La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-40d)
Nella Parte precedente di questa serie abbiamo esaminato la catena finanziaria della morte attraverso cui la classe finanziaria si infiltra, cattura, indebita, finanziarizza, sfrutta, crea crisi e infine abbandona nazioni e popoli. Abbiamo visto nella “Religione della Finanza” il suo sistema operativo: l'ideologia che trasforma l'usura in virtù, il debito in dovere e la guerra perpetua nella condizione necessaria per la pace. Eppure l'ideologia, per quanto potente, non governa da sola: richiede istituzioni così profondamente radicate nell'ordine costituzionale da diventare indistinguibili dallo Stato stesso.
La tesi centrale di questa Quarta Parte della serie è quindi al tempo stesso semplice e profonda: la Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, non è mai stata semplicemente una banca, è stata l'ingegneria costituzionale a trasformare un espediente temporaneo per il finanziamento della guerra in una catena di distruzione autoalimentata e intergenerazionale. Questo fu il “peccato originale” che radicò il potere dei finanziari così profondamente nello Stato inglese – e, per estensione, nell’intera sfera civile anglofona – che il regime è sopravvissuto a ogni successiva riforma, ogni rivoluzione, ogni contrazione imperiale e ogni altra sfida per oltre tre secoli.
La Banca d'Inghilterra divenne il quartier generale operativo dell’accordo del 1688; fu il DNA istituzionale che codificò la conquista incruenta dei finanziari nell’apparato governativo, garantendo che da allora in poi nessun sovrano potesse governare senza il consenso di essi. Il re in Parlamento rimase il sovrano visibile; gli obbligazionisti divennero quelli invisibili.
Questa Parte persegue un duplice obiettivo. In primo luogo, ripercorrerò la creazione storica dell’infrastruttura e la sua diffusione globale nell’impero anglofono; in secondo luogo, analizzerò il suo attuale destino asimmetrico: il deterioramento e l’attiva contestazione in corso nella City di Londra e nei territori del Commonwealth, contrapposti al suo continuo radicamento – e anzi al suo rafforzamento – all’interno del sistema americano. Questo contrasto non è casuale; è la prova vivente che la guerra civile, lunga quattrocento anni, per la sovranità, la proprietà privata e l'equilibrio di potere continua ancora oggi. Una lotta che non si concluderà nemmeno se Washington dovesse prevalere nella sua battaglia contro Londra.
Prima di procedere, però, devo porre una domanda che animerà la discussione e che ci condurrà alla Quinta Parte di questa serie sulla guerra civile di 400 anni: se la Banca d'Inghilterra era il motore imperiale progettato per estendere il controllo finanziario in tutto il mondo anglofono, cosa accadde quando una potente fetta di quell'impero, proprietaria terriera – la nobiltà coloniale e i mercanti del Nord America – si rese conto di non essere partner di questo regime, ma i suoi principali sudditi coloniali? La risposta è la Rivoluzione americana, reinterpretata non come una semplice ribellione coloniale, ma come la Guerra civile inglese 2.0: la prima grande frattura nell'impero finanziario.
Fondamenti storici: l'accordo del 1688 e la creazione della Banca d'Inghilterra (1694)
Il momento della conquista
Per comprendere la Banca d'Inghilterra, dobbiamo prima comprendere l'assetto che essa era destinata a servire. La “Rivoluzione Gloriosa” del 1688 non fu mai gloriosa per il popolo inglese, né fu propriamente una rivoluzione. Si trattò di un'invasione da parte delle forze olandesi guidate da Guglielmo d'Orange, sollecitate da una fazione dell'élite inglese – i grandi Whig e i loro alleati finanziari – che si erano stancati dei tentativi di Giacomo II di affermare le prerogative reali e, soprattutto, dei suoi sforzi di tolleranza religiosa che minacciavano sia il predominio anglicano sia gli accordi di proprietà dei decenni precedenti.
