lunedì 13 aprile 2026

Il cuore industriale della Germania si ferma: l'illusione della tecnologia verde si scontra con il crollo economico

Questa ammissione è un proxy per spiegare un punto più ampio. Ovvero di come l'esercito e la Marina statunitensi siano stati usati da Europa e Regno Unito come arma per combattere le LORO di guerre all'estero. La Marina americana in particolar modo: se da un lato c'era protezione gratis attraverso il pattugliamento delle acque, i premi assicurativi di rischio erano aumentati dalle stesse forze ombra che avevano colonizzato il mondo finanziariamente. La City di Londra, tramite il LIBOR e il mercato dell'eurodollaro, riusciva a proiettare potere economico/finanziario e militare grazie alle ramificazioni nel sottobosco degli stati. La nuova dichiarazione d'indipendenza americana arrivata col SOFR e proseguita poi con lo smantellamento dei canali, prima pubblici e poi privati, dei flussi di denaro internazionali, sta raggiungendo l'apice con la bonifica del Medio Oriente dalle influenze caotiche esercitate dagli inglesi nella regione per il proprio ed esclusivo tornaconto. L'ammissione del Telegraph, oltre a sottolineare l'impreparazione militare e la capacità degli armamenti ai minimi storici europea/inglese, evidenzia anche l'effettivo funzionamento della strategia americana in Iran: strangolare lentamente, ma inesorabilmente, i propri avversari finché non si decidono ad accettare il riassetto dell'economia e della geopolitica secondo le condizioni dettate dagli USA.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-cuore-industriale-della-germania)

Il crollo della produzione industriale tedesca sta trascinando con sé le finanze comunali. L'istituto economico statale DIW sostiene che la salvezza risieda nel settore artificiale delle tecnologie verdi (Green Tech).

Sta diventando sempre più difficile stupire i lettori con nuovi dati economici, visto il continuo declino dell'economia tedesca. Ciononostante il crollo del 19% degli ordini di macchinari a settembre, riportato dalla VDMA, riesce proprio in questo intento. Uno shock persino per gli standard tedeschi.

L'associazione ha subito offerto una spiegazione: gli ordini di impianti su larga scala dello scorso anno non sono arrivati ​​per tempo. Ma questo non cambia la diagnosi.

Johannes Gernandt, capo economista della VDMA, prevede un ulteriore calo del 5% della produzione quest'anno. Ciò significa che l'industria meccanica tedesca ha perso oltre il 15% della sua produzione dal picco del 2018: un calo senza precedenti per uno dei settori chiave del Paese, a malapena riportato dai media. La produzione industriale complessiva è diminuita di quasi il 20%.


Il silenzio al posto del dibattito pubblico

Il dibattito pubblico sullo stato reale dell'economia tedesca risente della mancanza di valutazioni oneste provenienti dall'interno dell'economia stessa. Solo Christian Kullmann, amministratore delegato del colosso chimico Evonik, ha osato puntare il dito contro il problema, denunciando la crisi come conseguenza diretta delle linee di politica di Bruxelles sul clima.

Si assiste a questo crollo e ci si stropiccia gli occhi increduli. Dove sono finite le parole schiette e senza fronzoli sulla politica, le condizioni economiche, l'impennata dei costi energetici e la morsa della burocrazia?

È davvero possibile che la politica sia riuscita a legare così profondamente gran parte dei vertici aziendali al meccanismo dei sussidi, al punto da rendere impossibile qualsiasi critica?

Quanti modelli di business crollerebbero se Bruxelles e Berlino interrompessero i sussidi dall'oggi al domani?

È difficile evitare una conclusione desolante: l'intervento statale ha trasformato gran parte dell'economia in strutture di comando dipendenti, alimentate dalla macchina dei sussidi. Ciò ha distorto il dibattito pubblico, privandolo della sua carica critica e rendendolo inefficace.


Voce dalle ombre

Ora un altro peso massimo si fa sentire: l'ex-amministratore delagato di VW, Matthias Müller. Non più in carica, ma ancora una voce autorevole ai vertici dell'industria tedesca, Müller trova parole chiare, quasi disperate, alla luce dell'imminente collasso industriale. Avverte di una “strage di posti di lavoro” nell'industria automobilistica.

Proprio così. Müller vede a rischio non solo le case automobilistiche, ma l'intera catena del valore. Accusa gli “eurocrati” di aver vietato i motori a combustione interna e di aver bloccato una transizione graduale verso la mobilità elettrica.

La realtà gli dà ragione: alla Bosch e alla ZF Friedrichshafen, decine di migliaia di posti di lavoro stanno già scomparendo. Müller condanna una linea di politica dettata dall'ideologia che spinge i prezzi dell'energia a livelli assurdi e soffoca l'industria con una follia burocratica. Parla di un “decennio perduto” e non ha torto.

Ma è proprio qui che il dibattito si spegne: osservazioni, avvertimenti, appelli, voci solitarie in un deserto. Un vero confronto sulla reale situazione dell'economia tedesca? Da nessuna parte.

Nel frattempo, come un monumento all'illusione, si erge la previsione di crescita del Ministro dell'economia, Katharina Reiche (CDU). Il suo ministero prevede una crescita dello 0,2% quest'anno e dell'1,3% entro il prossimo.

Visti i licenziamenti di massa, il crollo della domanda e la contrazione della produzione, chi ha il coraggio di mandare il proprio ministro in giro con cifre così fantasiose?


Unità della propaganda attivate

Quando le critiche alla politica economica di Berlino, o Bruxelles, minacciano di prendere piede, istituti come il DIW sono pronti a neutralizzarle. Il suo presidente, Marcel Fratzscher, noto per le sue bizzarre idee mediatiche come il servizio lavorativo obbligatorio per i pensionati, fornisce regolarmente copertura ideologica.

Al DIW gli economisti seri sono una rarità. Quando le critiche toccano l'artificiosa “ecoeconomia”, entra in scena Claudia Kemfert, l'“economista del clima” al DIW e strenua sostenitrice del capitalismo verde di Stato. In un articolo per Focus ha minimizzato la crisi industriale tedesca, descrivendola come una transizione verso un futuro industriale verde che genera già il 9% del PIL.

La sua visione del Greentech – industrie alimentate da sussidi che vivono a spese dei contribuenti, dei programmi statali e dei finanziamenti a basso costo della BCE – crea l'illusione di un nuovo modello economico che sostituisce senza intoppi le vecchie strutture.

Pompe di calore sovvenzionate, programmi di riciclaggio, tecnologie di accumulo fragili per una rete elettrica instabile: questo, ci viene detto, sostituirà l'industria automobilistica, meccanica ed elettrica.

Una visione del mondo straordinaria, che ignora i mercati mondiali, la domanda reale, i costi energetici e il fallimento della pianificazione centralizzata.

Ciò che Kemfert e Fratzscher propinano è pura economia voodoo: uno sfondo pseudoscientifico per salvaguardare le politiche ecosocialiste.


Collasso dei comuni

Le conseguenze della pianificazione economica centralizzata – catene di approvvigionamento interrotte, recessione permanente, disoccupazione in aumento – non vengono mai affrontate, ma la realtà ha colpito le fondamenta dello Stato: i tesorieri locali. Il collasso sta ora distruggendo le finanze comunali: le entrate derivanti dalle imposte sulle imprese stanno colando a picco.

In una lettera indirizzata al Cancelliere tredici sindaci dei principali capoluoghi tedeschi hanno richiesto aiuti di emergenza per evitare il collasso fiscale.

Resta da vedere se nuovi debiti provenienti da fondi speciali verranno utilizzati ancora una volta per mascherare i sintomi, oppure se finalmente si romperà il muro di silenzio e verrà individuata la radice della crisi: il Green Deal.

Una trasformazione verde, avvolta in belle parole e retorica ambientalista, che sta minando le fondamenta economiche di questo Paese.

La propaganda ecologista e i placebo dei sussidi non basteranno a placare la crescente schiera di disoccupati.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 10 aprile 2026

La crisi dello Stretto di Hormuz: un punto di vista alternativo

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Anas Alhajji

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-dello-stretto-di-hormuz)

Durante la Guerra dei dodici giorni, nel giugno 2025, una serie di articoli pubblicati dai principali media occidentali si concentravano sulla possibilità che Teheran chiudesse lo Stretto di Hormuz, con le conseguenti gravi ripercussioni sui mercati mondiali del petrolio e del gas, sui prezzi dell'energia e sull'economia in generale. Raramente questi articoli citavano dichiarazioni dirette di funzionari iraniani che minacciassero una simile mossa durante quello specifico conflitto. Piuttosto riprendevano ripetutamente argomentazioni e scenari simili, suggerendo che potessero far parte di una strategia coordinata di comunicazione o di pubbliche relazioni per evidenziare i rischi e influenzare la percezione pubblica.

