venerdì 23 ottobre 2026

Qualunque sia l'esito delle elezioni di medio termine, esso non fermerà il piano di Bessent &Trump

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/qualunque-sia-lesito-delle-elezioni) 

Che la guerra attualmente in atto non fosse cinetica era chiaro sin dai primi giorni di conflitto in Iran, dove non sono mai state le guardie rivoluzionarie a gettare nel caos lo Stretto di Hormuz bensì le assicurazioni londinesi. Per quanto la capacità nucleare iraniana fosse la giustificazione principale per avviare l'operazione speciale, l'obiettivo era sin da subito uno: i vecchi poteri colonialisti europei. È stato Trump a scegliere momento e luogo, non la cricca di Davos. Quando si realizza che era sin dall'inizio il carry trade sullo yen e il flusso di petrolio alla base dello stesso a essere gli obiettivi definitivi dell'amministrazione Trump, ecco che tutta la storia diventa più chiara. La cronologia degli eventi, ricordata in un precedente pezzo, ha evidenziato una strategia magistrale affinché tutte le pedine fossero in linea e si potesse procedere col piano. Venezuela, Giappone e infine il Medio Oriente, mettendo fine a 70 anni di ambiguità tra i Paesi del Golfo. La chiave di lettura per capire che l'UE è sempre stata l'obiettivo di Bessent è quando ha venduto euro per difendere lo yen, non il dollaro. In questo modo ha rotto l'ancoraggio EUR/YEN e GBP/YEN col quale distorcevano i mercati delle valute e obbligazionari. La furbizia di Bessent è stata quella di capire che non si trattava di un carry trade “normale”, ovvero short yen e long titoli americani (o il contrario), bensì di una concomitanza di posizioni short su yen e titoli americani unita a un long sull'euro. Stiamo parlando di una persona che, durante un'intervista post-nomina come Segretario al Tesoro americano, guarda contemporaneamente a 270 tipi di mercati e va in cerca di anomalie, impronte di azioni ostili da parte di altre banche centrali. Non a caso è stato lui e Druckenmiller a suo tempo a mettere all'angolo la Banca d'Inghilterra.

A questo punto la cricca di Davos/City di Londra ha assunto una posizione di ritirata, perché non potendo più contare sul collaterale dello spostamento mondiale del petrolio ha proceduto ad attaccare la filiera a valle: le raffinerie. La contromossa statunitense? Attaccare il mercato obbligazionario europeo.

Tutto ciò che si trova nel range tra il decennale e il trentennale, a livello di flussi marginali, è controllato dalle banche centrali. Basta leggere le relazioni del TIC per capirlo. Quando si vuole effettuare una psy-op nel mercato obbligazionario, allora vedrete i giornali sempre concentrarsi sul trentennale. La liquidità che si trova, invece, tra il quinquennale e il decennale è di ordini di grandezza superiore e molto più difficile da manipolare. In questo senso è sufficiente per una BOE, ad esempio, comprare i trentennali a pacchi e poi scaricarli quando chi è dall'altra parte del trade fa qualcosa contro di te. In questo modo si crea il titolo sui giornali. Soprattutto ora che gli USA si stanno spostando da un mercato obbligazionario intermediato dalla FED a uno intermediato dal Dipartimento del Tesoro americano, quindi tali asset verranno maggiormente usati come armi. Inseriamo, adesso, in questo scenario un altro dato: negli ultimi anni le banche centrali estere hanno comprato titoli americani lungo tutto lo spettro della curva dei rendimenti (BOE, BCE e sussidiarie hanno accumulato circa $2.000 miliardi in bond americani). E l'hanno fatto quando i rendimenti erano bassi. Ma è un ricatto a senso unico lo spauracchio di una vendita massiccia di titoli americani? Immaginiamo un trentennale comprato 10 anni fa a un rendimento del 2.5%: per i restanti 20 anni si tratterebbe di una passività sui bilanci americani di $500.000 (più il capitale, diciamo $1 milione).

Se la BOE scarica il titolo sul mercato ai tassi attuali e Bessent è l'acquirente dall'altro lato, quest'ultimo sborsa solo $750.000 e la passività di lungo termine sui bilanci (interessi) viene cancellata. È esattamente questo che Bessent sta facendo coi buyback annunciati: sta scegliendo quelli migliori da ricomprare, in termini di valore, e abbassando le passività presenti/future. Non solo, ma ha maggiore spazio di manovra per emettere titoli a breve termine con cui ampliare la portata del mercato delle stablecoin e fornire credito a breve termine alle banche commerciali. In questo senso il “bear flattening” della curva americana alimenta la capacità industriale degli USA e mette nelle stesse condizioni d'azione le altre banche centrali... se hanno però lo stesso spazio fiscale di manovra... cosa che non hanno come dimostra la Francia. Ecco perché il gioco degli eurocrati di estendere la vita dei conflitti in Iran e Ucraina sta diventando per essi estremamente costoso e insostenibile.

È praticamente da un anno che sul blog e sui miei social punto i riflettori su un anello debole europeo che non si riusciva a credere fosse tale: la Francia. Di norma guardavo i differenziali di rendimento tra i decennali tedeschi-italiani, tedeschi-americani, inglesi-americani... poi, però, mi sono chiesto: perché non guardare anche quelli tra Francia e Italia? E quando ho iniziato a mappare un tale andamento in relazione allo svolgimento dell'operazione in Iran, tutto è diventato più chiaro. La volatilità nel sopraccitato differenziale è crollata alla fine della guerra dei 12 giorni e sin da allora è scesa come un sasso in caduta libera, soprattutto quando è poi scoppiato il confronto in Medio Oriente quest'anno. Questo era un tassello che mancava nella storia sull'Iran, dato che, concentrato principalmente sugli interessi inglesi data la relazione tra di essi e il petrolio in quei territori, esiste anche una relazione tra Francia e IRGC.

Inutile dire che il differenziale tra i decennali americani-tedeschi è quello di riferimento, dato che traccia due elementi percepiti oggigiorno come “porti sicuri” nel panorama obbligazionario. Per ragioni diverse, ovviamente, perché il bund tedesco è il “porto sicuro” in seno all'Europa: l'unica mobilità rimanente all'interno del continente per quanto riguarda i capitali europei; i titoli americani, invece, sono il “porto sicuro” dei flussi di capitali internazionali. Per quanto io sia un fermo sostenitore di un libero mercato, oggi non esistono dato che le banche centrali dominano la scena. Quindi in un periodo storico in cui la Lagarde ha messo in piedi un controllo della curva dei rendimenti, manipolare i rendimenti dei titoli tedeschi è un modo astuto per tenere tutti gli altri soppressi. Non funziona al 100%, dato che se si mappano i differenziali di rendimento tra i titoli tedeschi-italiani si notano esplosioni al rialzo in grado di far sfuggire il controllo. Rimane pur sempre un'operazione delicata. E tale delicatezza emerge nella sua interezza quando si mappano i rendimenti dei decennali francesi e italiani.

In sintesi, i capitali europei hanno preferito e continuano a preferire l'Italia come meta rispetto a Germania e Francia. La BCE si sta disperatamente divincolando per mantenere al 3.5% il decennale tedesco, ma al tempo stesso sa che è una battaglia persa: il Giappone sta lasciando salire il lato lungo della sua curva dei rendimenti e non è più possibile manipolare a proprio vantaggio il cross monetario EUR/YEN. O la Lagarde salva il mercato obbligazionario europeo, o salva l'euro... non può salvarli entrambi. E questo è stato chiaro sin da quando Bessent quest'estate ha rotto la banda 181-186 in cui era incapsulata la volatilità tra euro e yen. Adesso bisogna vedere cosa farà la Banca d'Inghilterra, perché è stata la stampella della BCE in precedenza. Infatti nell'ultima iterazione di riunioni di banche centrali, le uniche a non aver effettuato un rialzo dei tassi sono state quella inglese e canadese.

Se proprio era necessario un ulteriore indizio che Carney era stato chiamato a liquidare il Paese e impedire che finisse sin da subito nell'orbita statunitense, il seguente tweet fuga qualsiasi dubbio rimanente. 

