La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/guadagni-illeciti-parliamo-della)
Dopo un'altra estate di ondate di calore e incendi, la Spagna ha presentato una petizione all'UE per la creazione di un fondo per l'adattamento climatico. In una lettera inviata al commissario europeo per il clima, Wopke Hoekstra, il ministro spagnolo per la transizione ecologica, Sara Aagesen Muñoz, ha affermato che l'Europa ha bisogno di una strategia generale per aiutare i suoi Stati membri ad affrontare i cambiamenti climatici e per mobilitare le “risorse necessarie per realizzare gli investimenti necessari”. La strategia di mobilitazione auspicata dalla Muñoz prevede una tassa permanente sugli “extraprofitti” delle compagnie energetiche, molte delle quali hanno beneficiato dell'aumento dei prezzi del gas e del petrolio derivante dalle guerre in Ucraina e Iran. Raccomanda inoltre un maggiore finanziamento reciproco del debito, simile al programma (presumibilmente una tantum) Next Generation EU introdotto per aiutare gli Stati membri a riprendersi dalla pandemia: un'idea impopolare che difficilmente troverà spazio nel prossimo bilancio settennale dell'UE.
Non sarebbe la prima volta che l'UE tassa “profitti eccezionali”. Nel 2022, in reazione all'invasione russa dell'Ucraina, Bruxelles ha imposto un balzello del 33% sugli utili eccedenti delle compagnie nel settore dei combustibili fossili, giustificandolo con la scusa che i loro profitti fossero del 20% superiori alla media annua del 2018 (questo ha evidenziato un problema con la tesi delle tasse sugli “extraprofitti”, ovvero la definizione stessa di “extraprofitto”). Finora l'UE ha resistito alla tentazione di reintrodurre quella che Meg O'Neill, amministratore delegato di BP, definisce una “risposta profondamente inadeguata alla situazione”, sottolineando invece che i singoli Paesi possono introdurre le proprie tasse sugli “extraprofitti”. Il mese scorso il Portogallo ha imposto una tassa del 33% sulle compagnie petrolifere che hanno beneficiato della guerra con l'Iran, affermando che si trattava di una misura “equa e necessaria per creare un meccanismo di solidarietà”.
L'equità delle imposte sugli “extraprofitti” è, ovviamente, uno degli aspetti più discutibili di queste normative. Come affermato dal Ministero delle Finanze portoghese al momento della presentazione della sua imposta sugli “extraprofitti”, gli elevati profitti registrati quest'anno dai fornitori di petrolio e gas sono il risultato “esclusivamente delle condizioni di mercato esterne”. Perché, dunque, penalizzarli? I sostenitori di un'imposta sugli “extraprofitti” a livello europeo basano la loro tesi proprio su questo fatto, ma la stessa identica circostanza fornisce un valido motivo per opporsi a tale imposta.
Secondo questa interpretazione, tali imposte penalizzano le compagnie petrolifere e del gas per il fatto di beneficiare del funzionamento di forze di mercato neutrali. Queste aziende sono ovviamente soggette alle flessioni del mercato, quindi ci si aspetterebbe che venissero compensate dallo Stato nei periodi di crisi, oltre che tassate pesantemente durante i periodi di boom. Il fatto che non vengano mai compensate in questo modo suggerisce che le imposte sugli “extraprofitti” non siano realmente incentrate sull'equità. Si sospetta che molti dei loro sostenitori vogliano punire le compagnie energetiche, anche quando i loro profitti straordinari sono stati conseguiti senza sotterfugi, corruzione, o manipolazione contabile. I fautori delle imposte sugli “extraprofitti” tendono inoltre a presumere che il denaro ricavato verrebbe investito meglio dai governi che da soggetti privati, ma, come ci hanno ricordato diverse controversie relative al programma Next Gen EU, non è affatto scontato.
La lettera della Muñoz al Ministero del Clima dell'UE arriva meno di un mese dopo che diversi Stati membri dell'UE hanno proposto all'Irlanda, che attualmente detiene la presidenza di turno semestrale del Consiglio dell'UE, l'idea di una tassa sugli “extraprofitti” a livello europeo. Germania, Spagna, Portogallo, Italia, Polonia e Austria chiedono che la presidenza inserisca questa proposta all'ordine del giorno nella prossima riunione dei ministri delle finanze dell'UE. Facendo eco all'appello della Muñoz, hanno affermato che l'UE ha bisogno di un “approccio comune, che garantisca che coloro che traggono profitto dalla crisi facciano la loro parte per alleviare il peso sulla collettività”.
