giovedì 9 luglio 2026

Un mercato ribassista è una cosa positiva

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/un-mercato-ribassista-e-una-cosa)

Uno dei miei autori preferiti sul Wall Street Journal è Spencer Jakab, il quale di recente ha scritto un articolo in cui spiega perché un mercato ribassista non è necessariamente una cosa negativa. Inizia con una citazione tratta da Il Padrino.

Queste cose devono succedere ogni cinque anni circa, dieci anni. Aiutano a sbarazzarsi dei rancori... sono passati dieci anni dall'ultima volta.

Nei mercati odierni menzionare la parola “ribassista” vi farà etichettare immediatamente come un “pessimista cronico” e tutti penseranno subito alla fine del mondo: morte, disastri e distruzione. Purtroppo persino la Federal Reserve e il governo americano credono che i mercati ribassisti  siano “negativi”.  Per questo motivo hanno fatto di tutto per evitare mercati ribassisti e recessioni attraverso massicci interventi e linee di politica di tassi di interesse a zero.

Sì, i mercati ribassisti sono effettivamente distruttivi, poiché invertono l'“effetto ricchezza”. Le persone perdono il lavoro a causa del calo della domanda economica, le aziende deboli falliscono e la fiducia dei consumatori diminuisce. Tuttavia, a volte la distruzione è una  cosa “salutare” e ci sono molti esempi a cui possiamo fare riferimento, come gli incendi boschivi. Come un mercato ribassista, gli incendi boschivi sono una parte naturale del ciclo ambientale. Sono il modo in cui la natura ripulisce il suolo dalla lettiera morta, permettendo ai nutrienti essenziali di tornare al terreno. Man mano che il terreno si arricchisce, consente un nuovo e sano inizio per piante e animali. Gli incendi svolgono anche un ruolo vitale nella riproduzione di alcune piante.

Tuttavia, proprio come la Federal Reserve ha cercato di fermare i mercati ribassisti, la California ha ottenuto risultati negativi simili nel tentativo di prevenire gli incendi boschivi, come evidenziato dal MIT:

Decenni di tentativi di estirpare le fiamme che distruggono in modo naturale gli alberi più piccoli e il sottobosco hanno avuto conseguenze disastrose. Questo approccio fa sì che, quando scoppiano gli incendi, ci sia  spesso molto più materiale combustibile da bruciare, che funge da innesco, permettendo alle fiamme di risalire fino alle chiome e di abbattere alberi maturi altrimenti resistenti.

Sì, i mercati ribassisti hanno un impatto terribile a breve termine, ma permettono anche al sistema di riorganizzarsi per una crescita più sana in futuro.

Come abbiamo discusso in un altro pezzo, i mercati prosperano grazie a cicli di espansione e contrazione.

Nel corso della storia i cicli di mercato rialzista rappresentano solo la metà del ciclo di mercato completo. Questo perché durante ogni ciclo di mercato rialzista i mercati e l'economia accumulano eccessi che vengono poi annullati durante il successivo ciclo di mercato ribassista.

In altre parole, proprio come gli incendi ripristinano l'equilibrio nella foresta, un mercato ribassista inverte l'accumulo di eccessi della precedente fase rialzista. Quando le valutazioni accelerano senza controllo, l'eccesso speculativo prolifera. Come mostrato nel grafico qui sotto, quando le valutazioni aumentano senza controllo, il mercato supera di gran lunga il suo trend di crescita esponenziale a lungo termine, portando infine a un'inversione di tendenza.

Alla fine degli anni '90, ad esempio, le valutazioni delle società tecnologiche avevano poca attinenza con i loro profitti effettivi e la leva finanziaria si accumulava nei settori finanziari non bancari. Senza una contrazione significativa, gli eccessi si sono accumulati e amplificati. Un vero mercato ribassista costringe gli operatori a rivalutare le ipotesi, a contenere la leva finanziaria e, in definitiva, a ripristinare l'allineamento tra prezzo e fondamentali. Non è un caso che le più gravi calamità finanziarie siano seguite a periodi di correzioni deboli o assenti. Il crollo delle dot-com (2000-2002) e la crisi finanziaria globale (2007-2009) si sono verificati entrambi dopo lunghe fasi di espansione con scarsi aggiustamenti significativi. La crisi che ha seguito quei periodi è stata di gran lunga più dannosa delle correzioni stesse.

Ed è proprio per questo che un mercato ribassista può essere vantaggioso.


Ridurre il rischio di crisi maggiori

In qualità di investitori, dovremmo accogliere con favore le normali correzioni dei mercati ribassisti (del 20% o più), poiché contribuiscono a mantenere in salute il sistema di mercato. Una ricerca di Goldman Sachs identifica tre tipi di mercati ribassisti: quelli guidati da eventi specifici, quelli ciclici e quelli strutturali. Ognuno di essi funge essenzialmente da “sfogo” per gli eccessi in modi diversi. In altre parole, i mercati ribassisti non sono “incidenti” da temere, ma meccanismi attraverso i quali i mercati si autocorreggono.

Ancora più importante, la Federal Reserve e il governo NON dovrebbero intervenire durante questi processi correttivi, poiché i mercati ribassisti agiscono come un “meccanismo di pulizia” delle basi deboli. I mercati ribassisti scovano le aziende deboli, le allocazioni di capitale errate e i modelli di business insostenibili. Tuttavia quando la Federal Reserve o il governo intervengono per “salvare” tali debolezze, creano un ambiente che porta a una crisi più grave in futuro. Come ha affermato il leggendario investitore Warren Buffett: “Il mercato azionario è progettato per trasferire denaro dagli investitori attivi a quelli pazienti”. Questo capitale paziente funziona al meglio quando la bolla speculativa viene eliminata.

In breve, i mercati ribassisti fungono da igiene di mercato. Eliminano l'accumulo di rischio, correggono le distorsioni strutturali dei prezzi e aprono la strada a espansioni più sane. In questo modo, riducono le probabilità di un boom incontrollato e del conseguente crollo catastrofico. Come già accennato, il problema di lasciare che le espansioni procedano senza controllo è che il rischio si accumula, la leva finanziaria diventa eccessiva, le valutazioni si disconnettono dagli utili e la psicologia degli investitori diventa euforica. Possiamo constatarlo ora, data la quantità di leva finanziaria e speculazione attualmente presenti sul mercato.

L'euforia è pericolosa. Come ha osservato Scott Bessent, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti:

Le correzioni sono sane. Sono normali. Ciò che non è sano è, senza mezzi termini, la creazione di questi mercati euforici.

Senza una correzione significativa, il sistema diventa fragile. Le ricerche dimostrano che i mercati ribassisti strutturali, la tipologia più grave, tendono a seguire fasi rialziste caratterizzate da eccessi generalizzati, bolle speculative e un elevato livello di indebitamento del settore privato.

Un buon esempio è stata la crisi finanziaria globale del 2008. I prezzi delle case sono saliti alle stelle, i derivati complessi si sono moltiplicati e molti investitori credevano che “questa volta sarebbe stato diverso”. Quando è iniziata la fase di liquidazione, il crollo è stato drastico, con i mercati statunitensi che hanno subito un calo di oltre il 50%. Tuttavia se la Federal Reserve avesse intrapreso qualche azione per ridurre i prestiti speculativi aumentando i requisiti di riserva o i tassi di interesse, tale azione avrebbe probabilmente causato un mercato ribassista più moderato in una fase precedente, il che avrebbe potuto sgonfiare l'eccesso di liquidità, evitare un collasso sistemico o almeno ridurre la portata dei danni.

Accogliendo i mercati ribassisti (o almeno accettandone l'inevitabilità), i mercati consentono agli operatori più deboli di uscire, di riallocare i capitali e di riallineare le valutazioni prima della successiva fase rialzista. Infatti un mercato ribassista riduce il “rischio di coda” di un evento catastrofico, forzando correzioni minori anziché un unico crollo massiccio. Gli studiosi hanno trovato prove di causalità asimmetrica: i mercati ribassisti possono causare recessioni, ma le recessioni non sempre causano mercati ribassisti.

In pratica ciò significa che l'investitore più accorto dovrebbe considerare un mercato ribassista non solo come un rischio, ma come un fattore di protezione del sistema nel lungo termine. Riduce l'accumulo di fragilità, sgonfia le bolle in modo più controllato e mitiga il rischio di un crollo di vasta portata. Sebbene un tale processo possa ridurre i rendimenti del mercato azionario, l'effetto netto è un minor numero di sconvolgimenti economici su larga scala, anche se il breve termine può risultare difficile.


Perché gli investitori dovrebbero accogliere i mercati ribassisti come un'opportunità

Sebbene i mercati ribassisti possano risultare scomodi, offrono un terreno fertile per rendimenti a lungo termine se si è preparati. I dati lo confermano: i mercati ribassisti sono una fase normale e, storicamente, gli investitori che rimangono investiti e acquistano asset di qualità a prezzi scontati hanno ottenuto rendimenti eccezionali nel tempo.

