, nell'effettivo non ha affatto oro. La settimana scorsa chiudevano i contratti di marzo della LBMA e, come avevo evidenziato in precedenza, Londra aveva bisogno di oro fisico per coprire le proprie passività.

Il prossimo campo di battaglia, invece, che la cricca di Davos sta preparando è quello del razionamento energetico. C'è un senso di impotenza che serpeggia adesso, non solo nel resto del mondo, ma anche negli USA. Il senato è praticamente bloccato, il Dipartimento di Giustizia non è stato in grado di perseguire i protagonisti di tutti quei casi importanti e lo spettro delle midterm rischia di ostacolare l'agenda dell'amministrazione Trump. La vera scommessa è che l'economia americana sia in condizioni migliori rispetto a quelle del resto del mondo (soprattutto UE e UK), perché la cricca di Davos sta davvero giocandosi il tutto per tutto. L'ultimo report sulle payroll americane è incoraggiante, così come altri indicatori macro, suggerendoci che nonostante i prezzi della benzina siano alti, solo gli americani sono in grado di sopportare $4 di media al gallone. Gli altri capitoleranno subito. Stesso discorso possiamo farlo con la borsa americana e la resilienza sulla scia dello scoppio della bolla del private credit. È un braccio di ferro, quindi, e la muscolatura migliore fortunatamente ce l'hanno ancora gli USA rispetto alla cricca di Davos.

Lo ripeto per chi ancora non avesse compreso il punto centrale dell'operazione americana in Iran: tali sforzi sono sostanzialmente mirati a costringere Londra e Bruxelles ad accettare i termini della resa presentati da Trump a Davos e Rubio a Monaco. L'Iran è solo un proxy. Prima di dichiarare indipendenza dall'ombra inglese sul sistema eurodollaro, gli Stati Uniti garantivano la libera navigazione nel mondo e tutti gli altri strutturavano le proprie economie e politiche attorno a questa assicurazione gratuita. L'Europa e il Regno Unito hanno sguinzagliato linee di politica ecologiste, ridotto le proprie capacità militari e impartito lezioni a Washington sulla virtù del globalismo, sicuri, tramite le proprie infiltrazioni al Congresso e alla Casa Bianca, che le portaerei americane sarebbero sempre state a loro disposizione.

Trump ha alimentato un momento di massima tensione e nel frattempo ha tolto la sopraccitata garanzia militare automatica. Il punto, quindi, è dilatare i tempi e farlo prima delle elezioni di medio termine. Permettendo che una chiusura o una semi-chiusura di Hormuz faccia sentire i suoi effetti sulle economie europee, Trump si assicura che il dolore immediato si concentri proprio nelle giurisdizioni che hanno più palesemente approfittato degli USA: Londra e Bruxelles. Le loro industrie, i loro consumatori e le loro convinzioni sulla transizione energetica vengono smascherati per quello che sono realmente: un pio desiderio sostenuto da un'architettura ombra che incanalava risorse di capitale americane verso le fantasie ambientaliste europee. In questo contesto il messaggio di Trump diretto ai leader europei e britannici – “Avete più bisogno del petrolio dello Stretto di Hormuz di noi; perché non andate a prendervelo?” – non è una frase buttata lì a caso: stiamo assistendo alla riorganizzazione di un sistema in cui gli Stati Uniti, di fatto, controllano il flusso globale di petrolio. Un mondo in cui la produzione nel Sud America allineata agli Stati Uniti, unita alla capacità discrezionale di garantire, o meno, la sicurezza di Hormuz, pone Washington al centro della scacchiera degli idrocarburi. Per questo obiettivo strategico un rapido ripristino del vecchio status quo sarebbe controproducente.

Una “soluzione rapida” in Iran significherebbe che Londra e Bruxelles tirerebbero un sospiro di sollievo e tornerebbero alla normalità. Dicendo esplicitamente a Londra e Bruxelles di “andare a prenderselo” da soli il petrolio in Iran, Trump impone un confronto basato sull'ormai manifesta power politics. I leader europei e britannici devono affrontare il fatto che i loro sistemi energetici, le loro basi industriali e i loro sermoni geopolitici si fondano sullo sfruttamento del potere americano. In tal senso il ritardo nella “riapertura” dello Stretto e la sfida lanciata agli alleati della NATO affinché lo facciano da soli non è indecisione, né le dichiarazioni di Trump sono oscure e confuse. È una strategia meticolosa che richiede una determinazione ferrea per liberarsi di una struttura finanziaria ombra che per decenni ha tenuto in ostaggio la ricchezza reale americana. Dichiarare indipendenza da questa idrovora non sarà facile, ridurre alla sete di liquidità gratis coloro che in precedenza la davano per scontata richiederà grandi sacrifici e al tempo stesso ritorsioni sempre più violente.

Ma lo strangolamento non avviene solo a livello energetico. Quello è solo il primo strato; esso si ripercuote inevitabilmente nei mercati delle valute e nei cosiddetti avamposti mondiali che fanno riferimento a Londra e Bruxelles. Quando i prezzi dell'energia subiscono un'impennata, i Paesi dipendenti dalle importazioni si trovano immediatamente di fronte a un problema: hanno bisogno di più dollari per pagare lo stesso volume di carburante. Se non ce li hanno, la loro valuta si indebolisce, e se la loro valuta si indebolisce le importazioni diventano ancora più costose. La risposta standard è che la banca centrale venda le riserve in valuta estera per difendere la divisa nazionale e assorbire lo shock. Questo funziona, ovviamente, fino a quando le riserve non si esauriscono. La Turchia ha consumato le sue riserve più velocemente di quanto quasi tutti si aspettassero: solo nella prima settimana di marzo la banca centrale ha speso $12 miliardi per difendere la lira. A metà marzo le riserve erano scese da $65,7 miliardi a $53,6 miliardi.

Il 13 marzo gli investitori stranieri hanno venduto titoli di stato turchi al ritmo settimanale più veloce mai registrato. I trader che avevano preso in prestito dollari a basso costo e li avevano investiti sui tassi di interesse turchi al 37% per massimizzare i profitti, si sono dati alla fuga: si stima che tra i $12 e i $15 miliardi di capitali siano fuggiti in due settimane. Al Gran Bazar di Istanbul i cambiavalute vendono dollari a un premio rispetto al tasso interbancario, un indicatore affidabile del panico diffuso tra gli investitori.

L'India ha agito con maggiore discrezione. Il 13 marzo il Ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha presentato alla Lok Sabha richieste supplementari di stanziamenti, tra cui circa $6,7 ​​miliardi per un “Fondo di Stabilizzazione Economica”, con un obiettivo di raccolta fondi totale di $12 miliardi. Lo scopo dichiarato: “margine di manovra fiscale” per far fronte agli “shock energetici e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento dovute al conflitto in Medio Oriente”. L'India importa quasi l'87% del suo petrolio greggio e il caos energetico ha già causato una delle più gravi carenze di gas degli ultimi decenni: le autorità hanno interrotto le forniture di GPL all'industria per garantire alle famiglie una quantità sufficiente di combustibile per cucinare. Lo schema: Turchia e India rappresentano due livelli di sviluppo economico e due diverse entità di capacità di spesa pubblica, ma stanno facendo la stessa cosa, ovvero consumare le proprie riserve.

Ma cosa succede quando non sono sufficienti?

Quando le riserve non riescono a contenere lo shock i governi si rivolgono al lato della domanda: iniziano a razionare l'energia, riducendo i consumi con la forza. Il Pakistan, poi, è passato direttamente a un'austerità totale. Il 9 marzo il Primo Ministro, Shehbaz Sharif, è apparso in televisione annunciando 15 misure di emergenza: una settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, la chiusura delle scuole per due settimane, il passaggio obbligatorio al telelavoro per il 50% della forza lavoro governativa, il divieto di tutti i viaggi ufficiali all'estero, la rinuncia allo stipendio per due mesi per i membri del governo, una riduzione del 25% dello stipendio per i parlamentari, una riduzione del 30% per i funzionari con uno stipendio superiore a 3 milioni di rupie al mese e il fermo del 60% dei veicoli governativi. Tutti i fondi dedotti confluiscono in un fondo denominato “Piano di Austerità del Primo Ministro”, nessuno, però, sulla stampa pakistana si è posto la domanda ovvia: austerità da cosa? Il Pakistan importa oltre l'80% del suo petrolio. Le detrazioni salariali e i veicoli fermi sono una cifra irrisoria rispetto al conto dell'energia che il Pakistan si appresta a pagare.

