lunedì 27 luglio 2026

Il difficile cammino dell'Argentina verso la libertà economica

Javier Milei è salito al potere con obiettivi non negoziabili: un surplus di bilancio, il contenimento dell'inflazione e la ripresa di un'economia in crisi. I suoi primi due anni  e mezzo di mandato si sono conclusi con risultati macroeconomici spettacolari: l'inflazione è crollata dai massimi, la povertà è tornata ai livelli del 2018, l'economia è di nuovo in fase di crescita, il debito netto è stato significativamente ridotto e i salari reali stanno iniziando a riprendersi, il tutto grazie al più grande piano di aggiustamento e deregolamentazione degli ultimi decenni. A dicembre 2023 Milei ha ereditato un tasso di inflazione mensile del 25,5%, vicino al 300% annuo – il più alto al mondo – e lo ha rapidamente ridotto a circa il 2,3% al mese entro ottobre dell'anno successivo, il livello più basso dal 2018, con previsioni che indicano un ulteriore calo nel 2026. Inoltre il bilancio nazionale è passato da un deficit insostenibile a un surplus per la prima volta in 14 anni, grazie a drastici tagli alla spesa superflua senza compromettere i servizi essenziali, alla chiusura di ministeri, all'eliminazione di agenzie inutili, alla riduzione dei sussidi e al taglio di decine di migliaia di posti di lavoro sovradimensionati nel settore pubblico ereditati dalla precedente amministrazione. Lasciare respirare l'economia funziona. Politiche di liberalizzazione appropriate hanno ridotto significativamente la povertà: le stime dell'UCA mostrano un calo di quasi 20 punti percentuali rispetto ai picchi della crisi e un tasso compreso tra il 31% e il 36%, il livello più basso degli ultimi sei anni; l'UNICEF stima che circa 1,7 milioni di bambini siano usciti dalla povertà negli ultimi due anni. L'FMI prevede che quest'anno l'Argentina mostrerà una crescita del PIL intorno al 3-4%, con una crescita cumulativa di quasi 8 punti percentuali tra il 2025 e il 2026. Le misure di austerità di Milei hanno portato a una forte riduzione dell'occupazione nel settore pubblico, gonfiata dal kirchnerismo e finanziata con debito e inflazione. Milei ha creato oltre 650.000 nuovi posti di lavoro nel settore privato. Secondo l'INDEC l'occupazione totale è cresciuta di 330.000 posti di lavoro in due anni e, cosa ancora più importante, l'occupazione nel settore pubblico è diminuita di 370.000 unità. Il debito pubblico ha raggiunto livelli molto elevati alla fine del 2023 e da allora è diminuito drasticamente in termini netti. L'onere del debito per l'economia si è ridotto drasticamente: è stato diminuito di decine di miliardi di dollari ed è calato in termini assoluti e in percentuale del PIL, e la dinamica esplosiva ereditata è stata arrestata. Il rapporto debito/PIL è sceso da oltre il 100% tra il 2020 e il 2023, raggiungendo un picco del 155%, al 70% nel terzo trimestre del 2025. Milei ha azzerato il debito della banca centrale trasferendolo al Dipartimento del Tesoro e nei due anni e mezzo della sua presidenza il debito totale ha fatto registrare una diminuzione netta di $48,5 miliardi. Il ministro Luis Caputo e il presidente della banca centrale, Santiago Bausili, hanno svolto un ruolo cruciale nel disinnescare le potenziali minacce lasciate dal socialismo, impedendo che esplodessero. Non possiamo dimenticare gli sforzi di Diego Santilli per garantire la sicurezza e la tranquillità degli argentini di fronte alle continue minacce di sabotaggio, né gli sforzi di Manuel Adorni per smantellare la propaganda e la disinformazione socialista. Il surplus primario è stato raggiunto tagliando la spesa, riducendo il peso dei sussidi inefficienti, frenando la crescita dell'occupazione pubblica e dando priorità ai programmi sociali essenziali. Meno sussidi per tutti e più assistenza per chi ne ha veramente bisogno hanno permesso di ridurre il debito, controllare la spesa e aiutare chi ne ha davvero bisogno. La deregolamentazione, grazie al ministro Sturzenegger, ha permesso di eliminare l'ingerenza statale nell'economia. L'eliminazione dei controlli sui prezzi, la riduzione dei dazi e l'apertura di settori come il trasporto aereo e il mercato immobiliare hanno portato a una maggiore varietà di prodotti e a prezzi migliori per i consumatori. Ora è il turno degli investimenti, che devono eliminare l'incertezza giuridica creata dal socialismo. Il programma RIGI, progettato per attrarre grandi investimenti superiori a $100 milioni, offre stabilità normativa e certezza giuridica, e sono già stati annunciati progetti per oltre $31 miliardi, soprattutto nei settori minerario ed energetico. Non è un miracolo, non è un esperimento... Milei e il suo team di governo hanno applicato la logica economica e una difesa inequivocabile della libertà.

______________________________________________________________________________________

 

di Finn Andreen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-difficile-cammino-dellargentina)

L'ascesa al potere in Argentina del primo libertario dichiarato, Javier Milei, è stata accolta con entusiasmo da molti libertari, ma anche come un momento cruciale. Non solo ha dimostrato la possibilità di ottenere il voto della maggioranza dell'elettorato di un grande Paese a favore di un programma radicale di libertà, ma ha anche suggerito che i libertari avrebbero finalmente potuto dimostrare al mondo intero che un libero mercato senza vincoli non solo è possibile, ma anche estremamente vantaggioso per qualsiasi società.

Non sorprende, quindi, che sia i libertari che gli statalisti stiano osservando con attenzione quest'ultimo esperimento argentino, iniziato nel 2024, per individuare segnali di successo o fallimento del modello Milei. I libertari possono sentirsi tranquilli riguardo a questa aspettativa, considerando le solide basi teoriche della Scuola Austriaca di economia che ispira il modello Milei.

A questo proposito occorre fare un paio di precisazioni. In primo luogo, la difficile transizione da una società statalista a una società libera non deve essere ignorata e non può essere attribuita al libertarismo in sé. Va detto che il processo politico e pratico per giungere a un libero mercato senza ostacoli non è stato un punto focale del pensiero libertario. In secondo luogo, il cammino verso la libertà potrebbe essere ostacolato da una serie di ragioni pratiche, come fattori esterni o umani, del tutto estranei al libertarismo. Ad esempio, il leader eletto e il governo potrebbero essere imperfetti e la classe politica potrebbe opporsi al cambiamento.


Risultati generalmente positivi dopo un inizio difficile

L'inizio del governo Milei è stato turbolento, con rapidi risultati positivi delle riforme, ma accompagnato dalle prevedibili difficoltà nella transizione da un'economia caratterizzata da tasse elevate, spese eccessive e inflazione. Quest'ultima, uno dei principali flagelli degli argentini per decenni, ha subito una netta decelerazione. Nel 2024 il PIL si è contratto dell'1,8%, un risultato migliore rispetto al 2023 (-3,1%), e c'è stata una forte ripresa del PIL nel 2025 (5,2%). Grazie ai tagli alla spesa pubblica, ad agosto dell'anno scorso lo Stato argentino ha fatto registrare un surplus di bilancio pari all'1,3% del PIL, un'inversione di tendenza senza precedenti per un Paese abituato a spendere più di quanto incassa.

Ma le misure di austerità – tagli ai sussidi, riduzioni di posti di lavoro nel settore pubblico, forti svalutazioni – hanno inevitabilmente comportato costi sociali, facendo precipitare inizialmente milioni di persone nella povertà. Tuttavia il tasso di povertà è poi diminuito drasticamente nella seconda metà del 2024, passando dal 52,9% nella prima metà del 2024 al 38,1%. La disoccupazione nella provincia di Buenos Aires è salita al 9,8%, un valore superiore a quello del 2023.

In generale, gli indicatori macroeconomici puntano nella giusta direzione, nonostante l'inevitabile e prevedibile inizio difficile. Tuttavia la sfida più seria per Milei riguarda probabilmente il pèso argentino, un ambito in cui l'economia Austriaca potrebbe essere un faro per evitare di ripetere gli errori del passato.


Il pèso argentino: una storia di cattiva gestione

Nel 1991 l'Argentina agganciò il pèso al dollaro con un tasso di cambio di uno a uno. Ogni pèso doveva essere coperto da un equivalente dollaro statunitense detenuto nelle riserve. Inizialmente l'inflazione crollò e gli investimenti aumentarono vertiginosamente. Tuttavia, rinunciando alla sovranità monetaria, l'Argentina perse la capacità di adattarsi alle condizioni mondiali. Con il rafforzamento del dollaro alla fine degli anni '90, il pèso si sopravvalutò, danneggiando le esportazioni e alimentando la disoccupazione. Incapace di svalutare o di impostare i propri tassi di interesse, il governo argentino si indebitò pesantemente in dollari, aggravando le future vulnerabilità.

Nel 2001 l'Argentina era in recessione. Con la fuga degli investitori e il calo delle riserve, il governo argentino bloccò i prelievi bancari per arrestare la fuga di capitali. Scoppiarono rivolte, il governo dichiarò default su oltre $100 miliardi di debito e il sistema di cambio fisso fu abbandonato nel 2002. Il pèso perse circa il 70% del suo valore in pochi mesi, con le conseguenze sociali che si possono immaginare. Dopo il crollo, l'Argentina adottò un sistema di cambio flessibile, ma i vantaggi iniziali svanirono rapidamente con il ritorno dell'indisciplina fiscale; l'inflazione cronica, superiore al 30%, divenne la norma, emersero molteplici tassi di cambio e la fiducia si erose.