“La paura diffusa è vostra amica come investitori, perché vi offre occasioni di acquisto vantaggiose.” – Warren Buffett

Questa citazione riassume la situazione. In una profonda correzione di mercato, le aziende di qualità spesso vengono scambiate a sconti irrazionali. Chi non ha esperienza vende in preda al panico; chi è preparato acquista in modo selettivo.

Inoltre i mercati ribassisti rafforzano la disciplina. Molti giovani investitori, e persino molti professionisti di oggi, non hanno esperienza di un ciclo ribassista completo. Le correzioni superficiali hanno caratterizzato l'ultimo decennio, privando i mercati di veri e propri stress test. Senza questi test, molti giovani investitori sottovalutano il rischio che corrono inseguendo le mode e allocando male il capitale. Un mercato ribassista insegna l'umiltà, impone la conservazione del capitale, costringe a una rivalutazione dei modelli di business e delle valutazioni e distingue ciò che è duraturo da ciò che è effimero.

Infatti i mercati ribassisti vi offrono due vantaggi se li sfruttate bene:

  1. La possibilità di possedere asset di alta qualità a valutazioni inferiori;
  2. La capacità di generare, partendo da una base più bassa, rendimenti più consistenti nel tempo.

Con i mercati sopravvalutati, la speculazione alle stelle e le prospettive future probabilmente eccessivamente ottimistiche, gli investitori dovrebbero valutare l'opportunità di intraprendere alcune azioni oggi stesso per orientarsi nell'attuale contesto di mercato rialzista.

• Effettuate subito un'analisi fondamentale del vostro portafoglio. Assicuratevi che le aziende in cui detenete azioni abbiano una redditività duratura, vantaggi competitivi duraturi e un livello di indebitamento gestibile.

• Mantenete o create una riserva di liquidità. Dovreste avere a disposizione liquidità disponibile, contanti o equivalenti, pronti da impiegare quando le valutazioni diventano interessanti.

• Definite in anticipo le vostre valutazioni “obiettivo” o le caratteristiche aziendali. Sappiate quanto siete disposti a pagare per aziende di qualità quando il mercato si farà più timoroso.

• Evitate di inseguire temi speculativi quando le valutazioni sono elevate. Verificate gli utili, i bilanci e i modelli di business.

• Impostate dei controlli di allocazione. Ad esempio, determinate in anticipo la percentuale di esposizione azionaria che siete disposti ad aumentare in caso di recessione.

• Meglio rimanere investiti piuttosto che vendere in preda al panico. Uscire durante un calo drastico spesso significa consolidare le perdite e perdere l'occasione di una ripresa iniziale.

• Preparatevi emotivamente. I mercati ribassisti mettono alla prova i nervi, non l'intelligenza. La disciplina è più importante del tempismo.

• Mantenete una prospettiva a lungo termine. I mercati ribassisti sono capitoli di percorsi di investimento pluridecennali. Il valore composto deriva dal rimanere coinvolti durante tutto il ciclo.

• Utilizzate una watchlist di titoli di alta qualità che vorreste possedere qualora il loro valore subisse un calo significativo. Preparate la lista ora, in modo da poter passare da un approccio reattivo a uno proattivo quando si presenterà l'opportunità.

• Monitorate i segnali macroeconomici e le valutazioni, ma non lasciate che paralizzino l'azione. Il mercato non aspetterà una chiarezza assoluta.

Seguendo questo elenco di punti, vi metterete nelle condizioni di trarre vantaggio da un mercato ribassista anziché esserne sopraffatti. In definitiva, le fasi di ribasso del mercato fanno parte del processo di creazione di ricchezza a lungo termine, ma è fondamentale mantenere la disciplina.

I mercati ribassisti sono un meccanismo necessario per la salute dei mercati finanziari; riducono il rischio di eccessi sistemici e di crisi; permettono all'investitore accorto di acquisire asset di alta qualità a valutazioni interessanti e di partecipare più pienamente al prossimo ciclo di crescita.

Ma oggi è necessario prepararsi per sfruttare e accogliere l'inevitabile “mercato ribassista”, che però rappresenta un'opportunità, non una maledizione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 8 luglio 2026

Il declino della moneta fiat nelle nazioni sviluppate

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-declino-della-moneta-fiat-nelle)

I governi presumono di poter stampare tutta la moneta che vogliono e che verrà accettata con la forza. Tuttavia la storia delle valute fiat è sempre la stessa: prima i governi superano i limiti di credito, poi ignorano tutti i segnali di allarme e infine assistono al crollo della valuta.

Oggi assistiamo in tempo reale al declino delle valute fiat nelle economie sviluppate. Il sistema di riserva mondiale si sta lentamente ma inesorabilmente diversificando, allontanandosi da un ancoraggio basato esclusivamente sulle valute scoperte per orientarsi verso uno misto in cui l'oro gioca un ruolo dominante.

I dati COFER dell'FMI mostrano che, sebbene il dollaro continui a dominare, la sua quota di riserve dichiarate è scesa verso il 50%. L'oro ha superato il dollaro e l'euro come principale bene rifugio delle banche centrali per la prima volta in 40 anni.

C'è una ragione per questo cambiamento storico: le economie sviluppate hanno superato tutti i loro limiti di indebitamento.

Il debito pubblico è costituito da emissioni di valuta e la credibilità delle nazioni sviluppate come emittenti sta rapidamente svanendo. Tutto è iniziato quando la BCE, la FED e le principali banche centrali mondiali hanno fatto registrare ingenti perdite. I loro attivi generavano rendimenti negativi, mentre l'inflazione e i problemi di solvibilità diventavano evidenti. Gli economisti e i governi tradizionali hanno minimizzato queste perdite, considerandole insignificanti, eppure esse dimostravano l'estremo rischio associato agli acquisti di asset effettuati negli anni precedenti.

L'inflazione è una forma di default graduale sugli obblighi emessi, e le banche centrali stanno evitando il debito dei Paesi sviluppati perché prevedono un deterioramento delle prospettive fiscali e inflazionistiche. Il debito sovrano non è più un bene di riserva.

Il debito pubblico mondiale ha raggiunto circa $102.000 miliardi, un nuovo record storico, ben al di sopra dei livelli pre-pandemia e vicino ai picchi toccati durante la più aggressiva espansione monetaria. Il debito sovrano ha alimentato questa crescita fenomenale, con Paesi come la Francia e gli Stati Uniti che hanno fatto registrare enormi deficit annuali anche in periodi non di crisi. La politica economica statunitense, nota come “Bidenomics”, è stata la prova più evidente di una politica fiscale imprudente, con deficit record e un aumento della spesa di oltre $2.000 miliardi in un periodo di forte ripresa economica.

Come si è verificata questa perdita di fiducia? Le nazioni con una forte sovranità monetaria non hanno una capacità illimitata di emettere valuta e debito; hanno dei limiti ben precisi che, una volta superati, generano un'immediata perdita di fiducia a livello mondiale. Le economie sviluppate hanno oltrepassato questi tre limiti, soprattutto a partire dal 2021:

• Il limite economico viene raggiunto quando un debito sempre più elevato porta a una diminuzione della crescita marginale. La spesa pubblica ha gonfiato il PIL, ma la produttività è stagnante e i salari reali netti sono invariati o in calo.

• Il limite fiscale deriva dallo spiazzamento degli investimenti produttivi da parte degli oneri finanziari e della spesa per i servizi sociali. Nonostante la repressione finanziaria, i bassi tassi di interesse e gli stimoli monetari, gli oneri finanziari assorbono quote sempre maggiori dei bilanci dei Paesi sviluppati, rendendo più oneroso il finanziamento degli obblighi pubblici, anche se l'indice dei prezzi al consumo annuo si modera.

• Il limite inflazionistico viene raggiunto quando il ripetuto finanziamento monetario della spesa pubblica erode la fiducia nel potere d'acquisto della moneta fiduciaria e l'inflazione cumulativa supera i salari reali, creando una crisi di accessibilità economica.

La recente combinazione di elevato debito nominale, aumento degli oneri finanziari e deficit fiscali strutturali nelle principali economie avanzate dimostra il superamento di ogni limite.