Il prezzo pagato da Guglielmo furono le risorse inglesi per la sua guerra continentale contro Luigi XIV. La Repubblica delle Province Unite aveva già perfezionato un sistema di finanza pubblica che aveva trasformato il suo piccolo stato in una grande potenza: debito pubblico permanente, gestito da una banca centrale, finanziato dalle accise e scambiato attivamente tra una sofisticata classe commerciale. Guglielmo importò questo modello integralmente. L'élite inglese – desiderosa sia di finanziare la sua guerra sia di consolidare la propria vittoria – si dimostrò un'allieva volenterosa.
L'innovazione radicale del 1694
La Banca d'Inghilterra fu istituita con il Tonnage Act del 1694. In apparenza si trattava di una semplice operazione: i sottoscrittori avrebbero prestato al governo inglese £1,2 milioni a un tasso di interesse dell'8% e in cambio sarebbero stati costituiti come Governatore e Compagnia della Banca d'Inghilterra, con il privilegio esclusivo di emettere banconote. Sotto questo banale accordo si celava una rivoluzionaria ristrutturazione del rapporto tra Stato e capitale.
La Banca d'Inghilterra era una società per azioni privata, di proprietà dei suoi azionisti e gestita da un Consiglio di Amministrazione eletto dal loro numero. Il suo primo governatore, Sir John Houblon, era un mercante e direttore della Compagnia delle Indie Orientali: le sue fortune non erano legate alla terra, o alla corona, ma al commercio e alla finanza internazionali. Godeva di privilegi monopolistici: nessun'altra banca per azioni poteva essere costituita finché la Banca d'Inghilterra esisteva. Creò un debito nazionale permanente: il prestito da £1,2 milioni non era mai stato destinato a essere rimborsato; gli interessi erano garantiti da specifiche entrate fiscali e il capitale divenne trasferibile. Nacque un mercato del debito pubblico e con esso una classe di redditieri il cui sostentamento dipendeva dal perpetuo indebitamento dello Stato. Infine si adottò il sistema a riserva frazionaria: le obbligazioni venivano emesse a fronte del capitale, ma la Banca d'Inghilterra scoprì presto di poter prestare somme molte volte superiori alle sue riserve effettive, a patto che la fiducia rimanesse.
Il meccanismo del “peccato originale”
Il genio – e il peccato originale contro i popoli anglofoni – risiedeva nel circolo vizioso che creò. La necessità dello Stato di un finanziamento bellico permanente lo rese permanentemente dipendente dalla classe finanziaria in grado di mobilitare rapidamente capitali. La dipendenza era strutturale. La guerra richiedeva spese superiori alle entrate fiscali; la Banca d'Inghilterra organizzò i prestiti ed emise obbligazioni; il Parlamento si impegnò a versare le future imposte per il pagamento degli interessi; gli interessi affluirono agli azionisti e agli obbligazionisti; gli obbligazionisti, ora con un interesse diretto nella salute finanziaria dello Stato, divennero i più ferventi sostenitori del regime; la guerra successiva richiese più debiti, più tasse, più obbligazionisti. Il ciclo si intensificò.
Gli osservatori dell'epoca lo capirono perfettamente. Charles Davenant avvertì nel 1698 che “i debiti pubblici, se dovessero diventare molto ingenti, provocheranno certamente un cambiamento nella costituzione stessa”. Aveva ragione. La sovranità si spostò impercettibilmente dal re in Parlamento, responsabile nei confronti delle classi possidenti del regno, agli obbligazionisti, responsabili solo nei confronti di sé stessi. Si narra che un direttore della Banca d'Inghilterra, interrogato sulla possibilità che il debito nazionale venisse mai estinto, abbia risposto: “Se il debito venisse saldato, che ne sarebbe di noi? La Banca d'Inghilterra verrebbe sciolta e saremmo tutti rovinati”. Il debito non fu mai un fardello da sopportare in attesa di tempi migliori; fu il fondamento su cui si basava il nuovo ordine.
