lunedì 30 marzo 2026

I pendolari tedeschi sopportano il costo della crisi iraniana e dell'iperfiscalità

Le principali industrie tedesche stanno capitolando sotto la crescente pressione fiscale e la catastrofe della transizione energetica è innegabile. Ogni sussidio, soprattutto gli alti rendimenti garantiti dallo stato nell'economia verde, sottrae risorse preziose al libero mercato. I finanziamenti per le startup, i finanziamenti per la crescita e il capitale di rischio vengono sistematicamente ridotti o dirottati all'estero. Gli imprenditori potrebbero persino scegliere la strada più semplice, quella di seguire l'esempio e ottenere sussidi lungo il percorso verso il paradiso verde. Il problema è che l'economia gestita dallo stato, sia che venga attuata da aziende private come intermediarie del governo o direttamente dallo stato, non aggiunge alcun valore all'economia. È un meccanismo distruttivo, avvertito persino dagli elettori di Stoccarda e mostrato nei risultati elettorali recenti. Per quanto alti siano i muri delle illusioni, le onde della realtà economica li frantumeranno. Circolano già voci secondo cui la Porsche potrebbe dover licenziare fino a 5.000 dipendenti nella regione di Baden-Württemberg. La produzione industriale regionale non è più competitiva. Sarà un processo di apprendimento doloroso, ma nemmeno gli ambientalisti più ferventi della Germania possono eludere indefinitamente gli assiomi dell'economia. La competitività non si crea nei seminari delle ONG, o nei numerosi gruppi ambientalisti che predicano con toni fanatici attraverso i media generalisti. No, le aziende lo impareranno a proprie spese: la loro ricchezza, ora soffocata dalla palude del moralismo, era il prodotto di una rigorosa disciplina, dell'ordine del mercato e di una razionale etica borghese. Le conquiste ingegneristiche di fama mondiale hanno contribuito in modo significativo. Tuttavia circa il dodici percento della produzione economica totale della regione sopraccitata proviene dall'ingegneria meccanica, proprio il settore che si è indebolito maggiormente sotto il regime socialista-verde, secondo solo all'industria automobilistica, altro pilastro dell'economia regionale. Come Shakespeare, i Romeo e Giulietta dell'economia tedesca si stanno ora togliendo la vita. Dal 2018 la produzione industriale in Germania è diminuita di oltre il venti percento, con la sola ingegneria meccanica che ha perso il cinque percento lo scorso anno. Non si tratta più di una recessione, ma di un declino economico consapevole in nome del dio ecologista, venerato nel Baden-Württemberg con più fervore che in qualsiasi altra parte della repubblica tedesca.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-pendolari-tedeschi-sopportano-il)

Sin dall'inizio della crisi con l'Iran l'eccessivo onere fiscale sui carburanti ha fatto lievitare i prezzi della benzina in Germania. Ciononostante sembra improbabile che i politici tedeschi alleggeriscano il peso sui pendolari o sulle imprese. A parte una task force, non è stato pianificato nulla. Altre regioni si stanno dimostrando più resilienti.

Il conflitto con l'Iran è entrato nella sua quarta settimana e, con esso, crescono le preoccupazioni per le conseguenze della crisi energetica, che si sta lentamente ma inesorabilmente aggravando nell'economia globale.

In Germania l'aumento dei prezzi del petrolio si è riflesso rapidamente sui prezzi alla pompa. I prezzi sono balzati da circa €1,65 al litro a oltre €2, con un incremento di circa il 25% in brevissimo tempo (come riportato da Apollo News).

Allo stesso tempo sorgono sospetti che le compagnie petrolifere stiano realizzando rapidi profitti vendendo petrolio già fatturato e raffinato, nonché scorte di benzina già esistenti, a prezzi al dettaglio ora notevolmente più elevati, incassando profitti eccessivi.

Tuttavia si tratta di un effetto temporaneo, che probabilmente verrà presto bilanciato dalle dinamiche di mercato. L'aumento, tra i più elevati a livello internazionale, dei prezzi della benzina in Germania è dovuto quasi interamente al fatto che lo stato, attraverso le sue linee di politica fiscali, rappresenta circa il 65% del prezzo al dettaglio. Un profittatore silenzioso della crisi, mentre i pendolari si trovano ad affrontare problemi sempre maggiori.

Che si tratti di tasse sulla CO₂, imposte sui carburanti, o IVA, il governo tedesco dovrebbe ora agire con rigore fiscale e fornire un sollievo significativo sia ai pendolari che alle imprese. Finora ciò non è avvenuto. La politica tedesca è come quei conigli che guardano negli occhi un serpente per quanto riguarda il conflitto con l'Iran. Lentamente diventa chiaro che decenni di linee di politica energetiche dettate da ideologie non erano altro che una fantasia da mille miliardi di euro, che ora si sta trasformando in un incubo.


Gli Stati Uniti operano in modo autarchico

Dall'altra parte dell'Atlantico la situazione è ben diversa. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati di circa il cinque-dieci percento. A otto mesi dalle cruciali elezioni di medio termine, questo tema sarà decisivo per il presidente Donald Trump, che dovrà mantenere le promesse elettorali e tenere sotto controllo l'inflazione.

È ormai imperativo porre fine rapidamente alla guerra con l'Iran. Washington sta valutando le ripercussioni geopolitiche, il controllo dei mercati petroliferi globali e i rischi di inflazione interna.

Dal 2018 gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, con una produzione giornaliera di 18 milioni di barili, e sono anche un esportatore di “oro nero”. La loro posizione dominante li mette al riparo dai principali shock dei prezzi del petrolio, conferendogli al contempo una notevole influenza sul mercato.

Se la crisi dovesse persistere, il mercato energetico globale rischierebbe di frammentarsi. Incrementi massicci dei prezzi minaccerebbero gli stati dipendenti dalle importazioni, come molti Paesi europei, mentre le nazioni energeticamente autarchiche manterrebbero il potere di determinazione dei prezzi e sarebbero in gran parte protette da aumenti estremi.


La Corea del Sud come caso particolare

Guardando all'Asia, la Corea del Sud, come l'Europa, è fortemente dipendente dall'energia ma vanta una notevole capacità di raffinazione. Aziende come SK Energy, GS Caltex, o S-Oil operano in genere con contratti di fornitura a lungo termine e prezzi fissi, mantenendo al contempo ingenti scorte di greggio che possono essere utilizzate in caso di interruzione delle forniture.

L'economia sudcoreana è temporaneamente al riparo dal blocco di Hormuz. I prezzi del gas sono aumentati di circa il 13% dall'inizio della guerra, passando da €1,11 a €1,25 al litro, un incremento nettamente inferiore rispetto a quello in Germania.

In Corea del Sud tasse e imposte rappresentano solo circa il 40% del prezzo al dettaglio della benzina, un vantaggio rispetto alle tasse sulla mobilità e sull'energia in continuo aumento in Germania.

Potrebbero volerci fino a tre settimane prima che uno shock petrolifero raggiunga le stazioni di servizio coreane. Durante questo periodo, le aziende si coprono dai rischi monetari e di prezzo sui mercati dei futures. Le raffinerie e le attività di stoccaggio fungono da ulteriore riserva strategica di petrolio, direttamente integrata nella lavorazione della risorsa chiave dell'economia.

Sul piano politico il governo sudcoreano rimane in stato di allerta. Finora Seul si è astenuta dall'introdurre tagli temporanei alle accise sui carburanti, una misura storicamente utilizzata per sostenere l'economia. L'ultima volta ciò è avvenuto durante i lockdown. Questo suggerisce che le autorità coreane non prevedono un conflitto prolungato e certamente non un'invasione di terra da parte di truppe statunitensi o israeliane. Uno scenario del genere provocherebbe inevitabilmente un'escalation, anche sui mercati globali delle materie prime.