Le banche centrali comprendono la natura della moneta fiat e sanno che il debito sovrano non rappresenta più l'asset sicuro in grado di garantire stabilità e rendimenti economici reali, pertanto hanno reagito con un'ondata senza precedenti di acquisti d'oro. Gli acquisti ufficiali netti hanno superato le 1.100 tonnellate nel 2022 e si sono mantenuti al di sopra delle 1.000 tonnellate sia nel 2023 che nel 2024, più del doppio della media annua registrata tra il 2010 e il 2021. Nel 2024 le banche centrali hanno acquistato ufficialmente 1.045 tonnellate d'oro, segnando il terzo anno consecutivo al di sopra delle 1.000 tonnellate e prolungando una serie di 15 anni di aumenti netti. Tuttavia si stima che gli acquisti non ufficiali siano significativamente maggiori. I sondaggi mostrano che circa un terzo delle banche centrali prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi anni e oltre quattro quinti si aspettano che le riserve auree ufficiali mondiali continuino a crescere a causa delle preoccupazioni per l'inflazione persistente, la stabilità finanziaria e i problemi di solvibilità.

La domanda record di oro è una risposta diretta alla mancanza di fiducia nella sostenibilità delle passività in valuta fiat emesse da stati eccessivamente indebitati. L'oro non presenta rischi di default e non è soggetto al controllo delle banche centrali, il che lo rende un investimento adatto quando le stesse banche centrali dubitano della credibilità a lungo termine delle valute dei grandi Paesi.

Molti gestori di riserve ritengono che il modo in cui i governi aumentano massicciamente l'offerta di moneta durante le crisi, unitamente al lento ritorno alle politiche normali, implichi che l'inflazione e il controllo finanziario siano ormai componenti permanenti del sistema, anziché semplici soluzioni temporanee; pertanto l'acquisto di riserve auree rappresenta una sorta di polizza assicurativa contro la graduale tassazione dei risparmiatori attraverso rendimenti reali negativi e inflazione.

Un simile esito non significa un imminente crollo del dollaro, né un processo di “de-dollarizzazione”, bensì un'indiscutibile perdita di fiducia nelle valute fiat in generale, dall'euro e dalla sterlina allo yen e al dollaro stesso. Quest'ultimo, però, rimane la valuta fiat dominante, rappresentando l'89% delle transazioni mondiali e detenendo il 57% delle riserve mondiali.

Investitori e banche centrali si stanno orientando verso un ordine di riserva ibrido in cui le valute fiat coesistono con un'allocazione strutturalmente più elevata nei confronti dell'oro, ma anche con un utilizzo crescente di crittovalute decentralizzate.

Alcune banche centrali sono nel panico. La BCE mira a imporre l'uso dell'euro attraverso l'introduzione di una valuta digitale emessa dalla banca centrale, ma questo approccio errato riflette sia la disperazione che il desiderio di controllo. La FED e il governo statunitense stanno incentivando le stablecoin coperte da titoli del Tesoro come mezzo per stimolare la domanda di dollari. È un'idea migliore rispetto all'imposizione e alla repressione, soprattutto considerando che il governo statunitense è concentrato sulla riduzione del deficit e del debito. Tuttavia se il governo statunitense non accelera le misure per ridurre il debito attraverso politiche di crescita e tagli alla spesa, la fiducia nella sua valuta potrebbe indebolirsi rapidamente.

Nessun governo nelle economie avanzate vuole tagliare la spesa pubblica, fatta eccezione per l'amministrazione statunitense, che lo sta facendo con moderazione. Con economie che si trovano ad affrontare rapporti debito pubblico/PIL superiori al 100%, persistenti disavanzi primari e resistenza politica a seri tagli alla spesa, è probabile che chi emette valuta fiat rimanga intrappolato oltre i limiti economici, fiscali e inflazionistici.

Stiamo vivendo un cambiamento monetario storico che avrà implicazioni a lungo termine. Le banche centrali di tutto il mondo hanno smesso di credere alle promesse sulla carta e richiedono moneta reale. La prima nazione ad adottare politiche monetarie e fiscali solide vincerà... le altre perderanno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 7 luglio 2026

Tsunami del debito: l'eredità di Alan Greenspan

La proposta di Judy Shelton sui Treasury Trust Bond incarna una classe speciale di debito pubblico pensata per ricollegare il dollaro all'oro pur tuttavia senza riportare formalmente gli Stati Uniti al classico gold standard. Il suo obiettivo dichiarato era quello di reintrodurre la disciplina di mercato nel sistema monetario, preservando al contempo un ruolo formale per il governo statunitense. La struttura è semplice, ma le implicazioni sono significative. Il Dipartimento del Tesoro emetterebbe un'obbligazione che non paga interessi periodici. L'investitore, invece, acquista lo strumento a sconto e riceve un pagamento predefinito alla scadenza. La caratteristica distintiva è l'opzione di riscatto: alla scadenza il detentore potrebbe scegliere tra il valore nominale in dollari o una quantità predefinita di oro. Questa scelta trasforma l'obbligazione in un referendum sul potere d'acquisto a lungo termine del dollaro. La Shelton ha presentato l'idea in una forma più simbolica: un titolo del Tesoro convertibile in oro con scadenza a 50 anni, emesso il 4 luglio 2026, in occasione del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, e con scadenza il 4 luglio 2076, in occasione del 300° anniversario. Ha anche fatto riferimento alle 261 milioni di once d'oro statunitensi, ancora registrate nei libri contabili a $42 l'oncia, mentre il valore di mercato è di gran lunga superiore. Secondo la sua impostazione l'oro non dovrebbe essere venduto, dovrebbe essere mobilitato come garanzia e strumento di credibilità. Questa distinzione è importante: la proposta non è quella di liquidare Fort Knox per finanziare il deficit, si tratta di utilizzare le riserve auree statunitensi come meccanismo di garanzia per uno specifico strumento. Un Treasury Trust Bond creerebbe un prezzo di mercato per la fiducia nel dollaro. Se gli investitori preferiscono i normali titoli del Tesoro, il segnale è che si fidano del dollaro, della FED e della politica fiscale; se invece preferiscono i titoli del Tesoro convertibili in oro, il segnale è diverso: il mercato desidera protezione contro il deprezzamento del dollaro, lo slittamento della politica fiscale o la discrezionalità monetaria. La FED continua ad esistere, ma il mercato riceve uno strumento in grado di misurare, in tempo reale, se gli investitori a lungo termine preferiscono il rimborso in valuta fiat o il rimborso indicizzato all'oro. L'implicazione sul dollaro è quindi sottile. Un Treasury Trust Bond non è anti-dollaro, è un tentativo di renderlo più credibile costringendolo a competere con l'oro all'interno della curva dei rendimenti dei titoli del Tesoro. Gli Stati Uniti non abbandonerebbero il dollaro, bensì affermerebbero piuttosto che è sufficientemente forte da poter essere misurato rispetto all'oro. Per il metallo giallo l'implicazione è ancora più diretta: passerebbe da riserva passiva a garanzia monetaria attiva. Questo rappresenterebbe un importante cambiamento psicologico: l'oro non sarebbe più una copertura contro l'inflazione e una riserva della banca centrale, diventerebbe un punto di riferimento per la disciplina del credito sovrano. L'inversione di tendenza definitiva dall'eredità Greenspan. Questa, infatti, è la vera innovazione: una tale obbligazione non si limiterebbe a raccogliere fondi, ma rappresenterebbe un termometro della fiducia.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tsunami-del-debito-leredita-di-alan)

Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, incarna una sorprendente svolta ideologica, passando da sostenitore del gold standard ad architetto del moderno sistema finanziario espansivo, alimentato dal debito. È scomparso all'età di 100 anni e questo rappresenta un buon momento per valutare la sua eredità e spiegarne l'importanza.

Negli anni Sessanta, da giovane economista influenzato da Ayn Rand e dall'Oggettivismo, Greenspan sostenne con forza il sistema aureo. Nel suo saggio del 1966, “Oro e libertà economica”, sostenne che la moneta coperta dall'oro fosse essenziale per il capitalismo. Essa impediva agli stati di inflazionare la valuta per finanziare lo Stato sociale o i deficit, prevenendo l'erosione dei risparmi e i cicli di boom & bust causati dalla manipolazione della moneta fiat. Considerava le banche centrali e la moneta scoperta come strumenti per la confisca occulta della ricchezza attraverso l'inflazione.

Fu proprio quel saggio a fargli guadagnare l'affetto di Ayn Rand. Divenne un membro stimato della sua cerchia ristretta in un periodo in cui tali circoli influenti dominavano la scena di Manhattan. Si guadagnò la sua fiducia mentre la sua società di consulenza acquisiva sempre maggiore influenza. I suoi clienti erano tra i più importanti di Wall Street. La sua vicinanza alla Rand e alla sua cerchia contribuì alla percezione, diffusa all'epoca, che le idee della stessa Rand fossero in ascesa, come dimostrava la costante crescita delle vendite dei suoi libri.

Una volta al potere, però, Greenspan operò all'interno del sistema che un tempo aveva criticato. Divenne noto per la sua politica monetaria discrezionale e flessibile, che privilegiava la stabilità e la crescita economica a breve termine rispetto a regole rigide.