Per quanto l'UE volesse far cadere le colpe del caos obbligazionario recente sulle spalle americane anticipando sin da questa estate le criticità del debito pubblico americano, e quindi svincolarsi dai riflettori, Bessent ha astutamente rimandato al mittente gli assalti e ha messo egregiamente sotto pressione quella terza gamba del carry trade sullo yen: l'euro. In questo modo lo scoppio al rialzo dei rendimenti dei bond europei è stata una conseguenza inevitabile. Nel frattempo gli USA hanno continuato a puntellare l'altro fronte in questo scontro: la loro credibilità finanziaria.

La nomina in seno al Dipartimento del Tesoro americano di Judy Shelton è un segnale incoraggiante per l'oro e il suo ruolo centrale nella strategia americana di riqualificazione del bilancio nazionale. Ciò significa un passo in avanti, un indizio in più, per quanto riguarda la rivalutazione del metallo giallo ma Bessent non ha fretta nell'accelerare i tempi. Come descritto in precedenza in questo saggio, ha il polso ben saldo della situazione con gli strumenti finora implementati. Ciononostante arriverà anche il momento della rivalutazione dei prezzi dell'oro, la garanzia collaterale per eccellenza dato che il resto del mondo non ha le capacità aurifere che hanno invece gli Stati Uniti. Soprattutto se prendiamo in considerazione Inghilterra e Canada; soprattutto se prendiamo in considerazione il fatto che il Canada occidentale cercherà asilo negli USA tra una manciata di anni. Perché è così che finirà questa storia, dato che fa parte della strategia America First di protezione della propria sfera d'influenza geopolitica in base alla Dottrina Monroe. L'esempio per eccellenza è stato il recente accordo siglato tra Groenlandia e Stati Uniti... badate bene, stretto col re di Danimarca non col governo danese.

Tutti questi eventi sono talmente importanti che oscurano il chiasso che si sta facendo intorno alle elezioni di medio termine. Vincerle, ovviamente, semplificherebbe la vita a Trump, ma non sono una preoccupazione asfissiante in grado di inficiare quanto finora fatto. È stata la stessa Chatham House a dichiarare, tra le righe, che la cricca di Davos/City di Londra non è in grado di sopravvivere a due mandati di Trump. Il piano di riqualificazione degli USA è talmente avviato da essere in grado di garantire il famoso dividendo da $5.000 per ogni americano; non si tratta di una promessa elettorale, bensì di una capacità insita nella tokenizzazione di asset col potenziale di migliorare gli attivi dello zio Sam fino a $200.000 miliardi. Ecco perché la City di Londra ha un bisogno frenetico di assicurarsi il proprio futuro e questo significa ricorrere potenzialmente a bombe ad orologeria finanziarie. Nel corso del tempo ne abbiamo viste a iosa da FTX, Silicon Valley Bank, l'attacco a Credit Suisse tramite i bond CoCo, Archegos Capital, fino alla più famosa Lehman Brothers per coprire lo smantellamento del mercato immobiliare americano con la nazionalizzazione di Fannie/Freddie. In questo modo la determinazione del lato lungo della curva dei rendimenti americani è stata appaltata all'estero.

La recente sanzione di Bank of America è un monito contro tale istituzione affinché non faccia “cose strane” in vista delle elezioni di medio termine. Questa, infatti, è una bomba ad orologeria finanziaria dato che non ha mai ripulito il suo bilancio da tutti quei derivati che impostavano una strategia short sui metalli preziosi e le commodity in generale. È una slavina, poi, dai mercati finanziari alla geopolitica quando a una esplosione del genere fa seguito un attacco cinetico in grado di trascinare in una guerra cinetica gli USA.

Di conseguenza ai NY Boys serviva un piano B nel caso in cui tutte le altre strategie convenzionali sarebbero fallite. E secondo me questo piano B poteva essere benissimo Bitcoin. Voglio dire, si parla spesso di come possa essere uscito dalla DARPA (un po' come Internet)... e se fosse vero? Se fosse vero che sia stato creato in quell'ambiente, ma non per risucchiare il capitale circolante e fregare chi lo usa, bensì per avere a disposizione un'alternativa digitale con cui rompere il dominio del sistema eurodollaro? Se ci pensate, è a dir poco curioso che il lancio ufficiale di Bitcoin sia avvenuto all'indomani del furto targato Obama di Fannie/Freddie e che nel Genesis Block ci sia un pagina di un giornale inglese. Forse, e dico forse, lo scopo originale di Bitcoin è sempre stato quello di essere l'alternativa incorruttibile al mercato distorto e sintetico dell'oro e dell'argento. In fin dei conti, chi odia Bitcoin più di tutti gli altri nel mondo? Gli europei.

Sin da quando ha toccato i $125.000 a unità, le agenzie del vecchio mondo si sono affrettate a farlo scendere di prezzo in modi anti-economici. Prima di parlare di volatilità “selvaggia” di Bitcoin, meglio ricordarsi che i mercati sono manipolati e attualmente esiste un tetto affinché Bitcoin non superi i $90.000-95.000. Se guardate il grafico a 3 mesi, vi accorgerete che dopo tre candele ribassiste, la penultima in ordine cronologico è una rottura al rialzo: segnale chiaramente bullish e sintomo che il bear market è finito. Ciononostante le oscillazioni settimanali nell'ordine dei $2.000-2500 rappresentano il tentativo di impedire all'asset di sfogare il suo potenziale.

La cricca di Davos/City di Londra ha purtroppo un ampio spettro di possibilità tra cui scegliere e attaccare l'amministrazione Trump. Nel momento in cui una di queste viene messa alle strette passano subito alla prossima, senza dover per forza dichiararsi sconfitti. In questo balletto non è sempre “il nemico” che imposta il ritmo, a volte è anche Trump che ribalta la situazione determinando il campo di scontro. Il motivo è presto detto: anche “il nemico” ha una sua strategia che porterà avanti. Ad esempio, la discontinuità degli attacchi in Iran è sovrapponibile al ciclo delle spese in conto capitale dei costruttori di navi (come la Keppel a Singapore). Colpire il mercato nel momento del ciclo dove è più vulnerabile permette di ottenere il massimo dei risultati con uno sforzo medio se non minimo. Inutile dire poi che a monte non c'è alcun problema (estrazione), le strozzature avvengono a metà (spedizione) e a valle (raffinazione). È così che la cricca di Davos agisce nel momento in cui il suo obiettivo è quello di radere al suolo il sistema attuale.

Ma un punto ci tengo a sottolinearlo, perché potrei essere frainteso: non si tratta di personaggi/famiglie che hanno un potere illimitato. Questo è quello che vogliono far pensare, questo è quello che vogliono far sembrare che sia. Spesso inquadro la City di Londra come centro nevralgico, solo perché la maggior parte dei flussi monetari passano di lì; soprattutto a livello di sistema bancario ombra. Una volta che si comprendono le meccaniche di un tale sistema, non si può più ignorarlo. Non si tratta di un singolo vettore di analisi, ma fa parte di un punto fermo macroscopico che bisogna sempre tenere in considerazione. È ovvio che anche francesi, tedeschi, spagnoli, e addirittura gli oligarchi americani (es. i Bush, i Clinton, ecc.) hanno i loro interessi, ciononostante il raccordo principale dove vengono smistati i flussi monetari rimane uno. Ecco perché è meglio riconsiderare i termini e le espressioni finora usati e usare invece Tavola Alta.

Questo conflitto, questa guerra tra famiglie o bande, nasce dal rifiuto di alcune di esse di fungere da panacea di tutti i mali economici e perdere di conseguenza l'ascendente che avevano su tutti gli altri. Detto in termini più semplici, gli Stati Uniti hanno smesso di essere considerati i “cattivi” del mondo e si sono rifiutati di essere il capro espiatorio per il “giubileo” dei debiti pubblici. Ecco perché sono determinati a ri-collateralizzare il loro bilancio nazionale, al loro ritmo ovviamente, e lo faranno nel modo che avrà meno contraccolpi a livello di economia mondiale, affinché un tale dolore possa essere percepito da meno partner americani possibile... fatta eccezione per quei globalisti nella Tavola Alta che avrebbero voluto far pagare l'intero conto solamente agli USA.