La dimensione imperiale
È fondamentale sottolineare che questo sistema non era mai stato concepito per operare esclusivamente all'interno dell'Inghilterra. Lo stato post-1688 era un impero fiscale-mercantile progettato per organizzare l'intero mondo anglofono attorno alla supremazia finanziaria di Londra. Le colonie esistevano per fornire materie prime e mercati vincolati; gli Atti di Navigazione garantivano che il commercio transitasse attraverso i porti inglesi. Le colonie erano private di valuta pregiata, costrette a deficit commerciali cronici e dipendenti dal credito britannico. Quando tentarono di emettere una propria cartamoneta, il Parlamento inglese rispose con gli Atti Monetari del 1751 e del 1764, che vietavano alle banconote coloniali di avere corso legale. Solo Londra avrebbe creato moneta; le colonie l'avrebbero usata alle condizioni di Londra. Gli enormi debiti contratti per le guerre finanziate dalla Banca d'Inghilterra erano considerati a Londra come debiti imperiali; le colonie dovevano quindi essere tassate per ripagarli. Dal punto di vista dei finanziari, il sistema funzionava perfettamente. La tragedia – per loro – era che i coloni potevano vederne il funzionamento.
Anatomia dell'infrastruttura della catena finanziaria della morte
Con la Banca d'Inghilterra come fulcro istituzionale del Regime del 1688, possiamo ora ricostruire come i suoi meccanismi abbiano reso operative ciascuna fase della “catena finanziaria della morte”. L'analisi che segue traduce le fasi astratte in istituzioni concrete, con particolare attenzione al funzionamento della catena non solo nella metropoli, ma anche nelle colonie, dove la sua logica si manifestava in modo più evidente.
Fase 1: infiltrazione e cattura
Il Consiglio di amministrazione della Banca d'Inghilterra e le corporazioni di mestiere della City di Londra formarono una rete permanente di infiltrati all'interno del Parlamento e del Tesoro inglesi. I membri del Consiglio sedevano alla Camera dei Comuni; i governatori venivano consultati sulla politica fiscale; la sede della Banca d'Inghilterra era adiacente al Tesoro inglese. I magnati Whig – es. Marlborough, Godolphin, Walpole – non erano semplicemente alleati dei finanziari; erano i finanziari, le cui fortune erano legate alle azioni della Banca d'Inghilterra e al debito pubblico. Nelle colonie tutto questo si concretizzò nella presenza di governatori reali, funzionari doganali e ufficiali di Marina responsabili nei confronti del Tesoro inglese e del Board of Trade, insieme ad agenti coloniali a Londra, i quali scoprirono che le decisioni effettive venivano prese negli uffici contabili della City.
Fase 2: indebitamento
Il debito pubblico divenne lo strumento principale. Prima del 1694 i monarchi si indebitavano a titolo personale e talvolta non riuscivano a ripagare i debiti. Dopo il 1694 il debito divenne nazionale: permanente, trasferibile, sacro. I Consol (1751) perfezionarono lo strumento: obbligazioni senza scadenza che pagavano interessi perpetui. Nelle colonie l'indebitamento assunse molteplici forme: deficit commerciali cronici finanziati dal credito britannico, debiti individuali dei piantatori nei confronti degli agenti londinesi, la deliberata mancanza di valuta coloniale e la tesi, successiva al 1763, secondo cui le colonie erano in debito con la Gran Bretagna per le spese di guerra contratte a loro conto. Il Currency Act del 1764 garantì che tutti i debiti sarebbero stati saldati in sterline, trasferendo interamente a Londra il potere di creare moneta.