Previsioni con la sfera di cristallo

Al momento è quasi impossibile prevedere come si evolverà il conflitto. Un cambio di regime a Teheran non sembra essere un obiettivo né degli Stati Uniti, né di Israele. Allo stesso modo un intervento di truppe di terra rimane altamente improbabile, soprattutto in vista delle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti.

Ciò rende probabile una breve durata del conflitto. Le riserve strategiche di petrolio nella maggior parte dei paesi dell'UE coprono circa tre mesi e non sono ancora state utilizzate. Nonostante i rapidi aumenti dei prezzi, al momento non si registrano gravi carenze di approvvigionamento.

Per alleviare la pressione sui prezzi alla pompa, sarebbe necessario ridurre le tasse sui carburanti. Tuttavia è improbabile che il ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, rinunci alle entrate aggiuntive generate dal temporaneo aumento dei prezzi dell'energia.

Sul piano politico l'attenzione rimane focalizzata sull'immagine: è stata concordata la creazione di una task force sul prezzo della benzina, una manovra mediatica in piena campagna elettorale, una chimera politica tirata fuori d'istinto dal repertorio degli strumenti governativi.

Le soluzioni strutturali alla pericolosa dipendenza energetica dell'Europa richiederebbero un riassetto geopolitico, che includa un accordo di pace con la Russia, lo sfruttamento delle risorse interne come le immense riserve di gas del continente e, potenzialmente, un ritorno all'energia nucleare in Germania.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 27 marzo 2026

Anamnesi dell'operazione americana in Iran: le prove di una supremazia strategica

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/anamnesi-delloperazione-americana)

L'attuale conflitto in Iran non è altro che la conseguenza degli eventi di cui avete potuto leggere un commento coerente e (molto probabilmente) affine alla realtà delle cose su queste pagine. Il fil rouge tracciato sin dallo scorso gennaio nei pezzi scritti dal sottoscritto, Da qui in poi il gioco diventa pericoloso, Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo, Decadentismo europeo/inglese & Rinascimento americano/giapponese e Celata dagli inglesi, è tempo di riconquistare la via verso la prosperità, rappresentano la descrizione di un processo il cui culmine è stato l'intervento in Iran. Contro quel Paese? Chi segue queste pagine sa benissimo che non è questa la risposta giusta. Oggi lo ricorderemo per i più distratti.

Per 40 anni il LIBOR è stato l'indice per impostare i debiti  a livello internazionale e questo ha coinvolto anche il mercato del dollaro interno ed esterno agli Stati Uniti. Se uno avesse acceso un mutuo negli anni 2000, ad esempio, il LIBOR era incorporato in quel contratto; non solo nel mercato immobiliare, come uno potrebbe pensare di primo acchito, ma anche nel mercato delle carte di credito, dei prestiti al consumo, ecc. il LIBOR era impostato in base alla domanda di dollari offshore: qualunque fosse la domanda di dollari all'estero avrebbe impostato il tasso del LIBOR alla fine di ogni giornata. Questo, per estensione, concedeva a Londra la capacità di determinare in ultima analisi il prezzo del dollaro e questo a sua volta significava che quando il mercato statunitense era sottoposto a stress finanziario (overleveraged), e la FED interveniva per “calmare le acque”, si trasformava oltreoceano in una crisi repentinamente più virulenta. Anche se l'economia statunitense poteva gestire un ambiente con tassi d'interesse più alti, il suo compito sarebbe stato distorto dai contraccolpi provenienti oltreoceano di economie più deboli e necessitanti invece di un abbassamento dei tassi. Questa debolezza estera sarebbe stata trasmessa agli USA dalla cinghia di trasmissione rappresentata dal LIBOR, costringendola a seguire quel percorso per cui gli Austriaci l'hanno sempre criticata: tagliare troppo in fretta e impedire una pulizia completa degli investimenti improduttivi dei cicli precedenti.

Il cambio di passo è avvenuto nel 2022 quando è entrato in gioco il SOFR e con esso l'indicizzazione dei debiti americani ai mercati interni. Dal 2018 è stato un “progetto pilota”, andando a inglobare segmenti crescenti di contratti e mercati del debito. Dopo che Powell è stato riconfermato nel 2021 e il SOFR è stato avviato ufficialmente l'anno successivo, egli ha iniziato a rialzare in modo aggressivo i tassi di riferimento e ha testato la resilienza di questa nuova architettura. Ha avuto successo, soprattutto se pensiamo al 2023 e al fatto che Powell ha continuato a lasciar salire i tassi nonostante una crisi bancaria incalzante. Ma si trattava solo del primo atto: riconquistare il controllo sul prezzo del dollaro. Il secondo atto è stato riconquistare una determinazione dei prezzi dei metalli preziosi in sintonia con la realtà delle cose, smembrando l'enorme leva finanziaria implicita applicata da Londra sul mercato dell'oro e dell'argento tramite la LBMA. Da qui, poi, spostarsi al resto dei metalli di base attaccando la LME. Sotto questa ottica è “curioso” che, dopo i ritardi di settimane nelle consegne della LBMA a causa di “problemi tecnici”, adesso la LME chiude le trattazioni per diverse ore a causa di “problemi tecnici”.

La caccia è iniziata dapprima nel campo dei metalli preziosi, poi s'è spostata in quello dei metalli industriali e adesso è passata alla risorsa industriale più importante di tutte per la società moderna: il petrolio. Il breve excursus storico affrontato finora è servito a ricordare come la finanziarizzazione sia il superpotere della City di Londra e ridimensionarne la portata significa procedere per gradi e per ogni aspetto finanziario da essa toccato. Chi ha letto queste pagine sapeva che prima o poi sarebbe toccato al Brent e così è stato. Trump ha ben saldo il controllo della situazione in Medio Oriente e ciò è ulteriormente provato dal fatto che i Paesi del Golfo continuano a restare uniti sotto l'egida americana e la capitolazione è degli avversari. Infatti la mia ipotesi di lavoro è che Trump sia riuscito a fomentare con successo una guerra civile all'interno dell'IRGC, vera padrona del Paese. Poi c'è questa notizia che avvalora ancora di più la mia tesi della guerra civile in seno all'IRGC. Ricordate non esistono blocchi monolitici. Interessante notare che Qaani sale al potere proprio dopo l'assassinio di Soleimani. È lui era presente a ogni vertice con leader terroristi che poi è sfocato in raid o attentati in cui sarebbero rimasti uccisi. Lui, invece, si salvava sempre per il rotto della cuffia. Era presente anche quando Khamenei è stato ucciso.

Ora domandatevi: quali sono le principali strettoie marittime che controllano i flussi commerciali del mondo? Così come sono importanti i flussi monetari, lo sono anche quelli commerciali. Ecco un'immagine.

Il Canale di Panama è in pieno controllo degli Stati Uniti; dopo l'accordo di Trump con gli Houthi, anche quello di Bab-el-Mandeb; dopo la pace mediata da Trump tra Egitto ed Etiopia, anche quello di Suez. Di quelli con potenziali minacce di chiusura sta lavorando su Gibilterra e adesso lo Stretto di Hormuz. Lo Stretto del Bosforo probabilmente sarà il prossimo, visto che il “boss finale” nella bonifica del Medio Oriente dalle influenze destabilizzanti inglesi è la Turchia (da qui le attenzioni che si stanno catalizzando già adesso su Cipro). Di conseguenza Trump e il suo team sapevano che una delle possibilità di rappresaglia da parte della City sarebbe stata quella di chiudere quello stretto e usare la stampa per generare una guerra mediatica attraverso la quale far credere che ci fosse una “disfatta americana” sul territorio iraniano e che egli non avesse alcun piano... un'“avventura bellica” come tutte le altre del passato. Invece era pronto a questa opzione nucleare inglese, emersa quando la Lloyd, come fece nel 2022 con la Russia, ha smesso di assicurare le navi che sarebbero passate da Hormuz.