I narcisisti vengono riportati a “più miti consigli” in due modi: ignorandoli e distruggendo la loro reputazione. Nel caso dell'UE farla passare da “eroina”, insignita addirittura del Nobel per la pace, ad antagonista. L'ultimo anello di questa catena che si allunga sempre di più di giorno in giorno è stato l'immagazzinamento di scorte di carburante diesel nonostante le popolazioni europee stiano affrontando spese ingenti per sopravvivere ai prezzi alti alla pompa di benzina e altrove. Per questo Trump ha minacciato l'UE di ritorsioni se non avesse iniziato a rilasciare tali riserve. E indovinate un po'? Succederà la stessa cosa con gli asset congelati russi nelle istituzioni finanziarie europee. Un nuovo muro di contenimento sta venendo eretto in Europa e i confini sono stati delineati dal più recente viaggio di Rubio nel continente. Presto ogni Paese dovrà decidere se stare al di qua (UE, o ciò che ne rimarrà) o al di là di quel muro (USA + ARC, ovvero AmericaRussiaCina).

I cambiamenti, geopolitici e finanziari, messi in moto da Trump e Bessent sono talmente profondi che nessuna elezione di medio termine riuscirà a fermarli.

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giovedì 22 ottobre 2026

L'economia “a forma di K”: realtà o percezione alimentata dalla stampa?

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/leconomia-a-forma-di-k-realta-o-percezione)

La metà più povera delle famiglie americane possiede circa il 2,5% della ricchezza nazionale. Questa cifra è reale e dovrebbe preoccuparvi. Tuttavia, è anche superiore a quella fatta registrare nel 2019 e nel 2015, e circa sei volte superiore al minimo dello 0,4% raggiunto nel 2011. Non leggerete questo dato in molti articoli perché non “si adatta alla narrazione dominante”.

Purtroppo, i titoli di giornale sull'economia “a forma di K” si sono ormai affievoliti, assumendo un tono monotono e invariabile, e dopo un po' la gente smette di sentire parlare di altro. Ho trascorso le ultime settimane ad analizzare i dati sottostanti. Sebbene ci sia del vero in ciò che viene riportato, la maggior parte delle affermazioni sono esagerate per generare “clic e visualizzazioni”, ma il danno psicologico è evidente.

Prima di entrare nel vivo della discussione, ecco alcuni dati.


Dove le notizie sull'economia “a forma di K” sono corrette

Permettetemi di iniziare dal punto in cui la schiera dei “Persistenti Portatori di Sventura” basa la propria tesi, ovvero che esiste effettivamente un'economia “a forma di K”. Tuttavia, è fondamentale comprendere che l'economia “a forma di K” non è una novità. In ogni economia, nel corso della storia, c'è sempre stata una divisione “a forma di K” tra chi si trova in basso e chi in alto.

Tuttavia, come suggeriscono i titoli dei giornali, la compressione salariale dal 2020 al 2023 è stata straordinaria. Autor, Dube e McGrew l'hanno documentata nel loro saggio, The Unexpected Compression. Il rapporto salariale 90/10 è diminuito a tal punto da invertire circa un terzo di quarant'anni di divergenza. Poi si è arrestato e, peggio ancora, ha iniziato a muoversi nella direzione opposta.

I dati dell'Economic Policy Institute per il 2025 mostrano che i salari reali nel 10° percentile sono diminuiti dello 0,3%, mentre la mediana è aumentata dello 0,8%. I lavoratori meno pagati in America sono passati dall'essere il gruppo in più rapida crescita nella distribuzione all'unico in calo.

Tuttavia, la FED di Cleveland aggiunge un dettaglio che dovrebbe porre fine a molte argomentazioni sull'economia “a forma di K”. Tra il 2020 e la fine del 2025, i salari reali nel 10° percentile sono aumentati del 9,7% contro il 4,5% nel ​​90° percentile. In dollari, si tratta di $1,34 l'ora contro $3,09. La compressione percentuale a partire da una base ridotta non sta recuperando terreno. E i guadagni in dollari dal 2015 al 2020 sono stati MAGGIORI in ogni percentile nella metà inferiore rispetto ai celebri guadagni dell'era pandemica.

Anche il livello dei prezzi è cruciale da discutere, ed è qui che, a mio avviso, la maggior parte dei commenti tende a essere troppo indulgente. Il calo dell'inflazione dal 9% al 3,4% rappresenta una variazione del tasso, non del livello. Da dicembre 2019, i prezzi al consumo sono aumentati di circa il 29% e sono rimasti a quel livello. Si tratta di un cambiamento permanente del costo della vita, ed è proprio questo l'aspetto più rilevante dell'argomentazione “a forma di K”, che colpisce maggiormente le famiglie senza beni.

Come ho già scritto in precedenza, la crescita salariale come indicatore anticipatore dell'inflazione è importante per le linee di politica economiche. Il livello salariale riflette il tenore di vita effettivo delle persone. Ad aprile, McKinsey ha intervistato 30.119 americani e il 60% ha indicato il costo della vita come uno dei tre principali ostacoli. Questa percentuale si conferma anche tra coloro che hanno un reddito superiore a $150.000.

Inoltre, il tasso di assunzione ha raggiunto il 3,1% a febbraio 2026, il valore più basso registrato al di fuori della pandemia, mentre la percentuale di lavoratori disoccupati da 27 settimane o più ha raggiunto il 27,5% a maggio. Separatamente, la scadenza dei crediti ACA potenziati ha fatto aumentare i premi medi netti del mercato del 58% e le franchigie medie del 37% in un solo anno. Questo rappresenta un impatto reale e concreto, previsto per il 2026, proprio sulle famiglie di cui tutti parlano.

In tutta onestà, la scala che va dalla base della “K” alla cima è diventata sempre più difficile da salire, anche se i pioli stessi hanno smesso di allontanarsi.


Dove i titoli di giornale sull'economia “a forma di K” sono esagerati

La statistica più ripetuta in tutto questo dibattito, quella che fa da filo conduttore a quasi tutti i titoli di giornale sull'andamento dell'economia “a forma di K” che avete letto quest'anno, è che il 10% della popolazione con i redditi più alti rappresenta circa la metà della spesa totale dei consumatori.

Il dato proviene da Moody's Analytics. La cifra è più incerta di quanto sembri. Moody's ha rivisto al ribasso la propria stima, portandola dal 49,2% al 45,8%, dopo un cambiamento di metodologia, e Mark Zandi ha dichiarato senza mezzi termini ai giornalisti che “non si batterebbe fino alla morte per l'affermazione che il 10% più ricco rappresenti il ​​45% della spesa”. Antoine Levy di Berkeley sottolinea il problema aritmetico: il decile più ricco si porta a casa dal 35% al ​​40% del reddito disponibile e ne risparmia un quinto, quindi la sua quota di spesa non può essere la metà. Il sondaggio BLS sulla spesa dei consumatori indica una cifra del 22,9%.

Anche se potreste pensare che si tratti solo di economisti che litigano tra loro, non è così. È fondamentale notare che quando il numero su cui si basa l'intera narrazione varia di un fattore due a seconda di chi lo calcola, questo rappresenta un problema. In altre parole, la narrazione dominante sta raccontando una storia che i dati non supportano e questa è la natura di una storia che ha superato le prove a sua disposizione.

Inoltre, il divario di percezione va ben oltre una singola statistica. Nello stesso sondaggio McKinsey, il 56% dei consumatori ha indicato il cibo come la categoria con il maggiore aumento di prezzo nel 2024. Ecco perché è importante. Nello stesso periodo, assicurazioni, immobili e servizi per l'infanzia sono aumentati più rapidamente, il che significa che le persone non tengono traccia dei dati.

In altre parole, le persone monitorano ciò che ascoltano in televisione e leggono sui social, e i due aspetti si sono ormai disgiunti.


Dove i titoli di giornale sull'economia “a forma di K” hanno torto

Ed è qui che la cosa si fa interessante.

Tutti “sanno” che la concentrazione della ricchezza è peggiore che mai. Come ho spiegato nel mio precedente articolo sull'economia “a forma di K” e sul perché la classe media ha fatto passi in avanti, la realtà dei redditi va nella direzione opposta rispetto a quanto riportato dai media.

La questione della ricchezza è ancora più strana. Prendete i Conti Finanziari Distribuzionali della Federal Reserve e fate voi stessi i calcoli: la quota del 10% più ricco della popolazione in termini di patrimonio netto ha raggiunto il picco del 70,3% nel primo trimestre del 2019. Oggi si attesta al 67,9%. La quota del 50% più povero ha toccato il minimo dello 0,4% alla fine del 2011, era dell'1,7% alla fine del 2019 ed è attualmente al 2,5%.