La tempistica di questa copertura mediatica è particolarmente significativa. Coincideva con il periodo in cui gli acquirenti dell'Asia orientale erano attivamente alla ricerca di partner per accordi di fornitura di GNL a lungo termine. Molte di queste aziende avevano inizialmente previsto di stipulare contratti con esportatori di GNL statunitensi, ma le incertezze derivanti dalle politiche commerciali del presidente Donald Trump, tra cui le guerre commerciali, le ripetute imposizioni di dazi e gli imprevedibili cambiamenti di strategia, le hanno spinte a cambiare rotta. Di conseguenza gli importatori asiatici si sono rivolti sempre più a fornitori più stabili e affidabili nella regione, come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, per garantire il proprio fabbisogno energetico.

L'ondata di notizie mediatiche che enfatizzavano il rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran durante la Guerra dei dodici giorni aveva uno scopo strategico ben preciso: sottolineare agli acquirenti asiatici di GNL la vulnerabilità dei contratti a lungo termine con fornitori del Golfo come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Amplificando scenari in cui Teheran avrebbe potuto interrompere a piacimento il traffico marittimo attraverso lo Stretto, bloccando ingenti quantitativi di GNL destinati all'Asia, la copertura mediatica mirava a presentare la dipendenza da queste rotte come una forma di presa di ostaggi geopolitica. Questo messaggio promuoveva implicitamente la narrazione secondo cui il GNL statunitense offriva un'alternativa più sicura e affidabile, esente da tali rischi legati ai punti di strozzatura. In gioco c'erano contratti del valore di centinaia di miliardi di dollari per i prossimi decenni, mentre gli importatori asiatici valutavano i propri impegni in un contesto di crescenti tensioni regionali.

Il GNL è diventato un elemento centrale della politica estera statunitense e un pilastro fondamentale della strategia di sicurezza nazionale. Qualsiasi concorrenza significativa alle esportazioni americane di GNL, proveniente dalla Russia, dal Medio Oriente o da altre regioni, viene sempre più percepita come una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti. Questa prospettiva ha portato a una serie di misure aggressive volte a proteggere ed espandere la quota di mercato statunitense nei principali mercati, in particolare in Europa. Tra gli esempi più significativi si annoverano:

• La forte e costante opposizione al Nord Stream 2, il gasdotto sottomarino Russia-Germania, che gli Stati Uniti consideravano un fattore di crescente dipendenza europea dal gas russo. Tale opposizione ha comportato sanzioni nei confronti delle aziende coinvolte nella sua costruzione, contribuendo di fatto al blocco del progetto.

• Il sostegno alla Germania per la costruzione di numerosi terminali di rigassificazione di GNL per la ricezione e la distribuzione di GNL americano, accelerando così la transizione dell'Europa verso fonti energetiche meno dipendenti dalla Russia.

• L'imposizione di sanzioni e restrizioni sui nuovi progetti russi di GNL, inclusi divieti su impianti, navi e transazioni correlate, con l'obiettivo di limitare la capacità di Mosca di espandere la propria capacità di esportazione di gas.

• Il sabotaggio del Nord Stream 1 – la cui attribuzione non è mai stata definitivamente accertata, ma che ha comunque eliminato un'importante rotta del gasdotto russo – ha ulteriormente rafforzato questa dinamica, sebbene le origini dell'incidente rimangano avvolte nel mistero e nel dibattito ormai a distanza di anni.

• La cessazione delle esportazioni di gas naturale russo verso l'Europa attraverso il gasdotto di transito in Ucraina alla fine del 2025, a seguito della scadenza dell'accordo di transito quinquennale.

Queste azioni, nel loro insieme, illustrano come gli Stati Uniti abbiano sfruttato la politica energetica per contrastare i fornitori rivali, garantire l'accesso al mercato per il proprio GNL e allineare i flussi energetici a obiettivi geopolitici più ampi.


Hormuz, assicurazioni e media

Questa introduzione era necessaria per comprendere cosa accadde nello Stretto di Hormuz dopo l'inizio dell'attacco all'Iran. Improvvisamente sono iniziate a fioccare email e messaggi per petroliere e navi cisterna per gas liquefatto, le quali affermavano di provenire dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane e che lo Stretto di Hormuz era chiuso. Nel giro di poche ore non c'erano più petroliere o navi cisterna per gas liquefatti nello Stretto, e questa situazione è rimasta invariata per diverse ore.

Non vi sono prove credibili che le navi menzionate dai media occidentali, a seguito di messaggi di allarme, siano state deliberatamente prese di mira dalle forze iraniane o da gruppi alleati. Alcune delle navi erano presumibilmente vuote, mentre altre a pieno carico. In almeno due casi i danni sono stati causati da detriti di missili, o proiettili intercettati, caduti sulle navi dopo che la difesa aerea aveva ingaggiato minacce nelle vicinanze piuttosto che da colpi diretti. Una di queste navi era una piccola petroliera utilizzata abitualmente per il contrabbando di prodotti petroliferi tra Iran, India e altre destinazioni. Rispetto agli standard delle petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, trasportava solo una quantità molto limitata di greggio, in genere ben al di sotto della portata di una grande petroliera. Se si è verificata una qualsiasi azione intenzionale contro quella nave, è probabile che derivasse da dispute interne alle reti di contrabbando iraniane, forse legate ad attriti tra operatori indipendenti e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), il quale supervisiona e trae profitto da gran parte di questo commercio illecito attraverso varie bande e intermediari transfrontalieri.

La questione centrale è perché i media occidentali abbiano amplificato la copertura mediatica riguardo la prima piccola imbarcazione usata per il contrabbando, presentandola come una grave escalation per aver attaccato una “petroliera”, minimizzando o omettendo al contempo il suo ruolo nelle operazioni della flotta ombra e le sue modeste dimensioni/capacità di carico. Allo stesso modo i resoconti ufficiali hanno spesso descritto diversi incidenti come “attacchi” diretti alle navi, anche quando le prove indicano effetti collaterali di minacce intercettate, senza colpi confermati allo scafo in alcuni casi. Questo schema di esagerazione, volto a spaventare le compagnie assicurative, gli armatori e i noleggiatori spingendoli ad aumentare i premi per i rischi di guerra e a scoraggiare il transito, serve a chiari obiettivi politici ed economici. Gonfiando la percezione della minaccia al traffico marittimo commerciale nello Stretto di Hormuz nel contesto del conflitto in corso tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, si contribuisce a:

• Un'impennata dei premi assicurativi contro i rischi di guerra;

• Una riduzione del traffico attraverso lo Stretto, con conseguente contrazione dell'offerta globale di petrolio e prezzi più elevati;

• La giustificazione di una maggiore presenza militare, scorte o attacchi da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione.

In breve, sì, sembra trattarsi di un'esagerazione deliberata e coordinata, in linea con i più ampi sforzi per esercitare pressione economica sull'Iran, amplificare la narrativa dell'aggressione iraniana e sostenere un'elevata volatilità del mercato energetico durante il conflitto.

I media occidentali hanno rapidamente amplificato le affermazioni secondo cui le Guardie Rivoluzionarie avrebbero di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz in seguito a messaggi di avvertimento anonimi trasmessi alle navi nella zona, spesso tramite radio VHF, che dichiaravano che a nessuna nave sarebbe stato consentito il passaggio. I titoli dei giornali hanno presentato la notizia come una chiusura unilaterale dello Stretto da parte dell'Iran, sottintendendo un blocco imposto senza l'impiego di forze militari visibili e alimentando i timori di un'interruzione totale di circa un quinto dei flussi globali di petrolio e GNL, nonostante la maggior parte delle vie navigabili si trovi in ​​Oman e non in Iran.