Inoltre sappiate che questo gigante inglese delle assicurazioni ha avuto vita facile grazie ai suoi legami con l'intelligence inglese, sfruttando quindi le informazioni dei Five Eyes. Da quando Israele e USA hanno smesso di condividere informazioni di intelligence con gli inglesi, anche Lloyd è diventato cieco. Quindi lo Stretto di Hormuz è chiuso perché i capitani delle navi non si prendono la responsabilità di far passare le navi di là. Il “TACO Tuesday” è stato vero in questo caso, visto che la mossa di Trump era già pronta: assicurare le navi sotto l'egida statunitense. Inoltre, con Canada, Venezuela e Messico, gli USA hanno disponibilità energetiche per stare al gioco della chiusura dello Stretto di Hormuz. Non hanno alcuna fretta. Chi non ha queste disponibilità? Londra e Bruxelles. Chi è stato chiamato in causa per rispondere all'Iran? Londra e Bruxelles, ma hanno declinato. Su questa scia la NATO farà la fine dell'ONU, sostituito dal Board of Peace. Inoltre i prezzi più alti alla pompa di benzina negli USA forniscono copertura politica affinché Trump nazionalizzi tutte le risorse energetiche in California e le tolga dalle lorde mani di Newsom.

Se quindi si toglie l'intermediazione finanziaria, se si toglie l'intermediazione commerciale... cosa rimane come fonte di finanziamento per la City di Londra? Inutile dire che qui la posta in gioco è esistenziale per essa.

Il modo migliore per leggere il tabellone di gioco è individuare dapprima chi è l'avversario degli Stati Uniti nell'attuale guerra. L'amministrazione Trump sta camminando sul filo del rasoio tra il voler “salvare”/riformare le istituzioni americane e il recuperare il pieno controllo su di esse. Quando si supera questa linea non si può tornare indietro, per quanto si possa affermare che se Trump dovesse perdere le midterm tutto tornerà come prima. Iran, e Londra alle sue spalle, hanno superato la stessa linea quando hanno deciso di chiudere lo Stretto di Hormuz. La sola e unica opzione nucleare che avevano, dato che Trump ha impedito all'IRGC (non all'Iran) di ottenere una bomba nucleare sporca. Coloro che sono andati ai negoziati con Witkoff l'hanno fatto con una pistola puntata alla loro testa, consapevoli che i burattinai alle loro spalle stavano ordendo una trappola di Tucidide per Trump. Purtroppo la chiarezza degli eventi attuali arriverà più avanti nel tempo tra un paio di mesi molto probabilmente, perché ovviamente noi che osserviamo deficitiamo di alcuni tasselli del mosaico che ci impediscono di guardare con completezza il quadro. In questo senso infatti la trappola di Tucidide può essere benissimo stata ordita da Teheran/Londra, oppure dall'amministrazione Trump (scardinamento del monopolio assicurativo inglese + stretta sul Brent).

Il marciume che si è impossessato degli Stati Uniti è talmente profondo che ci sono volute generazioni per farlo accumulare e sarà necessario altrettanto tempo per rimuoverlo. Di fronte a questa situazione, e di fronte al fatto che Trump ha bonificato gran parte del Medio Oriente dall'influenza inglese (non ultimo Dubai laddove voleva riciclarsi la City), la cricca di Davos è disposta a rovesciare il tabellone di gioco pur di non permettere un cambio radicale dello status quo. Questo significa che tali persone sono disposte a vedere bruciare l'Europa pur di impedire agli USA di liberarsi definitivamente dal giogo che LIBOR ed eurodollari hanno imposto loro rendendoli vacche da spremere fino alla morte. In questo senso la bonifica dell'Iran è esistenziale per gli USA, mentre la difesa dello stesso è esistenziale da parte della City di Londra. Se si pensava che quest'ultima sarebbe rimasta a guardare mentre i suoi interessi sarebbero stati smantellati uno a uno, era davvero ingenuo. E uno di questi interessi è il CJNG, da cui partirebbero attacchi terroristici sul suolo americano minacciati di recente dagli iraniani.

Quella della City di Londra è una piovra che soprattutto agisce sui canali mediatici della propaganda, plasmando la percezione della gente comune e instillando “pulsanti emotivi” che poi verranno premuti in caso di necessità. Il bombardamento per eccellenza di questa gente è sempre stato quello della psicologia delle folle. Ma se uno ha chiaro chi è il vero nemico, allora smette di combattere contro ombre e falsi nemici. L'impero, qui, che sta venendo sgretolato non è quello americano, bensì quello inglese riciclatosi astutamente nelle sotto trame della storia, cresciuto grottescamente a dismisura grazie soprattutto alla sua capacità di finanziarizzazione delle economie.

La City di Londra è un concetto, non tanto il posto fisico in cui si trova. Si basa su processi ombra che, tramite per l'appunto la finanziarizzazione, permettono una concentrazione di potere e privilegi senza possedere nell'effettivo alcunché. I flussi controllano il mondo, soprattutto quello economico. La demolizione controllata di Londra è il segno distintivo che c'è una volontà ben precisa di spostare queste attività altrove, soprattutto da quando la Brexit ha rappresentato il primo colpo sparato nell'iterazione presente della guerra civile tra inglesi e americani. Pechino era la prima scelta, ma Xi ha resistito agli assalti finanziari e, tenendo chiusi i mercati dei capitali, s'è pappato quelli che erano stati spostati. La scelta poi è ricaduta su Dubai. Ritenuto lo scalo di chi parcheggiava soldi per “evadere le tasse” o metterli in “cassaforte” in una giurisdizione attraente, l'incertezza della guerra sta facendo cambiare idea a chi era stato polarizzato nel credere che in futuro sarebbe stata trasformata in una zona a statuto speciale. Oltre le pacificazioni in tutto il Medio Oriente ottenute da Trump e la bonifica delle influenze inglesi nella regione, uno dei sottoprodotti benvenuti dell'operazione americana in Iran è quella di chiudere le porte al “trasloco” della City altrove.

Quando il “low management” e il “middle management” persegue una linea di politica in netto contrasto con i propri interessi, due sono i motivi: sono pagati per farlo, o hanno puntata alla tempia una pistola. C'è anche una terza possibilità che però è a esclusivo appannaggio dell'“high management”: è una sua linea di politica precisa. La mossa di Trump, oltre a perorare il neonato progetto ARC, mette in evidenza uno dei “segreti” più in bella vista di sempre: la disponibilità della classe dirigente europea di usare contribuenti e risparmiatori europei come carne da cannone pur di raggiungere i suoi obiettivi e conservare nel tempo i privilegi acquisiti. La maestria della cricca di Davos e della City di Londra, coltivata sin dal rovesciamento della Corona inglese nel XVII secolo, è quella edulcorare la realtà vendendo, attraverso i vari canali di informazione che controllano, una versione distorta della stessa. In questo modo nascondono abilmente dall'immaginario collettivo le loro tracce nella destabilizzazione socioeconomica diffusa e il fatto che siano loro i veri nemici dell'umanità.

La propaganda inglese è maestra nel deviare e distrarre, ed è la stessa che influenza per la maggiore la stampa generalista. Quei media e canali di informazione alternativi che raccontano di Trump alle corde e partito per l'avventura bellica iraniana senza un piano, o con informazioni sbagliate, sono gli stessi che vendono un'immagine distorta della realtà. Infatti chi grida alla “disfatta americana” in Iran (Trump, per la precisione, ha nel mirino l'IRGC non l'Iran nel suo complesso) dovrebbe guardare all'intero tabellone di gioco: il Venezuela è rimasto nelle mani dei venezuelani e adesso ha le porte aperte del mondo intero, la guerra a Gaza non c'è più, a Cuba si tratta con gli USA per smantellare ciò che rimane del regime comunista, India e Pakistan sono state pacificate, fermate le stragi di cristiani in Nigeria, Thailandia e Cambogia sono stati pacificate, Armenia e Azerbaigian sono state pacificate, Congo e Rwanda sono state pacificate, Egitto ed Etiopia sono state pacificate.