Fase 3: finanziarizzazione
Tutto divenne un bene negoziabile. Le banconote della Banca d'Inghilterra circolavano come moneta; i suoi sconti creavano credito; la sua gestione del debito creava un mercato secondario di titoli di Stato. La Compagnia dei Mari del Sud, la Compagnia delle Indie Orientali e le grandi compagnie commerciali divennero veicoli di speculazione. Verso la metà del XVIII secolo Londra possedeva il mercato finanziario più sofisticato del mondo. Nelle colonie la finanziarizzazione significò dipendenza dal credito e dai prezzi britannici: il prezzo del tabacco, del riso e dell'indaco era fissato a Londra; il costo dei beni manifatturieri era fissato a Londra; i tassi di interesse sui debiti coloniali erano fissati a Londra. I coloni erano price-taker in un mercato che non controllavano.
Fase 4: estrazione
L'estrazione degli interessi affluiva direttamente ai detentori di obbligazioni. Nel 1715 il servizio del debito assorbiva oltre la metà delle entrate statali. Le accise su birra, sale, candele, cuoio e sapone gravavano in modo sproporzionato sui consumi e quindi sulle classi produttive. Il signoraggio derivante dall'emissione di banconote veniva incamerato dalla Banca d'Inghilterra. Nelle colonie lo sfruttamento delle risorse avveniva attraverso gli Atti di Navigazione, le restrizioni alla produzione manifatturiera e l'invisibile ma costante drenaggio degli interessi sui debiti coloniali e le condizioni commerciali sfavorevoli.
Fase 5: crisi
Le crisi sono caratteristiche, non anomalie. La bolla della South Sea Company (1720), la sospensione dei pagamenti in metallo prezioso nel 1797, le varie crisi del 1825, 1837, 1847, 1857 e 1866: ognuno di essi spazzò via le banche più piccole e rafforzò la posizione centrale della Banca d'Inghilterra. Il Bank Charter Act del 1844 formalizzò il suo monopolio. Nelle colonie le crisi erano importate: quando il credito si contraeva a Londra, la depressione si diffondeva nelle periferie. La deflazione del dopoguerra, successiva alla Guerra dei Sette Anni, fu il contesto immediato della crisi dello Stamp Act.
Fase 6: abbandono
La disciplina finale consiste nel ritiro del credito, nella fuga di capitali e nel rifiuto di ulteriori prestiti. Per le colonie ciò si concretizzò con gli Atti Coercitivi del 1774 e con quello che i coloni percepirono come un abbandono da parte del re: il rifiuto di ascoltare le petizioni, il rigetto delle lamentele, l'invio di truppe.
Le componenti istituzionali
Questa “catena della morte” fu resa operativa attraverso la duplice natura pubblico-privata della Banca d'Inghilterra, le antiche libertà della City of London Corporation (uno stato nello stato), il sistema aureo/sterlina come meccanismo di coercizione e la burocrazia dello stato fiscale-militare (es. Tesoro inglese, accise, Ammiragliato) come cliente dipendente.
La macchina da guerra perpetua: debito, interessi e stato fiscale-militare
La Banca d'Inghilterra non si limitò a finanziare le guerre; creò una macchina da guerra permanente. Il ciclo era autoalimentante: la guerra richiedeva spese; le spese richiedevano prestiti; i prestiti richiedevano la Banca d'Inghilterra; la Banca d'Inghilterra organizzava i prestiti ed emetteva titoli; il Parlamento inglese si impegnava a pagare le tasse; gli obbligazionisti sostenevano la guerra; la vittoria (o anche la sconfitta, purché lo Stato sopravvivesse) giustificava il costo e creava le condizioni per la guerra successiva.
Il bilancio storico è impietoso. Il debito nazionale passò da zero nel 1694 a £16,7 milioni alla fine della Guerra dei Nove Anni, £36 milioni dopo la Guerra di Successione Spagnola, £78 milioni dopo la Guerra di Successione Austriaca, £133 milioni dopo la Guerra dei Sette Anni, £243 milioni dopo la Guerra d'Indipendenza americana e £861 milioni alla fine delle guerre napoleoniche. Ogni aumento progressivo rafforzò il potere dei finanziari ed espanse la classe dei detentori di obbligazioni.