Ma è nell'Asia meridionale e sudorientale che il razionamento è diventato più viscerale, perché questi Paesi sono entrati nella crisi con le riserve più esigue. Il Bangladesh importa il 95% del suo carburante e ha riserve petrolifere sufficienti per circa tre settimane. In alcuni distretti i distributori di benzina sono rimasti a secco. Il settore tessile, che genera l'84% dei proventi delle esportazioni del Paese e impiega circa quattro milioni di lavoratori, sta affrontando interruzioni di corrente a rotazione di otto-quattordici ore al giorno. Lo Sri Lanka, segnato dal collasso economico del 2022, ha riattivato il suo sistema nazionale di codici QR per il carburante: ogni veicolo deve registrare il proprio numero di identificazione e il numero di cellulare, generando un codice QR univoco che un addetto alla stazione (spesso scortato dai militari) scansiona prima di erogare carburante. Le motociclette sono limitate a cinque litri a settimana, le auto a quindici litri e gli autobus a sessanta litri. Le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale; la giunta militare del Myanmar ha istituito giorni di guida alternati a Yangon e Naypyidaw, con soldati a guardia dei depositi di rifornimento. Le Nazioni Unite stimano che i prezzi del petrolio siano aumentati di circa il 45% e quelli del gas del 55% dalla fine di febbraio, con un incremento del 35% dei prezzi dei fertilizzanti.

C'è un punto in ogni crisi monetaria in cui il governo smette di cercare di difendere il tasso di cambio e inizia a cercare di impedire che la ricchezza lasci il Paese. I controlli sui capitali segnalano che le autorità hanno perso fiducia nella loro capacità di gestire la situazione con strumenti convenzionali e accelerano il panico stesso che sono progettati per prevenire. La Russia, ad esempio, è intervenuta il 26 marzo con due decreti: uno che vieta l'esportazione di rubli in contanti superiori all'equivalente di $100.000 verso gli stati dell'Unione Economica Eurasiatica e un altro che vieta l'esportazione di lingotti d'oro di peso superiore a 100 grammi. La motivazione ufficiale: combattere l'economia sommersa. Il contesto reale: la Russia ha registrato un deflusso di liquidità pari a $13,2 miliardi dal sistema bancario solo a gennaio 2026, dovuto al passaggio delle imprese al mercato nero per evitare l'aumento dell'IVA. Il viceministro delle Finanze, Alexei Moiseev, ha riconosciuto che l'oro viene sempre più utilizzato come sostituto della valuta estera in transazioni illecite e nella fuga di capitali. Poi c'è la Turchia come dicevamo prima, la quale ha trascorso l'ultimo decennio accumulando circa $135 miliardi in riserve auree per scambiarle con valuta forte sul mercato londinese.

Ed ecco l'ultima fase: la resa dei conti. Se volete vedere dove porta questa strada quando non ci sono più riserve, nessun cuscinetto fiscale e nessuna via d'uscita da bloccare, guardate il Libano. Ovviamente è il capolinea questo e non tutti ci arriveranno. L'unica variabile è la velocità e la chiusura di Hormuz ha accelerato il processo per tutti i mercati importatori di petrolio.

L'attuale sistema finanziario mondiale si basa su due elementi: energia a basso costo e liquidità in dollari. Togliendo uno dei due elementi l'intero sistema inizia a collassare; togliendoli entrambi contemporaneamente si ottiene qualcosa che assomiglia meno a una recessione e più a un collasso sistemico. I Paesi che oggi stanno bruciando le riserve in valuta estera saranno quelli che domani si rivolgeranno al Board of Peace per prestiti di emergenza.

La questione non è se tutto questo rimodellerà i mercati globali e la politica monetaria. Lo ha già fatto.

Il riassesto della proiezione di potere militare è una funzione del riassesto del flusso di petrolio intorno al mondo, il che a sua volta è un riassesto del flusso di denaro nel mondo. Quella in Iran non era una guerra ma la rottura di una rete, come avvenuto in Venezuela e col CJNG; strozzature che dovevano essere bonificate. La maggior parte delle strade conducono a Londra, ma molto spesso una tappa intermedia prima della destinazione è Bruxelles. La tassa principale che ha fatto ingrassare le casse della City di Londra è quella del caos su cui s'è fondato il suo schema di ricatto “Dividi et impera”. È risaputo che l'IRGC ha connessioni con Londra e Parigi, e tramite i canali finanziari ombra è riuscita a connettere gli interessi di tali luoghi con le organizzazioni terroristiche internazionali. Gli USA sono serviti da garanzia collaterale in tutto questo schema di pagamenti ombra. Trump ha semplicemente detto “Basta!”. Gli USA non pagheranno più i loro interessi sul debito per finanziare navi e marinai per pattugliare i mari gratis, mentre gli inglesi incassavano i premi delle assicurazioni, le commissioni nel Forex e fomentavano il caos facendo aumentare allo stesso tempo i premi di rischio. L'Iran, quindi, non era altro che una delle ultime roccaforti in cui l'Impero inglese fomentava il caos nella regione ed è questo Impero che ha perso, non quello americano.

Non esistono coincidenze in geopolitica, solo evoluzioni di eventi innescati in precedenza.


CONCLUSIONE

Mentre la maggior parte delle persone è occupata a lanciare invettive contro Trump, coloro che sono anti-umanità e anti-civiltà ottengono nuovamente un free ride di fronte alla percezione comune. Inutile dire che social, stampa generali sta e canali d'informazione alternativi fanno un buon lavoro sotto questo aspetto per sviare accuratamente le attenzioni. La critica alla classe dirigente europea è pressoché assente; la rabbia nei confronti della classe dirigente europea è assente. Nel frattempo il tortuoso cammino americano verso una nuova indipendenza continua.

Iniziato col SOFR, ha dovuto seguire un percorso di maturazione caratterizzato da continui attacchi alla sua fragile, almeno inizialmente, architettura. Ciò ha costretto gli Stati Uniti ad assecondare il principio di distopia della cricca di Davos che ha infestato il mondo, in modo più virulento rispetto al passato, dal 2019 al 2022. Da quel momento in poi gli Stati Uniti hanno potuto cambiare la propria postura: da difensiva ad attaccante. Ma questi sono temi che ho trattato ampiamente nell'ultimo libro che ho pubblicato, Il Grande Default.

Trump, quindi, sta riorganizzando le rotte petrolifere mondiali e le “rotte” finanziarie mondiali. Il super potere della City di Londra passa dai flussi monetari e dai flussi commerciali, in particolar modo dalle assicurazioni. L'IRGC e la sua minaccia di “chiusura” dello Stretto di Hormuz era il braccio armato del club P&I con cui la City di Londra gestiva a monte il flusso del petrolio e per estensione quello del commercio mondiale. Ecco perché la dichiarazione di guerra del 28 febbraio nei confronti dell'Iran era indirizzata a tutti i mezzi militari ad appannaggio dell'IRGC, le guardie pretoriane del regime e vero comandante del Paese dietro le quinte. L'obiettivo ambizioso di questa operazione è togliere dalle mani inglesi questo premio, se non addirittura portarlo nelle mani americane e protetto dalla Marina americana. Quest'ultima smette praticamente di lavorare gratis per gli altri e farli ingrassare sul loro trono di ideologie verdi e fantasie di burocratizzazione del mondo intero. È la solita storia: tutti i vantaggi scorrevano all'estero, pochi benefici, se non nessuno, restavano negli USA.