Quando si analizzano le concentrazioni di ricchezza, è fin troppo facile incolpare chi si trova al vertice della piramide sociale. È vero che il 10% più ricco della popolazione deteneva il 31,8% della ricchezza economica nel quarto trimestre del 2025. Eppure, i guadagni della metà inferiore della popolazione, dal 2019, sono derivati ​​quasi interamente dal 90° al 99° percentile, la cui quota è scesa dal 39,7% al 36,3%. In parole povere, è stata la classe alta a perdere terreno in termini relativi, non la classe media. Un dettaglio che cambia completamente la prospettiva di chi ha voglia di lamentarsi.

Inoltre, la ripresa che nessuno ha definito “a forma di K” è stata di gran lunga peggiore. Tra il 2007 e il 2016, la ricchezza mediana del 30% delle famiglie più povere è diminuita del 31%, mentre il 10% più ricco si è completamente ripreso. Saez ha scoperto che l'1% più ricco ha assorbito il 91% della crescita del reddito reale dal 2009 al 2012. Nessuno ha pubblicato un titolo di giornale su un'economia “a forma di K” nel 2013. I dati allora erano ben più allarmanti.

L'ultima affermazione falsa è quella che mi preoccupa di più, perché i giovani credono che sia una loro colpa. Questo è il vero danno causato dai titoli di giornale sull'economia “a forma di K”. I dati amministrativi di Vanguard mostrano una partecipazione al piano pensionistico 401(k) tra i giovani lavoratori pari al 54%, contro il 28% per la stessa fascia d'età nel 2004. I tassi di risparmio sono più alti e i saldi medi sono praticamente raddoppiati. Il modello di Vanguard stesso stima che il 47% della Generazione Z sia sulla buona strada per mantenere il proprio tenore di vita in pensione, sette punti percentuali in più rispetto ai baby boomer. Il problema NON è che i giovani abbiano smesso di risparmiare.

McKinsey ha riscontrato la stessa cosa, ma in direzione opposta. I giovani adulti tra i 18 e i 24 anni si trovano ad affrontare il peggior mercato del lavoro per i neoassunti degli ultimi decenni e il 34% di loro indica la salute mentale come principale ostacolo, contro il 14% degli adulti più anziani. Eppure, sono più propensi di qualsiasi altro gruppo di età più avanzata ad affermare che le loro finanze miglioreranno e che la loro vita sta prendendo slancio.


Le previsioni sull'economia “a forma di K” si autoavverreano?

Questa è la domanda a cui volevo effettivamente una risposta, quindi mi sono messo alla ricerca. Parlare costantemente di un'economia “a forma di K” contribuisce a crearne una? La risposta si divide nettamente in due, e quasi nessuno riporta entrambe le parti.

A livello dell'intera economia, no. La Federal Reserve di Chicago ha pubblicato il dato a giugno. La correlazione tra l'indice di fiducia del Michigan e la crescita annua della spesa reale dei consumatori era pari a 0,69 prima del 2020. Dal 2020, è stata praticamente pari a zero. La loro stima composita afferma che il Michigan attualmente sottostima la fiducia di 25-30 punti indice. Circa 10 di questi punti sono riconducibili al passaggio, avvenuto nel 2024, dalla riscossione telefonica a quella online. Poi c'è il test dello scontrino. Uno studio della FED ha confrontato circa 10.000 risposte a un sondaggio con registrazioni di acquisti verificate. Circa il 43% ha affermato di stare peggio rispetto al 2019. La maggior parte, in realtà, aveva acquistato di più.

In secondo luogo, Barsky e Sims hanno chiarito il meccanismo anni fa: la fiducia è un indicatore anticipatore, non una causa.

In ambito economico, la fiducia si basa su informazioni che le persone già possiedono; in un sondaggio, le risposte si basano su ciò che le persone hanno letto o visto, piuttosto che su ciò che si aspettano. Questa è anche la ragione strutturale per cui il circolo vizioso non riesce a chiudersi a livello macroeconomico. Le corse agli sportelli si autoalimentano perché, se qualcuno ritira i propri soldi, il mio prelievo diventa più conveniente. Tuttavia, in ambito economico, i consumi non possiedono questa proprietà. Il fatto che il vostro vicino rinunci alle vacanze non vi rende automaticamente più conveniente rinunciare alle vostre. Ecco perché il sentiment può crollare e la spesa può aumentare.

A livello di singola famiglia, sì, ed è qui che si manifesta il problema. Il circolo vizioso “a forma di K” dell'economia è reale. Non si ripercuote sul PIL, ma sulle poche decisioni importanti e irreversibili che una persona prende nel corso della sua vita.

La prova più evidente proviene da Bailey e dai suoi coautori. Hanno abbinato 1,4 milioni di utenti di Facebook a 525.000 transazioni immobiliari, quindi hanno utilizzato le esperienze sui prezzi delle case di amici geograficamente distanti per isolare il canale delle convinzioni. Quando gli amici distanti hanno visto un apprezzamento dei prezzi superiore di 5 punti percentuali, la probabilità che un affittuario acquistasse una casa è aumentata di 3,1 punti rispetto a una base del 18%. Le convinzioni acquisite socialmente, da persone lontane dal vostro mercato immobiliare, hanno influenzato la decisione di acquistare una casa.

Ora applicate questo concetto a un giovane immerso nei titoli di giornale che descrivono un'economia “a forma di K”. Ho già contestato in passato la versione più semplicistica di questa storia, quella che dipinge un'intera generazione come nichilista finanziaria. Questa interpretazione è comunque errata. Il comportamento, peraltro, è peggiorato. Baker e i suoi colleghi della Northwestern University, utilizzando i dati sulle transazioni di 230.000 famiglie, hanno scoperto che ogni dollaro scommesso sulle scommesse sportive riduce gli investimenti netti delle famiglie di circa 99 centesimi. Non si tratta di spese per la lotteria; non di altri giochi d'azzardo; si tratta di risparmi.

Da lì in poi, i danni si aggravano. I ricercatori della Federal Reserve di New York hanno riscontrato un aumento di 1,02 punti percentuali dei tassi di insolvenza delle carte di credito tra le famiglie sotto i 40 anni negli stati che hanno legalizzato le scommesse online. Inoltre, studi separati condotti da UCLA e USC stimano che circa 30.000 fallimenti aggiuntivi all'anno siano attribuibili alle scommesse online. La stessa inquietudine si manifesta nel mercato delle opzioni. I contratti a zero giorni hanno raggiunto il 65% del volume totale dell'indice S&P 500 nel maggio 2026. Citadel Securities riporta che quasi la metà di tutto il volume di opzioni al dettaglio sulla sua piattaforma scade ora lo stesso giorno, rispetto al 13% del 2021.

Nessuna di queste attività rappresenta risparmio o investimento, ed è proprio questa la vera causa della narrazione dell'“economia a forma di K”. In altre parole, è la narrazione a guidare i comportamenti che determinano il risultato. Come abbiamo documentato nel nostro lavoro sul perché i piccoli investitori ottengono costantemente risultati inferiori alle aspettative, l'investitore azionario medio al dettaglio ha guadagnato il 16,54% nel 2024, rispetto al 25,02% dell'indice. Il divario di rendimento è dovuto ai comportamenti, non all'accesso.

Sebbene tutti concordino sul fatto che la situazione economica sia disperata per i giovani, è proprio il fatto che tutti concordino su questo punto a rivelare la verità.


Cosa fare al riguardo

Ci sono problemi nell'economia? Sì. Ricapitoliamo ciò che sappiamo.

Ma ecco la vera domanda da porsi, soprattutto se si ha la sensazione che il proprio futuro sia senza speranza: “Avete la possibilità di cambiare il vostro destino?”

La risposta è inequivocabilmente “sì”. Bisogna solo essere disposti a impegnarsi.

Innanzitutto, stabilite il vostro punto di riferimento. Non state gareggiando con le foto delle vacanze di uno sconosciuto, o con l'1% più ricco di un Paese di 340 milioni di persone. Il confronto rilevante è con il vostro piano e con quanto quest'anno vi ha avvicinato a realizzarlo. Tutto ciò che serve per pensare come un investitore piuttosto che come uno speculatore inizia da qui. McKinsey ha scoperto che gli americani con forti legami comunitari hanno quasi quattro volte più probabilità di sentire che la loro vita ha slancio. Solo un terzo si sente connesso. Scambiate un po' di tempo davanti allo schermo con qualcos'altro.