La conseguenza filosofica fu profonda: la sostituzione della sovranità tradizionale con la sovranità del debito. Prima del 1688 la sovranità risiedeva nel re in Parlamento, responsabile in teoria nei confronti delle classi possidenti e in pratica nell'equilibrio di forze tra Corona, lord e comuni. Dopo il 1694 migrò impercettibilmente verso i detentori di obbligazioni. Uno Stato che deve indebitarsi per sopravvivere non può permettersi di alienarsi i propri creditori.
Per i coloni americani le implicazioni furono devastanti. La Guerra dei Sette Anni, combattuta in gran parte sul suolo nordamericano, raddoppiò il debito britannico. Dal punto di vista dei coloni essi avevano contribuito equamente alla vittoria imperiale; dal punto di vista dei finanziari londinesi, le colonie dovevano ora contribuire al servizio di quel debito. La logica era inesorabile: la guerra richiedeva debito; il debito richiedeva tasse; le tasse dovevano gravare sull'impero nel suo complesso. La Rivoluzione americana fu quindi una diretta conseguenza del motore bellico perenne della Banca d'Inghilterra.
La diffusione: radicamento nel Commonwealth ed esportazione nel sistema americano
Il modello non rimase confinato alla Gran Bretagna. L'area della sterlina si estese a tutto il territorio della “Kill Chain”. Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, India: tutti ricevettero versioni dello stesso modello istituzionale. L'impero era una struttura finanziaria tanto quanto politica, con la City di Londra al suo centro.
La trasmissione più significativa avvenne negli Stati Uniti. La Rivoluzione americana fu, nella sua essenza, un rifiuto del modello della Banca d'Inghilterra. Il primo esperimento sotto gli Articoli della Confederazione rifletteva tale rifiuto: nessuna banca centrale, nessun debito nazionale permanente, nessun esercito permanente finanziato con denaro preso in prestito. Questa era, in embrione, la visione di Bisanzio 2.0: una civiltà libera, proprietaria e sovrana, organizzata attorno al controllo locale.
Ciononostante i finanziari si riorganizzarono. La Prima Banca degli Stati Uniti di Hamilton (1791) fu consapevolmente modellata sulla Banca d'Inghilterra. Jefferson e Madison capirono perfettamente cosa stava succedendo e persero la battaglia. Il Federal Reserve Act del 1913 segnò il trionfo finale della visione hamiltoniana: banche regionali private di proprietà delle banche commerciali aderenti, privilegi monopolistici sulla creazione di moneta, debito pubblico permanente e il complesso militare-industriale come moderno cliente del finanziamento bellico. La stessa logica estrattiva che un tempo operava dalla Banca d'Inghilterra e dalla City di Londra, avrebbe operato dalla Federal Reserve e da Wall Street.
La resa dei conti attuale: smantellamento della City di Londra e del Commonwealth & consolidamento negli Stati Uniti
Giungiamo ora al momento presente e a un paradosso che illumina l'intera guerra civile durata quattrocento anni.
Nel Regno Unito e nel Commonwealth, l'infrastruttura della “catena finanziaria della morte” si sta visibilmente sgretolando. La Brexit è stata in gran parte una rivolta contro il regime di regolamentazione finanziaria dell'Unione Europea, ma è stata anche sintomo di un malcontento più profondo nei confronti del sistema finanziario incentrato su Londra. L'indipendenza della Banca d'Inghilterra è messa in discussione come mai prima d'ora. I privilegi storici della City sono sottoposti a una pressione politica e regolamentare costanti. I movimenti politici di tutto lo spettro politico contestano ora esplicitamente l'ordine monetario basato sul debito. I reami del Commonwealth stanno rivendicando una maggiore indipendenza monetaria, diversificando le riserve ed esplorando alternative al sistema della sterlina che un tempo li legava alla City. La catena finanziaria della morte viene contestata e, in alcuni casi, spezzata, anello per anello.