Tra gli elementi chiave figurava la “Greenspan Put”.

I mercati si sono abituati ad aspettarsi che la FED riducesse i tassi di interesse e iniettasse liquidità durante le crisi per attutire il calo dei prezzi degli asset. Questo processo è iniziato con il crollo del mercato azionario del 1987 (Lunedì Nero), durante il quale Greenspan confermò la disponibilità della FED a fornire liquidità.

Questo fu l'inizio di quello che in seguito divenne noto come Quantitative Easing, o allentamento monetario quantitativo, come metodo per affrontare le turbolenze dei mercati. Rappresentò un ripudio totale delle linee di politica di Paul Volcker dal 1979 al 1982, l'ultima volta in cui questo Paese permise a una recessione economica di seguire il suo corso naturale anziché ricorrere a metodi artificiali di stimolo della domanda. Fu una prova della teoria della Scuola Austriaca, secondo la quale le recessioni servono a eliminare gli investimenti sbagliati e a preparare il terreno per una nuova prosperità.

Il test contribuì a creare le condizioni per il boom degli anni '80. Eppure, allo stesso tempo, abbiamo assistito a misure di deregolamentazione finanziaria e bancaria che avrebbero favorito nuove forme di finanziamento creditizio, offuscando le vecchie distinzioni tra risparmi e depositi a vista. Fu proprio questo cambiamento a modificare radicalmente il funzionamento del capitalismo.

Con una moneta solida e un libero mercato, il tasso di interesse rifletteva il tasso di risparmio. Gli investitori prendevano in prestito solo ciò che avevano a disposizione, mentre i risparmiatori venivano premiati per la loro parsimonia con alti tassi di interesse. Il tasso di rendimento del capitale finanziario tendeva a un equilibrio identico ai livelli di produzione industriale. Ciò significa che era sempre più conveniente risparmiare che assumersi rischi, a meno che non si avesse intenzione di intraprendere attività speculative imprenditoriali. Questo era l'equilibrio: risparmiare, investire, crescere.

Gli sforzi di Greenspan ribaltarono completamente la situazione. La Federal Reserve intraprese un nuovo esperimento che avrebbe premiato il debito più del risparmio attraverso un semplice stratagemma: abbassò i tassi d'interesse al punto che risparmiare rendesse meno che investire in azioni, in modo che chiunque potesse indebitarsi e investire, guadagnando di più sui mercati finanziari. Iniziò così quella che viene chiamata finanziarizzazione. Rovesciò i meccanismi tradizionali del capitalismo, introducendo un nuovo sistema di calcolo che smise di premiare il risparmio e iniziò a premiare la leva finanziaria al di sopra di ogni altra cosa.

Un risultato davvero notevole per un uomo che decenni prima aveva condannato proprio questo sistema!

Questa strategia fu riproposta in risposta alla crisi LTCM del 1998, al crollo delle dot-com (2000-2001) e al periodo successivo all'11 settembre. Gli investitori hanno incorporato nei prezzi questa protezione implicita contro i ribassi, come un'opzione put, incoraggiando una maggiore assunzione di rischi, l'utilizzo della leva finanziaria, il servizio del debito e una speculazione sfrenata.

Dopo lo scoppio della bolla delle dot-com e l'11 settembre, la Federal Reserve sotto la guida di Greenspan ridusse il tasso di riferimento a un minimo storico di circa l'1% tra il 2003 e il 2004, mantenendolo a quel livello. Ciò creò credito a bassissimo costo, alimentando i prestiti, la leva finanziaria e l'aumento dei prezzi degli asset (soprattutto degli immobili). Questo alimentò direttamente la bolla immobiliare di metà anni 2000, rendendo i mutui straordinariamente accessibili e incoraggiando i prestiti subprime.

Il risultato fu un azzardo morale e una cultura sfrenata di assunzione di rischi a scapito della prudenza finanziaria. La combinazione di salvataggi per i mercati (non necessariamente per le singole imprese) e tassi bassi alimentò la convinzione che la FED avrebbe sempre “ripulito” il mercato dopo le bolle speculative.

Ciò ha ridotto i rischi percepiti della speculazione, portando a una maggiore leva finanziaria, a mutui esotici e a una più ampia era di “finanziamento tramite debito” in cui l'espansione del credito ha superato la crescita produttiva. Lo stesso Greenspan parlò di “esuberanza irrazionale” nel 1996, ma non agì in modo decisivo per far scoppiare le bolle.

Il mandato di Greenspan ha coinciso con (e ha contribuito a favorire) un cambiamento strutturale verso livelli più elevati di debito pubblico-privato, la finanziarizzazione dell'economia e ripetute bolle speculative. La bolla immobiliare e la crisi del 2008 ne sono gli esempi più lampanti: la politica monetaria accomodante del periodo post-dot-com ha contribuito all'eccessivo indebitamento di famiglie e banche. Sebbene abbia difeso le sue azioni (sostenendo che le bolle sono difficili da individuare in tempo reale e che i bassi tassi di interesse non sono stati l'unica causa dei problemi del mercato immobiliare), le sue linee di politica hanno mascherato i crescenti rischi sistemici e hanno indirizzato gli Stati Uniti verso il disastro.

Negli anni successivi Greenspan espresse un giudizio favorevole sull'oro (ad esempio, definendolo la principale valuta mondiale e ammettendo, in conversazioni con Ron Paul, che la FED aveva cercato di imitare i segnali del gold standard). Riconobbe l'incompatibilità dello Stato sociale con la moneta forte, ma operò pragmaticamente all'interno del sistema.

Belle parole, ma guardate come si è comportato. I successori di Greenspan alla FED non hanno fatto altro che intensificare la sua apostasia, soprattutto Ben Bernanke, che è andato anche oltre, abbassando i tassi a zero e proteggendosi dalle conseguenze inflazionistiche riempiendo i caveau delle banche con denaro fasullo. Tutto questo ha creato innumerevoli istituzioni zombi, mentre la FED continuava a detenere nei propri bilanci questi asset fittizi e sopravvalutati.

Bernanke è stato succeduto da Janet Yellen, la quale ha cercato di attenuare i timori di inflazione all'inizio del 2021, poco prima che la svalutazione riducesse di un terzo il potere d'acquisto del dollaro. Non si tratta di un bilancio esemplare, per il quale Greenspan ha fatto da apripista.

Il giovane Greenspan vedeva l'oro come un freno agli eccessi dello stato e delle banche. Il Greenspan più anziano, esercitando un potere immenso alla FED, lo usò per appianare i cicli economici, con successo per un certo periodo (bassa inflazione, crescita stabile negli anni '90), ma al costo di costruire un'architettura finanziaria più fragile e dipendente dal debito.

Questa mentalità dell'“era Greenspan”, caratterizzata da politiche monetarie interventiste, ha influenzato i successori come Bernanke e continua a plasmare l'attuale contesto di elevato debito pubblico e bassi tassi di interesse (fino a poco tempo fa almeno), nonché le aspettative di interventi di salvataggio da parte della FED. Ha segnato un allontanamento decisivo dai principi di una moneta solida a favore di cicli di credito gestiti tramite la manipolazione della valuta fiat.

Stiamo ancora pagando un prezzo altissimo per questa cattiva gestione. Greenspan è la perfetta incarnazione del principio secondo cui le parole e i fatti devono coincidere, altrimenti si rischia di diventare uno strumento di ipocrisia e di una catastrofe che spazza via ogni convinzione intellettuale un tempo abbracciata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 6 luglio 2026

Trump ha smascherato il bluff dell'Europa

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di Wolfgang Munchau

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-ha-smascherato-il-bluff-delleuropa)

Il piano in 28 punti negoziato dalla Casa Bianca con il Cremlino non è affatto definitivo. È ben lungi dall'esserlo. È solo una bozza, niente di più, niente di meno. In ogni caso, Trump è un personaggio imprevedibile: potrebbe tirarsi indietro da un momento all'altro, ma questa volta non credo che lo farà.

Il piano, inizialmente diffuso su un canale Telegram, non è certo una soluzione ideale per l'Ucraina, ma, allo stesso tempo, non è una “capitolazione” e chi lo ha definito tale in realtà non desidera un accordo. L'Ucraina potrà migliorarlo, ma, a dire il vero, non di molto. “Non hai le carte giuste in mano”, ha detto Trump a Zelensky. Purtroppo, dopo il recente scandalo di corruzione, la sua posizione è più debole che mai.