Con il programma Milei, il pèso è stato inizialmente svalutato in modo significativo (da circa 400 ARS/USD a circa 800 ARS/USD) nell'ambito degli sforzi per ridurre l'inflazione. Nell'aprile del 2025 il governo è passato a un sistema di cambio più flessibile: il pèso è stato autorizzato a fluttuare all'interno di una banda di oscillazione (ad esempio, tra circa 1.000 e 1.400 ARS/USD) e molti controlli sui capitali e sulla valuta sono stati rimossi.

Alla fine del 2025 l'Argentina ha adottato un sistema di cambio “gestito” per la propria valuta. Il tasso di cambio ufficiale si aggirava intorno ai 1.480 pèso argentini per dollaro statunitense, mentre il tasso informale, noto come “dollaro blu”, era di circa 1.580 pèso. Il rischio principale era che il pèso non potesse essere facilmente difeso in questa fase di transizione, con riserve nette della banca centrale pari a soli $6 miliardi. Questa è la ragione principale per cui l'Argentina ha ricevuto dagli Stati Uniti, nell'ottobre del 2025, un fondo di stabilizzazione aggiuntivo di $20 miliardi, il quale ha anche contribuito all'importante vittoria di Milei alle elezioni di medio termine.

Ma il pèso è ancora sopravvalutato, il che danneggia le esportazioni e la competitività. Ad esempio, gli argentini hanno acquistato dall'estero elettrodomestici di marca e carne bovina – un prodotto di punta dell'esportazione argentina – che, a causa del tasso di cambio del pèso, risultano più economici rispetto ai prodotti locali equivalenti.

Tuttavia il piano di Milei per il pèso non si limita a lasciarlo fluttuare liberamente, ma prevede addirittura l'abolizione della banca centrale e la determinazione dei tassi di interesse da parte del mercato, come raccomanda la teoria Austriaca. Questo ci ricorda che la transizione verso un'economia di libero mercato è un processo che deve tenere conto della politica.


Lezioni dalla Scuola Austriaca

Dal punto di vista dell'economia Austriaca, le ripetute crisi che l'Argentina ha attraversato in passato sono la conseguenza inevitabile di una manipolazione monetaria artificiale. Come scrisse Ludwig von Mises nel suo libro, L'azione umana: “Non c'è modo di evitare il crollo finale di un boom causato dall'espansione del credito. L'alternativa è solo se la crisi debba arrivare prima... o dopo, come catastrofe finale e totale del sistema monetario”. Per l'Argentina, queste parole restano importanti da ricordare.

Il sistema di ancoraggio al dollaro del 1991 rappresentava una forma di controllo monetario artificiale. Fissando il tasso di cambio, i politici aggirarono il meccanismo naturale del mercato per l'equilibrio tra scambi commerciali, risparmi e investimenti. Quando il pèso diventò sopravvalutato, invece di deprezzarsi, il governo argentino prese in prestito dollari per mantenere la parità, alimentando così un'enorme bolla creditizia.

Come sottolineava Mises, una moneta sana non può essere creata per decreto; il suo valore deve emergere dallo scambio volontario. Quando lo Stato fissa i prezzi, compreso il prezzo della moneta, distorce i segnali di mercato e incoraggia consumi e indebitamento insostenibili. Murray Rothbard ha ribadito questo concetto nel libro, La Grande Depressione americana: “C'è un solo modo per porre fine all'inflazione: fermare immediatamente l'espansione monetaria e lasciare che il mercato si riallinei”.

Da questa prospettiva un pèso veramente libero, senza una banca centrale che decida i tassi d'interesse, porterebbe inevitabilmente difficoltà a breve termine, ma anche un equilibrio a lungo termine. La valuta si deprezzerebbe ulteriormente rispetto al dollaro, abbassando il tenore di vita, ma allineando i consumi alla reale capacità produttiva del Paese. Il vantaggio sarebbe che ciò stimolerebbe le esportazioni e renderebbe le importazioni più costose, incentivando così la produzione interna.

Milei è uno dei pochissimi leader politici al mondo ad aver compreso questi punti. L'unico vero ostacolo a una crescita economica duratura e a un miglioramento a lungo termine del tenore di vita dei poveri argentini è il ciclo elettorale: a Milei e al suo programma di libertà economica verrà data una possibilità concreta, non solo per due anni, ma per un intero decennio o anche di più? Perché questo è il lasso di tempo necessario per la transizione verso un'economia di libero mercato.

Se all'Argentina fosse consentito di diventare economicamente libera, ciò rappresenterebbe non solo un'importante vittoria per il libertarismo, ma anche una luminosa fonte di ispirazione per la riforma di innumerevoli nazioni occidentali attualmente in difficoltà sotto il giogo dello statalismo keynesiano. Il successo di Milei contribuirebbe a convincere concretamente tutti coloro che ancora dubitano che un programma politico basato sull'economia Austriaca possa portare a una prosperità duratura per tutti, a patto che si possano superare gli ostacoli politici.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


venerdì 24 luglio 2026

Trasparenza: anatema di Londra e Bruxelles

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trasparenza-anatema-di-londra-e-bruxelles)

Diversamente dall'armata brancaleone dell'attuale governo italiano, l'amministrazione Trump sa con chi ha a che fare quando di sparla di potere giudiziario. La più recente sentenza della SCOTUS in materia di “ius soli” è l'ennesima prova che, per grande influenza di John Roberts, il potere eversivo del ramo giudiziario negli USA è determinato è scavalcare quello legislativo ed esecutivo. In merito alla questione, si fondono insieme giurisdizione politica e geografica nel modo peggiore possibile (laddove il Congresso può offrire protezione agli immigrati, ma essi sono ancora soggetti alla giurisdizione della loro cittadinanza d'origine) e la magistratura ostracizza potere legislativo ed esecutivo. Qui c'è da smantellare una illusione accuratamente seminata da Hollywood: la Corte Suprema non è quell'organo finale dove vengono finalizzate le controversie. Alla creazione degli USA c'erano le Corti Supreme dei singoli stati americani, le quali hanno appaltato parte dei loro poteri a quella federale. Si tratta di una concessione, non di una scala gerarchica di poteri. Infatti alla sua formazione, il governo federale aveva come compito l'impostazione dei commerci tra gli stati americani, l'impostazione della linea di politica estera e la difesa. Quindi, i dazi ad esempio, erano materia per Presidente e Congresso, la Corte Suprema non doveva metterci becco. Ogni organo aveva i suoi compiti, determinati dal nono e decimo emendamento.

L'eversività della magistratura, in ogni nazione ormai, è il sintomo della conquista esterna di un Paese (così come l'immigrazione incontrollata è una forma di conquista sociale, dato che il mercato dell'eurodollaro non può più essere usato in modo estensivo) e viene usata, negli USA in particolare, per fomentare una guerra civile. Perché è così che funziona. I migranti scaricano a pacchi figli in Florida, ad esempio, e richiedono un certificato di nascita americano. De Santis gli nega quello della Florida, questo significa che questi scalzacani non possono avere documenti validi nello stato della Florida e quindi impossibilitati a vivere. Per di più possono solo spostarsi nei territori americani (es. DC, Guam, ecc.), ma non possono spostarsi negli altri stati americani perché non sono cittadini di quello stato (la Florida nel nostro esempio). Ciò a sua volta permetterebbe allo stato in questione di chiamare in tribunale il governo federale stesso (decimo emendamento), nel qual caso la Corte Suprema potrebbe invocare la Clausola di supremazia per annullare ciò che resta del federalismo americano. Gente come Roberts è pronta a tirare questa spoletta pur di aizzare al punto di non ritorno la guerra civile voluta ardentemente dalla Tavola Alta oltreoceano?

Lo scenario ottimista è quello che più viene preso in considerazione, ma non bisogna scordarsi che l'amministrazione Trump tiene presente anche quello pessimista: una sconfitta alle elezioni di medio termine e una vittoria Dem nel 2029. Uno dei principali scopi adesso, quindi, è quello di degradare quanto più possibile tutti quegli asset americani che possono essere ritorti contro il Paese. Questo significa levare le tende dal Medio Oriente e ridurre drasticamente il numero di basi sul quel territorio in modo da impedire ad agenti esterni di alimentare conflitti; lo stesso lo si può dire degli aiuti a Israele. Il rapporto tra USA e Israele non cambierà, solo che non ci saranno di mezzo soldi “gratis” con cui alimentare un azzardo morale a livello militare e trasformare di nuovo in un proxy di destabilizzazione Israele e altri Paesi mediorientali. Soprattutto adesso che gli USA hanno un canale diretto col governo civile in divenire a Teheran, il quale viene usato per smantellare ciò che rimane degli asset dell'IRGC. 