Successivamente alcune fonti hanno inoltre affermato che le Guardie Rivoluzionarie consentivano selettivamente il transito solo a navi battenti bandiera cinese o gestite da compagnie cinesi, bloccando le altre e descrivendo la situazione come un favoritismo discriminatorio nei confronti di Pechino nel contesto del più ampio conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. In realtà nessuna dichiarazione ufficiale del governo iraniano, o delle Guardie Rivoluzionarie, ha mai confermato esplicitamente la chiusura totale dello stretto o una linea di politica che consentisse il transito solo a navi cinesi. L'origine dei messaggi di avvertimento rimane sconosciuta e non verificata. Circolavano due teorie principali sulla loro origine:

• Azioni isolate o di basso livello da parte di elementi associati al cosiddetto “Esercito Elettronico Iraniano” (una rete informale di attivisti informatici filo-regime, spesso giovani sostenitori) che agivano in modo indipendente senza autorizzazione di alto livello e sottovalutando la grave reazione internazionale e le ripercussioni economiche che tali segnali avrebbero potuto scatenare.

• Orchestrata da potenze straniere con l'obiettivo di alimentare il panico sui mercati, interrompere il traffico marittimo e amplificare la percezione di un'aggressione iraniana per ottenere vantaggi politici o economici.

La vera causa del blocco quasi totale del traffico di petroliere attraverso lo Stretto non è stata un'intercettazione o un'azione coercitiva diretta da parte dell'Iran, bensì la rapida risposta delle compagnie di assicurazione marittime europee e internazionali. A seguito dei messaggi e delle prime segnalazioni di minacce/incidenti nelle vicinanze, le principali compagnie assicurative hanno invocato le clausole di rischio di guerra per annullare o aumentare drasticamente i premi. Molte polizze sono state annullate del tutto per la zona del Golfo. Senza una valida copertura assicurativa contro i rischi di guerra, obbligatoria nella maggior parte dei contratti di noleggio, degli accordi di finanziamento e delle normative marittime internazionali, armatori e operatori non potevano procedere legalmente o commercialmente. Centinaia di navi sono rimaste ancorate su entrambe le sponde dello Stretto, bloccando merci ed equipaggi, non perché l'Iran avesse fisicamente bloccato il passaggio, ma a causa del blocco di fatto imposto dal mercato assicurativo.

Pertanto il problema principale deriva dall'avversione al rischio commerciale e dall'impennata dei costi assicurativi, non da una comprovata chiusura navale iraniana o da favoritismi selettivi. L'enfasi dei media su un “blocco iraniano” e su un “accesso riservato alla Cina” ha esagerato segnali non confermati, trasformandoli in una narrazione di blocco totale e alimentando la volatilità dei prezzi dell'energia, delle tariffe di trasporto e delle tensioni geopolitiche.


Chi trae maggior vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?

La questione centrale è: chi trae vantaggio dalla diffusione di notizie in questo modo? E perché il Presidente Trump ha trascurato il ruolo delle compagnie assicurative nell'aumento dei prezzi del petrolio? Al momento della stesura di questo articolo il Qatar ha annunciato l'interruzione della produzione di GNL a seguito degli attacchi iraniani contro i suoi impianti. Ciò ha interrotto le esportazioni di petrolio e GNL dalla regione del Golfo.

Chi trae vantaggio da questa interruzione delle esportazioni di petrolio e GNL dal Golfo? Principalmente il Presidente Trump e Vladimir Putin. Gli Stati Uniti, in quanto principali produttori mondiali di GNL, sono in grado di colmare il vuoto di approvvigionamento lasciato dal Qatar, incrementando le esportazioni e i ricavi energetici americani.

Anche la Russia beneficia dell'aumento dei prezzi globali dell'energia e della ridotta concorrenza nei mercati del gas, soprattutto in Europa.

Chi ci rimette? L'Europa si trova ad affrontare immediate carenze energetiche e prezzi del gas alle stelle, poiché ha fatto affidamento, almeno in parte, sul GNL del Qatar come alternativa affidabile alle forniture russe. Anche la Cina, altro importante importatore, soffrirà a lungo termine per l'aumento dei costi e le limitazioni di approvvigionamento.

La dura realtà è che gli stessi stati del Golfo – insieme all'Iraq – subiranno gravi conseguenze negative sia a breve che a lungo termine, dai danni alle infrastrutture e alla perdita di entrate dalle esportazioni fino a una più ampia instabilità regionale.

Questo va ben oltre i singoli eventi nel Golfo. Perché Trump ha spinto per una maggiore influenza statunitense sulla navigazione nel Mar Rosso? Perché perseguire il controllo del Canale di Panama e della Groenlandia? E perché intervenire in modo decisivo in Venezuela? La verità è che gli sviluppi nel Golfo non possono essere considerati separatamente da queste più ampie mosse strategiche. Sono interconnessi come parte di uno sforzo più ampio per assicurarsi punti strategici chiave a livello mondiale, rotte energetiche e risorse, dando priorità al dominio statunitense nei mercati energetici, nel commercio e nella geopolitica in un contesto di conflitti che rimodellano le catene di approvvigionamento globali.


L'Iran è l'obiettivo della guerra, o è un pretesto per raggiungere importanti obiettivi mondiali?

Ripensiamo alla Guerra dei dodici giorni dell'anno scorso, quando Israele lanciò attacchi contro l'Iran, seguiti dall'intervento degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump. Le dichiarazioni ufficiali di allora affermavano che le capacità nucleari iraniane erano state distrutte. Evidenziai due punti chiave: non era nell'interesse di Israele, degli Stati Uniti o del regime iraniano ammettere che il programma nucleare fosse stato eliminato. Anche se l'intero progetto fosse stato spazzato via, tutte e tre le parti avrebbero insistito sulla sua esistenza.

Questo coincide perfettamente con quanto scrissi 19 anni fa nel mio articolo intitolato: “Il programma nucleare iraniano: la crisi che non finisce mai”.

Otto mesi dopo vediamo gli Stati Uniti e Israele colpire nuovamente l'Iran, questa volta con il pretesto che i precedenti attacchi non erano riusciti a eliminare il programma nucleare. Ciò che colpisce è la rapidità con cui si è tornati all'azione militare.

Il secondo punto riguarda la prospettiva cinese: gli attacchi israeliani del giugno 2025 non destarono grandi preoccupazioni a Pechino. I successivi attacchi statunitensi, invece, uniti alle ripetute notizie diffuse da media occidentali secondo cui Teheran si stava preparando a chiudere lo Stretto di Hormuz, hanno convinto la Cina che lo Stretto avrebbe potuto essere chiuso un giorno, e non dall'Iran, ma dagli Stati Uniti, e la Cina si è preparata di conseguenza. È esattamente ciò a cui stiamo assistendo oggi.

La risposta della Cina è stata silenziosa ma significativa. Il Paese ha continuato ad accumulare ingenti scorte di petrolio, gas, carbone e praticamente ogni altra materia prima immagazzinabile. Questi preparativi erano chiaramente finalizzati a proteggersi dai rischi di guerra, sanzioni, o una grave interruzione delle forniture, in particolare quella innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Parallelamente un vecchio progetto di gasdotto tra Russia e Cina è stato silenziosamente riattivato. L'obiettivo era quello di garantire un approvvigionamento terrestre affidabile di gas naturale russo. Questa mossa sarebbe servita come piano di riserva nel caso in cui le spedizioni di gas naturale liquefatto dal Qatar fossero state interrotte a causa di una chiusura o di una grave restrizione dello Stretto di Hormuz. Tali osservazioni erano state elaborate già otto mesi fa.

Il vero obiettivo dell'amministrazione Trump nell'attuale confronto contro l'Iran rimane oscuro. Gli obiettivi dichiarati pubblicamente sono cambiati ripetutamente: dal prevenire l'acquisizione di un'arma nucleare da parte dell'Iran, alla distruzione delle sue capacità militari offensive e al blocco dello sviluppo di missili balistici a lungo raggio, all'indebolimento del regime a sufficienza da permettere ai manifestanti interni di rovesciarlo, fino al vero e proprio cambio di regime attraverso la forza militare. Tutti questi scenari sono stati analizzati a fondo dagli specialisti e hanno esaminato nel dettaglio le implicazioni strategiche ed economiche, comprese le potenziali conseguenze per i mercati mondiali del petrolio e del gas. Un punto chiave è la possibilità che l'Iran tentasse di chiudere lo Stretto di Hormuz. Molti esperti hanno concluso che l'Iran avrebbe potuto chiudere completamente lo Stretto ma solo per un periodo molto breve. Praticamente tutti gli analisti concordano sul fatto che l'Iran, insieme ai suoi alleati e alleati regionali, avrebbe potuto creare significative tensioni alla navigazione nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz senza una sua chiusura completa.