Negli Stati Uniti, al contrario, l'infrastruttura rimane intatta e rafforzata. Il bilancio della Federal Reserve si è espanso a livelli prima inimmaginabili; i deficit da migliaia di miliardi di dollari sono diventati la norma; la spesa militare, che si avvicina ai $1.000 miliardi all'anno, è svincolata dalla tassazione e finanziata interamente con denaro preso in prestito e creato dalla FED; lo status di valuta di riserva del dollaro fornisce il fattore abilitante fondamentale; il complesso militare-industriale è diventato il moderno committente del finanziamento bellico. E ora si assiste al passaggio alle stablecoin, in base alle quali tutti i prestiti e la creazione di moneta negli Stati Uniti saranno coperti unicamente da un acquisto di debito sovrano statunitense in rapporto uno a uno.
Questo contrasto è la prova vivente della tesi della guerra civile. La spaccatura del mondo anglofono lungo la stessa linea di frattura che si aprì per la prima volta nel 1688. Il centro originario del regime dei finanziari – la Gran Bretagna stessa – sta vivendo una crisi di fiducia nel sistema che ha abbracciato per secoli. Gli Stati Uniti, che si ribellarono a quel sistema nel 1776, sono diventati i suoi più potenti difensori. Difensori del sistema, non del suo centro originario e della sua capitale. L'asimmetria del momento attuale dimostra che la guerra civile nella civiltà inglese continua e che il suo esito rimane incerto. Washington potrebbe anche sconfiggere Londra, ma i popoli anglofoni in questo contesto riusciranno a sconfiggere il regime dei finanziari? O saremo relegati ad altri quattrocento anni di sottomissione, ora evolutisi e con un controllo sempre maggiore sull'unica capitale rimasta, Washington D.C.?
Implicazioni per la Guerra Civile Inglese 3.0 e la via verso Bisanzio 2.0
Ho ricostruito il DNA istituzionale del regime dei finanziari sin dalla sua creazione nel 1694, attraverso la sua diffusione mondiale, fino all'attuale crisi asimmetrica. La Banca d'Inghilterra era ingegneria costituzionale: una catena finanziaria della morte permanente e radicata nel corpo politico. La City di Londra era la cattedrale di una nuova religione, il quartier generale di un nuovo impero. Lo stato fiscale-militare era il motore di una guerra perenne che legava debito, tasse e conflitti in un ciclo indissolubile.
Ciononostante le istituzioni, per quanto profondamente radicate, non sono eterne. Possono essere contestate, riformate, smantellate. L'attuale crisi – visibile in Gran Bretagna, incipiente nel Commonwealth, latente negli Stati Uniti – è la prova che la guerra civile, che dura da quattrocento anni, continua. Le linee di battaglia non sono tracciate tra nazioni, ma al loro interno; non tra ideologie, ma tra stili di vita: sovranità finanziaria contro sovranità tradizionale; obbligazionisti contro produttori; guerra perpetua contro equilibrio di potere; schiavi finanziari o uomini liberi.
La Rivoluzione americana rappresentò la prima grande frattura nell'impero dei finanziari. I coloni che dichiararono indipendenza nel 1776 non si ribellarono al Regno Unito in quanto tale; si ribellarono alla specifica configurazione di potere del regime finanziario londinese del 1688. La loro Dichiarazione fu, in sostanza, una dichiarazione di guerra al sistema di debito, sfruttamento e guerra perpetua della Banca d'Inghilterra. Persero la pace quando la controrivoluzione hamiltoniana reintrodusse le stesse istituzioni da cui avevano combattuto per sfuggire, ma stabilirono un precedente: si poteva resistere al regime dei finanziari, che la sua logica poteva essere respinta, che era possibile un altro modo di organizzare la vita politica ed economica.