Facciamola semplice, così anche il più obnubilato da stampa e algoritmi di selezione (che, ricordiamolo, “allena” l'utente stesso) possa capire. Gli inglesi controllavano entrambi i lati della barricata in Medio Oriente, sia in Israele che in Iran. Era solamente questa l'origine della guerra infinita che ha infuriato nella zona. Il Golfo Persico era a loro esclusiva determinazione, dato che controllavano Iran, Qatar (pompa del gas), Emirati Arabi (riciclaggio di denaro), Oman (avamposto dell'MI6 sullo Stretto). Se non si parte da questo assunto, e se non si parte dal fatto che esistono diverse fazioni all'interno di una nazione (compresi anche i cosiddetti “intransigenti” e coloro che portano avanti solo ed esclusivamente una linea dura), allora inevitabilmente si finisce per avere una chiave di lettura insufficiente per leggere gli eventi. E quindi attecchiscono narrative fasulle, o addirittura accuse di irrazionalità nei confronti dell'amministrazione Trump.

Quest'ultima, sin dalla sua prima iterazione, sa che il modo migliore per far uscire allo scoperto infiltrati e situazioni compromesse è quello di rivelare l'agenda che hanno i diversi player sulla scena geopolitica. Siamo adesso arrivati al momento in cui i vari leader (di facciata) mondiali e gli opinionisti influenti devono scoprire le carte e mostrare per chi lavorano davvero o da chi sono finanziati per perseguire una certa linea di politica. L'attacco all'Iran, oltre a disinnescare l'arma di ricatto finanziaria e geopolitica dello Stretto di Hormuz, e trasferire logistica e commercio dall'Europa al continente americano nel suo complesso, è servito a smascherare le agende reali dei capi di stato.

Questa è una questione che va al di là delle singole filosofie politiche, o economiche. Si può odiare lo stato quanto si vuole, ma che dire della rete ombra di intrallazzi, interessi, influenze e ricatti che gli inglesi hanno imparato a padroneggiare nel corso della storia? È un concetto che va ben oltre lo stato e paradossalmente il loro superamento significa anche un oscuramento più intricato di suddette ombre. Qual è quell'asset, decentralizzato e distribuito, che fa della trasparenza il suo cavallo di battaglia? Bitcoin. Qual è quella nazione che sta accogliendo una tale filosofia nelle sue strategie economiche e politiche? Gli Stati Uniti. Questo mi porta a pensare che la nascita dell'asset fosse stata pensata esattamente per un momento del genere, che gli USA abbiano alimentato la sua evoluzione per avere a disposizione un'arma con cui gettare luce su quell'impero delle ombre. Pensateci un momento: la migliore definizione di Bitcoin attualmente è una backdoor a un sistema che ha fatto del dollaro ombra offshore la sua cannuccia con cui succhiare indefinitamente ricchezza dagli USA. L'algoritmo su cui “gira” il protocollo è lo stesso di quello usato dal sistema bancario e finanziario. Ciò spiegherebbe anche perché c'è una pagina di un giornale inglese all'interno del Genesis Block.

E questo spiegherebbe ulteriormente perché Powell e Wall Street hanno dapprima lottato unghie e denti per far avanzare i lavori per il SOFR e poi hanno abbracciato la possibilità di aprire a Bitcoin e alle stablecoin. La chiave di lettura della trasparenza è il miglior modo per intendere l'evoluzione di tutti gli eventi finora accaduti nel mondo, sin dalla prima amministrazione Trump e addirittura fin dalla nascita di Bitcoin stesso. Qui si inserisce anche l'abbandono della politica keynesiana in materia di banca centrale americana nel momento in cui Warsh abiura ufficialmente la Curva di Phillips, linea di politica puramente di matrice inglese. Qui si inserisce anche il dialogo con Mosca e Pechino, e lo spostamento di Washington verso un'economia hamiltoniana (in termini commerciali). Mettendo tutte queste cose insieme si arriva alla conclusione che l'attacco all'Iran è stato il palco finale per ridimensionare definitivamente il flusso finanziario ombra che ha tenuto in piedi l'impero inglese sin dal post-Seconda guerra mondiale.

E la maestria degli inglesi nel ribaltare causa-effetto è prodigiosa, soprattutto quando, tramite la propaganda mediatica, instillano nella mente della maggior parte delle persone che gli USA “si stanno isolando”. Sbagliato: sono gli USA a voler isolare Londra e Bruxelles dal resto del mondo.

Lo spostamento di asset militari americani in Grecia, che adesso è il Paese europeo più armato, rappresenta il proverbiale “bastone” agitato nei confronti della Turchia, mentre la “carota” è la stabilizzazione della lira turca. Erdogan ha sempre giocato la sua partita sul filo del rasoio, tra gli interessi americani e quelli della cricca di Davos/City di Londra (es. Fratelli musulmani). Un gioco pericoloso ma che ha rappresento la carta vincente affinché il Paese non venisse invaso né dall'una, né dall'altra fazione. Trump, comunque, come ha dimostrato anche col Qatar, offre una via per collaborare ed è la stessa offerta che ha di recente presentato allo stesso Erdogan. Ed è anche un modo per effettuare una de-escalation sia in Medio Oriente che in Europa dell'est: Iran e Israele non hanno più bisogno di essere monitorati affinché non causino caos nella regione. Il rifiuto recente israeliano di aiuti americani annuali è un segno che la strategia di distensione in Medio Oriente funziona, soprattutto se ci aggiungiamo i piani per costruire nuove infrastrutture di trasporto del petrolio. E questo l'ha capito anche la Turchia, da qui la fanfara grandiosa che è stata allestita all'arrivo di Trump al recente G7, mentre uno squallido pulmino è stato affibbiato ai “leader” europei.

Puntellare il fronte greco e sguarnire quello polacco è stato anche un modo per dimostrare buona volontà nei confronti di Putin, senza però abbassare la guardia (Stretto del Bosforo). Ciò che emerge da questi rapporti è solo una cosa: forza. Concessioni di buona volontà, senza però depotenziare la propria posizione negoziale. Infatti tutte le connessioni inglesi nel Golfo Persico sono state rovesciate e i piani di Londra e Bruxelles di poter maneggiare le leve geopolitiche mondiali si riducono man mano che il tempo passa. In fondo, la Brexit altro non era che una faida interna alla cosiddetta Tavola Alta per decidere chi dovesse guidare il mondo post-reset.

Ora Washington sta offrendo la sopraccitata “carota” a Erdogan, il quale ne ha davvero bisogno per stabilizzare il mercato della lira. Solo una manciata di mesi fa ha scaricato tutti i suoi titoli del Tesoro americani, una mossa che può essere letta in due modi: o Londra ha richiamato i suoi asset, oppure Ankara continua a fare da ponte per i flussi finanziari ombra inglesi. Perché, ricordiamolo, Ankara è uno dei pochi Paesi che permette alle banche locali di detenere oro come riserve Tier-1 e, sin dal 2013 quando Obama tagliò fuori l'Iran dallo Swift affinché venissero potenziati i flussi finanziari ombra inglesi che passavano da lì, il denaro ombra iraniano è stato riciclato in Turchia tramite l'oro. In questo modo Obama ha finanziato indirettamente l'armamento nucleare iraniano. Riportare l'Iran nello Swift significa gettare luce sui flussi ombra. Ancora una volta trasparenza, l'anatema della City di Londra. Trump ha praticamente fatto capire a Erdogan di scegliere da che parte stare e questa offerta può essere presentata solo da un Leader che sta avendo la meglio sui propri avversari. La stessa offerta che è stata presentata a Israele... che tanto si dice controlla gli stati Uniti... mentre invece Trump ha fatto capire a Netanyahu che può sconfiggere Hezbollah, ma può scordarsi di prendersi mezzo Libano.

L'unione di tutti questi temi rappresenta un piano che gli Stati Uniti stanno portando avanti non per bontà o nobiltà di cuore, ma solo perché la classe dirigente americana è stufa di farsi fregare dalle sue controparti oltreoceano.

Infatti il differenziale di rendimento tra il decennale inglese e quello americano è +32 punti base, mentre tra quello inglese e quello giapponese è +210 punti base. La Banca d'Inghilterra continua a manipolare il lato lungo della curva dei rendimenti americana tramite il carry trade sullo yen e la Banca del Canada, mentre combatte unghie e denti per impedire a Trump di tornare a far avere un mercato ai titoli garantiti da ipoteca (cosa che permetterebbe la riconquista completa della politica sui tassi). La vera guerra è tutta qui: lungo lo spettro dei rendimenti tra i 10 anni e i 30 anni. Ed ecco perché il Giappone deve continuare a rialzare i tassi: i differenziali di rendimento vengono a mancare. A quel punto o la Banca d'Inghilterra lascia correre ancora più in alto il back-end della sua curva (causando una crisi obbligazionaria), o lo abbassa a costo dell'arbitraggio sulla valuta (passando la patata bollente dei bond all'UE). Ueda non è conosciuto per il suo coraggio e se sta resistendo alla pressione mediatica è solo grazie all'appoggio di Bessent, il cui obiettivo è la fine degli arbitraggi sulle valute come arma e la fine dei differenziali di rendimento obbligazionari come arma.

Infatti la fine del carry trade sullo yen ha potenziato il prosciugamento di liquidità in eurodollari nei mercati mondiali. Ciò ha permesso agli USA di dedicarsi ad altre faccende geopolitiche, come il Venezuela e l'Iran, e lasciando la componente economica al Giappone. Questo non ha impedito agli avversari degli USA di attaccarli, come continuano a fare sulla parte meno liquida della curva dei rendimenti (trentennale), e a incamerare bond americani per accedere ai dollari (dato che il SOFR è un tasso collateralizzato a differenza del LIBOR). In questo contesto il margine di manovra della BOJ è abbastanza ampio, dato che può coprire le perdite sulle obbligazioni con il portafoglio di azioni in suo possesso. Alla fine della fiera, gli allarmismi (stampa inglese) sul Giappone non erano direzionati al Paese stesso, ma alle conseguenze che avrebbero causato su quelle economie dipendenti dall'eurodollaro e a cui non avrebbero più avuto accesso privilegiato. Washington sta praticamente liberando il Giappone dalla morsa finanziarista inglese che da tempo immemore ha spremuto il Paese.