Gli analisti occidentali hanno trascurato un fattore chiave nell'attuale situazione di crisi: la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz, non per mano dell'Iran, bensì per azioni legate agli Stati Uniti. L'Iran non ha chiuso lo stretto, né ha tentato di farlo, e una tale mossa sarebbe contraria ai suoi stessi interessi. Il drastico calo del traffico marittimo attraverso lo Stretto è dovuto principalmente alla cancellazione delle coperture contro i rischi di guerra da parte delle compagnie assicurative, o all'imposizione di premi proibitivi. Armatori e noleggiatori, di fronte a queste condizioni, hanno in gran parte interrotto i transiti piuttosto che rischiare viaggi non assicurati, sia che ciò rifletta un coordinamento diretto con l'amministrazione Trump, sia che si tratti semplicemente di una reazione del mercato all'aumento delle tensioni.

Due punti cruciali emergono con chiarezza:

  1. La causa scatenante di queste cancellazioni assicurative e dei conseguenti aumenti dei premi non è stata un evento nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico, bensì un incidente distinto: l'attacco con siluri da parte di un sottomarino statunitense contro la fregata iraniana IRIS Dena nell'Oceano Indiano, al largo della costa meridionale dello Sri Lanka. L'attacco, avvenuto mentre la nave rientrava da esercitazioni navali, ha causato la morte di decine di marinai iraniani e ha aumentato la percezione del rischio globale per le operazioni marittime. In altre parole, ha ampliato l'area ad alto rischio, superando la capacità di copertura delle compagnie assicurative.

  2. È significativo che il Presidente Trump, noto per le sue critiche pubbliche a chiunque o qualsiasi cosa contribuisca all'aumento dei prezzi del petrolio, inclusi leader e aziende straniere, sia rimasto in silenzio sulle azioni delle compagnie assicurative. Per la prima volta non si è opposto all'impennata dei prezzi del petrolio, né ha condannato il ritiro delle assicurazioni. Questa insolita moderazione solleva interrogativi sulle motivazioni sottostanti o sugli allineamenti nell'approccio dell'amministrazione alla crisi.


L'Iran è il bersaglio? Chi trae maggior vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?

Se si parte dal presupposto che l'Iran sia l'obiettivo di questa guerra e che abbia chiuso lo Stretto di Hormuz, allora i maggiori beneficiari sono chiaramente gli Stati Uniti e la Russia. Trump trarrà un vantaggio significativo da questa chiusura, poiché essa favorisce diversi dei suoi obiettivi chiave, che illustrerò di seguito. In alternativa, se si considera la situazione nell'ottica di una più ampia strategia statunitense per il dominio mondiale, in cui l'Iran funge semplicemente da pretesto per attuare un piano più ampio, il risultato rimane simile: si realizzano le ambizioni delineate nella Strategia di Sicurezza Nazionale annunciata a novembre 2025.

I tratti distintivi della politica del Presidente Trump sono evidenti nelle sue dichiarazioni pubbliche e nel documento della Strategia di Sicurezza Nazionale: ha perseguito un'azione aggressiva per rimodellare la mappa globale dell'influenza economica e politica degli Stati Uniti, utilizzando obiettivi ambiziosi e strumenti non convenzionali.

Un obiettivo principale è stato il trasferimento di industrie vitali. Trump ha dato priorità al ritorno negli Stati Uniti della produzione di chip e semiconduttori, anziché affidarsi alla produzione in Asia. Questi settori sono considerati strategicamente cruciali per l'economia futura. Circa il 35% delle esportazioni globali di elio transita attraverso lo Stretto di Hormuz, principalmente verso l'Asia. L'elio è essenziale per la produzione di semiconduttori. In altre parole, l'industria asiatica dei semiconduttori dipende fortemente dalle importazioni di elio dal Qatar. Non vedremo un impatto immediato, ma lo vedremo in seguito.

Ha anche lavorato per spingere i Paesi asiatici, in particolare i principali importatori, a firmare contratti a lungo termine per il GNL americano e ad aumentare i loro acquisti di petrolio statunitense. L'obiettivo è posizionare gli Stati Uniti come centro energetico dominante a livello mondiale e ridurre la dipendenza dell'Asia dalle forniture energetiche provenienti dalla regione del Golfo.

La chiusura dello Stretto di Hormuz aumenta drasticamente i rischi e i costi percepiti derivanti dalla dipendenza dal petrolio e dal GNL del Golfo. Questo cambiamento rende le esportazioni americane di petrolio e gas molto più competitive sul mercato mondiale.

I fertilizzanti rappresentano un'altra vulnerabilità chiave. I Paesi del Golfo sono importanti esportatori di fertilizzanti e circa un terzo delle esportazioni globali di fertilizzanti transita attraverso lo Stretto di Hormuz, destinato principalmente ai mercati asiatici, soprattutto all'India.

Il problema va ben oltre le semplici esportazioni di energia. Un blocco delle spedizioni di GNL e di altri gas interrompe persino la produzione interna di fertilizzanti in molti Paesi asiatici. Le industrie locali di queste nazioni dipendono fortemente da queste materie prime per la produzione di fertilizzanti, quindi qualsiasi interruzione prolungata compromette la loro capacità di produrli su larga scala. Questo si collega direttamente a uno dei motivi per cui Trump ha imposto dazi elevati su alcuni Paesi asiatici: le loro restrizioni sulle importazioni di prodotti agricoli americani. Con la carenza di fertilizzanti che porta a una riduzione della produzione agricola in quei mercati, la domanda di importazioni di prodotti agricoli aumenta vertiginosamente. Ciò crea un'opportunità per i prodotti agricoli statunitensi di inondare il mercato e colmare le lacune risultanti, a vantaggio degli agricoltori e degli esportatori americani.


Dominio attraverso l'intelligenza artificiale e l'energia

La Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata a novembre 2025 inquadra esplicitamente il dominio globale come dipendente dalla leadership nell'intelligenza artificiale e da forniture energetiche sicure e abbondanti. La superiorità nell'intelligenza artificiale non può essere mantenuta senza energia a basso costo e in abbondanza per alimentare i data center, la produzione e l'innovazione. Uno degli obiettivi principali di Trump è stato quindi quello di mantenere bassi i prezzi dell'energia per le aziende americane, rendendoli al contempo elevati per i concorrenti. L'effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz ha determinato proprio questo risultato: un forte e prolungato aumento dei prezzi globali di petrolio, gas naturale e GNL. Ciò svantaggia gli importatori concorrenti di energia, rafforzando al contempo la posizione relativa dei produttori statunitensi. Di fatto, i soli differenziali di prezzo del petrolio lo dimostrano: i prezzi in Asia per alcuni tipi di greggio sono superiori a quelli del WTI.

Per esercitare il controllo sui flussi energetici e aumentare i costi per i concorrenti, è essenziale il dominio sui principali punti strategici marittimi. Tra questi figurano il Canale di Panama, il Mar Rosso (e i suoi ingressi come Bab el-Mandeb e il Canale di Suez) e lo stesso Stretto di Hormuz.

L'unica rotta alternativa di rilievo, il Passaggio nel Mare del Nord vicino all'Artico, rimane vulnerabile senza influenza sulla Groenlandia, priorità strategica nei recenti dibattiti. In questo contesto più ampio, gli sviluppi in Venezuela e i cambiamenti auspicati in Iran sono elementi interconnessi della stessa strategia, non eventi isolati.

In sintesi, l'attacco all'Iran e la conseguente interruzione dello Stretto di Hormuz hanno portato enormi vantaggi strategici agli Stati Uniti. Quanto accaduto rappresenta una svolta storica, destinata a rimodellare gli equilibri economici e geopolitici globali per decenni, indipendentemente dal fatto che il regime iraniano sopravviva nella sua forma attuale.

Paradossalmente la continua esistenza del regime potrebbe persino servire agli interessi degli Stati Uniti, giustificando la presenza militare americana permanente vicino allo Stretto a garanzia di un'influenza continua su questo punto strategico.

Per quanto riguarda il petrolio venezuelano, l'accumulo di scorte nei porti statunitensi sembra finalizzato a compensare la perdita di importazioni irachene causata dall'interruzione del servizio di Hormuz (la qualità del greggio è simile dal punto di vista della raffinazione). Ciò suggerisce che la chiusura fosse stata prevista con largo anticipo, o attivamente integrata nella pianificazione.