Inoltre chi ha sempre voluto parti perennemente in conflitto sono stati gli inglesi. Pensate al risentimento che ci sarebbe dovuto essere in Giappone dopo le bombe nucleari: scomparve sulla scia della ricostruzione di MacArthur. Lo stesso sentiero viene percorso tramite il Board of Peace, soprattutto in Medio Oriente. Questo non è il quadro di chi non ha la propria situazione sotto controllo; è il quadro di chi sta ultimando la propria opera di bonifica nella penultima roccaforte inglese/francese nel Medio Oriente e in virtù di ciò la resistenza anglo-francese è ovviamente ostinata.

Non c'è altro parametro tanto affidabile quanto i mercati dei capitali per capire come sta davvero andando il conflitto in Iran. Se fossero gli USA ad avere davvero la peggio, allora il differenziale tra i decennali inglesi e quelli americani si sarebbe assottigliato. Invece si sta ampliando a favore dei titoli di stato americani.

Non contento di limitare l'analisi al solo Gilt inglese, ho guardato anche il differenziale col decennale svizzero: stesso andamento. E tale pattern si ripete per tutti quegli altri asset ritenuti “porto sicuro” nella sfera dei mercati dei capitali. Salvo poi notare “incongruenze” nei futures sul SOFR e nel trentennale americano. Sulla scia dell'ultimo (brutto) report sul mondo del lavoro, i futures sul SOFR avrebbero dovuto scontare un taglio dei tassi da parte di Powell, invece sono saliti con volumi consistenti (da qui a dicembre); allo stesso modo si registra una pressione di vendita sul back-end estremo della curva dei rendimenti americana e quando accade sono le banche centrali a vendere (i fund manager e altri si collocano sul front-end o al massimo nella zona intermedia della curva). A ciò va aggiunto che il mercato azionario americano ha retto bene la pressione della narrativa sulla guerra, a differenza invece della controparte europea. Conclusione: Banca d'Inghilterra, BCE e Banca del Canada stanno attaccando di nuovo il mercato SOFR come accaduto a primavera dell'anno scorso; nel frattempo la BCE si sta concentrando sulla vendita di bond americani per impedire che i tassi di quelli francesi e tedeschi esplodano al rialzo. E qui viene il bello: gli USA possono permettersi di vedere schizzare in alto i rendimenti dei propri decennali o trentennali, mentre l'Europa no. Per 4 anni la Lagarde ha difeso con unghie e denti il range di negoziazione tra 2.5 e 2.75 per i bund tedeschi e anche ai numeri attuali i tassi di rendimento delle principali obbligazioni sovrane europee non hanno alcun senso. Quando vedete che trader e operatori di mercato trattano certi asset agendo contro i loro stessi interessi, allora potete star certi che sono costretti a farlo a causa di una pistola puntata alla testa.

Per quanto Londra possa continuare ad attaccare i mercati statunitensi essi stanno dimostrando una resilienza unica e in antitesi col passato. Il SOFR ha cambiato tutto. Il vecchio modo di attaccare i mercato tramite il differenziale dei CDS e altro non funziona più.

Questo ovviamente non significa che gli USA siano privi di rischi interni che possono potenzialmente innescare una correzione nell'azionario anche del 20%. Il quadro più ampio, però, non deve farci focalizzare su cosa accade durante gli “spasmi”, bensì sul dopo. Ma un'altra domanda più importante è: quanto ancora sono intrecciati i mercati americani con quelli europei? Perché in caso di crisi del debito il dolore economico rimarrebbe concentrato da questo lato dell'Atlantico, come sta accadendo ad esempio coi prezzi della benzina. L'amministrazione Trump, infatti, si sta muovendo affinché le valutazioni nei mercati finanziari rimangano dove sono adesso e siano invece i guadagni a recuperare il terreno perduto. Il rapporto P/E è una funzione dell'inflazione dei prezzi, la quale si sta raffreddando negli USA. Questo significa che se i prezzi iniziano a lateralizzare, il cambio di passo americano in termini di dazi e produttività permetterà al parametro “E” (guadagni) di compensare “P”. E questo senza contare l'afflusso di capitali in entrata in caso di crisi obbligazionaria in UE.

Prima alcuni istituti di credito svizzeri, poi quelli lussemburghesi, poi le società di mutui inglesi e adesso il private credit/equity. Quest'ultimo è quel fenomeno che è emerso sulla scia dello strangolamento normativo del settore bancario americano, policy consapevole perseguita sin dal Dodd-Frank Act. In questo modo istituti come BlackRock, Vanguard, Blackstone, ecc. sono emersi per colmare il vuoto. Grazie alla ZIRP di una FED catturata, hanno visto crescere artificialmente i loro bilanci grazie a un sistema finanziario drogato di credito facile. In questo modo hanno goduto di pasti gratis facendo credere che fossero i “padroni del mondo”, un astuto artificio con cui la cricca di Davos ha influenzato le linee di politica negli USA e soprattutto affossato la classe media, oltre a creare la cosiddetta economia “K shaped”. Con l'introduzione del SOFR e una FED che difende il dollaro, la festa è finita. Stiamo parlando dello stesso private credit che ha mandato in coma il settore immobiliare americano e affossato Il motore principale della crescita della classe media americana: i mutui trentennali a tasso fisso. La “rivolta di Atlante” delle banche commerciali americane ha iniziato l'opera di ricostruzione del Paese dalle sue fondamenta e di pulizia da tutte quelle realtà artificiali che hanno rappresentato un onere sulle spalle della classe media. Se paragonato all'equity di una JP Morgan, il private credit/equity è ridicolo. Il suo ridimensionamento sarà salutare per gli USA, non lo sarà invece per l'Europa dato che usava la ricchezza degli Stati Uniti per alimentare questa macchina insostenibile. Occhio a Bank of America, comunque, perché potrebbe rappresentare l'opzione nucleare di Londra e Bruxelles in caso di loro profonda disperazione. Non è un caso che essa, insieme a Citibank, ha continuato a tenere i suoi bilanci in disordine.

Scott Bessent, veterano di strategie finanziarie sin dai primi anni '90, sta facendo emergere criticità in tutti quei player che in precedenza avevano un canale diretto con la FED per linee di liquidità privilegiate e che le sfruttavano per svuotare la nazione. Adesso devono elemosinarle, grazie al prosciugamento del mercato degli eurodollari a opera di Powell. Non tutte le mosse dell'amministrazione Trump saranno piacevoli, dato che avranno poi come risultato anche l'aiuto di “cattivi”. Ma ecco il segreto: non esistono buoni o cattivi. Esistono solo percorsi peggiori o migliori; accordi volontari o accordi forzati.

La guerra dei NY Boys si sta concentrando adesso sulla sottrazione di sfere d'influenza finanziarie dalla cricca di Davos/City di Londra. Infatti gli USA hanno sottratto loro quote di mercato nel mondo delle società di assicurazioni, nel campo dell'intelligence smettendo di condividere informazioni con gli inglesi, nel mondo del Forex tramite Bitcoin e stablecoin, nell'impostazione del prezzo del dollaro tramite il SOFR, nell'impostazione del prezzo dei metalli preziosi tramite il drenaggio della LBMA, nell'impostazione del prezzo del petrolio tramite l'attacco all'Iran, nei flussi di denaro nel sottobosco finanziario tramite le azioni di Bessent nei confronti di banche svizzere, lussemburghesi e private equity.