Ancora una volta, non dovete ascoltare tutto ciò che dice Trump. La maggior parte delle volte è “smoke & mirror”, un suo modo di negoziare. Sono poche le volte in cui dice effettivamente ciò che sarà. Dovete guardare all'evoluzione della sua strategia, lì risiede il vero potere analitico di “predizione”. Se invece volete direzionalità a livello verbale, ascoltate Jamie Dimon. Una di quelle volte in cui Trump è stato chiaro è proprio di recente quando ha pubblicato un post sul social Truth in cui invitava i “partner” europei e inglesi ad andarsi a prendere il petrolio se davvero lo volevano. O altrimenti comprarlo dagli USA.

Oltre ad aver sottolineato l'obsolescenza della NATO, sostituita molto probabilmente da una nuova alleanza in Medio Oriente, Trump ha reso chiaro che acquistare petrolio o gas dagli USA significherà accettare altresì il pacchetto di assicurazioni americane messi a disposizione dal DFC.

Gli USA possono aspettare tutto il tempo che vogliono in tal senso, non hanno alcuna fretta. Il cappio energetico che si stringe è intorno al collo di Londra e Bruxelles, non a quello di Washington. Infatti tre nuovi terminal di GNL vengono espansi negli Stati Uniti, riorganizzando altresì il modo in cui scorre l'energia a livello interno (resa consapevolmente inefficiente in precedenza).

Questo tipo di riorganizzazione non avviene dalla sera alla mattina. Richiede tempo. Stiamo parlando di reti ombra che vengono riorientate, accordi centenari che devono essere riscritti, alleanze abbandonate per nuove. Senza contare la pressione psicologica e i ricatti nel momento in cui si “tradisce” il vecchio assicuratore inglese per quello nuovo americano. Alcune delle compagnie marittime vantano centinaia di anni di sottoscrizioni assicurative con Lloyd's, ad esempio. Tutto ciò era chiaro sin da quando Trump, in risposta all'opzione nucleare lanciata tramite la confusione dei primi giorni di conflitto dall'Iran ovvero “chiudere” lo Stretto di Hormuz e poi concretizzata nell'effettivo dalle assicurazioni inglesi che hanno smesso di assicurare le navi in caso di guerra, ha presentato la possibilità di un'assicurazione americana per le navi in transito ad Hormuz. Come ci insegna la teoria Austriaca, tutti i cambiamenti avvengono al margine: infatti saranno le piccole compagnie di spedizione greche le prime ad accettare la proposta assicurativa americana, le più colpite finora dalla crisi.

In sintesi, gli Stati Uniti si stanno emancipando non solo dai singoli punti di fallimento a livello finanziario (es. contagio sistemico tramite l'eurodollaro), ma anche da quelli a livello commerciale in modo da non essere più ricattabili. Ecco perché stanno potenziando le strutture tecnologiche in Arizona per accogliere il know-how di Taiwan, oltre al fatto che quello stesso stato americano ha una delle riserve di elio più grandi al mondo.

Quando Trump ha detto già dal secondo giorno di conflitto che era finita, era effettivamente finita a livello funzionale. La domanda era: come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran? Ricordate, stiamo parlando di un Paese ordini di grandezza superiore al Venezuela. L'accordo che è stato portato avanti nel corso di questi mesi non era ovviamente definitivo, bensì una bozza. Questo perché non essendo il Paese un monolite, ed essendoci diverse fazioni al suo interno, una delle quali l'IRGC, le trattative hanno subito “interferenze”. Mettiamo che il team di Trump stesse trattando con Araghchi e il suo di team: siglare un accordo con loro non avrebbe significato AUTOMATICAMENTE che essi avrebbero potuto farlo valere in patria. E questo è stato evidente durante le trattative pre-conflitto: un po' come accaduto in Turchia nel 2022 quando Zelensky era pronto a trattare con Putin, ma poi, dopo l'intervento di Boris Johnson, cambiò idea. Quando negozi contro gli interessi del tuo Paese significa che hai puntata alla testa una pistola.

In questo conflitto ci sono quattro giocatori principali: USA-Israele & Iran-City di Londra. Quest'ultima ha un interesse esistenziale in gioco: “gestione” delle leve di prezzo di petrolio, Forex e flusso di denaro tramite il commercio mondiale. Trump, quindi, non sta facendo altro che riorganizzare il commercio mondiale lontano da queste strozzature perché sono una passività per gli USA: è costato più difendere lo Stretto di Hormuz piuttosto che ricostruire l'Europa nel secondo dopoguerra. Pensavate davvero che lo scopo dell'IRGC fosse quello di diffondere la “rivoluzione islamica” piuttosto che essere partner in affari con Londra e rappresentare quindi una minaccia costante per il commercio mondiale con missili balistici, ed eventualmente bombe nucleari, in grado di raggiungere altri Stretti nel mondo? Londra ormai non ha più una Marina, non ha una più un esercito, non ha più un'industria, non ha più accesso ad energia a basso costo; l'unico controllo che hanno come Impero è sulle assicurazioni, sulle riconciliazioni finanziarie, sulle normative finanziarie e sugli intrallazzi dell'MI6. Nel momento in cui entra in scena un Donald Trump che toglie l'accesso a questi proxy, cosa credete che avrebbe fatto la City di Londra? Questa è la semplificazione, se proprio necessario, che si deve tenere a mente: è una lotta a quattro giocatori e ognuno di loro muove le proprie pedine.

Il resto è rumore di fondo e distrazione.


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giovedì 16 aprile 2026

Il dibattito quantistico su Bitcoin sta riemergendo e i mercati iniziano a notarlo

Questa notizia, secondo cui Fannie Mae e Freddie Mac accettano come garanzia Bitcoin per i mutui immobiliari, è fondamentale, di gran lunga più importante sugli ETF su Bitcoin. Inutile ricordare che si tratta di un tassello critico nella ricapitalizzazione della classe media americana, dato che in questo modo un asset in precedenza considerato “inerte” può essere usato come flusso di cassa personale e fornire una garanzia a supporto della propria produttività. In precedenza una “speranza” di prosperità in un futuro indeterminato, adesso una garanzia di valore effettiva alla base delle proprie possibilità di imprenditorialità. In questo modo i mutui trentennali a tasso fisso tornano a essere un volano per alleggerire il fardello finanziario sulla classe media, la quale può godere da un lato di un ambiente in cui i tassi di riferimento sono gestiti internamente col SOFR (niente più cicli quinquennali di crisi che alteravano “precisamente” il passaggio dei mutui al tasso variabile) e dall'altro dell'uso di un asset che in precedenza a livello ufficiale era “inutile”. Ora la classe media può usare Bitcoin come garanzia attiva senza dover porre in prima linea la propria casa e avere una sicurezza in più nella gestione delle proprie finanze, e altresì usare la stabilità di questo nuovo assetto per dedicarsi alle proprie attività produttive, potenziandole. In questo modo può ripagare con più agilità i propri debiti. Ma qui viene il bello: grazie alle stablecoin, in particolare a Tether, questo modello di business può essere esportato a livello internazionale. Un circolo virtuoso per il bilancio statunitense, visto che i capitali volano sempre dove vengono trattati meglio, e l'emersione di un'organizzazione economica fondata su principi più sani grazie a Bitcoin.

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da Coindesk

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-dibattito-quantistico-su-bitcoin)

L'informatica quantistica e la minaccia che essa rappresenta per le blockchain crittografate sono tornate a circolare nelle discussioni online su Bitcoin, sollevando preoccupazioni sul fatto che costituiscano un rischio a lungo termine di cui investitori e sviluppatori faticano ancora a parlare con un linguaggio semplice.

L'ultima riaccensione del dibattito è seguita ai commenti di importanti sviluppatori nell'ecosistema Bitcoin che hanno respinto le affermazioni secondo cui i computer quantistici rappresenterebbero un rischio reale per la sua rete nel prossimo futuro. La loro posizione è semplice: macchine in grado di violare la crittografia di Bitcoin non esistono oggi ed è improbabile che esisteranno per decenni.