Infine la proposta di Trump di fornire un'assicurazione per le navi che transitano nello Stretto, unitamente alla scorta della Marina statunitense, equivale a un controllo indiretto americano sulla via navigabile. Questo aumenta permanentemente i costi di assicurazione e trasporto per i Paesi importatori di energia dagli stati del Golfo, incrementando di conseguenza i costi per i concorrenti.

In sostanza, Trump ha di fatto promosso gli obiettivi di lunga data dell'establishment della politica estera statunitense capitalizzando sull'escalation dei conflitti regionali e delle tensioni internazionali. Ha sfruttato l'Iran come giustificazione per attuare nuove strategie aggressive in tutto il Medio Oriente. Questi approcci sembrano destinati a persistere indipendentemente dal fatto che l'attuale regime iraniano sopravviva o meno nella sua forma attuale. Con le capacità militari dell'Iran gravemente compromesse, il suo programma nucleare rallentato e la sua influenza regionale ridotta a causa delle operazioni in corso, gli Stati Uniti occupano ora una posizione di dominio significativamente maggiore nei mercati energetici globali e nei settori tecnologici e militari avanzati. Questa posizione rafforzata consente un maggiore controllo sulle risorse strategiche e una maggiore deterrenza nei confronti dei rivali, in linea con i principali interessi statunitensi di mantenimento dell'egemonia nella regione e oltre.

Sebbene si preveda che l'attuale contesto geopolitico e politico spinga l'economia globale verso la stagflazione, con inflazione elevata, crescita stagnante e crescenti rischi di recessione negli Stati Uniti, la differenza fondamentale risiede nelle tempistiche.

I costi immediati e le difficoltà economiche si concentrano nel breve termine; al contrario i benefici, tra cui il rafforzamento del posizionamento strategico degli Stati Uniti nei mercati energetici globali, la minore dipendenza da fornitori avversari, l'accelerazione degli investimenti interni in tecnologia e produzione, e la resilienza a lungo termine delle catene di approvvigionamento, sono in gran parte di natura a lungo termine e si manifesteranno nel corso di anni o decenni, man mano che questi cambiamenti strutturali si consolideranno. Questa discrepanza tra difficoltà a breve termine e benefici differiti è una caratteristica classica dei grandi riallineamenti economici guidati da politiche o shock esterni. Tuttavia tale discrepanza sta creando confusione sia tra gli esperti che tra i non addetti ai lavori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 9 aprile 2026

I Repubblicani alla Camera confermano ufficialmente che l’“Operazione Chokepoint 2.0” ha preso di mira le aziende legate a Bitcoin e alle crittovalute

L'articolo di oggi è decisamente importante perché ci dà conferma che le intenzioni delle amministrazioni Democratiche, così come le incrostazioni nello Stato profondo americano, avevano intenzione di arginare a tutti i costi l'ascesa di Bitcoin. La mia intuizione riguardo la sua origine, ovvero di matrice squisitamente americana, ha ancor più senso se si inquadra il contenuto del Genesis Block (tema economico + quotidiano inglese) e l'attuale guerra civile tra inglesi e americani. Potremmo dire che qualcosa si stava muovendo già da allora affinché si avesse a disposizione uno strumento utile contro un nemico invisibile, opaco e sfumato. E come si fa a rendere visibile, netto e definito un tale nemico? Lo si costringe a venire allo scoperto. A volte bisogna lasciar fare una mossa all'avversario affinché si possa contrattaccare con più efficacia... e probabilmente la “sconfitta” di Trump nelle elezioni del 2020 è stato proprio uno di questi casi. Infatti l'amministrazione Biden, attraverso le sue linee di politica, ha evidenziato tutti quei settori e punti di snodo di cui i NY Boys avrebbero dovuto occuparsi per iniziare il percorso di bonifica e repulisti americano. Bitcoin è uno di questi. La famosa “Operazione Chokepoint 2.0” non è stata altro che un tentativo di sopprimere una di quelle armi capaci di essere impiegate per rimuovere i “caselli” nella proverbiale autostrada dei flussi monetari e di investimento governati dalla City di Londra. Il nome stesso di suddetta operazione lasciava intendere l'intento di base, così come tutta la regolamentazione bancaria arrivata sulla scia del Dodd-Frank Act e successivamente Basilea III. L'obiettivo finale della compagine Democratica e dei loro mandanti oltreoceano a Londra e Bruxelles era quello di approvare una CBDC sul territorio americano e con essa avere l'arma per eccellenza con cui operare un haircut del debito pubblico. Ciò avrebbe annientato uno dei super poteri degli USA, ovvero quello di non essere mai andati in default per il proprio debito, e avrebbe rappresentato la vera fine del dollaro e della proiezione di potere militare all'estero degli Stati Uniti. L'euro digitale, lanciato in tempi più brevi rispetto a quelli dilatati di adesso, avrebbe raccolto i capitali in uscita dal Paese i quali avrebbero fornito il propellente strutturale per ristrutturare i debiti insostenibili di UE e Regno Unito. Il ritardo, adesso, di cui soffre l'implementazione dell'euro digitale è figlio proprio di questo piano che è stato mandato all'aria nel 2017 e forse potremmo addirittura dire il 3 gennaio 2009.

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da Bitcoin Magazine

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-repubblicani-alla-camera-confermano

I repubblicani della Commissione per i servizi finanziari alla Camera hanno pubblicato una relazione di 50 pagine che descrive dettagliatamente quello che definiscono un sistematico tentativo di debanking da parte delle autorità di regolamentazione dell'amministrazione Biden, soprannominato “Operazione Chokepoint 2.0”. 

Sebbene molti dei risultati – come le pressioni esercitate dalla FED, dalla FDIC e dall'OCC sulle banche affinché non investissero in crittovalute attraverso linee guida informali, e l'approccio della SEC “prima applicare le norme, mai emanarle” – fossero già noti, la relazione li inserisce ora a pieno titolo negli atti del Congresso.

La relazione individua almeno 30 entità che sono state di fatto “escluse dal sistema bancario” attraverso linee guida informali e pressioni di vigilanza. Queste imprese, sostiene la Commissione, sono state costrette ad abbandonare il sistema bancario statunitense senza l'adozione di provvedimenti formali.


Coercizione governativa, applicazione parziale e pressione privata, il tutto mentre si nega

Secondo la relazione la Federal Reserve, la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) e l'Office of the Comptroller of the Currency (OCC) hanno impiegato una serie di tattiche per influenzare il comportamento delle banche.

Tra queste figuravano lettere di “non obiezione”, lettere di “sospensione” e altre forme di indicazioni informali volte a dissuadere le banche dall'intrattenere rapporti con le società di crittovalute.

Nel frattempo la Securities and Exchange Commission (SEC) avrebbe adottato una politica del tipo “prima si applicano le norme, mai si creano regole”, ricorrendo a un'applicazione selettiva delle norme anziché a chiari quadri normativi per limitare le attività legate agli asset digitali.

La relazione mette in evidenza la SAB 121, una direttiva della SEC che di fatto ha impedito alle banche di offrire servizi di custodia per crittovalute.

La relazione delinea un quadro in cui le autorità di regolamentazione negavano pubblicamente qualsiasi pregiudizio nei confronti degli asset digitali, mentre in privato esercitavano pressioni sulle banche affinché interrompessero i rapporti con le società di crittovalute. La relazione afferma che, sebbene le autorità di regolamentazione abbiano costantemente negato di scoraggiare le attività legate agli asset digitali, le prove raccolte dalla Commissione mostrano un modello di pressione privata e coercizione informale.

I repubblicani della Commissione sostengono che queste azioni rappresentino una rinascita dell'Operazione Chokepoint, un controverso programma dei primi anni 2010 che utilizzava pressioni normative e reputazionali per dissuadere le banche dal servire determinati settori ad alto rischio.

La relazione afferma che le tattiche utilizzate contro le aziende di crittovalute riproponevano gli stessi metodi: indicazioni informali, aspettative di vigilanza poco chiare e avvertimenti sui rischi reputazionali.

“La mancanza di regole chiare, unita a un'applicazione aggressiva delle norme, ha creato un effetto dissuasivo sul settore degli asset digitali”, ha dichiarato un portavoce della Commissione. “Le aziende americane legittime sono state costrette a trasferirsi all'estero, o a chiudere i battenti, non per aver commesso illeciti, ma a causa di un eccesso di regolamentazione”.