In particolare, il divario tra Brent e WTI non è un caso e vi racconta una storia. Ovvero quella di un contratto puramente sintetico che non prevede consegna del sottostante ed è la base del castello della finanziarizzazione che vi ha costruito sopra la City di Londra. Da qui ha espanso esponenzialmente la sua capacità di manipolazione dei mercati, inglobando il resto degli hard asset, e per estensione la sua capacità di tirare su capitali con cui manipolare elezioni, linee di politica nazionali, ecc. L'exploit dei metalli preziosi era solo l'inizio del processo di smantellamento targato Bessent-Trump-Powell di questa impalcatura che ha reso la City di Londra una piovra implacabile. L'obiettivo finale è sempre stato il Brent, dato che il petrolio è quell'asset su cui si basa attualmente tutta la società civile odierna.

Se guardiamo agli input industriali possiamo affermare che non ci troviamo in un ambiente di loro scarsità, ma di scarsità di investimenti in input industriali. Il ciclo delle spese in conto capitale è talmente orrendo a causa del sistema monetario che le cose necessarie per costruire un sistema produttivo passano in secondo piano rispetto agli asset non produttivi: il mondo della finanza. Quello che Trump sta cercando di innescare è un boom nelle spese in conto capitale per gli input industriali. Anche nel campo energetico: c'è una mare di energia là fuori arginato da una scarsità artificiale imposta dai vecchi poteri coloniali. In questo modo chi avrebbe potuto sfruttarla è stato prosciugato dai capitali necessari per estrarla. Il ciclo delle spese in conto capitale nel petrolio, ad esempio, è ai minimi storici. Perché? Crediti di carbonio. In questo contesto esplorazione ed estrazione sono disincentivati. E questo è il motivo per cui l'Inghilterra non sfrutta appieno il North Slope a due passi da casa, soprattutto ora con una crisi petrolifera incalzante. 

L'intervento americano era necessario in assenza di un accordo volontario così come proposto dapprima a Davos e poi a Monaco. Se non è chiaro il nemico contro cui gli l'amministrazione Trump sta combattendo, allora la confusione su esito e motivazioni regnerà imperante, cadendo vittime della propaganda mediatica di chi vuole che questo sia un conflitto prolungato. La chiusura dello Stretto di Hormuz, così come l'attacco di quegli asset petroliferi, è compiuto da quella fazione iraniana (IRGC) che risponde alle influenze esterne della cricca di Davos. Questa è gente a cui non importa se i contraccolpi verranno assorbiti dalle popolazioni che si presume essi supervisionano. Non potrebbe importagliene di meno e useranno l'umanità dei sudditi (es. psicologia delle folle) per ritorcergliela contro, trasformandoli in “utili idioti”. Guarda caso il coordinamento degli attacchi ad asset petroliferi si estende fino in Ucraina. Non ci saranno vincitori e vinti, a livello di Tavola Alta non esistono tali concetti; solo accordi/contratti siglati o meno, in modo volontario o forzato.


CONCLUSIONE 

L'elemento davvero importante per le midterm è il SAVE Act. Le difficoltà incontrate dall'amministrazione Trump, sin dalla OBBB dell'anno scorso, al Congresso sono il sintomo di un “vecchio sistema” che ancora mantiene una certa presa su una parte significativa dei suoi componenti. Questo vale per i senatori americani così come per altri capi di stato in giro per il mondo, da Zelensky a Maduro. Quando le tue richieste vanno contro i migliori interessi del tuo Paese, allora ciò non significare altro che hai una pistola puntata alla testa... o sei pagato per perorare quella linea di pensiero. A Maduro è stata garantita una sicurezza tale da convincerlo a negoziare e poi accettare i termini (soprattutto sulla scia degli attacchi americani al CJNG). Lo stesso non lo si può dire per i senatori al Congresso, i quali sono reticenti ad “alterare il loro stato” perché incerti sulle possibilità di un futuro in cui Trump ha pieno controllo della situazione USA nel suo complesso. Sapevamo che la piovra della cricca di Davos/City di Londra avrebbe reagito e non sarebbe stata a guardare; non sappiamo quanto siano andati in profondità i tentacoli però...

Potete tranquillamente ignorare chi commenta l'attuale conflitto in Iran dicendo che è una disfatta americana e che Trump è stato colto di sorpresa dai prezzi energetici. Io dico che ci contava, soprattutto sulla necessità di rompere sia il monopolio assicurativo detenuto da Londra sulle spedizioni, sia per ammazzare il cuore della finanziarizzazione di matrice londinese: il Brent. Con il più recente appello da parte di Trump al resto della coalizione NATO e alla Cina, la mossa strategica è stata superlativa. Gli USA sono in condizioni nettamente migliori di superare una scarsità energetica rispetto a Europa e Asia, ciononostante il rifiuto da parte dei player chiamati in causa risulterà in esiti rivoluzionari: la scusa perfetta per cestinare la NATO (come accaduto con l'ONU) e la pretesa legittima di farsi pagare una commissione per la gestione in sicurezza del traffico di petrolio. Se invece i player sopraccitati accettano, si sottomettono al nuovo assetto mondiale immaginato esclusivamente dagli USA (senza più essere annacquato dalla visione inglese). Soprattutto la Cina. E da queste dinamiche capite nuovamente che l'operazione in Iran non ha niente a che fare con il Paese stesso, ma tutto a che fare con un riassetto mondiale plasmato da Washington lontano dai tentacoli della piovra di Bruxelles e Londra.

Uno dei motivi per cui sono stato così fermo negli ultimi due anni, da quando ho pubblicato il mio libro Il Grande Default, nel descrivere di come tutte le strade conducano a Londra è che è essa stessa sotto minaccia esistenziale. È la linea di pensiero che siamo dissuasi dal seguire in pubblico, mentre fa di tutto per sviare l'attenzione altrove: gli europei puntano il dito contro la Russia, neocon e accoliti di Bannon che strillano contro la Cina, i social che imperversano di attriti contro Israele, ecc. Se io fossi stato Richard Dearlove 10 anni fa, oltre a creare un sentimento anti-russo nelle trame dello spazio d'informazione pubblico e alternativo, avrei preparato anche un altro terreno da battere in caso il primo avesse esaurito il suo mordente. Ed ecco che, dopo la realizzazione che il Dossier Steele era falso (e chi era Christopher Steele?), subito s'è attivato Steve Bannon con le grida contro la Cina. E così via: attivare tutta una serie di asset dormienti per sviare l'attenzione da chi è in grado di muovere le pedine dall'ombra. Tutto questo è stato portato di forza alla luce del sole da Trump, soprattutto da quando ha iniziato a bombardare l'Iran, perché l'Iran è la chiave per capire la strategia di Londra di tenere ben salde le proprie mani sui punti di strozzatura dell'energia del vecchio mondo. Il Medio Oriente è il vetrino di Petri da dove si possono creare tutta una serie di situazioni e asset con cui influenzare il resto del mondo: dalle guerre religiose ai ricatti sotto forma di chiusura delle vie di passaggio per i trasporti. E la City di Londra controlla i trasporti, i saldi, le spedizioni, le assicurazioni: in breve, controlla il sistema attraverso cui funziona il mondo. Non le interessa quale sia la forma di denaro (dollaro, oro, argento, Bitcoin) fin quanto riesce a muovere le leve con cui far girare il mondo. E ciò non passa dalla proprietà o i titoli di proprietà, ma dagli intermediari. Finché la City di Londra controlla e dirige i flussi, controlla il resto del mondo.