Adam Back, cofondatore di Blockstream, società che si occupa di infrastrutture Bitcoin, ha descritto il rischio come inesistente nel breve termine, definendo l'informatica quantistica “in una fase ancora troppo embrionale” e piena di problemi di ricerca irrisolti. Anche nello scenario peggiore, ha sostenuto Back, la struttura di Bitcoin non permetterebbe il furto istantaneo di coin attraverso la rete.

La valutazione di Back è ampiamente condivisa anche da altri sviluppatori. I critici, tuttavia, affermano che il problema non è la tempistica, bensì la mancanza di una preparazione visibile.

Bitcoin si basa sulla crittografia a curve ellittiche per proteggere i wallet e autorizzare le transazioni. Come spiegato in precedenza da CoinDesk, computer quantistici sufficientemente avanzati, in grado di eseguire l'algoritmo di Shor (un algoritmo quantistico utilizzato per trovare i fattori primi di numeri grandi), potrebbero ricavare le chiavi private dalle chiavi pubbliche esposte, mettendo a rischio una parte delle coin esistenti.

La rete non crollerebbe da un giorno all'altro, ma i fondi custoditi in indirizzi obsoleti, inclusi gli 1,1 milioni di bitcoin di Satoshi Nakamoto, rimasti intatti sin dal 2010, potrebbero diventare vulnerabili agli attacchi di malintenzionati.

Per ora, questa minaccia rimane teorica. Ciononostante governi e grandi aziende si stanno già comportando come se la rivoluzione quantistica fosse inevitabile. Gli Stati Uniti hanno delineato piani per abbandonare gradualmente la crittografia classica entro la metà della decade del 2030, mentre aziende come Cloudflare e Apple hanno iniziato a implementare sistemi resistenti ai computer quantistici.

Bitcoin, al contrario, non ha ancora concordato un piano di transizione concreto ed è proprio in questa lacuna che si sta insinuando il malcontento del mercato.

Nic Carter, socio di Castle Island Ventures, ha dichiarato su X che la discrepanza tra sviluppatori e investitori sta diventando difficile da ignorare. Secondo lui il capitale è meno interessato a sapere se gli attacchi quantistici arriveranno tra cinque o quindici anni, ed è più concentrato sulla credibilità del futuro di Bitcoin qualora gli standard crittografici dovessero cambiare.


Piani per contrattaccare

Gli sviluppatori ribattono che Bitcoin può adattarsi ben prima che si manifesti un pericolo reale. Esistono proposte per migrare gli utenti verso formati di indirizzo resistenti ai computer quantistici e, in casi estremi, per limitare le spese dai wallet tradizionali. Tutto ciò sarebbe preventivo, non reattivo.

Uno di questi piani è il Bitcoin Improvement Proposal (BIP)-360, il quale introduce un nuovo tipo di indirizzo Bitcoin progettato per utilizzare la crittografia resistente ai computer quantistici.

Offre agli utenti un modo per trasferire le proprie crittovalute in wallet che si basano su diversi algoritmi matematici, ritenuti molto più resistenti agli attacchi dei computer quantistici.

BIP360 delinea tre nuovi metodi di firma, ognuno dei quali offre diversi livelli di protezione, in modo che la rete possa passare gradualmente al nuovo formato anziché imporre un aggiornamento improvviso. Nulla cambierebbe automaticamente. Gli utenti aderirebbero nel tempo trasferendo i fondi al nuovo formato di indirizzo.

I sostenitori di BIP360 sostengono che la proposta non riguardi tanto la previsione dell'arrivo dei computer quantistici, quanto piuttosto la preparazione. Il passaggio di Bitcoin a un nuovo standard crittografico potrebbe richiedere anni, con aggiornamenti software, modifiche infrastrutturali e coordinamento degli utenti.

Secondo loro, iniziare per tempo riduce il rischio di essere costretti a prendere decisioni affrettate in seguito.

Tuttavia la governance conservativa di Bitcoin diventa un attrito quando si tratta di affrontare minacce a lungo termine che richiedono un consenso precoce.

Attualmente l'informatica quantistica non rappresenta una minaccia esistenziale per Bitcoin e nessuna previsione credibile suggerisce il contrario.

Tuttavia, man mano che il capitale diventa più istituzionalizzato e a lungo termine, anche i rischi più lontani richiedono risposte più chiare.

Finché sviluppatori e investitori non convergeranno su un quadro di riferimento condiviso, la questione quantistica continuerà a persistere, non come motivo di panico, ma come un attrito silenzioso che pesa sul clima generale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 15 aprile 2026

UE e Australia siglano un accordo commerciale tra le preoccupazioni relative alle risorse strategiche

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-australia-siglano-un-accordo)

Sono trascorsi ben otto anni prima che l'Unione Europea e l'Australia riuscissero a raggiungere un accordo commerciale congiunto. L'accordo presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal primo ministro australiano, Anthony Albanese, a Canberra rappresenta una riduzione di vasta portata delle tariffe dirette nel medio termine.

Oltre il 90% delle merci potrà circolare liberamente tra i due continenti, ovviamente sempre nel rispetto delle norme comuni di armonizzazione e, soprattutto, delle regole europee in materia di protezione del clima. Questo aspetto deve essere preso in considerazione in ogni cosiddetto accordo di libero scambio. Le normative non scompaiono per le imprese. Nel caso degli accordi con l'UE, esse si estendono in larga misura anche ai partner commerciali.

In ogni accordo commerciale di cui l'Unione Europea è firmataria, Bruxelles cerca di integrare un massiccio protezionismo climatico nel commercio globale. In un certo senso, una sorta di colonialismo climatico postmoderno. Questo è il concetto di libero scambio così come viene praticato dagli europei.

Secondo i partecipanti, l'accordo che sta per essere firmato dovrebbe aumentare le esportazioni dell'UE verso l'Australia fino a un terzo e incrementare gli investimenti delle aziende europee in Australia fino all'ottanta percento. La direzione strategica è chiara: l'UE sta cercando di liberarsi dalla morsa cinese nel settore cruciale delle materie prime, come le terre rare. E l'Australia ha, nell'effettivo, un ricco catalogo di risorse da offrire.

Gli accordi commerciali come quello con l'Australia seguono una strategia ben precisa. Da un lato sembra crescere la consapevolezza dei problemi di approvvigionamento causati dalla guerra contro l'Iran; dall'altro l'industria europea si sta impegnando per aprire nuovi mercati di vendita e rafforzare la posizione competitiva delle aziende che hanno subito forti pressioni nel cuore industriale della Germania, soprattutto durante la crisi energetica.

È evidente che Bruxelles è pronta a coniugare i progressi nel settore manifatturiero con una corrispondente riduzione delle norme protezionistiche in agricoltura. Ciò crea potenziali conflitti, come si è visto nelle scorse settimane con l'accordo Mercosur tra l'UE e i Paesi sudamericani Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile.

L'accordo, che segue uno spirito simile a quello con l'Australia, dovrebbe entrare in vigore provvisoriamente a maggio. Ciò avviene nonostante importanti attori politici come Francia e Italia abbiano già annunciato una forte opposizione al patto, il quale metterà gli agricoltori europei – e quindi l'agricoltura europea – sotto una forte pressione competitiva, poiché il Sud America segue un quadro normativo molto diverso da quello dell'UE.

Nel caso dell'accordo australiano, su questo fronte la situazione è rimasta sostanzialmente tranquilla; il mercato australiano è troppo piccolo affinché i volumi potenzialmente importati di carne bovina, che saranno spediti in Europa tramite quote, possano destare particolari preoccupazioni.

Dal punto di vista dell'economia tedesca, l'accordo commerciale con l'Australia può essere approssimativamente riassunto come segue: mentre i settori in crisi dell'industria automobilistica, meccanica e chimica beneficeranno di una drastica riduzione delle tariffe di importazione australiane, l'UE otterrà l'accesso alle terre rare, al cobalto e al litio estratti in Australia e dovrà accettare che la produzione di carne bovina raggiungerà sempre più il mercato europeo.