Negli ultimi tre anni i funzionari statunitensi mi hanno ripetutamente detto che l'Ucraina non aveva alcuna possibilità di vincere la guerra. E dopo che l'America ha ritirato il suo sostegno all'inizio dell'anno scorso, è apparso chiaro che avevano ragione: l'Europa non è in grado di colmare il vuoto. Gli europei potranno anche essere i paladini, con aria di superiorità morale, del rapido collasso dell'ordine mondiale multilaterale, ma la storia ricorderà che, al momento decisivo, non erano pronti a passare dalle parole ai fatti. In media il sostegno totale all'Ucraina si è aggirato intorno ai €4 miliardi al mese durante la prima metà dell'anno scorso. A luglio e agosto è crollato a meno di €1 miliardo al mese, secondo il Kiel Institute. Nessun grande Paese europeo si è dimostrato disposto a tagliare la spesa pubblica o ad aumentare le tasse per finanziare l'Ucraina in modo significativo. La strategia europea, per quanto limitata alle apparizioni fotografiche con Zelensky, era quella di tenere i russi impegnati in combattimento fino a quando non si fossero stancati.

Purtroppo l'America si è stancata per prima e l'Europa non aveva un piano B.

Ora l'Europa è a corto di soldi e di idee... e Trump ha un piano. Ha puntato sul lungo termine. Le sue dure parole contro Vladimir Putin erano solo tattiche, volte a mascherare una strategia a lungo termine per porre fine alla guerra. Come ha suggerito Phillips O'Brien nella sua analisi “Long Con”, anche le sanzioni secondarie sul petrolio imposte da Trump facevano parte di questa manovra. Queste avrebbero dovuto entrare in vigore il 21 novembre scorso, eppure non è successo nulla. India e Cina possono continuare ad acquistare petrolio russo impunemente; le sanzioni non sono mai state una cosa seria.

Trump ha una priorità assoluta: porre fine alla guerra, a qualunque costo. E in questa impresa ha due vantaggi principali. Il primo è la dipendenza militare dell'Ucraina e dell'Europa dagli Stati Uniti. Il secondo è lo status unico dell'America come unica potenza occidentale influente con canali diplomatici diretti con Mosca. Gli europei hanno commesso un enorme errore strategico quando hanno interrotto simultaneamente i colloqui con Vladimir Putin.

Il piano di Trump in 28 punti è stato quindi negoziato da Steve Witkoff con la sua controparte russa, Kirill Dmitriev. A dire il vero dà l'impressione di essere un lavoro in corso: la versione trapelata era scritta in russo e, tradotta in inglese, risulta goffa. È dettagliato, ma non è affatto un testo formalmente concordato.

Ci sono, tuttavia, alcuni elementi non negoziabili. Uno di questi è l'accordo territoriale che darebbe alla Russia una parte dell'Ucraina che non occupa ancora. La Russia controlla già quasi il 90% dell'intera regione del Donbass: tutta Luhansk e circa tre quarti di Donetsk. Il piano di pace di Trump consegnerebbe alla Russia il territorio rimanente di Donetsk, insieme ai 200.000 ucraini che risiedono ancora nelle zone dell'oblast controllate dall'Ucraina. Secondo il piano, il territorio verrebbe smilitarizzato e diventerebbe parte di una zona cuscinetto.

Il team di Trump ha accettato questa condizione perché ha concluso, a mio avviso correttamente, che senza di essa non ci sarebbe alcun accordo. Putin continuerebbe a combattere e alla fine conquisterebbe altro territorio. La Russia ha fatto progressi: è riuscita a occupare la città di Pokrovsk, in prima linea. Potrebbe volerci un altro anno prima che la Russia conquisti la parte restante di Donetsk, prima di puntare al premio più ambito: Zaporizhzhia, una città di circa 700.000 abitanti, capoluogo dell'omonima regione. A quel punto l'indipendenza futura dell'Ucraina non sarebbe più garantita.

Questo accordo di pace non è così unilaterale come sostengono i suoi critici. Riconosce formalmente la sovranità dell'Ucraina e il suo diritto ad aderire all'UE. Consente inoltre all'Ucraina di mantenere un esercito, con un limite ragionevole di 600.000 soldati. Non impedisce inoltre ai Paesi della NATO di fornire ulteriore assistenza, fatta eccezione per alcune categorie di armi come i missili a lungo raggio.

Ma ci sono delle vere e proprie sorprese. Sono quasi caduto dalla sedia quando ho letto il punto 14, che propone di investire $100 miliardi di beni congelati della Russia nella ricostruzione dell'Ucraina, con gli Stati Uniti che si intascherebbero metà dei profitti. Questo è il classico modus operandi di Trump: giocare a giochi commerciali che vanno oltre l'immaginazione dei nostri diplomatici europei. Inoltre l'Europa sarebbe obbligata a versare $100 miliardi in aiuti di tasca propria. Ci sarà un fondo di investimento russo-americano per finanziare progetti congiunti tra Stati Uniti e Russia, con profitti condivisi.

Ma soprattutto l'accordo obbliga l'Europa a sbloccare i $200 miliardi in asset russi attualmente detenuti in conti europei, principalmente in Belgio. Si tratta di una pillola amara; l'Europa sperava di poter utilizzare il denaro russo come garanzia per i prestiti all'Ucraina. Trump non ha l'autorità per costringere l'Europa a sbloccare i fondi – Friedrich Merz ha già respinto questa richiesta – ma potrebbe rendere le cose difficili in caso di rifiuto.

L'unica strategia semi-coerente dell'Europa nei confronti dell'Ucraina era stata quella di trattenere questi asset come leva per future riparazioni: un piano basato sulla finzione che l'Ucraina avrebbe vinto questa guerra.

Ma se Russia e Ucraina dovessero raggiungere un accordo, questo piano risulterebbe impraticabile, poiché costituirebbe uno strumento con cui gli europei potrebbero sabotare l'intesa.

Un altro punto fermo nell'accordo di pace è la graduale revoca delle sanzioni. Riammettere la Russia nel Gruppo dei Sette Paesi industrializzati avanzati – riportandolo alla denominazione di G8 – sarebbe doloroso per gli europei. La Russia fu espulsa nel 2014, dopo l'annessione della Crimea. Un G8 rinato sarebbe di fatto governato da Trump e Putin.

Non sorprende, quindi, se i leader dell'UE continuino a rilasciare dichiarazioni in cui affermano di voler presentare una controproposta, pensata principalmente per ostacolare il piano di Trump. Insistono per un cessate il fuoco, una richiesta inaccettabile.

L'Ucraina, al contrario, ha espresso pareri positivi su una nuova versione dell'accordo. Il Kyiv  Independent ha citato un alto funzionario statunitense secondo il quale il piano era stato elaborato con Rustem Umerov, segretario del Consiglio nazionale e di sicurezza dell'Ucraina e uno dei più stretti collaboratori di Zelensky. A quanto pare Umerov ha approvato la maggior parte dell'accordo, dopo aver apportato alcune modifiche, che ha poi presentato a Zelensky.

Anche gli atteggiamenti interni in Ucraina stanno cambiando. Ho notato un post di Iuliia Mendel, ex-addetta stampa di Zelensky e strenua sostenitrice dell'Ucraina: “Il mio Paese sta sanguinando. Molti di coloro che si oppongono istintivamente a ogni proposta di pace credono di difendere l'Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più evidente che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all'interno del Paese in questo momento”. Ha assolutamente ragione nell'osservare che i più accesi sostenitori dell'Ucraina in Europa sono coloro che non comprendono minimamente la realtà militare sul campo.

Gli europei incoraggeranno quindi Zelensky a continuare a lottare? Sono sicuro che ci proveranno, ma non sono sicuro che ci riusciranno. Alla fine faranno marcia indietro.

Perché se l'Ucraina dovesse rifiutare l'accordo Trump interromperebbe formalmente gli aiuti militari e il supporto di intelligence rimanenti al Paese. L'Ucraina si affida a questi strumenti come sistema di allerta precoce per eventuali attacchi imminenti, nonché per guidare i propri attacchi contro le infrastrutture russe.

Trump potrebbe spingersi persino oltre e rinunciare alla responsabilità degli Stati Uniti per la sicurezza dell'Europa, sostenendo che il continente sta correndo rischi inaccettabili. Gli europei lo sanno, ovviamente. Sebbene esteriormente possano dare l'impressione di sfida, le loro azioni suggeriscono il contrario. Dopo che Trump ha imposto dazi sulle importazioni europee, l'UE ha ceduto e ha accettato un forte aumento della spesa militare. Se l'Europa avesse davvero voluto l'indipendenza dagli Stati Uniti, avrebbe creato un'unione per gli appalti della difesa, con un mandato “Compra europeo”, e avrebbe iniziato a riorganizzare le proprie forze armate. Nulla di tutto ciò è accaduto, né accadrà. Questo è il problema del multilateralismo: si preoccupa troppo delle procedure.

Nei prossimi mesi possiamo aspettarci molte proteste da parte delle capitali europee. I leader insisteranno sul fatto di voler mantenere la sovranità decisionale. Dal punto di vista giuridico, questo è vero. Gli Stati Uniti non hanno il diritto di decidere il destino degli asset russi detenuti in Europa.