Le aziende di crittovalute hanno faticato a mantenere aperti i conti bancari

La relazione include testimonianze aneddotiche di aziende che hanno avuto difficoltà a mantenere i propri conti bancari aperti nonostante avessero rispettato tutte le leggi applicabili.

Un dirigente ha descritto ripetute richieste di documentazione, improvvise chiusure di conti e vaghi avvertimenti da parte dei responsabili della conformità che citavano “incertezza” normativa.

Un altro ha raccontato di essere stato di fatto escluso dal sistema bancario statunitense dopo aver presentato una normale documentazione regolamentare.

I repubblicani in seno alla Commissione sostengono che questo contesto abbia soffocato l'innovazione e spinto le attività finanziarie a trasferirsi all'estero.

Chiedono al Congresso di invertire queste linee di politica, fornire indicazioni esplicite e garantire che le aziende di crittovalute legittime possano accedere ai servizi bancari senza timore di pressioni arbitrarie.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 8 aprile 2026

L'intelligenza artificiale non renderà sostenibile una società pianificata centralmente

Come si suol dire, non tutto è oro ciò che luccica. Ed è così. Questo a sua volta significa che il gradiente di errori e inefficienze nel settore dell'IA è presente; ciò non significa, però, che esse siano superiori ai vantaggi. È una questione di bilanciamento, soprattutto in un ambiente economico, come quello americano, dove la FED si sta muovendo per proteggere la classe media piuttosto che affossarla. Di conseguenza il monitoraggio delle attività legate a questo settore è pressoché serrato e finché sarà in una espansione sostenibile non dovrebbe rappresentare una minaccia. Almeno non a livello economico. La preoccupazione più comune riguardo all'intelligenza artificiale è il suo consumo di risorse, principalmente elettricità e acqua. I detrattori sostengono che il consumo dell'IA sia pericoloso, eccessivo e superfluo. È vero che i modelli LLM consumano quantità considerevoli di elettricità e acqua, ma il consumo effettivo è molto inferiore a quanto comunemente si creda. OpenAI ha riferito che ChatGPT elabora 2,5 miliardi di query al giorno: 750 milioni di wattora al giorno e 650.000 litri d'acqua al giorno. Considerati singolarmente, questi numeri sembrano molto più allarmanti di quanto non siano in realtà. Se visti in paragone con altre tecnologie, la situazione cambia. Il confronto in termini di consumo idrico è ancora più sconcertante. L'US Geological Survey riporta che gli Stati Uniti consumano oltre 1.200 miliardi di litri d'acqua ogni giorno. Ciò significa che ChatGPT rappresenta circa lo 0,00000043% del consumo idrico giornaliero degli Stati Uniti. Se il consumo di elettricità e acqua dell'IA è motivo di preoccupazione, abbiamo una lunga lista di problemi ben più urgenti. C'è poi la preoccupazione per le risorse scarse: dato il dubbio valore dell'IA allo stato attuale, non dovremmo considerare la possibilità di limitarne l'uso per preservare le nostre risorse naturali? Non corriamo il rischio che la Terra “esaurisca” metalli preziosi o rari a breve? Ad esempio, l'USGS stima che ci siano tra le 54.000 e le 64.000 tonnellate metriche di oro in riserve sotterranee accertate, rispetto alle circa 210.000 tonnellate di oro estratte nel corso della storia. Allo stesso modo stima che rimangano 6,3 miliardi di tonnellate di rame, di cui solo 700 milioni di tonnellate estratte finora. Le risorse finite sono sempre una preoccupazione, ma la storia ci dimostra che i mercati sono abili nel gestire i vincoli e le carenze attraverso due metodi: il razionamento legato al prezzo e l'incentivazione di beni sostitutivi. Un esempio storico mostra questo meccanismo di mercato: tra il XVI e il XVII secolo il legno era di gran lunga la principale fonte di combustibile per il riscaldamento e la cottura. L'uso della legna da ardere era così massiccio che gli alberi divennero sempre più difficili da trovare e reperire. Il prezzo della legna nel 1620 era dieci volte superiore a quello del 1540. Con la progressiva diminuzione degli alberi, gli inglesi cercavano disperatamente un'alternativa più economica. All'epoca il carbone era già noto come potenziale fonte di combustibile, ma non era ampiamente utilizzato. Quando il prezzo della legna, però, salì alle stelle, divenne un'alternativa sempre più allettante. Grazie a ulteriori investimenti e innovazioni il carbone divenne più economico, più facilmente reperibile e alla fine sostituì la legna come combustibile. Oggi l'Inghilterra è di nuovo ricoperta di alberi e foreste. Ciononostante anche se l'impatto dell'intelligenza artificiale è minimo, e il rischio di esaurimento delle risorse naturali è basso, si dice che il suo funzionamento causi comunque danni ambientali. Questa, però, è una vecchia fallacia che ancora ci portiamo dietro e che presuppone l'intoccabilità della natura. Coem se gli esseri umani non si fossero evoluti e non avessero sconfitto lo stato di natura modificando l'ambiente! E questa fallacia è anche il cuore dell'ambientalismo da quattro soldi che ha soffocato artificialmente e consapevolmente lo sviluppo industriale europeo, soprattutto in quei settori energetici che in questo frangente storico sarebbero stati salvifici per il benessere della classe media europea.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lintelligenza-artificiale-non-rendera)

Nel 1935 la casa editrice Macmillan pubblicò un libro intitolato, Planned Society, curato dall'economista e giornalista americano George Soule. L'idea centrale era che la disoccupazione di massa, la depressione economica, l'instabilità finanziaria e la privazione materiale avessero tutte una soluzione: c'era bisogno che i migliori e i più brillanti arrivassero al potere con un nuovo piano per l'intera società.

Seguirono numerosi capitoli che esplorarono l'idea. Con il piano giusto il governo può produrre e distribuire cibo; può costruire tutte le case e gli appartamenti; può esercitare la principale influenza sui mercati dei capitali e quindi stabilizzare i cicli economici; può fissare i prezzi e garantire che siano corretti; può fornire standard di vita minimi per tutti, oltre a garantire istruzione e assistenza sanitaria.

L'intento del libro non era quello di replicare l'esperienza sovietica, che a quel tempo era già stata screditata. Gli slogan sui lavoratori rivoluzionari e sull'espropriazione degli espropriatori non erano di moda. Anzi, intellettuali e industrie influenti temevano seriamente tali atteggiamenti. La società pianificata descritta in quel libro doveva rappresentare l'alternativa.

Il presupposto di fondo – condiviso da quasi tutti gli intellettuali pubblici dell'epoca – era che sia la libertà che la democrazia avessero fallito. Avevano condotto al caos e alla divisione sociale. Queste idee antiquate – basate sul lasciare che la società si evolvesse da sola – erano profondamente antiscientifiche. Dovevano essere sostituite da nuove idee provenienti dalle università dell'Ivy League.

L'appellativo di “società pianificata” servì anche a sostituire il socialismo come programma politico. Perché il socialismo doveva essere sostituito? In primo luogo era politicamente perdente a causa dei disastri che si stavano consumando nell'Unione Sovietica. In secondo luogo tutte le classi sociali negli Stati Uniti e nel Regno Unito tenevano ai propri diritti di proprietà, alla religione e alla famiglia, e non avevano alcun interesse in un piano per rinunciarvi. In terzo luogo a quel tempo nessuno aveva una soluzione al fallimento economico del socialismo.

Per comprendere quest'ultimo punto, torniamo indietro di oltre un decennio, al 1920. L'economista Ludwig von Mises scrisse un saggio intitolato, Economic Calculation in the Socialist Commonwealth. In esso proponeva un punto di vista innovativo in contrapposizione alla teoria socialista. Si era generalmente dato per scontato che il socialismo fallisse perché gli esseri umani non sono angeli e, pertanto, non ci si può aspettare che lavorino per il bene di tutti.

Mises disse qualcosa di diverso: era felice di immaginare un mondo di persone con un forte senso di comunità, altruiste e che non avessero bisogno di incentivi monetari per lavorare e fare un buon lavoro. Persone felici di produrre, condividere e impegnarsi per il benessere di tutti. Diciamo pure che tutti gli esseri umani siano degli angeli: anche in tal caso il socialismo fallirà necessariamente per una precisa ragione tecnologica.