In definitiva, l'Australia rappresenta solo circa l'uno per cento degli scambi commerciali dell'UE. Il Paese si colloca al ventesimo posto tra i partner commerciali più importanti dell'UE.

Ciononostante si tratta di un piccolo passo verso la liberazione dalla morsa della Cina, che, come si è visto l'anno scorso, non esita un attimo a sfruttare i suoi strumenti geopolitici nel settore delle materie prime come le terre rare, posizionando il suo motore di esportazione nella politica commerciale.

La diversificazione è fondamentale. Accumulare riserve è ancor più importante, come sappiamo oggi, visti i depositi di gas in diminuzione e le riserve petrolifere esaurite.

Le riserve strategiche rappresentano un riconoscimento politico della realtà. Il fatto che la politica europea si sia un tempo concessa il lusso di dare priorità all'ideologia climatica e alle fantasie di trasformazione rispetto alle necessità concrete, ora si traduce in un prezzo amaro da pagare.

I concorrenti commerciali come la Cina o gli Stati Uniti detengono riserve in settori fondamentali come l'energia e le materie prime, sufficienti a garantire l'approvvigionamento dell'economia e della società per oltre un anno. Crisi acute, come l'attuale chiusura dello Stretto di Hormuz, appaiono quindi relativamente più facili da gestire e controllare.

La politica commerciale europea deve seguire questa strada: deve concentrarsi sugli interessi strategici della propria economia e superare gli errori ideologici se vuole ancora salvare ciò che è salvabile nella grave crisi dell'industria europea.

Le catene di approvvigionamento e la fornitura di materie prime ed energia devono essere temi centrali nell'agenda politica europea. La reintegrazione della Russia come fornitore di gas e lo sviluppo delle risorse interne – che si tratti di gas di scisto, gas del Mare del Nord, o giacimenti di carbone nazionali – dovrebbero dare il tempo necessario per sviluppare una strategia nucleare paneuropea, il che richiederà molti anni.

Finché queste considerazioni non saranno integrate in una strategia complessiva e globale, l'accordo commerciale australiano rimarrà frammentario: una mossa di poco conto, quasi irrilevante, sullo scacchiere geopolitico dominato dal duopolio Washington-Pechino.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 14 aprile 2026

L'ipotesi su Hormuz: cosa succederebbe se la Marina statunitense non avesse fretta di riaprire lo Stretto?

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di John Conrad

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lipotesi-su-hormuz-cosa-succederebbe)

Quando lo scorso 5 marzo i sette club P&I appartenenti all'International Group hanno emesso avvisi di cancellazione con 72 ore di preavviso per la copertura del rischio di guerra nel Golfo Persico, non si sono limitati ad aumentare i costi: hanno reso impossibile il transito.

I club P&I assicurano circa il 90% del tonnellaggio marittimo mondiale. Senza la loro copertura, le navi non possono salpare, le autorità portuali non consentono loro di attraccare, le banche non finanziano il carico e gli armatori non prenotano la nave. L'intero sistema, dal molo di carico al terminal di scarico, è garantito da una catena di contratti che inizia con un club a Londra, Oslo, o Tokyo. Quando i club hanno ritirato le estensioni per il rischio di guerra, quella catena si è spezzata. Non per poche navi, per l'intera flotta globale.

I premi per il rischio di guerra sono balzati dallo 0,25% all'1% del valore dello scafo, rinnovabili ogni sette giorni. Le tariffe di noleggio delle VLCC (Very Large Crude Carrier) sono quadruplicate, raggiungendo quasi $800.000 al giorno. Oltre 1.000 navi sono ora bloccate nel Golfo Persico, bruciando i costi di noleggio senza avere una destinazione. Il 3 marzo solo quattro navi avevano attraversato lo Stretto, rispetto a una media di settantasette navi nei sette giorni precedenti.

Poi Trump ha fatto qualcosa che quasi nessuno nella stampa ha capito.

Ha ordinato alla US International Development Finance Corporation di creare un fondo di assicurazione marittima da $20 miliardi, con Chubb come principale sottoscrittore, rendendo il governo degli Stati Uniti l'assicuratore di ultima istanza per il trasporto marittimo nel Golfo. Una nazione sovrana si è posizionata come garante per l'assicurazione contro i rischi di guerra nel punto di strozzatura marittima più critico del mondo. Il fondo DFC, coordinato con il Comando Centrale degli Stati Uniti e il Dipartimento del Tesoro americano, offre copertura per scafo, macchinari e carico su base continuativa alle navi idonee.

Ora gli Stati Uniti controllano l'interruttore di apertura e chiusura dello Stretto di Hormuz. Non tramite la potenza di fuoco navale, bensì tramite un sistema di assicurazione.

Leggete attentamente l'ultimo avviso del MARAD: le navi commerciali battenti bandiera statunitense, di proprietà statunitense, o con equipaggio statunitense che operano in queste aree, devono mantenere una distanza minima di 30 miglia nautiche dalle navi militari statunitensi.

E rileggete questa parte dell'annuncio della DFC: “[...] in coordinamento con il Comando Centrale degli Stati Uniti”.

Non possono passare senza il permesso della Marina.

E la luce verde non si è ancora accesa.


Il Dream Team Marittimo che fu

Per capire perché tutto questo sia importante, bisogna comprendere cosa Trump ha costruito e cosa ha distrutto.

Trump ha iniziato il suo secondo mandato determinato a ripristinare la supremazia marittima americana. Ha riunito il più grande gruppo di esperti marittimi in posizioni chiave del governo dai tempi di Nixon; ha nominato Mike Waltz, ideatore dello SHIPS for America Act, a capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale; ha creato un Ufficio Marittimo alla Casa Bianca; ha nominato sostenitori del settore marittimo in posizioni chiave in tutta l'amministrazione. Nell'aprile del 2025 ha firmato un Ordine Esecutivo Marittimo che indirizza un Piano d'Azione Marittima che coinvolge i dipartimenti della Difesa, degli Esteri, dei Trasporti e della Sicurezza Interna.

Ha iniziato a prendere di mira i punti strategici: Panama, il Mar Rosso, Suez, il varco tra la Groenlandia e il Regno Unito; ha avviato indagini su Gibilterra e la Spagna; ha promosso azioni da parte del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America e imposto dazi sulle navi costruite e gestite dalla Cina; ha convocato Rodolphe Saadé, amministratore delegato di CMA CGM, nello Studio Ovale e ha ottenuto un impegno di $20 miliardi per gli investimenti marittimi americani.

L'ambizione era reale.

Lo stesso vale per la resistenza a essa.

Gli armatori si sono schierati davanti al Dipartimento del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America e hanno protestato contro i dazi imposti alla Cina sul settore marittimo. Quasi tutti gli economisti del pianeta si sono schierati contro le proposte tariffarie marittime. L'intero settore tecnologico statunitense ha chiesto concessioni alla Cina... e cosa ha chiesto la Cina in cambio? Una tregua al Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America.

Poi il Signalgate. I media hanno fatto trapelare una conversazione privata sull'attacco agli Houthi e sulla riapertura del Mar Rosso. L'operazione è stata una sorpresa e il Signalgate ha imposto una riorganizzazione: Waltz è stato trasferito alle Nazioni Unite, l'Ufficio Marittimo è stato ridimensionato e il Consiglio di Sicurezza Nazionale smantellato.

È stato in quel momento che ogni iniziativa marittima ha iniziato a incepparsi.

Cosa è crollato: Panama non ha mantenuto la promessa di libero transito per le navi statunitensi; l'impegno di CMA CGM di investire $20 miliardi è svanito quando la società ha ordinato navi da Cina e India; il Congresso ha bloccato l'approvazione dello SHIPS Act; il Regno Unito ha ceduto le Isole Chagos, inclusa Diego Garcia, a Mauritius in cambio di un accordo di favore, mettendo a rischio un'importante base navale; le nomine di figure chiave della Marina sono state rallentate, o bloccate, al Senato.