I futures sulla benzina, poi, mostrano chiaramente un andamento ribassista per i prezzi futuri della materia. Per le elezioni di medio termine si prospetta infatti un valore di $2.35. Lo stesso per la curva forward del petrolio, in manifesta discesa rispetto alle oscillazioni presenti. Certo, il range rimarrà intorno ai $75-80 per il momento, non rivedremo i $60 molto probabilmente fino all'anno prossimo. La backwardation è sul Brent; il WTI è in contango invece. Ma il primo è un contratto puramente finanziario, mentre il secondo prevede la consegna fisica. E con il Venezuela in supporto alla produzione americana e l'OPEC+ che ha tagliato i prezzi del petrolio più del previsto (spiazzando progressivamente l'Iran), i guai saranno esclusivamente europei. Senza contare che il presunto partner dell'UE, ovvero l'Ucraina, continua ad avere come obiettivo bersagli russi la cui distruzione fa esclusivamente del male alle importazioni di energia europee. Un “curioso” modo per farsi continuare a dare soldi e supporto militare...

Un ricatto interno potremmo chiamarlo, perché non dimentichiamoci di un punto: esistono fazioni “moderate” e disposte al compromesso anche all'interno della cosiddetta cricca di Davos. E così come Trump e i suoi alleati sono costretti a superare linee rosse degli avversari per forzarli a una reazione (bombardare nuovamente l'Iran ha come obiettivo indebolire l'IRGC rispetto ai negoziatori disposti a collaborare con gli USA), lo stesso indebolimento è messo in piedi a livello di City di Londra/cricca di Davos. La strategia regina è sempre stata quella di degradare la capacità dei propri avversari nell'accedere alle fonti di collaterale. Infatti chi è che viene più impattato dalla recente decisione cinese di limitare le esportazioni di elio? Non gli Stati Uniti, i quali sono esportatori di elio. Ovviamente l'Unione Europea. Inutile dire che, per motivi logici, Xi, Putin e Trump non possono mostrare pubblicamente la loro alleanza d'intenti in questo conflitto. La quantità di infiltrati nei loro rispettivi Paesi è incapacitante ancora (basti pensare al Congresso americano e la spasmodica e recalcitrante volontà di finanziare indefinitamente la guerra in Europa orientale se potesse).

Visto che l'IRGC ha scelto chiaramente l'annientamento, e per estensione i burattinai dietro di essi ovvero Londra e Bruxelles, il conflitto in Iran si dimostra ancora una volta lo stadio finale di una strategia volta a rendere gli Stati Uniti i decisori ultimi in cima alla Tavola Alta. In sintesi, si stanno prendendo il ruolo di coloro che imposteranno le decisioni che daranno forma al mondo di domani, al sistema mondiale di domani. Infatti non crediate che Londra, Parigi o Bruxelles stessi siano “amici”; si è sempre trattato di chi avrebbe impostato la linea di politica del nuovo sistema. Washington si sta dimostrando semplicemente un “amministratore” più tollerabile visto che vuole far respirare la classe media, diversamente dai piani di Londra e Bruxelles che vogliono un chiaro annientamento della stessa.

In questo contesto attaccare Teheran è un modo, indiretto ovviamente, di risolvere l'altro scenario di guerra in Ucraina, stringendo il cappio energetico intorno al collo dell'UE. In che modo può rifornire di militari, armamenti e strumenti Kiev se la possibilità di accedere a petrolio e gas a basso costo diventa sempre più esigua? E se non ha più accesso alle risorse energetiche, come farà ad attenuare una crisi sul debito sovrano dato che rifinanziare i debiti dei vari Paesi membri non potrà più essere fatto a costi bassi? La più recente asta di titoli decennali tedeschi è stata un disastro (la quale ha raccolto solo la metà dei fondi che si proponeva di raccogliere). Non dimentichiamoci che il petrolio è il collaterale principale tramite cui scorre il denaro nel sistema finanziario odierno.

Disinnescare l'Iran, quindi, era fondamentale a differenza di ciò che dicono “pacifisti oltranzisti” e propagandisti bannoniani/duginisti (se davvero l'obiettivo di Trump fosse stato quello di annientare l'Iran, gli sarebbe bastato imporre un embargo alle importazioni d'acqua). Contenere l'IRGC, e per estensione le influenze della cricca di Davos/City di Londra in Medio Oriente, ha permesso a Trump di ottenere il supporto di quelle fazioni nelle varie nazioni di quella regione tramite un colpo di stato finanziario: dall'entrata in vigore del SOFR sono principalmente gli Stati Uniti a decidere chi può avere accesso facilitato al mercato dell'eurodollaro e chi no. “Bastone e carota”. Riprendiamo in considerazione la Turchia: l'Europa dell'est non è più una minaccia per essa, così come non lo è più il conflitto a Nord-est tra Azerbaijan e Armenia, e l'Iran non è più una fonte di destabilizzazione contro Israele.

Così come gli asset militari americani sono stati spostati in Grecia dal Nord e dall'Est Europa, anche asset finanziari stanno affluendo in Turchia (sotto forma di capitali di rischio, stablecoin in dollari, Bitcoin, ecc.) per convincerla con la “carota”, senza però nascondere il “bastone”. Non mancherà nemmeno l'intelligence necessaria per stanare tutti quei canali che hanno reso Ankara un potenziale nodo nella rete della cricca di Davos/City di Londra, come doveva esserlo Dubai e Pechino. Infatti quest'ultimo sta ritorcendo contro l'Europa, fungendo da punto di pressione in sintonia con Washington, la devastazione industriale autoinflitta senza essere più quella destinazione che le “locuste” di Davos avevano scelto per avviare una nuova Catena della morte finanziaria.

In questo contesto Londra, Bruxelles e Parigi vengono costrette a rimanere in quelle zone che hanno contribuito a devastare, in grado solo di parassitarle fino all'osso pur di rilanciare in qualche modo il loro piano di sopravvivenza. Non possono forzare un reset adesso senza finire per essere spazzati via come classe dirigente a livello internazionale; la crisi obbligazionaria che ho descritto nel mio libro, Il Grande Default, dovevano pagarla Stati Uniti e Russia affinché il Vecchio Continente emergesse come guida unica nell'impostazione del sistema futuro. Entrambi i Paesi si sono rifiutati di stare al gioco: il primo a livello finanziario, il secondo a livello militare. Così facendo hanno costruito un nuovo equilibrio e impostato la loro presenza alla guida al “tavolo delle decisioni”. Il modo di fare guerra ormai è cambiato, rendendo obsoleti gli armamentari nucleari. Oreshnik e la rimozione chirurgica di Maduro sono stati i punti di svolta. Il mondo finanziario è cambiato, dato il SOFR ha permesso agli USA di riprendere il controllo della valuta e del lato corto della loro curva dei rendimenti.

I grafici qui sotto mostrano rispettivamente il differenziale di rendimento tra il decennale inglese e quello americano, e il differenziale tra le obbligazioni a 2 e 10 anni americane (il benchmark di riferimento delle banche a cui concedere mutui e prestiti). Da quando il Giappone ha iniziato il suo percorso di rialzo dei tassi, normalizzazione dei rendimenti obbligazionari e inversione del carry trade sullo yen, questi due grafici si muovono in sincronia. In sintesi, gli inglesi, avendo perso la capacità di manipolare il lato corto della curva dei rendimenti americana, si aggrappano alla manipolazione del lato lungo per disinnescare una crisi del debito sui loro titoli (ecco perché finora hanno fatto in modo che fosse impossibile far uscire fuori dalla conservatorship Fannie Mae & Freddie Mac). E questa semplice descrizione di una delle loro tante manipolazioni è anche il motivo per cui non esistono condizioni di vittoria per l'Ucraina, solo un continuo logoramento per ritardare un redde rationem su quel flusso di prestiti che è stato scaricato nella dolina finanziaria dell'Europa dell'est.


In una qualsiasi partita di GO con più di 4 giocatori è praticamente impossibile costruire una “struttura” stabile con cui vincere il gioco e “l'ideatore” del sistema, chi ne controlla le regole (sistema di estrazione/colonizzazione/divisione conflittuale), vincerà sempre. Oh ma se si bypassa il gioco stesso e si punta direttamente al sistema, le cose cambiano...

Alla fine gli europei non avranno più energia con cui rifornire l'Ucraina e la recente offerta di Trump nei confronti di Zelensky, ovvero quello di fornire Patriot, è stata una buotade. Come può non esserlo se per costruire la fabbrica per produrli richiede come minimo 5 anni per essere costruita e diventare pienamente operativa? Bastone e carota. Trump ha fornito la carota a Zalensky, una via d'uscita, ma quest'ultimo l'ha rifiutata. Così come il MOU è stato rifiutato dalla fazione oltranzista iraniana. L'euristica in questi casi è dannatamente semplice: quando un individuo o un gruppo di individui agiscono diversamente dal loro miglior interesse, e fanno scelte palesemente scellerate, allora qualcuno sta puntando loro una pistola alla testa. Allo stesso modo non basta essere “amici”, o accettare la “carota”, degli Stati Uniti per ottenere più di quello che si merita: non lo otterrà Putin oltre al Donbass e Crimea, non lo otterrà Netanyahu oltre alla distruzione di Hezbollah.