Il socialismo immagina di eliminare la proprietà privata del capitale, ovvero dei mezzi di produzione. Parliamo di acciaio, legno, tutti gli strumenti, i camion e qualsiasi altra cosa che non sia né una risorsa naturale né un bene di consumo. Tutto ciò sarebbe di proprietà collettiva. In questo modo, secondo le tesi socialiste, si potrebbe impedire che il valore fluisca ingiustamente dai lavoratori ai proprietari. Questo risponde alla tesi centrale di Karl Marx nel suo libro, Il Capitale, e a una lamentela costante dei socialisti fin dall'antichità.

Con la proprietà collettiva dei beni capitali, il mercato per questi ultimi scomparirebbe; di conseguenza non ci sarebbe più scambio di capitali, né prezzi per essi. Senza tali prezzi, verrebbe meno anche la contabilità dei profitti e delle perdite derivanti dal capitale. Ci ritroveremmo con enormi cumuli di beni che dovrebbero essere allocati attraverso metodi diversi dalla normale contabilità; ciò significa che la responsabilità spetterebbe ai pianificatori.

Quali segnali avrebbero i pianificatori? I prezzi sarebbero stati eliminati: non avrebbero accesso ai sistemi informativi sui bisogni della società. Non saprebbero se le risorse scarse di acciaio dovrebbero essere destinate a treni, camion, ponti, edifici, riparazioni di strutture obsolete, o alla costruzione di nuove. Non saprebbero se cotone e lana dovrebbero essere utilizzati per coperte, abbigliamento, biancheria da letto, o uniformi. Non avrebbero idea dei compromessi implicati in queste decisioni e nessun mezzo per valutare se avessero preso la decisione giusta.

E poi c'è il problema del cambiamento. Nel mondo reale tutto è in continua evoluzione: gusti dei consumatori, tecnologia, esigenze stagionali, demografia e talenti. Una società socialista gestita dall'alto non disporrebbe di alcun sistema di segnalazione per adattarsi a tali cambiamenti. La società rimarrebbe bloccata e la vita economica ristagnerebbe. Questo è il miglior risultato possibile; il peggiore è il caos più totale.

“Senza calcolo economico non può esserci economia”, scrisse Mises, “pertanto in uno stato socialista in cui la ricerca del calcolo economico è impossibile, non può esserci – nel proprio senso del termine – alcuna economia”.

Cosa sostituirebbe l'economia?

“Ci sarebbero centinaia e migliaia di fabbriche in funzione. Pochissime di queste produrrebbero beni pronti all'uso; nella maggior parte dei casi ciò che verrebbe prodotto sarebbero beni semilavorati e prodotti intermedi. Tutte queste attività sarebbero interconnesse. Ogni bene attraverserebbe una serie di fasi prima di essere pronto per l'uso. Nell'incessante fatica e nelle difficoltà di questo processo l'amministrazione centrale non avrebbe alcun mezzo per verificarne la correttezza. Non sarebbe mai in grado di stabilire se un determinato bene non sia stato trattenuto per un tempo superfluo nei necessari processi produttivi, o se lavoro e materiali non siano stati sprecati per la sua realizzazione”.

Infine: “Pertanto nella comunità socialista ogni cambiamento economico diventerebbe un'impresa il cui successo non può essere valutato né preventivamente, né successivamente. Si brancolerebbe nel buio. Il socialismo è l'abolizione dell'economia razionale”.

La tesi di Mises fu devastante per gli intellettuali europei e trovò conferma nell'esperienza sovietica. Nessuno riuscì a trovare una vera risposta fino a quando, a metà degli anni '30, l'economista polacco Oskar Lange non se ne occupò. Egli sostenne che i pianificatori centrali non avrebbero avuto bisogno di mercati reali, in quanto avrebbero potuto simularli con le aste. Lo stato avrebbe potuto assumere operatori finanziari per fare offerte e richieste, ottenendo così prezzi che i pianificatori avrebbero potuto utilizzare come informazioni per alimentare i loro piani.

Tale tesi fu ulteriormente sviluppata da F. A. Hayek, il quale ampliò il concetto di Mises in una teoria generale della conoscenza nella società. Tutti i sistemi sociali necessitano di informazioni per il coordinamento e la pianificazione, ma da dove provengono queste informazioni? Secondo Hayek le uniche informazioni affidabili sono connesse al tempo, al luogo e all'esperienza umana reale. Anche in questo caso ogni decisione economica si basa su speculazioni riguardo ai bisogni umani e alle incertezze future. I dati di cui abbiamo bisogno sono necessari per localizzare e diffondere, e spesso anche per incorporare tacitamente informazioni in abitudini, costumi e tradizioni.

I pianificatori centrali, disse, saranno sempre ignoranti rispetto all'intelligenza delle società che governano.

Negli anni Cinquanta i pianificatori elaborarono un nuovo schema che sembrava confutare tutte le precedenti critiche al socialismo e offrire una nuova via per organizzare una società razionale. Sostenevano che l'avvento dell'era informatica avesse reso la pianificazione socialista pienamente possibile. “Inseriamo il sistema di equazioni in un computer elettronico e otterremo la soluzione in meno di un secondo”, scrisse Lange. “Il processo di mercato, con i suoi macchinosi meccanismi di compensazione, appare così antiquato. Anzi, può essere considerato un dispositivo di calcolo dell'era pre-elettronica”.

Naturalmente quel sistema non funzionò. Il problema della conoscenza, chiarì Hayek, non era semplicemente una questione tecnica risolvibile con una maggiore potenza di calcolo. Era un problema di apprendimento e scoperta che richiedeva libertà d'azione, di scelta e di scambio per generare informazioni utili che si adattassero al cambiamento.

Avrete capito dove si vuole arrivare: innumerevoli pensatori si sono schierati a favore di una soluzione tecnologica al problema socialista del calcolo economico razionale e dell'uso oculato delle risorse.

Jack Ma, fondatore di Alibaba, ha scritto: “Nell'era dei big data, le capacità degli esseri umani di acquisire ed elaborare dati sono superiori a quanto si possa immaginare. Con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, o delle intelligenze multiple, la nostra percezione del mondo raggiungerà un nuovo livello. Pertanto i big data renderanno il mercato più intelligente e consentiranno di pianificare e prevedere le forze di mercato, permettendoci così di raggiungere finalmente un'economia pianificata”.

È la stessa arroganza che portò Vladimir Lenin a credere che risolvere il problema economico sotto il comunismo fosse facilissimo, finché non scoprì, due anni dopo essere salito al potere, che persino le torte erano sparite.

Lo stesso accadrà a chi pensa che l'intelligenza artificiale realizzerà i propri sogni. Lo sapete già: anche i dati migliori sono dati passati. Non forniscono una sfera di cristallo per il futuro. Sono inoltre profondamente soggetti a errori. Come tutti i sistemi pianificati centralmente, non offrono alcun meccanismo di adattamento alla realtà, nemmeno quando quest'ultima richiede a gran voce un cambiamento.

Non è incredibile? Per qualche ragione gli intellettuali sono sempre restii ad ammettere di non essere in grado di pianificare la società sotto alcuna bandiera ideologica, e che solo la libertà è capace di generare i migliori risultati sociali ed economici possibili. Le vecchie soluzioni dei diritti individuali e della libertà – i principi cardine dei Padri Fondatori americani – non solo hanno resistito alla prova del tempo, ma offrono ancora il modello migliore per il futuro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 7 aprile 2026

L'Italia riduce le tasse sui carburanti mentre la crisi iraniana fa aumentare il prezzo del petrolio; la Germania rifiuta gli sgravi nonostante i guadagni inattesi