La situazione è culminata poi nell'Organizzazione Marittima Internazionale di Londra. Nell'aprile dell'anno scorso, sessantatré Paesi hanno votato a favore del Net-Zero Framework, un meccanismo globale di tariffazione dell'anidride carbonica per ogni nave di stazza superiore a 5.000 tonnellate. Cosa hanno chiesto i negoziatori di Trump? Che la piccola flotta di navi mercantili americane fosse esentata. L'Europa ha rifiutato, sostenendo che gli interessi marittimi americani fossero “irrilevanti” e che non avessero né la forza contrattuale, né i voti necessari.

Gli Stati Uniti si sono ritirati. In ottobre, durante la votazione sull'adozione, Trump l'ha definita una “nuova truffa verde globale, una tassa sulle spedizioni”. Trump ha adottato una linea dura: il Dipartimento di Stato ha minacciato sanzioni contro qualsiasi Paese avesse votato a favore. Cinquantasette Paesi hanno votato per il rinvio.

Una vittoria di Pirro. La tassa sull'anidride carbonica era destinata al fallimento, ma non abbiamo ottenuto esenzioni per le navi statunitensi e la Casa Bianca ha iniziato a perdere la guerra più ampia per il controllo dei punti strategici e del commercio marittimo contro la City di Londra, l'Europa e la Cina.

Poi due colpi incapacitanti in rapida successione.

Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito con una votazione di 6 a 3 che l'IEEPA non autorizza il Presidente a imporre dazi, invalidando i dazi reciproci del “Giorno della Liberazione” e i dazi sul traffico di merci verso Cina, Canada e Messico. Si stima che siano andati persi circa $160 miliardi di entrate tramite tali dazi. Trump ha imposto dazi del 15% ai sensi della Sezione 122, ma questi hanno una durata massima di 150 giorni e richiedono una proroga da parte del Congresso.

Il suo strumento commerciale più potente gli è stato tolto dai tribunali. Se non si può imporre la conformità attraverso i dazi, serve un'altra forma di leva.

E poi la Flotta d'Oro.

Lo scorso dicembre Trump ha annunciato a Mar-a-Lago una nuova classe di navi da guerra, la classe Trump: da 30.000 a 40.000 tonnellate, armate con missili ipersonici, cannoni elettromagnetici, laser e missili da crociera nucleari. Da venti a venticinque scafi. Il programma di navi da combattimento di superficie più ambizioso dalla Seconda guerra mondiale.

Nel giro di 72 ore ogni think tank e accademia specializzata in sicurezza nazionale – tutti con stretti legami e finanziamenti con le nazioni della NATO – si è schierata contro il progetto. Senza concedere il tempo necessario per le dovute verifiche, il CSIS ha pubblicato l'articolo diffamatorio “The Golden Fleet's Battleship Will Never Sail”, stimando un costo di $9 miliardi per scafo e prevedendo la cancellazione del progetto prima ancora che la prima nave toccasse l'acqua. La Fondazione per la Difesa delle Democrazie l'ha definito uno spreco; amiragli in pensione nei consigli di amministrazione della difesa si sono schierati a favore dell'acquisto da parte della Marina di piccole piattaforme distribuite; ogni analista della difesa ha fatto a gara per essere citato come l'impossibile.

Lo stesso ente che ha prodotto tre Zumwalt invece di trenta, e trenta navi da combattimento litoranee quasi inutili invece di nessuna, gli stessi think tank che hanno presieduto alla Marina più piccola dalla Prima guerra mondiale, si sono schierati da un giorno all'altro per spiegare perché l'America non è più in grado di costruire grandi navi.

Le stesse persone che non hanno alcun piano per colmare il divario nei cacciatorpedinieri che al momento sta compromettendo le operazioni di scorta ai convogli nel Golfo.

I think tank non hanno offerto un'alternativa; hanno offerto, invece, un senso di impotenza. Ed è proprio in questo contesto di impotenza che si sta svolgendo ora la vicenda di Hormuz.


L'ipotesi del potere di leva

Ora unite i puntini.

Colpire l'Iran significa per l'Europa cedere o sprofondare nel buio a causa di una crisi energetica.

La comunità armatoriale e l'establishment politico europei hanno trascorso l'ultimo anno a respingere, ostacolare e deridere ogni iniziativa marittima di Trump. Hanno deriso i dazi del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America; hanno riso dello SHIPS Act; hanno bloccato le esenzioni dell'IMO; si sono rifiutati di prendere sul serio la politica marittima americana.

Ora la loro fornitura di energia passa attraverso un sistema assicurativo controllato da Washington.

“Lasciamo che siano le loro marine a risolvere la questione”... solo che tutti sanno che non ci riusciranno. Le forze navali europee sono troppo piccole, troppo lente e troppo mal equipaggiate per operazioni di scorta ai convogli prolungate attraverso uno Stretto conteso. Tutte le marine europee messe insieme non potrebbero inviare più di tre navi alla volta per difendere il Mar Rosso. Un'intera task force tedesca ha circumnavigato l'Africa per evitarlo.

Alla fine l'Europa dovrà capitolare per convincere la Marina statunitense, e la garanzia assicurativa degli Stati Uniti, a riaprire completamente lo Stretto.

Che aspetto avrebbe questo “capitolare”? La tassa sull'anidride carbonica dell'IMO, la Groenlandia, le concessioni tariffarie, lo SHIPS Act... ogni priorità di politica marittima che Europa e Cina hanno bloccato nell'ultimo anno praticamente.

Ieri ho avuto una lunga conversazione a porte chiuse con un alto funzionario del Dipartimento dell'Energia. Non posso rivelare i dettagli, ma è chiaro che il calcolo convenzionale relativo allo Stretto di Hormuz, quello che tutti gli analisti nelle emittenti televisive utilizzano, è errato. L'amministrazione Trump non sta affrontando la questione nel modo in cui la CNN crede.


Il precedente Earnest Will

Esiste un precedente storico che avvalora questa ipotesi.

L'ultima volta che la Marina statunitense ha scortato petroliere attraverso Hormuz è stata durante l'Operazione Earnest Will, nel corso della guerra delle petroliere tra Iran e Iraq nel 1987-88 . Le petroliere straniere che desideravano la protezione della Marina statunitense dovevano cambiare bandiera e registrarsi negli Stati Uniti. Le superpetroliere kuwaitiane battevano bandiera americana per ottenere la scorta americana.

Trump ha già affermato che la Marina scorterà le navi attraverso Hormuz “se necessario”. Se si applicasse lo stesso requisito di cambio di bandiera, ogni petroliera europea e asiatica che desidera una scorta statunitense dovrebbe battere bandiera americana.

Pensate a cosa questo significhi per lo SHIPS Act, il Jones Act, la flotta battente bandiera statunitense e la promessa non mantenuta di CMA CGM di triplicare il numero delle sue navi battenti bandiera statunitense, e la Groenlandia. Hormuz diventa il fattore determinante per tutto ciò che l'agenda marittima di Trump non è riuscita a realizzare attraverso la legislazione, o la diplomazia.

Nel frattempo l'Iran sta consentendo il passaggio selettivo di alcune navi. Petroliere turche, indiane, cinesi e alcune saudite hanno ottenuto il permesso di transitare attraverso le acque territoriali iraniane. Secondo Lloyd's circa diciotto petroliere, per lo più cinesi, hanno già effettuato il transito; le navi degli alleati occidentali sono bloccate invece.

La “chiusura” è in realtà un meccanismo di selezione. L’Iran decide chi può commerciare e chi no... a meno che la Marina statunitense non la riapra a tutti... alle condizioni dell’America.

Questa è la decisione che il mondo deve prendere: lasciare che l’Iran apra un casello, o smettere di bloccare i piani marittimi di Trump.


Il calcolo domestico

Ma che dire del mercato interno? Gli esperti sono certi che questo attacco sia costato ai Repubblicani le elezioni di metà mandato e forse anche le prossime elezioni presidenziali.

Forse... ma forse esiste un'ipotesi alternativa, quella di Hormuz.