A chi davvero basta sopravvivere per vincere la guerra a questo punto non è l'Iran contro gli USA, bensì alla Russia contro la NATO. I membri europei hanno firmato assegni per sostenere Kiev con collaterale la cui riscossione è ancora intrappolata dietro l'esercito russo. Il cappio, oltre a quello energetico, è anche monetario, stretto intorno al collo dell'UE, e sta soffocando più velocemente le economie europee.

Quali sono quei punti su cui Londra e Bruxelles stanno combattendo più alacremente? Stanno combattendo unghie e denti contro il CLARITY Act, contro la liberalizzazione di Fannie/Freddie, contro l'emancipazione di Canada e Australia come vettori con cui pompare il mercato dell'eurodollaro. Stanno combattendo contro l'eventualità sempre più manifesta della loro mancanza di accesso a garanzie collaterali. Questo è il mosaico dove ha luogo la guerra finanziaria tra la City e Washington, ma se si alterano tutte le cose sopraccitate a livello strutturale allora il sistema risultante sarà molto più durevole. Questo significa rimettere flusso di cassa nelle mani della classe media. Un sistema a due livelli: il governo americano che prende quote in aziende importanti in grado di migliorare la capacità produttiva e il flusso di credito (es. Intel); poi ricostruire il mercato dei mutui trentennali il quale ha permesso alla classe media americana di prosperare come ha fatto, fino alla sua implosione ad hoc nel 2008.

L'idea che dazi e industria manifatturiera siano la fonte della ricchezza, della forza e della sicurezza di una nazione risale ad Alexander Hamilton. Scrivendo poco dopo la Rivoluzione, Hamilton temeva che una nazione di agricoltori ed esportatori di merci non sarebbe stata in grado di resistere a lungo alle grandi potenze europee. Nella sua relazione intitolata, Sul tema delle manifatture, pubblicata nel 1791, scrisse: “Non solo la ricchezza, ma anche l'indipendenza e la sicurezza di un Paese sono materialmente connesse alla prosperità delle manifatture. Ogni nazione, in vista di questi grandi obiettivi, dovrebbe sforzarsi di possedere al suo interno tutti gli elementi essenziali per l'approvvigionamento nazionale. Questi comprendono i mezzi di sussistenza, l'abitazione, il vestiario e la difesa”.

Oppure pensate a Energy Fuels. Il suo impianto di White Mesa, nello Utah, è/era l'unico impianto di lavorazione dell'uranio operativo negli Stati Uniti. Ha una capacità autorizzata di otto milioni di libbre di uranio all'anno. È il principale produttore statunitense di U308, il concentrato necessario per produrre combustibile per le centrali nucleari. È un'attività legata all'uranio, ma è anche un'attività legata alle terre rare. La lavorazione dell'uranio è tossica, in parte perché il minerale è radioattivo e bisogna prendere ogni sorta di precauzione per il residuo generato, oltre a trovarsi in una giurisdizione/area geografica favorevole a tali attività. Lo Utah è uno di questi luoghi. Il mese scorso, il Dipartimento della Guerra ha approvato un prestito condizionato di $720 milioni con Energy Fuels per la lavorazione della monzanite presso l'impianto di White Mesa. Questo potrebbe renderla un produttore nazionale di successo di terre rare. Ciò si integrerebbe perfettamente con la strategia perseguita dall'amministrazione Trump

Questo sistema di incentivi negli Stati Uniti attrarrà capitali, cosa che a sua volta creerà non poche difficoltà alla Banca d'Inghilterra e alla BCE affinché li trattengano sul loro territorio e smettano di interferire nel differenziale di rendimento nei titoli americani a dieci e trent'anni tramite la manipolazione, come suggerito sopra, del differenziale due anni-dieci anni americani e quello tra il decennale inglese e americano.

Come si fa affinché la Tavola Alta metta in gioco i propri di capitali? Si adotta la stessa strategia di logoramento applicata dalla Russia forzando la NATO a tirargli contro uomini e materiali militari. Si tratta di un drenaggio dalla classe fiananziarista alla classe media americana, la quale è stata spremuta da tassi dei mutui alti, alta inflazione, regolamentazione selvaggia, sprechi fiscali/sociali, ecc. 


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


giovedì 23 luglio 2026

La spirale negativa dei problemi fiscali in Francia: una nazione incapace di riforme

La stessa spirale negativa a livello economico, il benchmark del trentennale francese ha raggiunto un massimo preoccupante tra le altre cose, ha un parallelo anche a livello sociale. La neolingua orwelliana è stata adottata ad hoc dall'Unione Europea, infatti l'ultima iterazione di questa presa per i fondelli nei confronti dei sudditi europei è lo “Scudo Democratico”. La Commissione europea afferma che il suo obiettivo è creare uno spazio informativo “sicuro” in cui dovrebbero prevalere i messaggi “affidabili”, in pratica, le narrazioni allineate al consenso dominante. Il problema è che i criteri di “credibilità” dell'UE, di ciò che è considerato “disinformazione” e – cosa è particolarmente dannoso – di “discorso divisivo” sono estremamente vaghi e soggetti a interpretazioni ideologiche. Di conseguenza non saranno nemmeno tribunali indipendenti, ma piattaforme online che collaborano con organizzazioni non governative selezionate da Bruxelles a decidere quali contenuti potranno raggiungere i cittadini dell'Unione Europea. Vale la pena sottolineare il ruolo dei cosiddetti “trusted flaggers” e delle reti di fact-checker. Sono proprio queste entità, spesso finanziate con fondi pubblici dell'Unione Europea o degli stati membri, e ideologicamente uniformi, a ottenere una posizione privilegiata nel processo di moderazione dei contenuti. In pratica ciò significa delegare la censura a entità che non sono soggette ad alcun controllo democratico. Allo stesso tempo le restrizioni sulla targetizzazione e sul finanziamento dei messaggi politici rendono molto più difficile raggiungere gli elettori. In pratica le piattaforme più grandi, come Facebook, hanno già smesso di pubblicare annunci “politici” per evitare rischi legali. Non è più possibile promuovere liberamente petizioni contro l'aborto o le unioni tra persone dello stesso sesso. L'Unione Europea, sotto la bandiera della tutela della democrazia, ha iniziato a limitare sistematicamente la libertà di parola e il pluralismo politico. In questo modo ci si incammina lungo i sentieri storici di ogni regime autoritario, ricorrendo alla violenza e alla censura quando il consenso pubblico svanisce.

______________________________________________________________________________________


di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-spirale-negativa-dei-problemi)

Quanto sta accadendo in Francia potrebbe presto trascinare l'intera Eurozona in una profonda crisi. Il Paese sta arrancando in una crisi fiscale, bloccato in una situazione di stallo politico che sembra insormontabile. Sul mercato obbligazionario il tempo stringe e il debito pubblico francese sfugge al controllo.

Il Primo Ministro Sébastien Lecornu ha celebrato una classica vittoria di Pirro: l'Assemblea Nazionale ha approvato a stretta maggioranza la sua bozza di bilancio sociale per il prossimo anno, ma la vittoria è arrivata a caro prezzo date le ampie concessioni che non faranno altro che peggiorare una situazione fiscale già esplosiva.


Strane coalizioni

Con 247 voti a favore, 234 contrari e 93 astensioni, l'Assemblea ha approvato un piano che prevede un deficit di €20 miliardi nel bilancio sociale, significativamente peggiore rispetto ai €17 miliardi inizialmente previsti. Sia il partito di Marine Le Pen che il blocco di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon hanno respinto la proposta.

È surreale: l'impasse politica ha portato la Francia in una situazione in cui l'estrema sinistra e l'estrema destra votano insieme, spingendo collettivamente il governo verso il collasso. Per il presidente Emmanuel Macron questo potrebbe presto significare la formazione di un altro governo fragile, poiché non vi è alcuna indicazione che la Francia possa uscire da questa catastrofica situazione di stallo.

Il disegno di legge poi è passato al Senato, dove la coalizione di governo detiene la maggioranza, ciononostante lo stallo politico continua.


Riforma delle pensioni in stallo: una paralisi permanente della riforma

Lecornu è stato costretto a congelare la riforma pensionistica prevista, che avrebbe innalzato l'età pensionabile da 62 a 64 anni. Invece la Francia la porterà solo a 62 anni e nove mesi. Il Paese mantiene il bilancio sociale più elevato dell'UE, pur conservando una delle età pensionabili più basse. Ancora una volta, la Francia elude la crescente crisi pensionistica, seguendo la Germania lungo lo stesso pericoloso percorso di un sistema a ripartizione al collasso. Parigi si rifiuta inoltre di affrontare le conseguenze fiscali dell'immigrazione clandestina, una bomba a orologeria sociale la cui miccia è già esplosa.

Questa decisione mette a nudo la profonda negazione politica radicata nella classe dirigente francese: continuano a vivere a spese delle generazioni future, consumando risorse economiche che non esistono più. La Francia è diventata fondamentalmente incapace di riforme e sta precipitando in una grave crisi fiscale.