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giovedì 26 marzo 2026

La visione dell'UE sulla crittografia a due livelli è feudalesimo digitale

La guerra europea alla privacy sta trovando un nuovo campo di battaglia nello scardinamento della crittografia. Grazie a essa infatti i risparmiatori possono avere ancora una possibilità di sfuggire ai controlli di capitali incalzanti sul continente, unico strumento rimasto alla classe dirigente europea (dopo la fine del carry trade sullo yen e il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro) per finanziare il suo attuale conflitto contro gli USA. Inutile dire che le autorità europee capitalizzeranno quanto più possibile sulla passività e inazione dei loro sottoposti, i contribuenti europei, addestrati a fidarsi dei dettami dall'alto: la disponibilità a barattare dignità, privacy e autonomia. Il sistema europeo è progettato in questo modo, non per caso. Sia chiaro: non si tratta di cambiamenti evolutivi, bensì eversivi, deliberatamente attuati per condizionarci ad accettare un trattamento sempre più disumanizzante. Non credo sia paranoico riconoscere schemi di controllo quando si presentano in modo così palese. La nostra obbedienza viene addestrata attraverso mille piccole umiliazioni e la demonizzazione della crittografia rappresenta forse l'esempio più emblematico di questo programma di addestramento. Impariamo a sottometterci a un'autorità arbitraria, a rinunciare ai nostri confini personali e a sopportare il disagio senza protestare: lezioni che ci sono di scarso aiuto come cittadini di quella che un tempo veniva chiamata una società libera. Ciò che mi preoccupa di più è la consapevolezza che questi cambiamenti servono a uno scopo che va oltre la “sicurezza”. C'è qualcosa di demoralizzante nell'essere trattati come merce e questo effetto cumulativo ci mantiene docili, remissivi e facilmente controllabili. Per molti aspetti, questo nuovo attacco alla crittografia rispecchia le stesse tendenze in ambito sanitario, educativo e nella vita pubblica: sistemi che non sono più al nostro servizio, ma che ci gestiscono. E come in una qualsiasi guerra che si rispetti, i sottoposti devono obbedire e i disertori essere passati per le armi.

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da CoinTelegraph

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-visione-dellue-sulla-crittografia)

Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha di recente mostrato un barlume di umanità in un mondo tecnologico che spesso promette troppo, troppo in fretta. Ha esortato gli utenti a non condividere con ChatGPT nulla che non vorrebbero che un essere umano vedesse. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha già iniziato a prendere atto della situazione.

La sua cautela mette in luce una verità più profonda che è alla base del nostro intero mondo digitale. In un ambito in cui non possiamo più essere certi di avere a che fare con una persona, è evidente che spesso è il software, e non le persone, a comunicare. Questa crescente incertezza è ben più di una semplice sfida tecnica: va a intaccare le fondamenta stesse della fiducia che tiene unita la società.

Ciò dovrebbe indurci a riflettere non solo sull'intelligenza artificiale, ma anche su qualcosa di ancora più critico, molto più antico, silenzioso e cruciale nel mondo digitale: la crittografia.

In un mondo sempre più plasmato da algoritmi e sistemi autonomi, la fiducia è più importante che mai.


La crittografia è il nostro fondamento

La crittografia non è solo un livello tecnico, è il fondamento della nostra vita digitale. Protegge ogni cosa, dalle conversazioni private ai sistemi finanziari globali, autentica l'identità e permette alla fiducia di estendersi oltre i confini e le istituzioni.

Non è qualcosa che si possa ricreare tramite regolamenti o sostituire con linee di politica. Quando la fiducia viene meno, quando le istituzioni falliscono o il potere viene abusato, la crittografia è ciò che rimane. È la rete di sicurezza che garantisce la protezione delle nostre informazioni più private, anche in assenza di fiducia.

Un sistema crittografico non è come una casa con porte e finestre. È un contratto matematico: preciso, rigoroso e concepito per essere inviolabile. In questo caso una “porta sul retro” non è solo un accesso segreto, ma una falla intrinseca alla logica del contratto, e basta una sola falla per distruggere l'intero accordo. Qualsiasi debolezza introdotta per un fine preciso potrebbe trasformarsi in una porta d'accesso per chiunque, dai criminali informatici ai regimi autoritari. Costruita interamente sulla fiducia, attraverso un codice robusto e inviolabile, l'intera struttura inizia a crollare non appena tale fiducia viene meno. E adesso questa fiducia è minacciata.


Un modello per il feudalesimo digitale

L'iniziativa ProtectEU della Commissione europea propone un meccanismo che obbliga i fornitori di servizi a scansionare le comunicazioni private direttamente sui dispositivi degli utenti prima di applicare la crittografia. Questo trasforma di fatto i dispositivi personali in strumenti di sorveglianza e compromette l'integrità della crittografia end-to-end. Sebbene gli enti statali non permetterebbero mai una simile vulnerabilità nei propri sistemi sicuri, questo obbligo crea uno standard di sicurezza separato e più debole per il pubblico.

In apparenza sembra un compromesso ragionevole: crittografia più forte per i governi, con il cosiddetto “accesso legale” ai dati dei cittadini. Tuttavia ciò che propone è uno squilibrio intrinseco, in cui lo stato crittografa e il pubblico decrittografa.

Questa non è una politica di sicurezza, è un progetto per il feudalesimo digitale: un futuro in cui la privacy diventa un privilegio riservato ai potenti, non un diritto garantito a tutti. La crittografia a due livelli sposta l'equilibrio di fiducia dalla responsabilità democratica e consolida una struttura di controllo che nessuna società libera dovrebbe accettare. Non fraintendetemi: questo dibattito non riguarda la sicurezza, riguarda il controllo.

Non dovremmo vivere in un mondo in cui solo i potenti hanno diritto alla privacy.

Nell'era dell'intelligenza artificiale onnipresente, degli attacchi informatici sponsorizzati dagli stati e della sorveglianza digitale di massa, indebolire la crittografia non è solo una scelta miope, ma una vera e propria imprudenza sistemica. Per noi che viviamo in un mondo decentralizzato, non si tratta di un dibattito astratto, bensì di una questione di vitale importanza. Una crittografia robusta e inviolabile è molto più di una semplice caratteristica tecnica: è il fondamento su cui si basa tutto il resto.


Verità attraverso la verifica

Ecco perché la missione del Web3 deve rimanere ancorata alla sua promessa fondamentale: la verità. Non la verità imposta dall'autorità, ma la verità verificata. Questo principio di un contratto auto-vincolante è il motivo per cui i veri sistemi decentralizzati sono costruiti senza un master delle chiavi o un'istituzione che le detenga. Introdurre una backdoor è una contraddizione; ristabilisce un punto di fallimento centrale, violando la premessa stessa di un sistema senza fiducia centralizzata. La sicurezza è uno stato binario: o è presente per tutti, o non è garantita a nessuno.

Fortunatamente questi principi non sono solo teorici. I sistemi crittografici primitivi che emergono da questo ambito – le prove a conoscenza zero che possono confermare i fatti senza esporre dati e i sistemi di prova di identità che resistono agli attacchi della sibilla senza compromettere la privacy – offrono un'alternativa reale e funzionante, dimostrando che non dobbiamo scegliere tra sicurezza e libertà.

L'ironia è lampante: lo stesso settore ora minacciato detiene gli strumenti necessari per costruire un futuro digitale più sicuro e aperto. Un futuro basato non sulla sorveglianza o sul controllo degli accessi, ma sull'innovazione senza permessi, sulla fiducia crittografica e sulla dignità individuale.

Se desideriamo un mondo digitale sicuro, inclusivo e resiliente, la crittografia deve rimanere robusta e standardizzata a livello universale per tutti.

Non perché abbiamo qualcosa da nascondere, ma perché tutti abbiamo qualcosa da proteggere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 25 marzo 2026

UE e Regno Unito hanno dichiarato guerra alle grandi aziende tecnologiche americane: la censura come strumento di politica commerciale

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-regno-unito-hanno-dichiarato)

Londra e Bruxelles stanno coordinando i loro attacchi contro le grandi aziende tecnologiche statunitensi. Con il pretesto inconsistente della tutela dei consumatori, stanno cercando di gettare le basi per progetti di censura diffusa attraverso multe multimiliardarie.