Mentre gli analisti petroliferi televisivi si concentrano sul prezzo mondiale del petrolio, i veri esperti di Houston stanno osservando qualcosa di diverso: la frammentazione del mercato energetico mondiale.

La vera minaccia non è il petrolio a $200 dollari, bensì la frattura del sistema. È l'energia a basso costo nei Paesi esportatori e i costi energetici rovinosi in luoghi lontani dalle riserve. È il petrolio a $2 nel Golfo Persico, a $20 dollari nel Golfo d'America e a $2.000 nel Regno Unito.

Un prezzo mondiale unico funziona solo se c'è un surplus di petroliere per sfruttare i differenziali di prezzo. Prima degli attacchi in Iran, questo surplus era esiguo; ora, con le superpetroliere bloccate nel Golfo, è sparito.

Il Brent è a $106 oggi, il WTI è sotto i $100. Sul fronte interno i prezzi del diesel si stanno stabilizzando e quelli del gas naturale sono in calo, poiché il GNL che normalmente verrebbe esportato, rimane bloccato sul mercato interno. Trump ha concesso una deroga di 60 giorni al Jones Act e ha aperto le vendite di petrolio venezuelano alle compagnie statunitensi tramite una nuova licenza del Dipartimento del Tesoro per PDVSA. Queste sono esattamente le mosse che si fanno quando si cerca di abbassare i prezzi negli Stati Uniti mentre il mercato mondiale è in crisi.

Le petroliere applicano tariffe giornaliere, quindi le rotte a lungo raggio diventano relativamente più costose. Il greggio venezuelano trasportato su brevi tratte nel Golfo del Messico risulta molto più economico per le raffinerie statunitensi rispetto al greggio mediorientale che circumnaviga il Capo di Buona Speranza per acquirenti europei o asiatici.

Guardate chi ne trae vantaggio. Le tre lobby industriali più potenti negli Stati Uniti sono quelle del settore tecnologico, di Wall Street e dell'energia. Il settore tecnologico ottiene GNL a prezzi più bassi per i data center; Wall Street sfrutta la volatilità e il panico per ottenere profitti dalle operazioni di trading; le compagnie energetiche hanno ottenuto l'accesso al Venezuela e al Golfo del Messico.

Nel frattempo la California ha chiuso raffinerie e bloccato oleodotti, costringendo le navi a importare benzina dalla Corea del Sud con tariffe giornaliere alle stelle. Il governatore Newsom, il principale candidato alla presidenza nel 2028, è furioso. Il New England importa GNL e diesel via nave. Se lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, i prezzi schizzeranno alle stelle in quegli stati... stati tradizionalmente democratici. I costi energetici negli stati repubblicani diminuiranno, negli stati democratici, invece, aumenteranno. L'Europa capitolerà sulle principali controversie politiche da qui alle elezioni di medio termine.

“L'unica cosa che stabilizzerà davvero i mercati petroliferi mondiali – e quindi i prezzi della benzina per gli automobilisti americani – è la riapertura dello Stretto di Hormuz”, ha scritto Newsom in una dichiarazione rilasciata la settimana scorsa. “Ma Trump non ha offerto alcun piano in tal senso. Gli Stati Uniti non possono uscire da una crisi creata dallo stesso Presidente con le trivellazioni”.

Voglio essere trasparente: questa analisi politica è opinabile. La relazione tra i prezzi dell'energia e il comportamento elettorale è fragile, ma la logica direzionale è chiara e scommetterei che la Casa Bianca la comprende.


Cosa vi sta dicendo la Marina americana

Guardate cosa sta facendo la Marina, o meglio, cosa non sta facendo.

La Marina statunitense non ha fretta di risolvere questo problema. Sta procedendo con metodo e deliberatamente, prendendosi tutto il tempo necessario. I battaglioni dell'Esercito non si stanno mobilitando, i Marines richiamati dal Giappone stanno attraversando lentamente il Pacifico; potrebbero volerci settimane prima che siano pronti. I dragamine sono ancora lontani dal teatro operativo e le portaerei si stanno spostando lentamente, non velocemente.

Qualcuno ai vertici ha detto loro di prendersi il loro tempo e tal segnale deve provenire dalla Casa Bianca.

Ogni giorno circa 1.000 navi bloccate non sono disponibili per il noleggio; ogni giorno la dipendenza energetica europea si aggrava; ogni giorno il sistema di riassicurazione DFC diventa sempre più centrale per il sistema di trasporto marittimo mondiale; ogni giorno per l'Europa diventa sempre più difficile rifiutare le richieste di concessioni su dazi, IMO, Groenlandia e SHIPS Act.

E cosa ottiene la Marina per stare al gioco? Sostegno alle corazzate e agli alleati più forti disposti a investire denaro nella costruzione dei propri cacciatorpediniere quando il mondo si renderà conto di quanto siano diventate deboli le loro Marine militari.


Cosa sostengo e cosa non sostengo 

Non sostengo che Trump abbia pianificato tutto questo fin dall'inizio – il ritiro dal P&I Club è stato un fallimento a cascata del sistema che nessun pianificatore centrale avrebbe potuto prevedere, o orchestrare – ma è possibile.

Quello che sostengo è che l'amministrazione Trump, per scelta o per adattamento, ha messo insieme gli strumenti per sfruttare questo momento. Il programma DFC è l'opzione, la copertura P&I incompleta è il prezzo da pagare. La deroga al Jones Act e l'allentamento delle sanzioni contro il Venezuela sono posizioni di copertura. Il ritmo deliberato della Marina è il decadimento temporale che gioca a favore dell'America.

La versione più forte di questa tesi non è “Trump sta giocando a scacchi in 4D”, bensì che la sua amministrazione ha a disposizione più opzioni di quanto chiunque si renda conto, e il meccanismo assicurativo, non la Marina, è la vera leva del potere.

L'uomo che ha spalleggiato lo SHIPS Act, ha imposto dazi sulle navi cinesi, ha bloccato il voto sulla tassa sull'anidride carbonica nell'IMO, ha portato la CMA CGM alla Casa Bianca, ha firmato l'ordine esecutivo marittimo più ambizioso degli ultimi decenni e poi ha reso il governo degli Stati Uniti l'assicuratore di ultima istanza per la rotta marittima più importante del mondo non manca di un strategia marittima.

Una versione alternativa di questo scenario è più semplice: l'apatia. All'America non importa nulla delle navi, di quanto tempo ci vorrà per riaprire Hormuz, o di cosa succederà all'Europa di conseguenza. Ma questa versione solleva un altro interrogativo: è stato l'incoraggiamento europeo dell'apatia marittima americana, e lo sfruttamento europeo di tale apatia per accerchiare l'industria navale globale e mantenere il controllo a Londra, a creare questa situazione. Se l'indifferenza americana è il motivo per cui la Marina sta prendendo tempo, non è forse colpa dell'Europa per averla alimentata?


La questione del fine partita

La maggiore resistenza agli attacchi contro l'Iran da parte dei Democratici e della stampa mainstream è la domanda: qual è il risultato finale?

Trump ce l'ha in mente, ma forse non può dirlo apertamente.

Perché il risultato finale è il potere di leva e ciò non si annuncia: si applica.

Voglio essere chiaro su cosa sia questo saggio: è un'ipotesi scritta da un capitano di nave americano che sostiene Trump e che ha un obiettivo, ovvero far sì che l'Europa si renda conto della crescente importanza degli interessi marittimi statunitensi. Smettiamola di ostacolare la ripresa della cantieristica navale statunitense e della nostra Marina Mercantile.

Andate a esaminare le prove, formulate le vostre ipotesi, mettetele alla prova, mettete alla prova le mie.