Il deficit di bilancio di quest'anno si aggira intorno al 5,6% del PIL; la proiezione eccessivamente ottimistica del governo francese per il prossimo anno è del 5%. Con enormi lacune nei conti sociali, nessuno sa spiegare come si possa raggiungere una cifra simile. È pura fantasia. Una previsione molto più realistica è un deficit compreso tra il 6% e il 7%.

La crisi politica francese rispecchia la sua paralisi economica. La produttività economica è in calo da anni. Con una quota statale del 57% del PIL, il governo francese blocca la libera allocazione dei capitali e assorbe proprio le risorse necessarie per rilanciare l'economia. La Francia non si è mai trovata a suo agio con l'economia di mercato e ora, come un gemello siamese delle disastrose linee di politica di Berlino, spinge la pianificazione centrale ancora più in profondità nell'economia.


Immobilismo economico

Con 68.000 fallimenti aziendali negli ultimi dodici mesi e un settore industriale in contrazione, il Paese si sta dirigendo a capofitto verso una grave crisi sociale, che si riflette già in un'inevitabile trappola fiscale.

La Francia sta vivendo un'ondata di fallimenti di proporzioni bibliche, che probabilmente costerà 400.000 posti di lavoro quest'anno. L'economia è in ginocchio e i francesi si rifugiano nell'illusione che un debito infinito possa in qualche modo risollevare il loro sistema di welfare.

Abbiamo visto cosa questo significhi per la stabilità dell'Eurozona: quindici anni fa la piccola Grecia perse l'accesso ai mercati e scatenò una crisi del debito che si diffuse a macchia d'olio in tutta Europa.

All'epoca, la credibilità della politica monetaria dell'Eurozona fu sacrificata per mantenere liquidi i mercati del credito, fortemente interconnessi, attraverso massicci interventi della BCE e anni di salvataggi.

Se la seconda economia dell'Eurozona dovesse subire un “arresto” sul suo mercato obbligazionario – un improvviso crollo della domanda per la crescente emissione di debito – gli strumenti tradizionali della Banca Centrale Europea non sarebbero sufficienti a contenerne le conseguenze.


Un cambiamento secolare nei titoli obbligazionari

In caso di crisi acuta, la BCE sarebbe pronta a intervenire. Il suo strumento principale sarebbe l'acquisto di titoli di Stato nell'ambito del PSPP (Programma di acquisto del settore pubblico). Ulteriore liquidità potrebbe essere iniettata attraverso operazioni di rifinanziamento mirate a lungo termine, o tramite il sostegno alle banche che detengono ingenti volumi di debito sovrano francese.

Il programma Outright Monetary Transactions (OMT) potrebbe essere attivato, consentendo l'acquisto diretto di obbligazioni di Paesi in crisi, sebbene solo nel rispetto di rigide condizioni fiscali. Ma nella prossima crisi queste condizioni saranno quasi certamente ignorate per evitare la disgregazione dell'Eurozona. La BCE ha già fornito le linee guida quando Mario Draghi pronunciò la sua famosa frase “a qualunque costo”.

Tuttavia l'influenza effettiva della BCE ha dei limiti: la parte a lunga scadenza del mercato obbligazionario – quella con scadenze superiori a dieci anni – è il segmento più profondo e liquido. Nessuna singola banca centrale può controllarlo completamente.

Da mesi i rendimenti a lungo termine sono in aumento, prima in Giappone e ora sempre più in diverse aree dell'Eurozona. Il mercato sta segnalando una perdita di fiducia nella sostenibilità del debito degli stati fiscalmente indisciplinati.

Nei mercati obbligazionari mondiali si è già verificato un punto di svolta epocale. Al suo culmine, segnerà la fine definitiva di ogni imminente crisi fiscale. Pensiamo all'Argentina: si avvicina l'era della motosega.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


mercoledì 22 luglio 2026

L'ultima linea di difesa della NATO?

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di Matthew Andersson

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lultima-linea-di-difesa-della-nato)

I critici potrebbero aver interpretato erroneamente il recente vertice della NATO.

A loro sembra che gli Stati Uniti si stiano schierando unilateralmente con l'Europa e contro la Russia.

Il presidente Trump è più astuto: sa chi ha la mano vincente e le sue comunicazioni dirette con i suoi pari, Xi e Putin, non sono sempre pubbliche.

Le critiche iniziali del presidente Trump nei confronti dell'UE e della NATO rimangono valide. Sebbene gli Stati Uniti stiano attualmente offrendo loro una certa cortesia diplomatica e un sostegno limitato, l'Europa è in definitiva circondata da ogni lato da potenze che la rendono irrilevante in termini di influenza mondiale. L'Europa si è messa in questa situazione a causa del proprio declino economico interno, dovuto a scelte politiche errate. Sta usando la guerra come mezzo per risollevare le proprie sorti, ma le sue probabilità di successo sono scarse.

L'UE è economicamente circondata dagli Stati Uniti a ovest, dalla Russia e dalla Cina a est, da un vasto territorio artico a nord che non può controllare e dall'India e da Israele, potenza emergente in Medio Oriente, a sud. L'Europa non ha margini di manovra strategica. Ha scarse prospettive di riemergere come potenza di rilievo e la NATO ha perso da tempo la sua rilevanza e la sua solvibilità.

Fin dal suo primo mandato il presidente Trump ha avuto ragione riguardo alla Russia e alla NATO.

Avere “ragione” significa comprendere l'importanza economica e commerciale a lungo termine della Russia e apprezzarne la potenza militare. Insieme a Cina e Stati Uniti, essa costituisce la triade delle superpotenze. Avere ragione significa anche comprendere che i giorni dell'UE e della NATO sono contati e che il mondo è cambiato senza di esse.

Dopo l'incontro di Anchorage con Trump, il presidente Putin ha invitato il suo omologo a Mosca: la cauta risposta di Trump ha ricordato che, sebbene relazioni produttive possano essere benvenute da entrambi i leader, ognuno di loro opera all'interno di una complessa tradizione di difesa e politica estera che non si fida dell'altro. Alcuni l'hanno definita il “crogiolo della fiducia” e l'esperienza passata è difficile da superare. Il cambiamento avverrà lentamente.

L'Europa fa parte di quella massa continentale eurasiatica condivisa, e della sua sicurezza, ma “l'Europa” non è un unico Paese unificato. Anche all'interno della sua limitata sfera occidentale è stata una regione costantemente impegnata in rivalità e guerre. C'è stato un periodo dopo Napoleone – circa un secolo – in cui si è goduto di una relativa pace, ma il XX secolo è stato l'esatto opposto: una catena quasi ininterrotta di guerre – regionali, rivoluzionarie, mondiali e fredde – e ora, una nuova guerra nel XXI secolo è sempre più vista come inevitabile.

Esistono molteplici spiegazioni di natura politica, sociale e istituzionale, ma il declino economico è al centro della motivazione per cui l'UE è determinata a provocare la Russia (e perché si sta appellando agli Stati Uniti).

Se però Germania, Francia e Regno Unito fossero guidate da una solida crescita industriale interna, avessero confini controllati tramite l'immigrazione e una minore dipendenza energetica dall'estero, se non addirittura sull'orlo del collasso energetico nazionale, un simile conflitto non sarebbe necessario né verrebbe preso seriamente in considerazione.

Nella storia recente basta ripercorrere la disastrosa linea di politica della cosiddetta “energia verde” di Angela Merkel, la deindustrializzazione, le frontiere aperte e la chiusura del centro nucleare tedesco per averne una chiara spiegazione. È caduta completamente nella trappola di un'ingenua ideologia progressista che sostiene che il petrolio non conti più nulla.

E gli Stati Uniti stavano imboccando la stessa strada.

Francia e Regno Unito non sono da meno, con la loro serie di leader deboli, confini incontrollati, violenza interna da parte di culture straniere, deindustrializzazione e delocalizzazione. Non c'è da stupirsi se i “leader” europei siano ora intrappolati economicamente e si stiano rivolgendo alla guerra come disperata forma di ripresa economica.

Il presunto capo della NATO, Mark Rutte, è stato di recente alla Casa Bianca, perorando la causa della guerra e chiedendo il sostegno finanziario degli Stati Uniti, con slide e grafici che sembravano più un piano fallimentare di risanamento aziendale. Il vecchio detto “attenti a ciò che desiderate” potrebbe essere pertinente, dato che la NATO sta agendo da intermediaria per l'Europa occidentale e guarda agli Stati Uniti come al suo garante prima del fallimento. Il presidente Trump ha già visto situazioni simili.

Ovviamente molti altri interessi e attori guidano questa strategia, ma il declino di Germania, Francia e Gran Bretagna potrebbe essere il fattore determinante. La Scandinavia è in qualche modo immune, soprattutto la Norvegia grazie alle sue risorse naturali e ai suoi capitali, ma è vulnerabile alle influenze politiche e di policy europee.

Lo storico dell'economia Walt Rostow, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca sotto i presidenti statunitensi Eisenhower, Kennedy e Johnson, ha fornito un modello economico che contribuisce in larga misura a spiegare perché l'Eurasia e l'Europa siano sempre state instabili e soggette a conflitti. Il suo libro, The Stages of Economic Growth: A Non-Communist Manifesto, illustra come i Paesi si sviluppano attraverso diverse fasi di maturità.