Questa è un'altra ipotesi discutibile: che una tassa a livello europeo sui fornitori di energia si tradurrebbe in prezzi più bassi per i consumatori. Ma in alcuni Paesi potrebbe avere l'effetto opposto: come con i dazi di Trump, i maggiori costi operativi potrebbero semplicemente essere trasferiti ai clienti. Patrick Pouyanné, amministratore delegato di TotalEnergies, ha già avvertito che i tetti massimi di prezzo imposti dalla sua azienda a €1,99 e €2,25 rispettivamente per benzina e diesel – introdotti a marzo e che finora si stima siano costati all'azienda circa €200 milioni – verrebbero aboliti se il governo francese imponesse una tassa sugli “extraprofitti” legati alla guerra con l'Iran.
Le tasse sugli “extraprofitti” creano inoltre un contesto normativo instabile che, a sua volta, può ridurre drasticamente il valore delle azioni. Nel luglio 2022, quando il primo ministro socialista spagnolo Pedro Sánchez annunciò una tassa di “solidarietà” una tantum a carico delle maggiori banche del Paese, i gruppi bancari quotati sulla borsa spagnola subirono una perdita di valore complessiva di €5 miliardi; insieme alle aziende del settore dei combustibili fossili, le banche sono il bersaglio più frequente di tasse sugli “extraprofitti” motivate da ragioni etiche). Questa imposta “temporanea”, che ora prevede aliquote progressive, è stata prorogata almeno fino all'anno prossimo, evidenziando un altro problema: spesso i prelievi sugli “extraprofitti” rimangono in vigore ben oltre la scadenza prevista. Più a lungo persistono, meno le aziende colpite risultano attraenti per gli investitori.
Questo è stato il motivo principale per cui, nel 2022, ExxonMobil ha fatto causa all'UE in merito alla tassa di “solidarietà”; quell'anno, il colosso energetico statunitense aveva fatto registrare nel terzo trimestre profitti per quasi $20 miliardi, un record assoluto e un valore triplo rispetto all'anno precedente (“più soldi di Dio”, come disse l'allora presidente americano, Joe Biden). Presentato tramite le sue controllate olandesi e tedesche presso il Tribunale dell'Unione Europea a Lussemburgo, il ricorso di ExxonMobil sosteneva che la tassa sugli “extraprofitti” di Bruxelles avrebbe “minato la fiducia degli investitori, scoraggiato gli investimenti e aumentato la dipendenza dall'importazione di energia e carburanti”. La causa non è ancora stata risolta, ma i tribunali europei ne vedrebbero certamente molte altre simili se le proposte della Spagna dovessero essere attuate.
La critica più devastante alla proposta spagnola di introdurre una tassa permanente sugli “extraprofitti” per combattere il cambiamento climatico è, tuttavia, che essa si rivelerebbe del tutto controproducente. Si stima che l'UE necessiterà di €27.000 miliardi per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica entro il 2050, e si prevede che la maggior parte di tale capitale proverrà dal settore privato. Secondo la Banca Centrale Europea: “Le politiche pubbliche dovrebbero mirare a rimuovere le rigidità strutturali, migliorare l'efficienza normativa e amministrativa e favorire l'innovazione verde”. La recente spinta alla deregolamentazione persegue proprio questi obiettivi; tuttavia, un'imposta sugli “extraprofitti” delle compagnie energetiche – specialmente se mantenuta in vigore per anni, come raccomanda la Muñoz – sortirebbe l'effetto opposto, limitando la capacità di investimento del settore privato. Le compagnie petrolifere e del gas avranno davvero bisogno, poi, di risorse finanziarie immense per favorire la transizione ecologica.
Concentrandosi sulla prevenzione a lungo termine, piuttosto che sulla reazione a breve termine, la nuova strategia dell'UE contro gli incendi boschivi indica la direzione che il blocco dovrebbe intraprendere con le sue politiche climatiche. Punire le aziende che hanno tratto profitto dalle turbolenze geopolitiche potrebbe placare l'indignazione pubblica per i loro guadagni inaspettati, ma a lungo termine non gioverà ai consumatori, né aiuterà l'Europa a raggiungere i suoi obiettivi climatici. Per realizzarli, l'UE deve collaborare con le sue maggiori compagnie energetiche, non contrastarle.
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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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