In secondo luogo, smettetela di giocare d'azzardo e chiamiate le cose con il loro nome. Nessuno è mai riuscito a uscire dal pantano economico “a forma di K” scommettendo. Una scommessa multipla sportiva può a volte fruttare? Certo. Permetterà di accumulare ricchezza in 30 anni? I dati dimostrano chiaramente il contrario. Ancor più importante, chi scommette è anche chi meno se lo può permettere.

In terzo luogo, stabilite obiettivi che potete effettivamente raggiungere. La “cifra magica” di $1,46 milioni che circola ogni gennaio è frutto di un sondaggio condotto da un'azienda che vende prodotti pensionistici. Non è la vostra cifra. La cifra su cui dovete concentrarvi deriva dalle vostre spese, dalla vostra tempistica e dai vostri obblighi, un problema molto più piccolo e gestibile di quanto i titoli dei giornali lascino intendere.

In quarto luogo, automatizzate le parti noiose. Il motivo per cui si prevede che la Generazione Z andrà in pensione meglio dei baby boomer non è una disciplina superiore, bensì l'iscrizione automatica. I piani pensionistici aziendali 401(k) che iscrivono i dipendenti per impostazione predefinita hanno un tasso di partecipazione del 94%, rispetto al 64% dei piani volontari. La progettazione vince sempre sulla forza di volontà.

In merito al tema degli immobili, ho di recente sostenuto che l'accessibilità immobiliare è migliore di quanto suggeriscano i titoli dei giornali, e ciò vale anche per l'onere della rata mensile. Il centro studi sull'edilizia abitativa di Harvard ha stimato i prezzi delle case a circa cinque volte il reddito mediano, rispetto a circa tre volte negli anni '90. Questo rappresenta indubbiamente un ostacolo all'ingresso nel mercato immobiliare.

Tuttavia, l'anticipo per l'acquisto di una casa oggi è del 3%, contro il 20% degli anni '90. Quindi, sì, la rata è gestibile una volta che si è proprietari di casa, ma la parte difficile è risparmiare per l'anticipo. Lo capisco, ed ecco la dura verità: se non riuscite a risparmiare quel 3%, avete altri problemi finanziari (ad esempio, spese in eccesso) che dovete risolvere prima. La rata del mutuo è una cosa; le tasse, le commissioni, la manutenzione e tutto il resto che comporta la gioia di essere proprietari di casa sono tutt'altra cosa.

Un'economia “a forma di K” è reale ed è un fenomeno antico. Ciò che è cambiato non è la forma dell'economia; è solo che i media generalisti hanno trovato una narrazione che genera molti clic e visualizzazioni, e noi stiamo lasciando che i titoli dei giornali guidino il nostro pensiero.

Credere ai titoli dei giornali significa prendere esattamente le decisioni che garantiranno la loro realizzazione.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 21 ottobre 2026

Guadagni illeciti? Parliamo della tassa europea sugli “extraprofitti”

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Mark Nayler

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/guadagni-illeciti-parliamo-della)

Dopo un'altra estate di ondate di calore e incendi, la Spagna ha presentato una petizione all'UE per la creazione di un fondo per l'adattamento climatico. In una lettera inviata al commissario europeo per il clima, Wopke Hoekstra, il ministro spagnolo per la transizione ecologica, Sara Aagesen Muñoz, ha affermato che l'Europa ha bisogno di una strategia generale per aiutare i suoi Stati membri ad affrontare i cambiamenti climatici e per mobilitare le “risorse necessarie per realizzare gli investimenti necessari”. La strategia di mobilitazione auspicata dalla Muñoz prevede una tassa permanente sugli “extraprofitti” delle compagnie energetiche, molte delle quali hanno beneficiato dell'aumento dei prezzi del gas e del petrolio derivante dalle guerre in Ucraina e Iran. Raccomanda inoltre un maggiore finanziamento reciproco del debito, simile al programma (presumibilmente una tantum) Next Generation EU introdotto per aiutare gli Stati membri a riprendersi dalla pandemia: un'idea impopolare che difficilmente troverà spazio nel prossimo bilancio settennale dell'UE.

Non sarebbe la prima volta che l'UE tassa “profitti eccezionali”. Nel 2022, in reazione all'invasione russa dell'Ucraina, Bruxelles ha imposto un balzello del 33% sugli utili eccedenti delle compagnie nel settore dei combustibili fossili, giustificandolo con la scusa che i loro profitti fossero del 20% superiori alla media annua del 2018 (questo ha evidenziato un problema con la tesi delle tasse sugli “extraprofitti”, ovvero la definizione stessa di “extraprofitto”). Finora l'UE ha resistito alla tentazione di reintrodurre quella che Meg O'Neill, amministratore delegato di BP, definisce una “risposta profondamente inadeguata alla situazione”, sottolineando invece che i singoli Paesi possono introdurre le proprie tasse sugli “extraprofitti”. Il mese scorso il Portogallo ha imposto una tassa del 33% sulle compagnie petrolifere che hanno beneficiato della guerra con l'Iran, affermando che si trattava di una misura “equa e necessaria per creare un meccanismo di solidarietà”.

L'equità delle imposte sugli “extraprofitti” è, ovviamente, uno degli aspetti più discutibili di queste normative. Come affermato dal Ministero delle Finanze portoghese al momento della presentazione della sua imposta sugli “extraprofitti”, gli elevati profitti registrati quest'anno dai fornitori di petrolio e gas sono il risultato “esclusivamente delle condizioni di mercato esterne”. Perché, dunque, penalizzarli? I sostenitori di un'imposta sugli “extraprofitti” a livello europeo basano la loro tesi proprio su questo fatto, ma la stessa identica circostanza fornisce un valido motivo per opporsi a tale imposta.

Secondo questa interpretazione, tali imposte penalizzano le compagnie petrolifere e del gas per il fatto di beneficiare del funzionamento di forze di mercato neutrali. Queste aziende sono ovviamente soggette alle flessioni del mercato, quindi ci si aspetterebbe che venissero compensate dallo Stato nei periodi di crisi, oltre che tassate pesantemente durante i periodi di boom. Il fatto che non vengano mai compensate in questo modo suggerisce che le imposte sugli “extraprofitti” non siano realmente incentrate sull'equità. Si sospetta che molti dei loro sostenitori vogliano punire le compagnie energetiche, anche quando i loro profitti straordinari sono stati conseguiti senza sotterfugi, corruzione, o manipolazione contabile. I fautori delle imposte sugli “extraprofitti” tendono inoltre a presumere che il denaro ricavato verrebbe investito meglio dai governi che da soggetti privati, ma, come ci hanno ricordato diverse controversie relative al programma Next Gen EU, non è affatto scontato.

La lettera della Muñoz al Ministero del Clima dell'UE arriva meno di un mese dopo che diversi Stati membri dell'UE hanno proposto all'Irlanda, che attualmente detiene la presidenza di turno semestrale del Consiglio dell'UE, l'idea di una tassa sugli “extraprofitti” a livello europeo. Germania, Spagna, Portogallo, Italia, Polonia e Austria chiedono che la presidenza inserisca questa proposta all'ordine del giorno nella prossima riunione dei ministri delle finanze dell'UE. Facendo eco all'appello della Muñoz, hanno affermato che l'UE ha bisogno di un “approccio comune, che garantisca che coloro che traggono profitto dalla crisi facciano la loro parte per alleviare il peso sulla collettività”.

Questa è un'altra ipotesi discutibile: che una tassa a livello europeo sui fornitori di energia si tradurrebbe in prezzi più bassi per i consumatori. Ma in alcuni Paesi potrebbe avere l'effetto opposto: come con i dazi di Trump, i maggiori costi operativi potrebbero semplicemente essere trasferiti ai clienti. Patrick Pouyanné, amministratore delegato di TotalEnergies, ha già avvertito che i tetti massimi di prezzo imposti dalla sua azienda a €1,99 e €2,25 rispettivamente per benzina e diesel – introdotti a marzo e che finora si stima siano costati all'azienda circa €200 milioni – verrebbero aboliti se il governo francese imponesse una tassa sugli “extraprofitti” legati alla guerra con l'Iran.