Quando il Ministro di Stato tedesco per la Cultura, Wolfram Weimer, ha sferrato il suo attacco verbale contro le piattaforme digitali americane, le sue parole sono passate inosservate tra le onde della sua stessa ipocrisia. Come ormai sappiamo, il ministro non nutre grande stima per le norme sul diritto d'autore né per la proprietà privata.


Aggressivamente sulla difensiva

Weimer ha definito Meta, Google e altri colonizzatori digitali, il cui modello di business si basa essenzialmente sullo sfruttamento del potenziale creativo degli utenti e sulla sua monetizzazione a proprio vantaggio. La risposta politica a questa presunta ingiustizia consiste in una sorta di tassa digitale, imposta a livello nazionale per porre fine a un tale comportamento.

Naturalmente si tratta di fornire allo stato, quel Leviatano mai sazio e in sovrappeso, un'ulteriore fonte di entrate.

Con la sua retorica aggressiva, Weimer si colloca saldamente nella tradizione delle recenti linee di politica dell'UE, le quali assomigliano sempre più alla dottrina digitale di Londra.

Quello a cui stiamo assistendo è una messa in scena di un continente tecnologicamente emarginato. Bruxelles potrà anche tessere la fitta rete globale di regolamentazioni digitali, ma in questo clima nessuno sottolinea che non esistono startup europee capaci di competere con le grandi aziende tecnologiche americane, o cinesi, o con il settore dell'intelligenza artificiale.

Quelle della politica europea sono azioni di retroguardia, vasti cataloghi normativi pensati per spalancare le porte alla censura. L'obiettivo è impedire la nascita di voci dissidenti su piattaforme come X, capaci di denunciare i fallimenti della governance europea, la centralizzazione dell'UE e la crescente concentrazione di potere a Bruxelles.


Multe assurde

In difficoltà economiche e con un peso geopolitico in calo, Londra e Bruxelles hanno iniziato a imporre multe esorbitanti per le presunte irregolarità commesse dalle grandi aziende tecnologiche americane.

Apple è stata di recente condannata dal Competition Appeal Tribunal (CAT) del Regno Unito a pagare fino a £1,5 miliardi, in quanto tra l'ottobre 2015 e la fine del 2020 l'azienda avrebbe abusato della propria posizione dominante sul mercato e svantaggiato gli sviluppatori di app attraverso commissioni eccessive sugli acquisti in-app e sugli abbonamenti.

Secondo le autorità di regolamentazione, una commissione fino al 30% per transazione è ingiustificata e limita la concorrenza. Apple ha annunciato che presenterà ricorso.

A quanto pare i signori nella “culla del liberalismo” non hanno ancora familiarità con la libertà contrattuale e la sovranità individuale.

La situazione è simile a Bruxelles. La Commissione europea ha inflitto una multa a Meta, la società madre di Facebook e Instagram, sostenendo che l'azienda offre sistemi e strumenti di segnalazione inadeguati per contenuti illegali come propaganda terroristica o immagini di abusi.

Inoltre accusano Meta di aver negato ai ricercatori l'accesso ai dati pubblici e di aver utilizzato pratiche scorrette per manipolare le scelte degli utenti. Meta dovrà pagare €200 milioni e dimostrare maggiore collaborazione in futuro.


La battaglia per la sovranità dei dati

In sostanza si tratta di dare alle autorità di regolamentazione europee accesso illimitato ai dati degli utenti e ai processi di comunicazione interna, in linea con lo spirito della proposta di controllo delle chat per gli utenti privati. L'Europa ha in serbo molto altro per i suoi cittadini.

In linea con questo spirito, la Commissione europea ha già inflitto a Google una multa record di €2,95 miliardi a settembre per presunte violazioni delle norme antitrust nel settore della pubblicità online. Dal 2014 Google avrebbe abusato della sua posizione dominante sul mercato, privilegiando i propri prodotti nel posizionamento e nell'intermediazione degli annunci. L'azienda deve ora ricostruire il suo mercato digitale per eliminare qualsiasi forma di favoritismo.

In questa guerra europea contro il dominio digitale degli Stati Uniti, si registra una piccola eccezione: il procedimento contro TikTok, che rimane fortemente controllato dalla Cina. Incombe una multa di €530 milioni per presunte violazioni della protezione dei dati, tra cui il trasferimento non autorizzato di dati degli utenti dall'UE alla Cina. Vengono inoltre contestate la mancanza di trasparenza nella pubblicità e l'assenza di un registro pubblicitario funzionante per ricercatori e utenti.

Tuttavia la messinscena su TikTok serve principalmente a distrarre gli americani dal fatto che il vero intento dell'Europa è quello di sfidare gli Stati Uniti nell'economia digitale con la forza della regolamentazione e di creare carte da giocare nel conflitto commerciale ancora irrisolto.

Lo schema negoziale è ben noto: definire le massime richieste, esasperare i singoli punti critici all'interno della matrice negoziale, accettare i risultati con parole di circostanza ma iniziare il sabotaggio fin dal momento della firma.


Pianificazione centralizzata & Sovranità individuale

Anche da una prospettiva sistemica le argomentazioni della Commissione europea e delle autorità di regolamentazione del Regno Unito non reggono. Ogni utente stipula un contratto volontario; lo stesso vale per gli sviluppatori di app. Apple giustamente osserva che circa l'84% delle app presenti nel suo store sono gratuite e ogni individuo è libero di passare a tecnologie alternative, come Android di Google. Nessuno è obbligato a usare TikTok, o a caricare video sulla piattaforma.

La strategia di escalation dell'Europa dimostra ancora una volta la sua avversione per la concorrenza, la proprietà privata e la sovranità decisionale individuale. Non sarebbe sbagliato affermare che fraintende profondamente i principi di un'economia di libero mercato.

La presunta argomentazione a tutela dei consumatori non è altro che una copertura per un piano politico più ampio, volto alla censura e alla sottomissione dell'iniziativa privata.

In realtà stiamo assistendo a un'ulteriore escalation di politiche invasive da parte delle autorità di regolamentazione centralizzate di Bruxelles e Londra. Politiche che il governo statunitense, sotto la presidenza di Donald Trump, difficilmente tollererà. Le tensioni transatlantiche sono in aumento. Il prossimo atto nella disputa commerciale si svolgerà proprio sul campo di battaglia digitale e continuerà a intensificarsi.

Forse questo è il momento perfetto affinché Donald Trump dia uno schiaffo morale a Londra e Bruxelles. Un drastico aumento dei dazi potrebbe far riflettere alcuni di loro e fare pressione sui policymaker affinché smettano di giocare a pericolosi giochi di censura.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 24 marzo 2026

L'Argentina di Milei: tra liberazione e trappola istituzionale

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Nils Hesse

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/largentina-di-milei-tra-liberazione)

Chi è veramente il presidente Javier Milei: un salvatore o un curatore fallimentare? Un anarchico, un populista, o un riformatore liberale-classico? Sta smantellando la casta – l'establishment politico radicato – o è la casta a minare il suo programma di riforme? Alla fine prevarrà la libertà o il sistema corrotto si riaffermerà, inghiottendo il sedicente riformatore?

Di recente mi sono fatto una mia personale impressione viaggiando a Buenos Aires. Quello che ho visto è un Paese affascinante che, dopo decenni di declino, sta ritrovando la sua stabilità, contrastando la povertà diffusa e riscoprendo la fiducia. Alcuni indicatori chiave hanno già attirato l'attenzione internazionale: un'inflazione in forte calo, un tasso di povertà visibilmente in diminuzione, una disoccupazione in calo nonostante i massicci e attesi licenziamenti nel settore pubblico, il primo bilancio federale in pareggio da anni e una ripresa della crescita economica.