Ma non chiedete “qual è l'obiettivo finale” come se nessuno a Washington avesse una risposta. La risposta si trova nei bilanci di ogni club P&I di Londra, negli ormeggi vuoti di ogni base navale europea e nelle 1.000 navi ferme in mare, che bruciano denaro, in attesa di un via libera che potrebbe non arrivare finché il prezzo non sarà quello giusto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 13 aprile 2026

Il cuore industriale della Germania si ferma: l'illusione della tecnologia verde si scontra con il crollo economico

Questa ammissione è un proxy per spiegare un punto più ampio. Ovvero di come l'esercito e la Marina statunitensi siano stati usati da Europa e Regno Unito come arma per combattere le LORO di guerre all'estero. La Marina americana in particolar modo: se da un lato c'era protezione gratis attraverso il pattugliamento delle acque, i premi assicurativi di rischio erano aumentati dalle stesse forze ombra che avevano colonizzato il mondo finanziariamente. La City di Londra, tramite il LIBOR e il mercato dell'eurodollaro, riusciva a proiettare potere economico/finanziario e militare grazie alle ramificazioni nel sottobosco degli stati. La nuova dichiarazione d'indipendenza americana arrivata col SOFR e proseguita poi con lo smantellamento dei canali, prima pubblici e poi privati, dei flussi di denaro internazionali, sta raggiungendo l'apice con la bonifica del Medio Oriente dalle influenze caotiche esercitate dagli inglesi nella regione per il proprio ed esclusivo tornaconto. L'ammissione del Telegraph, oltre a sottolineare l'impreparazione militare e la capacità degli armamenti ai minimi storici europea/inglese, evidenzia anche l'effettivo funzionamento della strategia americana in Iran: strangolare lentamente, ma inesorabilmente, i propri avversari finché non si decidono ad accettare il riassetto dell'economia e della geopolitica secondo le condizioni dettate dagli USA.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-cuore-industriale-della-germania)

Il crollo della produzione industriale tedesca sta trascinando con sé le finanze comunali. L'istituto economico statale DIW sostiene che la salvezza risieda nel settore artificiale delle tecnologie verdi (Green Tech).

Sta diventando sempre più difficile stupire i lettori con nuovi dati economici, visto il continuo declino dell'economia tedesca. Ciononostante il crollo del 19% degli ordini di macchinari a settembre, riportato dalla VDMA, riesce proprio in questo intento. Uno shock persino per gli standard tedeschi.

L'associazione ha subito offerto una spiegazione: gli ordini di impianti su larga scala dello scorso anno non sono arrivati ​​per tempo. Ma questo non cambia la diagnosi.

Johannes Gernandt, capo economista della VDMA, prevede un ulteriore calo del 5% della produzione quest'anno. Ciò significa che l'industria meccanica tedesca ha perso oltre il 15% della sua produzione dal picco del 2018: un calo senza precedenti per uno dei settori chiave del Paese, a malapena riportato dai media. La produzione industriale complessiva è diminuita di quasi il 20%.


Il silenzio al posto del dibattito pubblico

Il dibattito pubblico sullo stato reale dell'economia tedesca risente della mancanza di valutazioni oneste provenienti dall'interno dell'economia stessa. Solo Christian Kullmann, amministratore delegato del colosso chimico Evonik, ha osato puntare il dito contro il problema, denunciando la crisi come conseguenza diretta delle linee di politica di Bruxelles sul clima.

Si assiste a questo crollo e ci si stropiccia gli occhi increduli. Dove sono finite le parole schiette e senza fronzoli sulla politica, le condizioni economiche, l'impennata dei costi energetici e la morsa della burocrazia?

È davvero possibile che la politica sia riuscita a legare così profondamente gran parte dei vertici aziendali al meccanismo dei sussidi, al punto da rendere impossibile qualsiasi critica?

Quanti modelli di business crollerebbero se Bruxelles e Berlino interrompessero i sussidi dall'oggi al domani?

È difficile evitare una conclusione desolante: l'intervento statale ha trasformato gran parte dell'economia in strutture di comando dipendenti, alimentate dalla macchina dei sussidi. Ciò ha distorto il dibattito pubblico, privandolo della sua carica critica e rendendolo inefficace.


Voce dalle ombre

Ora un altro peso massimo si fa sentire: l'ex-amministratore delagato di VW, Matthias Müller. Non più in carica, ma ancora una voce autorevole ai vertici dell'industria tedesca, Müller trova parole chiare, quasi disperate, alla luce dell'imminente collasso industriale. Avverte di una “strage di posti di lavoro” nell'industria automobilistica.

Proprio così. Müller vede a rischio non solo le case automobilistiche, ma l'intera catena del valore. Accusa gli “eurocrati” di aver vietato i motori a combustione interna e di aver bloccato una transizione graduale verso la mobilità elettrica.

La realtà gli dà ragione: alla Bosch e alla ZF Friedrichshafen, decine di migliaia di posti di lavoro stanno già scomparendo. Müller condanna una linea di politica dettata dall'ideologia che spinge i prezzi dell'energia a livelli assurdi e soffoca l'industria con una follia burocratica. Parla di un “decennio perduto” e non ha torto.

Ma è proprio qui che il dibattito si spegne: osservazioni, avvertimenti, appelli, voci solitarie in un deserto. Un vero confronto sulla reale situazione dell'economia tedesca? Da nessuna parte.

Nel frattempo, come un monumento all'illusione, si erge la previsione di crescita del Ministro dell'economia, Katharina Reiche (CDU). Il suo ministero prevede una crescita dello 0,2% quest'anno e dell'1,3% entro il prossimo.

Visti i licenziamenti di massa, il crollo della domanda e la contrazione della produzione, chi ha il coraggio di mandare il proprio ministro in giro con cifre così fantasiose?


Unità della propaganda attivate

Quando le critiche alla politica economica di Berlino, o Bruxelles, minacciano di prendere piede, istituti come il DIW sono pronti a neutralizzarle. Il suo presidente, Marcel Fratzscher, noto per le sue bizzarre idee mediatiche come il servizio lavorativo obbligatorio per i pensionati, fornisce regolarmente copertura ideologica.

Al DIW gli economisti seri sono una rarità. Quando le critiche toccano l'artificiosa “ecoeconomia”, entra in scena Claudia Kemfert, l'“economista del clima” al DIW e strenua sostenitrice del capitalismo verde di Stato. In un articolo per Focus ha minimizzato la crisi industriale tedesca, descrivendola come una transizione verso un futuro industriale verde che genera già il 9% del PIL.

La sua visione del Greentech – industrie alimentate da sussidi che vivono a spese dei contribuenti, dei programmi statali e dei finanziamenti a basso costo della BCE – crea l'illusione di un nuovo modello economico che sostituisce senza intoppi le vecchie strutture.

Pompe di calore sovvenzionate, programmi di riciclaggio, tecnologie di accumulo fragili per una rete elettrica instabile: questo, ci viene detto, sostituirà l'industria automobilistica, meccanica ed elettrica.

Una visione del mondo straordinaria, che ignora i mercati mondiali, la domanda reale, i costi energetici e il fallimento della pianificazione centralizzata.

Ciò che Kemfert e Fratzscher propinano è pura economia voodoo: uno sfondo pseudoscientifico per salvaguardare le politiche ecosocialiste.


Collasso dei comuni

Le conseguenze della pianificazione economica centralizzata – catene di approvvigionamento interrotte, recessione permanente, disoccupazione in aumento – non vengono mai affrontate, ma la realtà ha colpito le fondamenta dello Stato: i tesorieri locali. Il collasso sta ora distruggendo le finanze comunali: le entrate derivanti dalle imposte sulle imprese stanno colando a picco.

In una lettera indirizzata al Cancelliere tredici sindaci dei principali capoluoghi tedeschi hanno richiesto aiuti di emergenza per evitare il collasso fiscale.

Resta da vedere se nuovi debiti provenienti da fondi speciali verranno utilizzati ancora una volta per mascherare i sintomi, oppure se finalmente si romperà il muro di silenzio e verrà individuata la radice della crisi: il Green Deal.

Una trasformazione verde, avvolta in belle parole e retorica ambientalista, che sta minando le fondamenta economiche di questo Paese.

La propaganda ecologista e i placebo dei sussidi non basteranno a placare la crescente schiera di disoccupati.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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