Le tasse sugli “extraprofitti” creano inoltre un contesto normativo instabile che, a sua volta, può ridurre drasticamente il valore delle azioni. Nel luglio 2022, quando il primo ministro socialista spagnolo Pedro Sánchez annunciò una tassa di “solidarietà” una tantum a carico delle maggiori banche del Paese, i gruppi bancari quotati sulla borsa spagnola subirono una perdita di valore complessiva di €5 miliardi; insieme alle aziende del settore dei combustibili fossili, le banche sono il bersaglio più frequente di tasse sugli “extraprofitti” motivate da ragioni etiche). Questa imposta “temporanea”, che ora prevede aliquote progressive, è stata prorogata almeno fino all'anno prossimo, evidenziando un altro problema: spesso i prelievi sugli “extraprofitti” rimangono in vigore ben oltre la scadenza prevista. Più a lungo persistono, meno le aziende colpite risultano attraenti per gli investitori.

Questo è stato il motivo principale per cui, nel 2022, ExxonMobil ha fatto causa all'UE in merito alla tassa di “solidarietà”; quell'anno, il colosso energetico statunitense aveva fatto registrare nel terzo trimestre profitti per quasi $20 miliardi, un record assoluto e un valore triplo rispetto all'anno precedente (“più soldi di Dio”, come disse l'allora presidente americano, Joe Biden). Presentato tramite le sue controllate olandesi e tedesche presso il Tribunale dell'Unione Europea a Lussemburgo, il ricorso di ExxonMobil sosteneva che la tassa sugli “extraprofitti” di Bruxelles avrebbe “minato la fiducia degli investitori, scoraggiato gli investimenti e aumentato la dipendenza dall'importazione di energia e carburanti”. La causa non è ancora stata risolta, ma i tribunali europei ne vedrebbero certamente molte altre simili se le proposte della Spagna dovessero essere attuate.

La critica più devastante alla proposta spagnola di introdurre una tassa permanente sugli “extraprofitti” per combattere il cambiamento climatico è, tuttavia, che essa si rivelerebbe del tutto controproducente. Si stima che l'UE necessiterà di €27.000 miliardi per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica entro il 2050, e si prevede che la maggior parte di tale capitale proverrà dal settore privato. Secondo la Banca Centrale Europea: “Le politiche pubbliche dovrebbero mirare a rimuovere le rigidità strutturali, migliorare l'efficienza normativa e amministrativa e favorire l'innovazione verde”. La recente spinta alla deregolamentazione persegue proprio questi obiettivi; tuttavia, un'imposta sugli “extraprofitti” delle compagnie energetiche – specialmente se mantenuta in vigore per anni, come raccomanda la Muñoz – sortirebbe l'effetto opposto, limitando la capacità di investimento del settore privato. Le compagnie petrolifere e del gas avranno davvero bisogno, poi, di risorse finanziarie immense per favorire la transizione ecologica.

Concentrandosi sulla prevenzione a lungo termine, piuttosto che sulla reazione a breve termine, la nuova strategia dell'UE contro gli incendi boschivi indica la direzione che il blocco dovrebbe intraprendere con le sue politiche climatiche. Punire le aziende che hanno tratto profitto dalle turbolenze geopolitiche potrebbe placare l'indignazione pubblica per i loro guadagni inaspettati, ma a lungo termine non gioverà ai consumatori, né aiuterà l'Europa a raggiungere i suoi obiettivi climatici. Per realizzarli, l'UE deve collaborare con le sue maggiori compagnie energetiche, non contrastarle. 

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 20 ottobre 2026

Il ventottesimo regime: la nuova riforma aziendale di Bruxelles riuscirà a sfuggire alla morsa della burocrazia?

Il problema centrale per l'UE e i suoi singoli stati membri è l'azzardo morale. Fornire un sostegno incondizionato alla Francia ha sostenuto l'incentivo a non risanare le finanze pubbliche e ha indotto altri governi ad aspettarsi un trattamento analogo. Tuttavia, negarlo avrebbe comportato il rischio che l'aumento dei costi di finanziamento aggravasse la situazione fiscale e si propagasse tensioni in tutta l'unione monetaria. Gli strumenti della BCE non risolvono questo dilemma. Il suo “Transmission Protection Instrument” tiene conto della sostenibilità fiscale e del rispetto degli impegni di politica economica europea, ed è concepito per contrastare pressioni di mercato ingiustificate e disordinate. Una variazione dei prezzi guidata dal deterioramento dei fondamentali rende l'intervento molto più complesso. Un sostegno duraturo richiederebbe uno sforzo concertato da parte della Francia per ripristinare la credibilità fiscale. L'avvicinarsi delle elezioni presidenziali complica tale scenario: le istituzioni europee devono avere la certezza che il governo che si assume gli impegni sia in grado di mantenerli e che il suo successore li rispetti. Non esiste un obbligo formale per la BCE di attendere l'esito delle elezioni, ma potrebbe essere necessaria chiarezza politica prima di poter imporre condizioni significative. Il cambiamento di posizione della Germania rende la situazione ancora più complessa. Il Paese può rimanere un rifugio sicuro relativo all'interno dell'Europa, pur diventando meno capace o disposto a garantire per i vicini. Una sovraperformance dei Bund durante una crisi non dimostrerebbe che la capacità di salvataggio collettivo sia illimitata. Un modo interessante per esprimere questo rischio consiste nell'aprire posizioni “short” sui titoli di stato spagnoli contro i Bund di pari durata. Il differenziale della Spagna, ancora relativamente contenuto, offre una remunerazione insufficiente a fronte di un possibile episodio di frammentazione più ampio. Un differenziale iniziale più ridotto implica inoltre un costo di mantenimento (“carry”) negativo, inferiore rispetto a una posizione “short” sulla Francia. La Spagna offre agli investitori dubbiosi sulla garanzia collettiva dell'Eurozona un'opportunità di posizionamento potenzialmente economica, con rischi di ribasso relativamente limitati. Non dimentichiamoci, però, che la Spagna ha un rapporto debito/PIL del 100% ed è guidata da un governo di minoranza che di recente ha indetto elezioni anticipate. Un'asimmetria allettante, visti i rischi crescenti. Il differenziale tra i decennali francesi e tedeschi a 150 punti base può sembrare allettante, perché l'istinto è quello di sfruttare la dislocazione del mercato e attendere il ritorno alla normalità. Tuttavia un tale istinto rischia di ancorarsi a un passato che non offre più una guida affidabile. Un differenziale può essere storicamente ampio e, ciononostante, offrire una remunerazione inadeguata per ciò che ci attende. Durante la crisi del debito sovrano, i differenziali tra il decennale italiano e quello tedesco superarono i 500 punti base. Non si tratta di una previsione per la Francia, ma l'episodio dimostra l'entità delle oscillazioni che i differenziali possono subire quando i mercati perdono fiducia nella sostenibilità fiscale e nella credibilità del sostegno europeo. Lo storico della Francia e il suo essere un “punto di rifermento” all'interno dell'UE potrebbero non costituire più parametri affidabili per valutare i potenziali rischi di ribasso in un contesto diverso. Gli investitori dovrebbero essere estremamente cauti nel dare per scontato un ritorno alla situazione precedente.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-ventottesimo-regime-la-nuova-riforma)

La Commissione europea sta rispondendo alle crescenti critiche sull'eccessiva burocrazia con l'introduzione di una nuova forma giuridica societaria. Il “ventottesimo regime” mira a creare una struttura giuridica uniforme applicabile a tutta l'area economica dell'Unione Europea. Un'idea affascinante, ma destinata a sprofondare rapidamente nella generale follia burocratica.

L'Unione Europea ha raggiunto un punto in cui ci si può ritenere fortunati se si trascorrono alcuni giorni senza nuove iniziative normative da parte dell'apparato centrale di Bruxelles.

Per allentare la pressione e respingere le crescenti critiche alla giungla burocratica dell'UE, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha presentato l'idea di una forma giuridica societaria europea durante il Forum economico mondiale di Davos.

La nuova tipologia di società paneuropea proposta si chiama ventottesimo regime e diventerebbe la ventottesima forma giuridica europea, affiancandosi alle forme societarie nazionali come GmbH, SPA, o Limited.

Quello che la von der Leyen ha presentato come un progetto innovativo mira a semplificare la costituzione di società per startup e aziende in fase di espansione. L'obiettivo è operare a livello transfrontaliero in tutti i 27 Stati membri del Mercato Unico senza dover creare ulteriori filiali per conformarsi ai requisiti legali di ciascun Paese.

Il ventottesimo regime è concepito per consentire un processo di costituzione e gestione aziendale uniforme e completamente digitalizzato. Le società potrebbero essere registrate online entro 48 ore, senza notaio e senza complicate pratiche burocratiche.