Ma questa non è una disputa legale, bensì politica. L'Europa non ha mai avuto una strategia valida per la guerra, e ora sta diventando chiaro che non ne ha una nemmeno per la pace. Gli europei non hanno altra scelta che scendere a compromessi: non hanno più carte da giocare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 3 luglio 2026

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #5)

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-f2c)

La Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, non fu mai un'istituzione governativa, si trattava di una società privata – una “società finanziaria whig” come la definì uno storico – creata con l'unico scopo di prestare il proprio capitale al governo inglese a un tasso di interesse dell'8% per finanziare la guerra di Guglielmo III contro la Francia. Questo accordo, dettagliato nella quarta parte di questa serie, costituì il “peccato originale” istituzionale che innescò una catena di eventi distruttivi in ​​sette fasi – monopolio monetario, sovranità del debito, guerra perpetua, sfruttamento, crisi, abbandono e riavvio – all'interno dello Stato inglese e la esportò in tutto l'impero.

Se la Banca d'Inghilterra era il motore imperiale progettato per estendere il controllo finanziario su tutto il mondo anglofono, cosa accadde quando una potente élite di produttori leciti, situata alla periferia, si rifiutò di rimanere suddita di quel regime?

La risposta è la Rivoluzione americana, ma non nel senso convenzionale del termine. I coloni non erano separatisti in cerca di una nuova identità, né ribelli contro la civiltà inglese: erano restauratori che lottavano per rivendicare la loro antica identità. Non si ribellarono contro l'Inghilterra, ma contro i suoi strumenti corrotti: una Corona, un Parlamento e una burocrazia asserviti agli interessi finanziari continentali e impiegati per smantellare sistematicamente le stesse libertà inglesi – la sovranità individuale, la proprietà privata e un governo equilibrato – che avevano portato con sé oltreoceano come principi e identità fondamentali.

Questo saggio reinterpreta la Rivoluzione americana come una seconda Guerra civile inglese: la prima grande frattura nel regime finanziarista londinese del 1688. Si trattò di uno scisma all'interno dell'élite anglofona – la nobiltà coloniale, i latifondisti e i mercanti che difendevano la sovranità in stile Tudor e le libertà inglesi contro la configurazione post-1688 caratterizzata da sovranità basata sul debito, sfruttamento mercantilistico e supremazia degli obbligazionisti. La frattura fu contenuta dalla controrivoluzione hamiltoniana, la quale reintrodusse il DNA del 1688 nella nuova repubblica. Questa sopravvivenza e questo adattamento gettarono le basi per la mutazione più ambiziosa del regime: l'integrazione globale nei sette pilastri del potere nazionale – argomento della sesta parte di questa serie.

Iniziamo mappando la “Catena finanziaria della morte” sulle colonie, delineando il profilo della scissione tra le élite, ripercorrendo la rivoluzione incompiuta e mostrando come la frattura irrisolta abbia permesso al regime di espandersi a livello mondiale.

Il regime del 1688 nelle colonie: la Catena finanziaria della morte applicata alla periferia

La “Rivoluzione Gloriosa” del 1688 non si limitò a insediare un nuovo monarca; instaurò una nuova classe dirigente il cui potere si basava sul denaro, non sul territorio. Entro la metà del XVIII secolo, i meccanismi di questo regime erano stati completamente esportati nelle colonie americane. Ogni fase della “Catena finanziaria della morte” era operativa nella periferia.

Monopolio monetario e sovranità del debito

Il Currency Act del 1764 proibiva alle colonie di stampare ulteriore cartamoneta e imponeva ai coloni di pagare i mercanti britannici in oro e argento anziché con la valuta cartacea coloniale già in circolazione. Si trattava di una vera e propria sottomissione monetaria. Sebbene la legge si proponesse di standardizzare il commercio atlantico, il suo effetto fu quello di creare una dipendenza cronica dalla sterlina. Le colonie, con oro e argento scarsi, si trovarono con le finanze perennemente ristrette. Furono costrette ad agire come price-taker dei mercati londinesi, perennemente indebitate con i mercanti e i commercianti britannici.

Estrazione tramite regolamentazione commerciale

Gli Atti di Navigazione fungevano da imbuto per l'estrazione tramite il commercio. Come documentato da George Bancroft nel suo libro, History of the United States, i mercanti inglesi, mossi da “timori esagerati di avidità mercantile”, riuscirono a convincere il Parlamento a escludere i mercanti del New England dalla concorrenza con gli inglesi nelle piantagioni del sud. Il libero scambio tra le colonie fu soppresso; le merci esportate da una colonia all'altra furono soggette a dazi equivalenti a quelli sui consumi in Inghilterra.

A poco a poco “l'avidità dei commercianti inglesi si fece più sfacciata”. All'America fu proibito non solo di produrre articoli che potessero competere con l'Inghilterra sui mercati esteri, ma persino di rifornirsi autonomamente di articoli che la sua posizione le consentiva di produrre per le proprie esigenze. Bancroft conclude: “Questa fu la politica della Gran Bretagna nei confronti delle sue colonie, un sistema di monopolio adottato sull'esempio della Spagna e, per oltre un secolo, perseguito inflessibilmente in ben ventinove leggi del Parlamento”.

I nodi locali dello Stato fiscale-militare

Il regime mantenne il suo apparato di controllo interno attraverso governatori reali, esattori doganali e mercanti allineati con Londra. Dopo la Guerra dei Sette Anni, questo apparato si intensificò. Lo Sugar Act del 1764 istituì un Consiglio doganale americano con sede a Boston per far rispettare le leggi commerciali, con il potere di utilizzare “mandati di assistenza” – mandati di perquisizione generali – per sradicare il contrabbando. I trasgressori venivano processati nei tribunali dell'ammiragliato senza giuria, un attacco diretto alla tradizione del diritto comune inglese.

Alcuni coloni videro in questa perdita del diritto al processo con giuria una discesa dei “sudditi britannici amanti della libertà nella schiavitù politica”, una privazione che paragonarono esplicitamente alla schiavitù degli africani. La posta in gioco a livello costituzionale non avrebbe potuto essere più alta.

La trappola fiscale del dopoguerra

La Guerra dei Sette Anni (Guerra franco-indiana) lasciò la Gran Bretagna con un enorme debito pubblico. La soluzione, dal punto di vista di Londra, era quella di far pagare le colonie, ma, come dimostra l'analisi dell'Oxford Academic sulla rivoluzione monetaria inglese, la rivoluzione finanziaria fu “una questione tra il governo inglese e i suoi creditori”, con le colonie che contribuirono ben poco se non ad aggravare gli oneri che il governo doveva gestire. Le nuove tasse e i meccanismi di riscossione non miravano a un equo contributo; si trattava piuttosto di trasferire i costi dell'impero su una periferia che non aveva voce in capitolo nel governo imperiale.

Pertanto lo stesso meccanismo di guerra perpetua che era in funzione in Inghilterra dal 1694, ora operava anche nella periferia coloniale. La Catena finanziaria della morte era pienamente operativa.

Gli attori: la guerra civile inglese 2.0, uno scisma all'interno dell'élite anglofona

Gli uomini che guidarono la Rivoluzione americana non si consideravano innovatori o ribelli. Si consideravano conservatori, l'essenza stessa della civiltà inglese, impegnati a difendere quello che credevano essere il vero sistema inglese, incontaminato, contro le ingerenze di un sistema nuovo e straniero.

La leadership rivoluzionaria: i restaurazionisti inglesi

George Washington era un proprietario terriero della Virginia, un sovranista che intendeva la terra e la produzione come fondamento della vera ricchezza. John Adams era un mercante che difendeva il commercio onesto contro le manipolazioni monopolistiche. Samuel Adams, suo cugino, organizzò la resistenza nel linguaggio dei diritti costituzionali inglesi. John Hancock, uno dei mercanti più ricchi di Boston, rischiò la sua fortuna in difesa della libertà commerciale. Thomas Jefferson, il filosofo agrario, articolò una visione di repubblicanesimo basato sulla produzione. Benjamin Franklin, il capitalista tipografo, incarnò l'ingegnosità autodidatta della società commerciale inglese.

Questi uomini non erano “americani” nel senso nazionalista moderno del termine. Erano inglesi che credevano che la madrepatria si fosse allontanata dalle proprie migliori tradizioni. Come osserva il blog della UNC Press, gli americani di quel periodo erano “osservatori interessati del mondo che li circondava”, ma traevano le loro convinzioni politiche più profonde dalla storia costituzionale inglese: la Magna Carta, la Petizione dei Diritti, la tradizione del diritto comune che bilanciava la prerogativa con la libertà.