In questo cappello mi scosterò un po' dal tema principale trattato dall'articolo tradotto di oggi e mi concentrerò su un fenomeno che si sta diffondendo in sordina, o per meglio dire viene fatto restare volutamente in sordina dalla stampa generalista e da quella alternativa: la bolla del private credit. La minaccia odierna non è rappresentata da un improvviso fallimento bancario, bensì da strutture opache e illiquide, da un'enorme ondata di rifinanziamenti e dalla lenta rivalutazione del rischio dopo dieci anni di denaro a basso costo. Il private credit, il private equity e i portafogli a leva sono le questioni più importanti. Negli ultimi 10 anni è cresciuto da una strategia di nicchia a una componente multimiliardaria della finanza globale e le sue attività superano ormai i $2.000 miliardi. Ogni anno assistiamo a un aumento dei prestiti concessi a società in difficoltà nel pagamento degli interessi, soprattutto nei settori ciclici e del software, con gli investitori alla ricerca di rendimenti reali. Gli investitori che hanno subito la repressione finanziaria hanno constatato che il debito sovrano non offriva alcun rendimento economico reale e sono stati costretti ad assumersi maggiori rischi per ottenere rendimenti reali modesti. Le autorità di regolamentazione europee e britanniche affermano che i fondi di private credit non utilizzano molta leva finanziaria, ma il rischio per il sistema deriva dal fatto che questi fondi sono interconnessi e difficili da tracciare. L'esposizione delle banche a questo settore e agli hedge fund raggiunge diverse migliaia di miliardi di dollari, tuttavia il rischio più probabile per le banche non è una reazione a catena come nel 2008, bensì la necessità di limitare l'accesso al credito e di adottare misure preventive e svalutazioni. Il debito privato e il private equity stanno causando una crisi attraverso una lenta stretta creditizia anziché di un unico grande disastro come nel 2008. Dobbiamo però ricordarci che le banche americane hanno aumentato il capitale di base a ritmi significativi negli ultimi anni, quindi la situazione in termini di solvibilità e bilancio è ben lontana dalle difficoltà del 2008. Infatti con la dismissione della SLR e le regole di Basilea III, esse sono più capaci di gestire stress di bilancio in caso di crisi. Soprattutto quando i titoli del Tesoro americani sono tornati a essere collaterale affidabile e non più necessitanti un supporto a loro volta. Questo a sua volta significa che la loro domanda aumenterà, soprattutto da parte dei player esteri i quali saranno investiti da questa tempesta con molta più veemenza rispetto alle controparti americane. In questo modo vengono ridimensionati presunti giganti del mondo finanziario come BlackRock e Vanguard i quali hanno potenziato i canali ombra della finanza mondiale, banche come JP Morgan e Goldman Sachs raccolgono i deflussi e consolidano la loro posizione, la classe media americana viene liberata da una grossa fetta di finanziarizzazione che ne ha bloccato la crescita, e il debito americano continua a essere un asset di scelta in caso di copertura delle proprie posizioni. I guai, quindi, sono tutti di Londra e Bruxelles principalmente, che hanno adottato questo modello di business per gonfiare artificialmente le loro posizioni di predominanza sui mercati e svuotando l'economia americana come garanzia per la continuità di questa pratica malevola. E a ciò bisogna anche aggiungere che il SOFR e il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro mettono ulteriormente a riparo i player americani nei confronti di un contagio sistemico proveniente dalle loro controparti oltreoceano molto più deboli.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/litalia-riduce-le-tasse-sui-carburanti)

Un'economia di mercato solida dispiega la sua massima capacità di assorbimento proprio durante gli shock esterni. In quei casi i policymaker dovrebbero rimanere inerti, poiché le nubi della tempesta di solito si diradano da sole, in linea con il principio che i prezzi elevati sono la cura per i prezzi elevati. Questo, ovviamente, si applica ai mercati energetici solo se i governi non si sono già tirati fuori dall'equazione attraverso grotteschi interventi politici ben prima della crisi.

Per le economie europee, tuttavia, vale il contrario. Si tratta di sistemi eccessivamente regolamentati, gravati da un estenuante carico fiscale e strutturalmente fragili, in grado a malapena di attivare efficaci meccanismi di assorbimento degli shock di fronte alla crisi iraniana. Gli alti prezzi dell'energia colpiscono incessantemente e le risposte politiche nazionali divergono nettamente tra le diverse giurisdizioni europee.

La premier italiana Giorgia Meloni ha reagito prontamente alla situazione critica dei prezzi del carburante nel Paese. A seguito di una decisione del Consiglio dei Ministri del 18 marzo, è entrata in vigore per decreto una riduzione immediata delle accise sui carburanti, applicabile sia alla benzina che al diesel. Secondo fonti governative si prevede una riduzione dei prezzi di 25 centesimi al litro, generalizzata per famiglie, imprese e tutti gli operatori del mercato.

In Italia i policymaker sembrano essere molto attenti alla realtà, sintonizzati sulle difficoltà affrontate da cittadini, imprese e commercianti. In netto contrasto con il governo del cancelliere Friedrich Merz, Roma opta per misure di sostegno al settore privato in un contesto di crisi che sta erodendo progressivamente il potere d'acquisto. Nel frattempo Merz e il suo ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, sono invischiati in dibattiti sugli aumenti delle tasse, distaccati dalla crisi di Hormuz e in gran parte scollegati dalla realtà di lavoratori, pendolari e aziende. L'apparato fiscale di Berlino è autoreferenziale e monotono, proiettato verso il prossimo atto della propria tragicommedia.

L'Italia, un tempo più statalista nello spirito rispetto alla sua rivale settentrionale, ora agisce con rapidità, pragmatismo e decisione. Il taglio delle accise rimarrà inizialmente in vigore per 20 giorni, ma è probabile che venga prorogato qualora la situazione nello Stretto di Hormuz, in gran parte bloccato adesso, non dovesse migliorare. Il governo italiano dimostra così una capacità di azione che manca alla Germania. Merz, al contrario, rimane esitante nel ridurre l'intervento statale: un convinto statalista che, persino in un momento di grave crisi, non riesce ad adottare le misure fiscali necessarie per proteggere imprese e consumatori dalla tempesta in arrivo.

A Berlino i politici continuano a negare a cittadini e imprese il tanto atteso sollievo dall'impennata dei prezzi del carburante, nonostante circa due terzi del prezzo confluiscano nelle casse dello stato attraverso varie imposte. Forse è proprio per questo che la questione viene rimandata. A Berlino prevale una mentalità di sfruttamento, anche se le casse pubbliche si stanno svuotando. I tagli alla spesa che potrebbero creare spazio per un alleggerimento del carico vengono evitati a tutti i costi in vista delle super elezioni del 2026.

La situazione a Roma è nettamente diversa: oltre a ridurre le accise sui carburanti, il governo italiano concede crediti d'imposta alle aziende di trasporto, direttamente collegati al consumo verificato di gasolio.

Questi crediti sono destinati ad alleviare il settore della logistica, uno dei più colpiti dall'aumento dei prezzi dell'energia, e a impedire che l'aumento dei costi e l'estrema volatilità nei mercati energetici si ripercuotano interamente sulle tariffe di trasporto e sui prezzi al consumo.

Ma le misure non si fermano qui. Il governo italiano ha rapidamente predisposto un pacchetto più ampio volto a frenare la potenziale speculazione sui prezzi alla pompa. Per prevenire rincari eccessivi è stato introdotto un meccanismo anti-speculazione per individuare e limitare gli aumenti di prezzo ingiustificati.

In pratica ciò significa che i prezzi al dettaglio dei carburanti saranno strettamente collegati alle effettive variazioni dei prezzi globali del petrolio greggio, garantendo che eventuali rincari ingiustificati vengano immediatamente eliminati.

Le compagnie petrolifere e i gestori delle stazioni di servizio sono tenuti a comunicare regolarmente i propri prezzi alle autorità, che monitorano l'intera catena di approvvigionamento e distribuzione. Le deviazioni dai prezzi giustificati dalle variazioni del mercato del petrolio greggio possono comportare sanzioni.

Nell'emergenza acuta scatenata dalla crisi iraniana, il potere esecutivo del governo italiano si rivela un chiaro vantaggio. Esso può emanare rapidamente provvedimenti temporanei tramite decreto. La decisione di ridurre le accise sui carburanti è particolarmente significativa, dato che l'Italia, come la Germania, applica accise molto elevate sui carburanti. Lo stato rappresenta fino al 62% del prezzo della benzina e circa il 58% del prezzo del diesel.

L'importanza del taglio delle tasse è diventata evidente sui mercati delle materie prime, soprattutto quando il petrolio WTI è salito a circa $114. L'attacco al complesso energetico iraniano di South Pars ha inferto un ulteriore shock al mercato.

Per gli italiani c'è la speranza che questa grave crisi porti infine a una più ampia consapevolezza – soprattutto per il Ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, e il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni – che alleggerire il costo del carburante per i cittadini sia fondamentalmente l'approccio giusto. Mobilità e costi di trasporto accessibili rimangono fattori chiave di competitività.

Lo stato deve imparare a esercitare moderazione. Uno stato snello protegge i cittadini in tempi di crisi molto meglio, grazie alla sua flessibilità, rispetto all'apparato burocratico elefantiaco che conosciamo oggi. Una conclusione che, tuttavia, il cancelliere e il ministro delle finanze tedeschi contesterebbero fermamente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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