La Commissione prevede inoltre di istituire un registro centrale dell'UE, che funga da sportello unico e garantisca trasparenza in materia di costituzione di società, aumenti di capitale e strutture proprietarie. Il progetto si trova attualmente nella fase iniziale di consultazione parlamentare e potrebbe entrare in vigore nella legislazione nazionale non prima del 2027.

L'idea della Commissione è allettante. Oltre a facilitare la costituzione rapida e semplice di società, rappresenterebbe la prima iniziativa sostanziale da anni volta a superare una regolamentazione perlopiù repressiva, mirata a rafforzare concretamente il mercato unico europeo.

Un ingresso più rapido sul mercato, fusioni semplificate e un potenziale accesso più agevole al capitale di rischio potrebbero essere la conseguenza, a condizione che si verifichi anche una deregolamentazione fiscale a livello nazionale. Tuttavia, ciò sembra improbabile, viste le prassi normative europee.

L'unione dei mercati dei capitali, spesso citata in ambito politico, riceverebbe così il suo primo, modesto impulso: un collegamento concreto con la situazione degli imprenditori. A quanto pare, frammenti di critica provenienti dal mondo degli affari a volte giungono anche negli ambienti della Commissione: chi l'avrebbe mai detto?


Dove sono gli imprenditori?

Come sempre accade con le iniziative di Bruxelles, il diavolo si nasconde nei dettagli. Innanzitutto, è necessario ottenere l'adozione a livello nazionale di questa nuova forma giuridica.

Si prevede che potenti gruppi di pressione, dai consulenti fiscali ai revisori dei conti, si impegneranno a fondo per tutelare i propri interessi, che derivano in gran parte dalla complessità della legislazione fiscale, dei requisiti patrimoniali e delle procedure di costituzione delle società.

Su qualsiasi presunta liberalizzazione dell'attività economica incombe la lunga ombra della politica regolamentare europea.

Questo è il vero nodo cruciale della politica europea. Considerando la struttura economica dell'Unione Europea, sorge spontanea la domanda: dove sono gli imprenditori disposti o in grado di utilizzare questo nuovo quadro normativo europeo per le imprese?

Un singolo dato illustra la grottesca attività regolamentare di Bruxelles: solo l'anno scorso, l'economia europea è stata inondata da oltre 1.400 nuovi atti giuridici dell'UE. Ovvero, quattro nuove normative al giorno. Direttive, regolamenti, atti delegati, atti di esecuzione: le imprese stanno annegando in una palude normativa di Bruxelles guidata da ideologie.

Le linee di politica relative alla CO₂ e le direttive sulle catene di approvvigionamento sono spesso al centro dell'attenzione, esaminando nel dettaglio ogni attività economica e generando enormi costi burocratici. Gli imprenditori si ritrovano sempre più spesso a dover finanziare le procedure amministrative, anziché dedicarsi completamente al servizio dei propri mercati.

Quello che vediamo a Bruxelles è la burocrazia classica: una volta istituita, alimentata politicamente e trattata come avanguardia politica, sviluppa una vita propria. Cinicamente, la produzione di atti giuridici è l'unico “asset” che la mantiene in vita.

La verità di questo fenomeno burocratico si rivela spesso apertamente, quando i politici elencano con orgoglio le leggi che hanno promosso, senza alcuna comprensione della reale vita economica. È il lavoro di un becchino che si fa strada attraverso un settore produttivo della società sempre più paralizzato.

Il sostegno politico e mediatico alla regolamentazione climatica dell'UE ha creato una burocrazia autoreferenziale che si sta ora diffondendo negli Stati membri. Con le quote statali che superano il 50%, si è oltrepassato il punto di non ritorno dello squilibrio economico. L'Europa rischia di diventare un polo puramente amministrativo, mentre l'economia produttiva si contrae costantemente.

Il parassita consuma il suo ospite, accelerandone il decadimento. L'Europa si sta trasformando in un sito amministrativo con un'attività produttiva in declino.


Le forze centrifughe accelerano

L'iniziativa del ventottesimo regime potrebbe effettivamente rivelarsi una soluzione affascinante per rafforzare il mercato unico, a patto che un giorno si avvii un processo ordinato di revisione normativa.

È molto probabile che la spirale discendente dell'elevato debito pubblico, del calo della produttività, dell'aumento della disoccupazione e del drammatico declino geopolitico del continente finiranno per spianare la strada a una svolta conservatrice e orientata al mercato.

Per i pianificatori centrali di Bruxelles, in particolare nell'Europa orientale, si sta preparando una tempesta politica che, una volta unificata, potrebbe un giorno mandare in frantumi le catene della regolamentazione.

Dal punto di vista tedesco, tuttavia, sembra probabile che le forze trainanti della trasformazione in chiave socialista climatica – indubbiamente concentrate a Berlino – mobiliteranno le proprie risorse per proseguire sulla strada fatale verso un'economia pianificata, anche dopo la rottura con l'opposizione.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 19 ottobre 2026

Perché la Groenlandia è al centro di un ordine mondiale in cambiamento

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da The Epoch Times

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/perche-la-groenlandia-e-al-centro)

Una rara convergenza di fattori geopolitici ha accresciuto l'importanza strategica della Groenlandia. Situata in una regione cruciale per la difesa del territorio statunitense, l'isola si trova anche tra due rotte marittime artiche emergenti che potrebbero ridurre significativamente i tempi di transito globali. Inoltre, il territorio è ricco di risorse naturali, tra cui le terre rare.


Maggiore importanza

Situata alle porte dell'Oceano Atlantico e dell'Oceano Artico, la Groenlandia è diventata fondamentale per la difesa del territorio statunitense. Tale valutazione si riflette nella nuova Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata il 23 gennaio, che identifica la Groenlandia come un “territorio chiave”, insieme al Canale di Panama e al Golfo di America.

Quando Trump menzionò per la prima volta l'acquisto della Groenlandia nel 2019, Alexander Gray ricopriva una carica di alto profilo per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca. Gray affermò che il presidente era “assolutamente serio” allora, visto che ha dato priorità alla difesa dell'emisfero occidentale.

Geograficamente, la Groenlandia fa parte del Nord America. Oggi, gli Stati Uniti hanno una sola base militare nella Groenlandia nord-occidentale: la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule. Il numero è diminuito rispetto alle 17 basi presenti alla fine della Seconda guerra mondiale.

La base spaziale statunitense di Pituffik, in Groenlandia, il 28 marzo 2025.

Durante la Guerra fredda, ha svolto un ruolo cruciale nell'individuazione precoce dei missili balistici diretti verso il territorio continentale degli Stati Uniti. Lo sviluppo della tecnologia militare rende questo ruolo di individuazione precoce ancora più critico, ha affermato Troy Bouffard, direttore del Center for Arctic Security and Resilience presso l'Università dell'Alaska-Fairbanks.

I missili balistici convenzionali entrano prima nello spazio e poi rientrano nell'atmosfera, fornendo una traiettoria prevedibile per il tracciamento e l'intercettazione da terra. I missili da crociera ipersonici, invece, sono manovrabili e possono viaggiare ad altitudini inferiori alla soglia di rilevamento radar, il che li rende molto più difficili da tracciare.

Secondo un rapporto di ricerca del Congresso del 2025, Russia e Cina probabilmente possiedono già missili da crociera ipersonici operativi, mentre quelli degli Stati Uniti sono ancora in fase di sviluppo.

“Pituffik avrebbe il vantaggio di rilevare qualsiasi cosa prima di chiunque altro in una vasta area dell'Artico”, ha dichiarato Bouffard a The Epoch Times. “Questo è fondamentale per l'intero sistema di difesa missilistica di quella che diventerà la Cupola d'Oro del Nord America”.

La Groenlandia fa parte del Nord America. La sua capitale, Nuuk, è geograficamente più vicina a Washington, DC che a Copenaghen.

Ha osservato che, con il crollo dell'Unione Sovietica, l'esercito si è ridotto significativamente, ma la flotta di sottomarini strategici è rimasta intatta.

“L'hanno tenuta in servizio perché è ancora l'arma più letale del pianeta”, ha detto Bouffard.

“Continuano a competere alla pari con noi. Magari non sono al nostro livello in termini di sofisticazione, ma per quanto riguarda le tecnologie di quinta e sesta generazione... non sono mai troppo indietro”.