Quel precedente è oggi più rilevante che mai. Mentre il regime dei finanziari entra nella sua crisi più profonda sin dal 1694, la domanda posta dalla Rivoluzione americana ritorna con rinnovata urgenza: i popoli anglofoni possono riconquistare la propria sovranità, proteggere le proprie proprietà e ristabilire un equilibrio di potere? Riusciranno a smantellare la catena finanziaria della morte che li ha legati per quattro secoli? Riusciranno a costruire, dalle rovine del vecchio ordine, una nuova civiltà degna del nome di una Bisanzio 2.0?
La risposta dipende dalla comprensione di ciò contro cui stiamo combattendo. La catena finanziaria della morte non è un'astrazione; è il DNA istituzionale concreto, codificato nelle banche centrali, nei Dipartimenti del Tesoro, nei mercati obbligazionari e nei sistemi di appalto militare. È identificabile, contestabile e reversibile. L'attuale resa dei conti a Londra e nel Commonwealth dimostra che lo smantellamento è possibile; l'arroccamento a Washington e New York dimostra che la battaglia è tutt'altro che vinta. Ma l'asimmetria stessa del momento dimostra che non tutto è perduto, che la guerra civile continua e che il suo esito rimane nelle nostre mani.
Il prossimo pezzo di questa serie esaminerà in dettaglio la prima grande frattura: riconsidererò la Rivoluzione americana come una seconda Guerra Civile inglese, uno scisma all'interno dell'élite anglofona in cui la nobiltà coloniale e i mercanti si ribellarono alla specifica configurazione di potere del regime finanziario londinese del 1688. Analizzerò come quella rivolta ebbe successo politicamente pur fallendo finanziariamente, come la controrivoluzione hamiltoniana reintrodusse la logica della Banca d'Inghilterra sul suolo americano e come le linee di battaglia tracciate nel XVIII secolo continuino a plasmare il nostro conflitto attuale.
Per ora limitiamoci ad affermare ciò che questo saggio ha dimostrato: la Banca d'Inghilterra del 1694 fu il peccato originale contro i popoli anglofoni, il DNA istituzionale che ha codificato la vittoria dei finanziari nel meccanismo del corpo politico anglofono e in tutte le nostre istituzioni di governo e statali. Quel meccanismo è ancora operativo oggi, estraendo ricchezza, perpetuando la guerra e schiavizzando i popoli con il debito. Ma può essere smantellato; in alcuni casi è già stato smantellato. E laddove rimane radicato, può essere contestato. La guerra civile, che dura da quattrocento anni, continua senz'altro. La domanda è da che parte stiamo e se abbiamo il coraggio di portare a termine ciò che la Rivoluzione americana ha iniziato.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/03/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese.html
👉 Qui il link alla Seconda Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/03/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese_0662881175.html
👉 Qui il link alla Terza Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2026/04/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese.html
👉 Qui il link alla Quinta Parte:
👉 Qui il link alla Sesta Parte:
👉 Qui il link alla Settima Parte:
Letture consigliate:
• The 1688 Settlement and the Financial Revolution – P.G.M. Dickson, The Financial Revolution in England: A Study in the Development of Public Credit 1688–1756 (1967);
• John Brewer, The Sinews of Power: War, Money and the English State, 1688–1783 (1989);
• David Kynaston, Till Time’s Last Sand: A History of the Bank of England, 1694–2013 (2017);
• The American Adoption, Resistance, and Counter-Revolution – Ron Chernow, Alexander Hamilton (2004);
• Thomas J. DiLorenzo, Hamilton’s Curse: How Jefferson’s Arch Enemy Betrayed the American Revolution—and What It Means for Americans Today (2008);
• Murray N. Rothbard, A History of Money and Banking in the United States: The Colonial Era to World War II (2002);
• The Federal Reserve Era and Modern Continuities – Roger Lowenstein, America’s Bank: The Epic Struggle to Create the Federal Reserve (2015);
• G. Edward Griffin, The Creature from Jekyll Island: A Second Look at the Federal Reserve (1994);
• Context on the Glorious Revolution Itself – Steve Pincus, 1688: The First Modern Revolution (2009).