Ma prevede anche come i Paesi ricorreranno alla guerra quando queste fasi saranno messe in discussione, interrotte o, a causa di una leadership inadeguata o di interferenze statali, ristagneranno o regrediranno.  L'Europa è scivolata indietro da potenza industriale e coloniale avanzata a uno Stato sociale con frontiere aperte, guidato da una classe politica debole, priva di piani, idee, impegno e lealtà nazionale.

Il Cremlino russo ha di recente annunciato che la sua operazione militare speciale in Ucraina si è trasformata in una vera e propria guerra. Sebbene prevedere gli sviluppi sia problematico, il vantaggio di potenza della Russia è talmente schiacciante che la NATO non può che essere vista come impegnata in un suicidio di fatto. Data la tendenza culturale europea al pessimismo esistenzialista, forse ciò è comprensibile.

Quando la guerra finalmente finirà, come inevitabilmente accade, di solito porta alla formazione di nuovi confini, relazioni, alleanze e accordi. La NATO e l'Europa sembrano contare sul caos della guerra come via d'uscita dalla propria debolezza.

Gli Stati Uniti potrebbero offrire loro un certo supporto tecnico-militare attraverso la vendita di armi, ma questo potrebbe rivelarsi un'autolesione, un inganno.

Alla fine Stati Uniti, Russia e Cina riprenderanno il loro dominio mondiale e la loro alleanza di potere. L'UE probabilmente crollerà o verrà ridimensionata; la NATO verrà definitivamente smantellata e la vecchia Alleanza Atlantica aggirerà l'Europa per allinearsi economicamente con l'Est e il Sud dell'Eurasia, perché è lì che risiede il potere.

Questo è ciò che prevedono le fasi di crescita.

L'UE sarà ulteriormente eclissata sul piano commerciale e militare da un Medio Oriente in ascesa dominato da Israele, perché quest'ultimo sa cosa vuole, ha un piano e sa come combattere. I burocrati europei come Rutte, Macron, Merz e la von der Leyen non lo sanno, e si troveranno di fronte a un destino fatale quando finalmente si renderanno conto che questa battaglia sarà probabilmente la loro ultima resistenza politica.

I cittadini europei possono tirare un sospiro di sollievo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


martedì 21 luglio 2026

Il New Deal marrone dell'Europa

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di Dmitry Orlov

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-new-deal-marrone-delleuropa)

Il risultato del Green New Deal è un costante peggioramento del tenore di vita in tutta Europa, dovuto principalmente alla minore disponibilità di energia a prezzi accessibili pro capite. A sua volta è la stabilità apparente, ma il progressivo deterioramento delle condizioni di vita, ben più di una vera e propria crisi, a spingere le popolazioni a ribellarsi e a rovesciare le élite al potere. Le élite europee lo sanno, non gradiscono essere impiccate ai lampioni in tutta Europa e cercano quantomeno di scaricare la colpa su altri o, meglio ancora, di orchestrare una vera e propria crisi che poi potranno fingere di mitigare.

La crisi artificiale che hanno scelto è l'attacco, del tutto fittizio ma imminente, all'Unione Europea da parte della Federazione Russa. La ridicola menzogna usata per sostenere questa tesi è che, se l'esercito ucraino venisse sconfitto e il regime di Kiev cadesse, i carri armati russi invaderebbero l'Europa... proprio come fecero nel 1945! La spinosa questione del perché la Russia dovrebbe essere interessata a una simile avventura viene elusa attraverso il fanatismo anti-russo: il semplice fatto che i russi siano russi viene considerato sufficiente a garantire la loro propensione a un comportamento così folle e autodistruttivo.

Ma noi, non essendo bigotti irrazionali anti-russi, ci prenderemo il tempo per rispondere a questa domanda. Prendiamo in considerazione le richieste dichiarate dalla Russia per l'ex-Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, creata da Lenin e Stalin: la sua denazificazione, smilitarizzazione, neutralità e la garanzia dei diritti della maggioranza russofona (che rimane tale nonostante i tentativi, peraltro molto coercitivi, di costringere la popolazione a parlare ucraino). Si noti che “conquistare tutta l'Europa” o “ristabilire l'URSS” non rientra tra gli obiettivi della Russia.

A quattro anni dall'inizio dell'operazione militare speciale russa, possiamo valutarne i risultati.

Denazificazione: dove sono i battaglioni neonazisti ucraini che sventolavano bandiere e insegne di ispirazione nazista tedesca e i cui membri erano facilmente riconoscibili per le svastiche e i ritratti di Hitler tatuati su arti e torsi? Quelli regolarmente accusati di crimini di guerra sono il Battaglione Azov (ora reggimento), il Battaglione Aidar, il Reggimento Kraken e Settore Destro. Il Battaglione Azov fu fondato dal nazionalista di estrema destra Andrej Biletskij e utilizzava l'Angelo Lupo nazista come emblema. I membri ultranazionalisti del Settore Destro hanno svolto un ruolo di primo piano nella rivoluzione di Euromaidan del 2014 e nella guerra del Donbass del 2014-2015. Il Battaglione Aidar è stato accusato di violazioni dei diritti umani da Amnesty International e Human Rights Watch. Il Partito Svoboda (Libertà) reclutava combattenti usando una retorica ultranazionalista e antisemita. Tutti questi gruppi ebbero una lunga e gloriosa carriera, seminando morte e distruzione, ma ormai gran parte dei loro membri originari è morta e, sebbene i loro nomi siano ancora usati a fini propagandistici dal regime di Kiev, le organizzazioni stesse sono quasi morte. A questo punto i battaglioni nazisti vengono impiegati principalmente come truppe di sbarramento, bloccando la ritirata delle reclute inesperte che si lanciano contro i russi in avanzata e cercando di ucciderle se tentano di arrendersi.

Smilitarizzazione: per il primo anno circa dell'Operazione Militare Speciale, le forze ucraine non hanno avuto carenza di volontari, ma ora non ce ne sono più. Al contrario, gli uomini vengono prelevati dalle strade e arruolati con la forza (a meno che non possano permettersi di pagare una lauta tangente), mentre gli ufficiali di reclutamento si sono arricchiti a dismisura e sono odiati e disprezzati. Inizialmente le truppe ucraine erano armate con armi di epoca sovietica, risalenti alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, o requisite in tutta l'Europa orientale da Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia e che ora sono membri della NATO. L'esercito ucraino era organizzato e operava secondo manuali e regolamenti di epoca sovietica. E rappresentava una minaccia formidabile, infliggendo notevoli perdite alla parte russa. Le scorte di armi di epoca sovietica sono state gradualmente ridotte e sostituite con armi NATO, che si sono rivelate molto meno efficaci e molto più facili da distruggere per i russi, essendo progettate, come sono, per massimizzare i profitti delle aziende di difesa americane piuttosto che per fornire un'adeguata difesa (dato che nessuno sta attaccando l'America in ogni caso). Anche gli arsenali della NATO sono ormai sostanzialmente esauriti, così come i fondi disponibili per l'acquisto di nuove armi. I leader europei in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e altrove stanno iniziando a respingere l'idea di ulteriori spese militari a favore del regime di Kiev.

Nel frattempo, in Ucraina, i manuali e i regolamenti di epoca sovietica sono stati sostituiti dagli “standard NATO” e da un addestramento che si è rivelato molto meno efficace di quello sovietico. I membri della NATO hanno appreso la metodologia dagli americani, i quali, a loro volta, l'avevano appresa da ex-ufficiali nazisti tedeschi che, come ricorderete, persero la guerra contro l'Armata Rossa. La NATO, e ora l'esercito ucraino, si affidano quindi a dottrine militari, principi organizzativi e pratiche operative della parte sconfitta. La NATO, composta principalmente dagli americani, è stata in grado di ottenere risultati (sebbene mai una vittoria netta) contro avversari deboli come la Serbia e la Libia, ma la sua tecnica preferita – i bombardamenti indiscriminati – sarebbe inevitabilmente sfociata in uno scambio nucleare semmai fosse stata impiegata contro la Russia.

Si è creata una situazione davvero assurda: gli ucraini, che si atteggiano a nazisti tedeschi, con la NATO a supporto, sono coinvolti in un conflitto convenzionale ad alta intensità contro la Russia, che si atteggia ad Armata Rossa, ottenendo lo stesso risultato finale. Dato che ciò implica un'estrema stupidità, un rapido sguardo ai punteggi del QI nazionale sembra opportuno: la media russa è di 103; quella ucraina è di 95,4, la più bassa d'Europa. Gli Stati Uniti se la cavano un po' meglio con un QI di 99,7, ancora molto indietro rispetto ai 107 della Cina. “Scemo e più scemo vanno in guerra” sarebbe stato un buon titolo per un film, se non fosse per tutto il sangue, la violenza e le fosse comuni dei militari ucraini che si estendono a perdita d'occhio.

Da tutto ciò si può concludere che la Russia sta lentamente ma inesorabilmente raggiungendo gli obiettivi dichiarati della sua Operazione Speciale di Migrazione (SMO), vincendo una guerra di logoramento sia contro l'Ucraina (in termini di uomini) che contro la NATO (in termini di armamenti). Con la maggior parte degli ultranazionalisti ucraini morti, gli arsenali ucraini e della NATO esauriti, e un numero sempre maggiore di soldati ucraini che si rifiutano di combattere, l'operazione militare si concluderà inevitabilmente, il regime di Kiev cadrà, la maggioranza russofona in Ucraina riaffermerà i propri diritti e, se tutto andrà bene, si tornerà all'ordine costituzionale distrutto durante il colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti nella primavera del 2014.