La contro-élite lealista: la fazione finanziaria locale

A opporsi a loro c'era una contro-élite lealista direttamente legata alle reti di credito della City di Londra, ai monopoli della Compagnia delle Indie Orientali e alla classe degli obbligazionisti. Si trattava degli agenti locali del regime del 1688, uomini i cui interessi non coincidevano con quelli dei vicini coloniali, bensì con l'apparato finanziario transatlantico. Lavoravano nelle dogane, sedevano nei tribunali dell'ammiragliato, erano avvocati e giudici, e si occupavano dell'applicazione e della riscossione delle imposte di bollo. Erano, di fatto, il governo di occupazione non soggetto a controllo da parte del regime.

Il nucleo ideologico: Restaurazione contro innovazione

Le linee di battaglia del 1776 erano le stesse degli anni Quaranta del Seicento e del 1688. Da una parte si schieravano i difensori delle antiche libertà inglesi: il diritto di acconsentire alla tassazione, al processo con giuria, all'autogoverno locale e alla proprietà al riparo da confische arbitrarie. Dall'altra parte si schieravano gli innovatori: coloro che avevano assoggettato lo Stato inglese al debito, finanziato da una macchina bellica permanente, gestita da una banca privata e imposta da una burocrazia consolidata, da una magistratura completamente asservita e da nobili, mercanti e industriali sleali.

In quanto fedeli sudditi britannici, i coloni tenevano in grande considerazione la loro Costituzione, un sistema sancito da diversi documenti che ritenevano il miglior ordinamento politico al mondo. La Costituzione inglese definiva i ruoli del Re, dei Lord e dei Comuni, ognuno dei quali controllava gli altri per prevenire tirannia, oligarchia, o dominio della folla. Prometteva la rappresentanza della volontà dei sudditi inglesi e, senza tale rappresentanza, persino una tassa indiretta era considerata una minaccia ai diritti dei coloni.

“Niente tasse senza rappresentanza” non era uno slogan di separazione; era il rifiuto della nuova dottrina secondo cui il consenso degli obbligazionisti, espresso attraverso il Parlamento, poteva prevalere sul consenso dei governati espresso attraverso le proprie assemblee. I coloni lottavano per ristabilire un equilibrio che riconoscevano essere stato corrotto alla fonte.

L'asse di classe: produzione legale contro estrazione illecita

La spaccatura era sia economica che costituzionale. Da una parte si trovava la produzione lecita: terra, commercio, industria locale, ovvero la creazione di ricchezza reale attraverso il lavoro e lo scambio. Dall'altra parte si trovava l'estrazione illecita: finanza dei redditieri, privilegi monopolistici, applicazione del Navigation Act e mercato obbligazionario, ovvero l'estrazione di ricchezza attraverso privilegi politici e manipolazioni giuridiche e cartacee.

Si trattava esattamente della stessa spaccatura che aveva alimentato la prima guerra civile negli anni Quaranta del Seicento e la resistenza all'accordo del 1688: gli “interessi finanziari” contro gli “interessi fondiari”, gli obbligazionisti contro i produttori, la corte contro il Paese, i datori di lavoro contro i lavoratori.

La frattura si accentua: rivendicazioni economiche, dichiarazioni ideologiche e conflitto aperto

La sequenza di innesco corrispondeva direttamente alle fasi dalla 4 alla 6 della Catena finanziaria della morte: estrazione, crisi e abbandono.

La sequenza di attivazione

Lo Stamp Act del 1765 fu la prima grande esplosione. Come riportato da Archibald Hinschelwood in un resoconto dell'epoca, la legge imponeva ai coloni di pagare una tassa, rappresentata da un bollo, su giornali, carte da gioco, diplomi e documenti legali. Le violazioni venivano processate nei tribunali del viceammiragliato senza giuria. John Adams lo definì “quell'enorme macchina... per abbattere tutti i diritti e le libertà dell'America”.

Le reazioni furono immediate e violente. A Boston, la folla bruciò in effigie il distributore di francobolli Andrew Oliver e minacciò di distruggere l'ufficio dei francobolli. In tutte le colonie “i distributori e gli ispettori di francobolli furono costretti dall'incontenibile rabbia del popolo a rinunciare alle loro cariche”. I Figli della Libertà si organizzarono, le Figlie della Libertà mobilitarono i boicottaggi e il Congresso dello Stamp Act – la prima azione unitaria delle colonie – negò al Parlamento il potere di tassare chi non era rappresentato.

Seguirono le leggi Townshend del 1767, che imponevano dazi su carta, vernici, piombo, tè e vetro. Ancor più inquietante fu la legge sulle entrate (Revenue Act), che finanziava gli stipendi dei governatori reali con i proventi doganali, recidendo la loro dipendenza dalle assemblee coloniali e rendendoli strumenti della volontà parlamentare. La legge di intimidazione (Restraining Act) sciolse l'Assemblea di New York fino a quando non si fosse conformata alla legge sull'alloggio delle truppe (Quartering Act).

Il Tea Act del 1773, che concedeva alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio sulla vendita del tè, fu la provocazione finale: un attacco diretto dell'asse corporativo-finanziario contro i mercanti coloniali. Il Boston Tea Party non fu un atto di vandalismo; fu un attacco deliberato al sistema monopolistico.

Il disegno di legge costituzionale

Quando il Primo Congresso Continentale si riunì, formulò le proprie rimostranze in termini esplicitamente costituzionali. La Dichiarazione d'Indipendenza, redatta da Jefferson, divenne un elenco di rivendicazioni specifiche contro il regime del 1688: eserciti permanenti in tempo di pace senza consenso, scioglimento delle assemblee legislative che si opponevano allo sfruttamento delle risorse, interruzione dei commerci con ogni parte del mondo, imposizione di tasse senza consenso, privazione del diritto al processo con giuria per i coloni, deportazione oltremare per reati pretestuosi.

Non si trattava di lamentele contro la civiltà inglese, si trattava di lamentele contro la sua perversione: contro la sostituzione della supremazia parlamentare all'equilibrio costituzionale, degli eserciti permanenti alla difesa tramite  milizia, dei tribunali dell'ammiragliato alle giurie di common law, del monopolio delle imprese al libero scambio.

La realtà militare: cugini che combattono contro altri cugini

La guerra che ne seguì fu una faida familiare combattuta su scala transatlantica. Come osserva il blog della UNC Press, essa si inseriva in un'epoca globale di rivoluzioni, ma, in modo singolare, si trattò di una rivoluzione interna ai popoli anglofoni, non contro di essi. Soldati britannici e miliziani americani parlavano la stessa lingua, leggevano la stessa Bibbia e rivendicavano la stessa eredità costituzionale e genetica. Erano fratelli e cugini che si contendevano il potere sovrano: il classico schema intra-inglese, in quel momento proiettato su tremila miglia di oceano. Una sanguinosa faida familiare si trasformò in guerra, già in corso da oltre un secolo. Iniziata nel 1640 con il tradimento di una Corona, la cui protezione il mondo anglosassone non avrebbe mai più goduto fino ai giorni nostri.

La rivoluzione incompiuta: vittoria politica, sconfitta finanziaria e la controrivoluzione hamiltoniana

La rivoluzione ebbe successo sul piano politico, ma fallì su quello finanziario.

Il tentativo di restaurazione: gli Articoli della Confederazione

Gli Articoli della Confederazione rappresentarono un autentico tentativo di quello che questa serie ha definito “Bisanzio 2.0 in embrione”: un'alternativa sovranista al modello finanziarista. Non esisteva una banca centrale, non c'era un debito pubblico permanente, non esisteva uno stato militare-fiscale permanente, l'emissione di moneta era lasciata ai singoli stati, il governo nazionale non aveva il potere di imporre tasse ma solo di requisire fondi dagli stati sovrani.

Questa fu l'espressione politica della visione restaurazionista: un ritorno alla costituzione inglese equilibrata e decentralizzata prima della sua corruzione del 1688. Si trattava, in sostanza, dell'antica tradizione del Commonwealth inglese adattata alle condizioni americane.

La contro-restaurazione: la Banca degli Stati Uniti di Hamilton

La Convenzione costituzionale del 1787 segnò una svolta e nel 1791 Alexander Hamilton fece approvare dal Congresso la Prima Banca degli Stati Uniti, una riproduzione deliberata ed esplicita del modello della Banca d'Inghilterra.

Le analogie erano innegabili: era una banca ibrida tra banca centrale e banca commerciale, una partnership pubblico-privata in cui gli investitori privati ​​possedevano l'80% delle azioni, mentre il governo federale deteneva il restante 20%. Il suo capitale ammontava a $10 milioni, di cui $2 milioni sottoscritti dal governo americano e $8 milioni venduti al pubblico. Gli stranieri potevano possedere azioni (e ne possedevano circa i tre quarti), pur non avendo diritto di voto.