Altri sviluppi ricevono meno attenzione. Nel mercato immobiliare, recentemente liberalizzato, l'offerta di appartamenti è aumentata quasi da un giorno all'altro. La copertura mobile si sta espandendo rapidamente grazie a Starlink. In seguito alla deregolamentazione del trasporto aereo gli investimenti nel settore aeronautico stanno riprendendo slancio. E anche senza tassi di interesse agevolati, gli argentini stanno ricominciando ad acquistare beni di consumo durevoli: ad esempio lavatrici, non più solo un pezzo di formaggio o un bicchiere. Fino a poco tempo fa anche questi piccoli articoli venivano spesso acquistati a rate, sintomo di incentivi distorti in un contesto di inflazione cronica e ingenti sussidi statali.

L'attività di mercato è in aumento anche grazie allo smantellamento delle barriere all'importazione e dei dazi protezionistici. Malgrado ciò i prodotti di marca stranieri rimangono inaccessibili per molti argentini. In un centro commerciale di lusso un semplice adattatore USB Samsung può costare circa $75, mentre un prodotto equivalente in un piccolo negozio di quartiere si trova a circa un dollaro.

Alcune riforme che Milei è riuscito a far approvare rapidamente, nonostante l'iniziale scarso sostegno del Congresso, stanno iniziando a dare i loro frutti solo ora. Grazie a una politica commerciale più aperta verso gli Stati Uniti e l'Unione Europea, a un approccio pragmatico nei confronti della Cina e a un nuovo quadro normativo per gli investimenti (il “sistema RIGI”), l'Argentina si sta aprendo agli investimenti diretti esteri nei settori dell'energia, delle risorse naturali e delle industrie ad alta intensità di dati. Maggiori investimenti, una migliore pianificazione e una maggiore certezza giuridica per i progetti su larga scala stanno iniziando a dare i loro frutti.

Altrettanto notevole è il lavoro di Federico Sturzenegger. L'economista liberale-classico e ministro per la deregolamentazione e la trasformazione dello Stato, insieme al suo team, sta smantellando o semplificando regolamentazioni, controlli sui prezzi, tasse e oneri amministrativi a un ritmo straordinario. Tuttavia le catene di approvvigionamento devono prima adattarsi ai nuovi incentivi e gli investitori hanno bisogno di tempo per ricostruire la fiducia nelle fondamenta istituzionali dell'Argentina.

Il successo o meno di questa iniziativa avrà un'importanza ben maggiore per il futuro dell'Argentina rispetto ai dibattiti sulle eccentricità personali di Milei o sul suo uso di simboli politici provocatori. Questi elementi hanno poca importanza per la maggior parte degli argentini. Nelle conversazioni con autisti di Uber, studenti di economia e lavoratori del settore dei servizi, ho riscontrato valutazioni prevalentemente positive, spesso entusiaste, nei confronti del presidente; solo una minoranza rimane chiaramente contraria.

Gli economisti liberali-classici di Buenos Aires tendono a essere più cauti. Sono scettici nei confronti di qualsiasi culto della personalità e ben consapevoli della portata del compito che attende Milei – e qualsiasi futuro governo. La situazione catastrofica che ha ereditato era il risultato di uno stato che si era gonfiato e dilatato eccessivamente nel corso dei decenni, dominato da interessi organizzati – la casta – e radicato in una cultura politica in cui le connessioni personali e la retorica aggressiva contavano più della competenza e del rispetto delle regole generali.

Anche i presidenti precedenti avevano promesso di combattere la corruzione e il clientelismo, in particolare Carlos Menem negli anni '90, spesso descritto come un “populista neoliberista”. La sua eredità, controversa, riflette il fatto che egli era principalmente un populista e un peronista che utilizzava gli strumenti (neo)liberali in modo selettivo. Con Milei l'ordine è invertito. Egli è, prima di tutto e per convinzione, un libertario che usa pragmaticamente la retorica e lo stile populista per portare avanti un programma di riforme.

Ciò aumenta la probabilità che le riforme di Milei possano avere effetti duraturi. Tuttavia il percorso di queste riforme rimane stretto, rischioso e ben lontano dal raggiungere il nucleo istituzionale. Al di sopra di questo nucleo si estende una fitta boscaglia di clientelismo e cattiva gestione. Province come la Terra del Fuoco si aggrappano a privilegi speciali, mentre il sistema federale crea deboli incentivi per le province affinché governino in modo efficiente e spendano responsabilmente i fondi pubblici. È prevedibile che i sindacati ben organizzati resistano a riforme ormai attese da tempo. La magistratura, poi, rimane indipendente solo a livello formale. Nonostante i miglioramenti, il sistema fiscale continua a scoraggiare gli investimenti. Le rigide normative sul lavoro pre-riforma lasciano circa quattro lavoratori su dieci senza un impiego formale. E la casta – che ha promosso con successo i propri interessi sotto i governi precedenti – non è scomparsa sotto Milei. Al contrario, egli si affida a esperti politici, molti dei quali hanno già lavorato con l'ex-presidente Macri e sono ora strettamente coordinati e disciplinati da sua sorella, Karina Milei.

La maggior parte degli argentini sembra disposta a sorvolare su legami discutibili e sulle idiosincrasie personali di Milei. Quasi tutti coloro che lo conoscono personalmente – persino i critici che dissentono dalle sue posizioni principali – concordano sul fatto che Milei sia sinceramente impegnato nelle riforme libertarie e nel miglioramento delle prospettive del Paese. C'è ancora molto da fare in tal senso. Importanti riforme della previdenza sociale, del mercato del lavoro, del sistema monetario, della tassazione, dello stato di diritto e dei rapporti federali restano da attuare. Senza di esse, i recenti successi rimarranno fragili.

Le probabilità di successo variano a seconda dell'ambito politico. Per un cambiamento monetario radicale come la dollarizzazione, Milei probabilmente non dispone ancora di sufficiente capitale politico e finanziario. Il capitale politico è necessario anche per le riforme del sistema giudiziario, dove il percorso verso una magistratura realmente indipendente appare ancora più arduo di quello verso la stabilità monetaria. Eppure l'indipendenza della magistratura è essenziale per ulteriori riforme, come regole fiscali credibili che possano garantire bilanci in pareggio nel tempo o una ristrutturazione del sistema federale argentino.

Le speranze più concrete rimangono riposte nella recente riforma del mercato del lavoro e in un sistema fiscale più favorevole agli investimenti, ambiti in cui il governo argentino può trarre vantaggio dalla maggiore rappresentanza ottenuta dopo le elezioni di medio termine. La nuova legislatura ha approvato a dicembre un ambizioso programma di riforme, delineato da Milei in un ottimistico messaggio “Rendiamo di nuovo grande l'Argentina”.

Affinché questo programma abbia successo in modo duraturo, non basterà il solo Milei. Un'ampia fetta di argentini deve sostenere la trasformazione e molti sembrano pronti a farlo. Dopo ripetute crisi, gli argentini possiedono una notevole alfabetizzazione economica. In particolare, i giovani argentini comprendono fin troppo bene l'inflazione, i mercati finanziari e la relativa stabilità dei diversi asset: una conoscenza che da tempo è essenziale per la sopravvivenza quotidiana.

Meno sviluppata, invece, è una comprensione condivisa di come regole rigorose e meccanismi istituzionali di controllo ed equilibrio possano limitare la discrezionalità politica e gli abusi di potere. Troppo spesso in passato le regole sono state ignorate e le garanzie aggirate.

L'attuale esperimento di riforma in Argentina tiene conto di questa realtà. Non segue i consigli dei manuali di liberalismo classico, ma riflette piuttosto i vincoli politici di uno stato profondamente clientelare – vincoli che Milei cerca di gestire per perseguire un'agenda di riforme libertarie. In questo senso tenta di usare la logica del sistema esistente contro sé stessa. Si tratta di un esperimento autentico, i cui risultati avranno probabilmente un impatto ben oltre i confini dell'Argentina.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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