La Russia intende quindi proseguire con ulteriori operazioni militari speciali per denazificare, smilitarizzare e difendere i diritti umani delle numerose minoranze russe che vivono in Estonia, Lettonia, Lituania e Moldavia? La Russia considera la difficile situazione dei russi che ancora risiedono in queste regioni una questione umanitaria piuttosto che militare, assorbendo facilmente l'afflusso. Ad esempio, attualmente in Russia vivono mezzo milione di moldavi, mentre la popolazione totale della Moldavia è di soli due milioni di abitanti ed è in rapido calo. La situazione nei Paesi baltici è simile, sebbene i numeri siano troppo esigui per essere rilevanti.

Ma ognuna di queste ex-repubbliche socialiste sovietiche semi-defunte, create con frammenti dell'Impero russo e alimentate da bolscevichi di mentalità internazionalista, con grande rammarico e disappunto della Russia, presenta anche alcune considerazioni strategiche per la Russia stessa: l'Estonia, insieme alla Finlandia, blocca quasi completamente il Golfo di Finlandia, che fornisce un accesso marittimo di fondamentale importanza a San Pietroburgo e ai vicini porti di Ust-Luga e Primorsk, con un volume totale di merci di circa 170 milioni di tonnellate all'anno. La Lituania costituisce un corridoio terrestre verso l'exclave russa di Kaliningrad. La Moldavia ha una regione separatista, la Transnistria, abitata da mezzo milione di cittadini con passaporto russo, che lo Stato russo è teoricamente tenuto a difendere.

Ma quale di questi problemi la Russia tenterebbe mai di risolvere con un attacco? Un'Europa non completamente folle e squilibrata dovrebbe essere in grado di risolvere tali questioni amichevolmente e senza ricorrere alla violenza. Possiamo solo sperare che una sonora sconfitta della NATO in Ucraina calmi i vertici dell'Alleanza che attualmente cercano di intensificare il conflitto.

Qualora dovesse scoppiare un conflitto militare tra i quattro Paesi sopra menzionati, è importante tenere presente che questi dovrebbero essere difesi da truppe provenienti da altre parti d'Europa. Tutti e quattro questi Paesi sono in gran parte spopolati di giovani: data la scarsità di opportunità lavorative, i giovani emigrano non appena possibile, lasciando dietro di sé Paesi scarsamente popolati... solo pensionati sempre più indigenti, con un numero crescente di edifici scolastici vuoti convertiti in strutture per anziani non più autosufficienti.

A sua volta quanto è probabile che giovani americani, britannici, francesi, tedeschi, spagnoli e italiani vengano arruolati e mandati a morire in un conflitto inutile per difendere Estonia, Lettonia, Lituania (membri NATO e UE) e Moldavia (non membro)? Se solo il 16% degli uomini tedeschi afferma di essere assolutamente disposto a imbracciare le armi per difendere la propria patria, quale percentuale di loro sarebbe disposta ad andare a morire per la Lituania? Possiamo solo fare delle ipotesi, quindi ipotizziamo il 2% – e questi sarebbero i meno sani di mente, quelli con tendenze suicide! Possiamo anche sperare che una società tedesca non completamente folle eserciti una notevole pressione politica per costringere il proprio governo a concedere ai russi tutto ciò che desiderano, che non è molto: corridoi stradali e ferroviari, aperti e sicuri, verso Kaliningrad e rotte marittime e aeree ampliate attraverso il Golfo di Finlandia sarebbero sufficienti a risolvere la questione amichevolmente per quanto riguarda i Paesi baltici.

Attualmente sembra che l'Occidente non abbia alcun interesse a risolvere le questioni in modo amichevole, concentrandosi invece sull'organizzazione di provocazioni. Lo scorso 10 settembre alcuni droni sono entrati nello spazio aereo polacco. Si è poi scoperto che si trattava di droni Gerbera di fabbricazione russa, velivoli esca privi di carica esplosiva, utilizzati per confondere e neutralizzare i sistemi di difesa aerea. Data la loro autonomia limitata, sono stati lanciati dal territorio controllato dal regime di Kiev. Hanno sorvolato parte della Bielorussia, dove alcuni sono stati abbattuti, mentre altri hanno proseguito verso la Polonia. Le autorità bielorusse hanno diramato un avvertimento alle loro controparti polacche: “In arrivo, attenzione!”

Le forze polacche e di altri Paesi NATO hanno fatto decollare i loro aerei da combattimento, ma questi sono inutili per abbattere bersagli così piccoli e lenti. I droni erano di fabbricazione russa, ma non ci sono prove che fossero gestiti da russi. Droni di questo tipo precipitano regolarmente dai cieli ucraini e possono essere riparati, riforniti di carburante, riprogrammati e rimessi in servizio. È possibile che i russi fossero dietro la provocazione, se il loro obiettivo era dimostrare che la NATO è indifesa persino contro droni così primitivi, nel qual caso avrebbero raggiunto il loro scopo, ma è molto più probabile che si trattasse del regime di Kiev che cercava di mantenere viva la narrativa dell'“aggressione russa”.

Sembra che tali dimostrazioni, plausibilmente negabili, si verifichino effettivamente. Ad esempio, c'è stato il pallone meteorologico cinese che ha sorvolato gli Stati Uniti continentali dal 28 gennaio al 4 febbraio 2023. La sua traiettoria di volo ha descritto un bellissimo arco che ha coperto l'Alaska, il Canada occidentale e poi gli Stati Uniti continentali dallo Stato di Washington a Myrtle Beach, nella Carolina del Sud. Ha volato troppo in alto perché l'aeronautica statunitense potesse abbatterlo, ma ha gradualmente perso quota ed è stato abbattuto da un F-22 Raptor a un'altitudine di 18.000 metri. Si è trattato o di un incidente (il pallone è stato deviato dalla rotta), o di una dimostrazione dell'incapacità degli americani di difendere il proprio spazio aereo da... palloni meteorologici!

Appena 10 giorni dopo l'episodio dei droni russi disarmati che volavano indisturbati sulla Polonia, è scoppiato uno scandalo con aerei russi che avrebbero violato lo spazio aereo estone. Secondo le autorità estoni, tre jet russi Mig-31 sarebbero entrati nello spazio aereo estone “senza autorizzazione e vi sarebbero rimasti per un totale di 12 minuti”. Gli aerei erano in viaggio dalla regione di Leningrado a quella di Kaliningrad, seguendo i corridoi aerei sul Golfo di Finlandia e sul Mar Baltico, frequentati dal traffico aereo tra queste due regioni russe e che aggirano i tre Paesi baltici. In particolare, il corridoio di libero passaggio internazionale tra Finlandia ed Estonia è lungo 370 km ma largo solo 11 km ed è teoricamente possibile che i Mig abbiano oltrepassato il limite meridionale estone di tale corridoio. In ogni caso, i Mig-31 viaggiano a una velocità di crociera di 2.500 km/h, ovvero 41 km/min, e in 12 minuti avrebbero percorso 491 km, superando la distanza prevista di circa 122 km. In sostanza, il territorio estone non è sufficientemente esteso da giustificare un'avanzata così lunga.

La parte estone non è riuscita a presentare alcuna prova di tale violazione, mentre il ministero della Difesa russo ha affermato che i jet erano impegnati in un “volo di linea... nel rigoroso rispetto delle normative internazionali sullo spazio aereo e non hanno violato i confini di altri Stati, come confermato da un monitoraggio obiettivo”. La questione avrebbe dovuto chiudersi lì, ma nooo! Valeva la pena far decollare i jet e convocare una conferenza NATO d'emergenza ai sensi del Capitolo 4 della Carta NATO per un evento insignificante, accidentale, o inventato? Solo se l'intento era quello di creare un gran clamore per nulla e una tempesta in un bicchiere d'acqua.

Trascurando i dettagli, tali provocazioni sono necessarie: la transizione dal defunto Green New Deal al nuovo Brown New Deal – ovvero il militarismo europeo – richiede un nemico. Non ci sono altri candidati: la Corea del Nord è troppo pericolosa; l'Iran lo stesso; la Cina ha già in pugno l'economia europea e la soffocherà se non inizierà a comportarsi bene. L'unico nemico sicuro è la Russia, ma anche questo è un problema: non è sufficientemente minacciosa. È quindi necessario inscenare provocazioni per mantenere vivo il mito dell'“aggressione russa” nella mente degli europei, nella speranza di convincerli, e in caso di fallimento, costringerli ad accettare elevati livelli di spesa per la difesa, proprio come hanno accettato elevati livelli di spesa per le energie “verdi” – a beneficio delle élite dominanti europee.

Tuttavia si scopre che le provocazioni poco convincenti non bastano certo a tenere in vita il mito dell'“aggressione russa”, figuriamoci a renderlo abbastanza avvincente da motivare schiere di veri credenti a mettersi in fila nei centri di reclutamento, desiderosi di morire combattendo contro gli aggressivi russi in stile ucraino. Sfortunatamente le provocazioni poco credibili non sono l'unica cosa che l'Occidente nel suo complesso ha da offrire: si stanno anche compiendo sforzi per costruire un'immagine convincente del nemico. Questi sforzi sono piuttosto estesi e complessi e sono in atto da secoli. Includono una fantasiosa riscrittura della storia che relega nell'oblio tutti gli episodi che non dipingono la Russia sotto una luce completamente negativa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.