Secondo l'Istituto danese per gli studi internazionali, la copertura radar sulla Groenlandia è insufficiente per rilevare gli aerei russi e la NATO attualmente non ha la capacità di dare la caccia ai sottomarini nel GIUK Gap, ovvero le acque che separano la Groenlandia, l'Islanda e il Regno Unito.


Arena delle potenze in competizione

Secondo l'esperto di Cina, Alexander Liao, l'Artico è forse una delle ultime aree in cui la Cina vede un campo relativamente libero per concentrare il proprio potere. E la Cina è attiva nella regione da un decennio.

Sebbene non possieda territori nell'Artico, la Cina si è autoproclamata “stato quasi artico” nella sua prima politica artica, pubblicata nel 2018. Nello stesso anno, Pechino ha lanciato il programma della Via della Seta Polare, collegandolo alla Belt and Road Initiative, una piattaforma di politica estera da $1.000 miliardi che espande l'influenza economica e militare globale di Pechino.

Dalla fine della Guerra fredda, la regione artica è stata caratterizzata dal principio dell'“eccezionalismo artico”. La narrativa politica proposta dall'ultimo leader dell'Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, mirava a lasciare la regione alla cooperazione scientifica e a isolarla dalle più ampie rivalità geopolitiche.

Un villaggio di pescatori vicino a Nuuk, in Groenlandia, il 4 maggio 2025.

Secondo Bouffard, le cose sono andate sostanzialmente così fino a quando l'invasione russa dell'Ucraina non ha rotto l'equilibrio nel febbraio 2022. La guerra in Ucraina ha portato alla prima strategia artica intergovernativa in assoluto, emanata dalla Casa Bianca otto mesi dopo.

Secondo Gray, l'invasione russa dell'Ucraina ha rappresentato “un punto di svolta, in quanto l'ordine mondiale [stava] sostanzialmente tornando a quello che era prima del 1991”.

“Il mondo è tornato a essere una competizione tra grandi potenze grazie a Vladimir Putin [presidente russo] e Xi Jinping [leader cinese]”, ha dichiarato a The Epoch Times.

Pur senza ricorrere a una guerra vera e propria, Xi ha sfruttato il sistema commerciale mondiale attraverso la sua politica industriale e la sua strategia di fusione civile-militare.

Negli ultimi decenni, Pechino ha monopolizzato la lavorazione delle terre rare, minerali critici essenziali per la produzione moderna e per i sistemi d'arma avanzati. L'anno scorso il regime cinese ha dimostrato di non temere di usare il suo controllo sulle terre rare per ritorsione contro i dazi statunitensi.

Le ricche risorse naturali dell'Artico rappresentavano un'attrattiva. La Strategia nazionale statunitense per la regione artica del 2022 afferma che la Cina aveva raddoppiato i suoi investimenti nella regione nel decennio precedente, concentrandosi sull'estrazione di minerali critici e sulla sua “ricerca a duplice uso con applicazioni di intelligence e militari”.

Nello specifico, in Groenlandia il governo danese ha bloccato progetti di questo tipo realizzati da aziende statali cinesi.

Secondo Andreas Forsby, ricercatore senior presso l'Istituto danese per gli studi internazionali, il 2018 ha segnato un cambiamento nel sentimento dei Paesi nordici nei confronti della Cina.

Grazie alle pressioni degli Stati Uniti e ai “ripensamenti” dei Paesi nordici sull'invitare i cinesi nella regione artica, ha affermato, a questi ultimi è stato comunicato “passo dopo passo” che “non erano più i benvenuti”.

Sebbene la Cina abbia intrapreso quella che Forsby ha definito una “ritirata tattica” in Groenlandia, Gray ha affermato che il regime cinese vedrà nuovamente un'opportunità se l'isola raggiungerà il suo obiettivo a lungo termine di indipendenza dalla Danimarca.

Il 26 gennaio, intervenendo al Parlamento europeo, il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha inoltre sottolineato l'importanza degli sforzi degli alleati per arginare l'influenza militare ed economica di Russia e Cina nell'Artico.

Secondo Risk Intelligence, una società di consulenza con sede in Danimarca, dopo l'inizio della guerra in Ucraina, la Cina ha iniziato a costruire i propri moli nei cinque porti più importanti lungo la costa artica russa (Murmansk, Sabetta, Arkhangelsk, Tiksi e Uzden), parallelamente alla costruzione di linee ferroviarie cinesi nella zona.


Un ordine mondiale in trasformazione

Per ora gli Stati Uniti manterranno il controllo diretto del territorio su cui sorgono le loro basi militari in Groenlandia, stando a quanto emerso da un'intervista rilasciata da Trump al New York Post.

Rutte ha inoltre affermato il 26 gennaio che i negoziati si svolgeranno in due “filiali di lavoro”: una tra gli Stati Uniti e la NATO e una tra gli Stati Uniti, la Danimarca e la Groenlandia. La seconda linea di lavoro è già iniziata, ha dichiarato il Segretario di Stato americano Marco Rubio il 28 gennaio.

Trump ha dichiarato che ulteriori dettagli saranno negoziati nelle prossime settimane, dopo aver annunciato il 21 gennaio che a Davos si era discusso di un accordo.

Secondo James Lewis, ex-diplomatico e illustre membro del Center for European Policy Analysis, gli europei hanno avuto un “bagno di realtà” al Forum economico mondiale, dove la questione della Groenlandia e le tensioni ad essa connesse sono state al centro dell'attenzione.

Il vecchio ordine si stava già sgretolando, ha affermato, e Trump ha accelerato il processo.

“L'ordine internazionale basato sulle regole non ha mai funzionato veramente; ha funzionato finché non c'erano sfide”, ha dichiarato a The Epoch Times. “Credo che gli europei se ne siano finalmente resi conto”.

“Avevano questo sogno di un ordine internazionale basato sulle regole, in cui gli avvocati fossero più importanti delle armi, e quel sogno è svanito”.

Analogamente, il 26 gennaio Rutte ha affermato che era giunto il momento per l'Europa e il Canada di assumersi una maggiore responsabilità nella propria difesa.

La Groenlandia è stata una “pietra miliare” per gli europei, ha affermato Lewis, sottolineando che l'alleanza transatlantica ha subito una battuta d'arresto in termini di fiducia, che si protrarrà anche dopo la fine del mandato di Trump. Tuttavia, ha aggiunto, non si è trattato di una grande vittoria per la Cina.

“La reputazione della Cina rende difficile per essa trarre vantaggio da questi cambiamenti”, ha affermato.

Alla fine, gli europei “lasceranno rientrare gli americani”, ha detto Lewis, perché la difesa è molto costosa.

“Preferiscono condividere l'onere dei costi con gli Stati Uniti piuttosto che procedere da soli”, ha dichiarato a The Epoch Times.

Sebbene la Cina aspiri a “definire le relazioni sino-americane e l'ordine mondiale”, ha affermato, si trova in una posizione ambigua in termini di alleanze.

Liao ha affermato che altri Paesi usano la Cina come una carta da giocare nei negoziati con gli Stati Uniti. Sapevano che non c'era alcun potenziale di partenariato a lungo termine con Pechino, ha detto, ma hanno usato il dialogo con esso come “anestesia strategica” per alleviare il dolore causato dall'approccio imprevedibile di Trump.

Secondo Gray, il “fragile e paranoico sistema politico”, impantanato in disordini interni – tra cui il licenziamento di Zhang Youxia, il numero due di Xi nell'esercito e amico di lunga data della famiglia di Xi – rende difficile il funzionamento a lungo termine del regime.

Sia Lewis che Liao hanno affermato di ritenere che i prossimi tre anni della presidenza Trump saranno ricchi di cambiamenti. Liao e Gray hanno aggiunto di pensare che il nuovo ordine mondiale assumerà una forma iniziale tra circa un quinquennio.

Liao ha affermato, inoltre, di considerare la Groenlandia un evento cruciale in un più ampio riassetto degli equilibri di potere. Gli Stati Uniti, a suo dire, avranno un ruolo guida, ma in un modo del tutto nuovo.

Gray concorda. A suo avviso, si sta delineando un nuovo ordine internazionale.

“Stiamo iniziando a capire che viviamo in un mondo in cui gli Stati Uniti sono la potenza predominante, ma non la superpotenza”, ha affermato.

“Esistono molteplici livelli di polarità e molteplici raggruppamenti di poteri”.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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