Hamilton modellò la Prima Banca degli Stati Uniti direttamente sul modello della Banca d'Inghilterra. Essa fungeva da depositario e agente fiscale per il governo americano, emetteva una valuta uniforme sotto forma di banconote, regolamentava le banche autorizzate dagli stati attraverso l'accettazione o la richiesta di rimborso in moneta metallica e garantiva il credito del governo federale.

Le azioni della Prima Banca degli Stati Uniti pagavano un dividendo dell'8%, superando i titoli di Stato che rendevano il 6%: un ottimo ritorno per gli investitori. Un'azione costava $400 in un periodo in cui il reddito pro capite negli Stati Uniti era di soli $50, l'equivalente di $400.000 odierni, il che la rendeva uno strumento accessibile solo all'élite benestante.

L'opposizione Jefferson-Madison

Thomas Jefferson e James Madison compresero chiaramente cosa stava accadendo. La loro opposizione si rivelò profetica: misero in guardia contro il reintrodurre nella nuova repubblica il DNA del 1688. La visione agraria e produttiva di Jefferson si contrapponeva direttamente all'impero commerciale e finanziario di Hamilton. Le linee di battaglia erano le stesse che si erano delineate in Inghilterra: gli “interessi finanziari” delle imprese commerciali del Nord favorevoli alla banca, i gruppi agricoli del Sud contrari.

Il motivo era evidente. Gli agricoltori avevano bisogno di prestiti per finanziare i raccolti; i coloni occidentali necessitavano di capitali per acquistare terreni e fondare comunità. Volevano tassi di interesse bassi. I creditori, avendo subito le conseguenze della svalutazione del dollaro continentale (che perse il 99,9% del suo valore durante la Guerra d'Indipendenza americana), desideravano una moneta solida e tassi di interesse più elevati.

La spaccatura di classe che aveva alimentato la Rivoluzione – produzione lecita contro estrazione illecita – riemerse come divisione politica interna. Il regime era sopravvissuto alla sua prima grande frattura e si era ri-radicato sul suolo americano.

Eredità e implicazioni: dalla guerra civile 2.0 alla scala mondiale — Il ponte verso i sette elementi del potere nazionale

L'indipendenza politica fu raggiunta e la sovranità finanziaria andò perduta. Il DNA istituzionale del 1688 si dimostrò più resiliente dell'Oceano Atlantico e della civiltà inglese.

La sopravvivenza e la mutazione del regime

Sconfiggendo l'impulso restaurazionista in America, il regime finanziarista dimostrò la propria resilienza. Apprese di non poter essere superato, ma solo radicato più profondamente. La concessione della Prima Banca degli Stati Uniti non fu rinnovata nel 1811: la votazione fallì per un solo voto sia alla Camera che al Senato, con il vicepresidente Clinton che espresse il voto decisivo contro il rinnovo. Ma la Seconda Banca degli Stati Uniti seguì nel 1817 e la lotta continuò per tutto il XIX secolo, culminando nelle battaglie della “Croce d'Oro” degli anni '90 del XIX secolo.

Dopo il 1913, con la creazione della Federal Reserve, il regime professionalizzò e globalizzò i suoi meccanismi di controllo. La repubblica americana, invece di sradicare il parassita, ne divenne il nuovo e più potente ospite.

La linea diretta verso la guerra civile 2.5

Questa nuova prospettiva illumina la fase successiva: la Guerra Civile 2.5, ovvero il conflitto tra il modello finanziario-industriale hamiltoniano del Nord e il modello agrario-produttivo jeffersoniano del Sud. Come osserva Andre Fleche, Charles e Mary Beard definirono la Guerra Civile “la Seconda Rivoluzione Americana”, un conflitto in cui il governo federale sconfisse la secessione distruggendo il potere del sistema delle piantagioni; ma dal punto di vista di questa serie si trattò di un'ulteriore iterazione della stessa scissione di fondo: la lotta tra il consolidamento finanziarista e la sovranità dei produttori.

I sette pilastri del controllo mondiale

Sopravvivendo e adattandosi, il sistema finanziarista si preparò alla sua massima espansione: la conquista dei sette elementi del potere nazionale – diplomazia, informazione, forze armate, economia, finanza, intelligence e forze dell'ordine. Quella che era stata una disputa familiare transatlantica si trasformò in un sistema operativo planetario. Ogni affare mondiale venne trasformato in un teatro della scissione della guerra civile inglese.

Questi pilastri, radicati sia a Londra che a Washington, divennero il sistema operativo mondiale del regime del 1688. La lotta per l'anima dell'Inghilterra, persa nelle colonie, si proiettò ora sull'intero pianeta, trasformando ogni crisi internazionale, ogni alleanza, ogni conflitto in un nuovo teatro della perenne guerra civile inglese.

Lezioni per la Guerra Civile 3.0

La stessa frattura tra le élite persiste ancora oggi: Washington contro Londra, produttori contro finanziari, due capitali che si contendono lo stesso DNA istituzionale. Bisanzio 2.0 – il precedente storico di successo per la rottura con il dominio parassitario della finanza – rimane l'unico modello di fuga.

La frattura apertasi nel 1776 rimane la mappa per la vittoria: dimostra che il regime è mortale e che la resistenza è possibile. Ma dimostra anche con quanta tenacia il DNA del 1688 possa reimpiantarsi e mutare.

Obiezioni e repliche

Obiezione: “La Rivoluzione riguardava la libertà e la rappresentanza, non la finanza!”

Replica: i meccanismi finanziari rappresentavano una negazione della libertà. Il Currency Act limitava la libertà economica, gli Atti di Navigazione estraevano ricchezza attraverso il monopolio, il Tea Act proteggeva il monopolio delle grandi aziende. La rappresentanza era il linguaggio politico per opporsi alla servitù del debito, il mezzo con cui i coloni potevano proteggere le proprie proprietà da uno stato fiscale-militare irresponsabile. Separare la retorica politica dalla realtà economica significa non cogliere l'unità della visione dei coloni: la vera libertà richiedeva il controllo sulla propria proprietà e sul proprio governo.

Obiezione: “Alexander Hamilton era un patriota che ha costruito una nazione forte!”

Replica: gli scritti di Hamilton e la sua deliberata modellazione della Prima Banca degli Stati Uniti sulla Banca d'Inghilterra dimostrano che egli restaurò proprio il regime da cui la Rivoluzione aveva cercato di fuggire. Una nazione forte costruita sul modello del 1688 non è una nazione libera, ma una nazione con una forte classe predatoria. L'opposizione jeffersoniana lo aveva capito; i loro avvertimenti sono stati confermati da due secoli di schiavitù del debito e guerre perenni.

Obiezione: “Questa è una teoria del complotto!”

Replica: questa è un'analisi istituzionale e di classe di meccanismi documentati, la stessa scala probatoria utilizzata per il 1688 stesso. Lo statuto della Banca d'Inghilterra, le leggi monetarie, l'atto costitutivo della Prima Banca degli Stati Uniti, gli scritti di Hamilton, le lettere di Jefferson: non si tratta di cospirazioni, sono documenti pubblici. La questione è se scegliamo di leggerli onestamente.

La frattura che si rifiutava di guarire

La Rivoluzione americana dimostra che il regime è mortale e che la resistenza è possibile, ma dimostra anche con quanta tenacia il DNA del 1688 possa reimpiantarsi e mutare.

Sopravvissuto alla sua prima grande frattura e radicandosi nuovamente a Washington, il sistema finanziarista si preparò alla sua più grande espansione: l'integrazione nei sette pilastri del potere nazionale e il raggiungimento di un vero e proprio dominio globale.

Ogni crisi internazionale, ogni alleanza, ogni conflitto da allora si è combattuto sullo stesso campo di battaglia: la scissione interna dei popoli anglofoni, ora proiettata in tutto il mondo.

La Parte 6 di questa serie descriverà nel dettaglio come il regime si sia infiltrato nella diplomazia, nel mondo dell'informazione, nell'esercito, nell'economia, nella finanza, nell'intelligence e nelle forze dell'ordine, trasformando l'intero pianeta in un teatro di guerra simile alla guerra civile inglese.

La frattura apertasi nel 1776 rimane la mappa per la vittoria. Washington ha ancora l'opportunità storica di diventare la nuova Costantinopoli, di completare ciò che iniziò nel 1776 e di porre finalmente fine alla guerra civile inglese durata ormai 400 anni.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Letture consigliate:

• Murray Rothbard, A History of Money and Banking in the United States;

• Henry Warren, The Story of the Bank of England (1903);

• Kevin Phillips, The Cousins’ Wars;

• Andre M. Fleche, The Revolution of 1861;

• Ron Chernow, Alexander Hamilton;

• Thomas DiLorenzo, Hamilton’s Curse;

• George Bancroft, History of the United States.